39. Esame

Esame

“Poesie sparse” (1890/1933)


39. Esame

Da Nuova Antologia, 16 agosto 1910.

I

Ora che dalla vita ad un ignoto
lido seren, che sia d’un nume sede,
lanciare il ponte aereo della fede
non posso piú, ne conosco piloto

al quale il tenebroso mar sia noto
su cui quel ponte ancor lancia chi crede;
ora, s’io penso che un di sotto il piede
mi mancherà la terra (e piú del vuoto

per l’anima tremar, Morte, mi fai,
che non de la tranquilla umile fossa
che il corpo accoglierà da fiori arrisa);

credo io davver che a vivere mi possa
bastar la volontà ferma e decisa
di non pensare a questo vuoto mai?


II

No: che se d’un pensier non lo riempio
comunque, invasa, anzi ingojata pure
la vita me ne sento, e piú né cure
che non mi pajan vane, o amor che scempio

non mi paja, mi attraggono, e se a dure
prove mi spinga pur virtú d’esempio,
vuota ogni fede, come vuoto il tempio
mi sembra, e folli tutte le avventure.

Mentre una voce ascolto che mi grida:
Come vuoi tu comprendere la vita,
se non sai pensar nulla de la morte?

Tu brancoli nel bujo della sorte
cosí, perché nell’anima smarrita
un pensier della morte non ti guida.


III

E per la morte solamente luce
chiedo perciò. D’ogni nuovo portento
che la scienza per mio ben produce,
anche ammirando, poca gioja io sento…

Son beni solo per la vita. Duce
che si ritragga dal maggior cimento,
di vincer solo nei minor contento,
piú non si sa pregiar, né piú seduce.

Sbuffa in preda al demon che lo trambascia
un ferreo mostro, e dove mai m’invola
con la sua furia? M’accorcia il cammino;

e avanti, avanti, nella notte sola,
gelida, nera, mi conduce fino
all’orlo di un abisso, e lí mi lascia.


IV

E da quest’orlo or io ricerco invano
il miraggio divin d’un altro mondo
nel qual mi riposavo da lontano:
tenebra orrenda, silenzio profondo.

E invan, Scïenza, m’armi tu la mano
del fulmine domato, invan giocondo
compenso m’offri di vittorie: vano
il tuo trionfo io stimo; io ti rispondo:

Domani su l’Atlantico gittare,
nuovo prodigio, un ponte tu potrai:
ma non quell’acque, non quell’acque io temo.

Una barca che salpi oltre l’estremo
lido in cui son ridotto non mi dài
per questo tenebroso ignoto mare.


V

E se in te no, ne debbo nel primiero
sentimento a cui tu troncasti l’ale
cercare io piú la luce essenzïale
che possa alfine vincere il mistero,

debbo cercarla in me? Ma è pur fatale
che l’uomo in se scoprir non possa il vero,
ma solo ciò che da un desio sincero
inconsciamente è indotto a creder tale.

Né dalla illusion che da me spira
potrò staccar la verità, se in seno
all’esser mio l’esser comune ha sede.

La verità? Ma ell’è come un sereno
lago, uno specchio che per se non vede
e in cui se stessa ogni persona mira.


VI

Né sopra o fuor de la ragione mia
a niun Potere il pensier può dar trono,
che un mio vano fantasima non sia:
però ch’io pensi sol perch’io ragiono.

Come fuori di me non vibra suono,
né vera è di color la poesia,
ma io soltanto, io sempre, io sempre sono
che accordo e piango la mia fantasia;

cosí, se fuor di me, stretto da un gramo
bisogno, creo qualcosa, a cui la mente
mia stessa e ogn’altra cosa vo’ soggetta,

me stesso inganno, miserevolmente:
giuoco con l’ombra mia che si projetta
ingrandita nel cielo e Dio la chiamo.


VII

Or come sei tu misera davvero,
anima umana, quando contro a questa
ombra tu stessa imprechi o scherno fiero
lanci o con lei, che ascolto non ti presta

né può prestarti, scherma di pensiero
eserciti. L’idea, l’idea funesta
del male, onde ti lagni in mite o altero
verso, da lei ti vien, dall’ombra infesta

della ragion tua stessa, che tu Fato
chiami, o Natura, o Dio. Ma non esiste
il mal che in tanta ambascia pur ti tiene,

se non esiste chi l’abbia creato:
è perché è, non è ne mal ne bene,
ogni cosa che vive o lieta o triste.


VIII

Nel bujo intanto, dentro al quale impreca
e piange, o prega e spera tanta gente,
voi filosofi, andate con la mente
accesa come una lanterna cieca.

Ma se l’enorme arcan che vi disvia
che indarno prima speculaste e ch’ora,
pur senza un lume che v’imponga: – Adora!
rinunziando ad indagar che sia,

siete corrivi a creder tuttavia,
non fosse già quel che ci è ignoto ancora,
ma solo inganno che non si colora,
inganno della nostra fantasia?

Noi non siam come l’albero che vive
e non si sente, a cui la pioggia, il vento,
la terra, il sol, non par che sieno cose

ch’esso non sia, cose amiche o nocive.
Invece all’uom qual realtà s’impose,
nascendo, della vita il sentimento.


X

E questo è il lume che ci fa vedere,
sperduti su la terra, il male e il bene:
la vostra lanternuccia, onde a voi viene
l’immaginario bujo; esso di nere

ombre cinge il breve àmbito in cui tiene
chiuse l’anime nostre prigioniere;
e noi dobbiam quell’ombre creder vere
fin tanto ch’esso acceso si mantiene.

Ma, spento alfine a un soffio, dopo il giorno
fumoso della nostra illusïone,
ci accoglierà perpetua la notte,

o resteremo ancor, senza ritorno,
alla mercé dell’essere che rotte
le vane forme avrà della ragione?


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