Pirandello, ma che fascista fu?



Pirandello, ma che fascista fu?

di Gianfranco Morra

Il suo pessimismo cosmico era l’esatto opposto del regime

da ItaliaOggi.it

La tessera del partito fascista

Che Luigi Pirandello sia stato fascista lo sanno tutti. Ma perché? e che tipo di fascista era?

Molto e diverse le interpretazioni. Anche se l’atteggiamento prevalente è stato quello di lasciar cadere il problema. La cultura dominante nel nostro paese si trovava a disagio a dover riconoscere la piena adesione del drammaturgo al fascismo, non solo al movimento, ma anche alla ideologia.

Ora per fortuna abbiamo una breve monografia, pubblicata per i 150 anni della nascita, che esamina tutti gli aspetti del problema.

E lo fa con l’aiuto di documenti inediti, fra i quali anche il fascicolo della Segreteria del Duce, conservato dall’Archivio centrale dello Stato. Ne è autrice una giornalista siciliana, studiosa di teoria della comunicazione nell’Università di Catania: Ada Fichera, Luigi Pirandello. Una biografia politica (Polistampa, Firenze, pp. 160, euro 14).

Anzitutto i fatti. Nel 1924, dopo il delitto Matteotti, Mussolini visse forse il momento peggiore. E fu proprio il 19 settembre che Pirandello chiese con un telegramma al Duce l’iscrizione: «Ho maturato e servito la mia fede fascista in silenzio. Se mi stima degno di entrare nel Pnf, sarà mio onore tenervi il grado del più umile ed obbediente gregario».

E ci fu un seguito. Nell’aprile 1925 comparve il manifesto degli intellettuali fascisti di Giovanni Gentile, che fu seguìto in maggio dal manifesto degli intellettuali antifascisti di Benedetto Croce, da sempre nemico intellettuale di Pirandello.

Che mise la sua firma al primo. Ma cosa lo aveva indotto a scendere in politica a fianco del Duce?

Nessun calcolo di utilità. Nel 1921 due suoi lavori, Sei personaggi in cerca d’autore e Enrico IV, che pur avevano suscitato non poche contestazioni verbali e anche fattuali da parte di laici e cattolici, gli avevano attribuito una fama internazionale. I motivi della sua adesione al fascismo sono spiegati bene dalla Fichera: figlio di un garibaldino, nel fascismo vedeva il compimento del risorgimento; l’opposizione al sistema sociale dell’epoca giolittiana; il rifiuto dei miti liberali dell’individualismo e dell’eguaglianza; la speranza che il fascismo avrebbe prodotto un ordine capace di fermare gli odi e i conflitti del socialismo.

Pirandello all’Accademia d’Italia,1934. Banchi di destra primo seconda linea a sinistra

Non gli mancarono riconoscimenti da parte del regime: nel 1929 fu nominato Accademico d’Italia; nel 1934 il governo italiano lo sostenne per il Nobel della letteratura. E dopo la morte (rivela un documento scoperto dalla Fichera) fu il Duce di persona a impedire che la sua casa romana, vicina a villa Torlonia, fosse venduta (infatti ancora oggi è Museo e sede dell’Istituto di studi pirandelliani).

Tuttavia il suo viaggio nel fascismo, dal quale mai prese le distanze, non fu del tutto facile. Non gli mancarono critiche e polemiche da parte dei fascisti intransigenti, che ritenevano la sua concezione della vita troppo pessimista e pertanto contraria a quell’ottimismo rivoluzionario che cercavano di far trionfare nel Paese. Il fascismo era una religione politica, una utopia palingenetica volta alla nazionalizzazione delle masse. I gerarchi fascisti che ostacolarono Pirandello non furono pochi. E finì controllato dall’Ovra. Egli stesso non mancò di criticare il regime e sembra che abbia definito Mussolini «un tubo vuoto». Negli ultimi anni se ne tenne lontano in silenzio.

Il fascismo capì la sua grandezza e ne utilizzò la fama per fini di prestigio internazionale. Secondo Mussolini «Pirandello fa, in sostanza e senza volerlo, del teatro fascista: il mondo è come vogliamo che sia, è la nostra creazione». Ecco perché avrebbe voluto fargli un funerale di Stato, ma ne fu impedito dalle disposizioni testamentarie di Pirandello, uomo lontano da ogni retorica: «Carro di infima classe, bruciatemi e le mie ceneri siano disperse o, al più, conservate in un’urna greca». E così è stato. Pirandello non era D’Annunzio. Due grandissimi scrittori il fascismo ha avuto nelle sue file, ma difficile trovare due personalità più contrapposte.

In realtà tutta la concezione della vita, che regge i suoi drammi, romanzi e novelle, ben poco ha in comune col fascismo: l’infelicità come perenne condizione umana; il dramma della personalità di ognuno, «uno, nessuno e centomila»; il conflitto immanente tra la vita che continuamente muta e la forma che la immobilizza; la vittoria della maschera sulla realtà. Ciò non toglie ch’egli fu e rimase fascista. Difficile non condividere la conclusione della Fichera: «Conservatore e moderato, si ritrovò nell’etica del regime, e lo fece con convinzione e onestà, anche quando, e diremmo proprio quando, seguendo un’onda opposta scrisse I giganti della montagna, in cui molti hanno intravisto, forse a buona ragione, il simbolismo dei giganti intesi come rappresentanti dei rozzi fascisti, che ignoranti amano la guerra e non l’arte».

Gianfranco Morra


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