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Fughe parallele: Pirandello legge Rosso di San Secondo


⏱ Tempo di lettura: 19 min

Stazione ferroviaria al tramonto con valigia e binari che si perdono all'orizzonte, immagine evocativa del dialogo letterario tra Luigi Pirandello e Rosso di San Secondo.
Di Michelangelo Fino — Un dialogo ideale tra Pirandello e Rosso di San Secondo che attraversa i temi della fuga, dell’inquietudine moderna e della tensione verso l’altrove. Un percorso critico tra affinità profonde, visioni narrative e inquietudini del primo Novecento.

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Fughe parallele: Pirandello legge
Rosso di San Secondo

XI congresso dell’ADI
Gli scrittori d’Italia
Il patrimonio e la memoria della tradizione letteraria come risorsa primaria
Napoli 26-29 settembre 2007

Biografia di Rosso di San Secondo

La critica ha ampiamente riconosciuto il forte legame che, in ambito teatrale, unisce Pirandello e Rosso di San Secondo, autore, quest’ultimo, notoriamente apprezzato dallo scrittore agrigentino. Probabilmente parlare di debito pirandelliano nei confronti di alcune pièces del Rosso sarebbe inopportuno, ma è indubbio che opere come Marionette, che passione! abbiano inciso non poco sulla grande stagione teatrale di Pirandello, e che personaggi quali Il Signore in grigio, Il Signore a lutto e La Signora dalla volpe azzurra – «personaggi […] privi d’un nome proprio» (L. Pirandello, Marionette che passione!, in «Il Messaggero», 1° aprile 1918, ora in Saggi, Poesie, Scritti varii, a cura di M. Lo Vecchio-Musti, Mondadori, Milano, 1993, p. 1007.) – anticipino, per certi versi, Il Padre, La Madre e La Figliastra dei Sei personaggi. D’altra parte, queste notevoli corrispondenze del teatro hanno forse determinato una minor attenzione nei confronti degli intrecci, altrettanto suggestivi, che avvicinano i due autori sul piano narrativo. Eppure, gli elogi pirandelliani non si limitano alle opere teatrali del Rosso, se è vero che nella prefazione al romanzo La Fuga, Pirandello parla di «libro totale», di «opera d’uno scrittore di prim’ordine; l’affermazione piena e possente d’una giovine fantasia creatrice destinata a lasciare di sé una traccia profonda e incancellabile» (L. Pirandello, “La Fuga” di Rosso di San Secondo, in «L’Illustrazione italiana», 1° luglio 1917, ora in Saggi, Poesie, Scritti varii, pp. 1006-1007.)

Di più, nel tratteggiare alcuni aspetti del motivo centrale del romanzo (il viaggio), Pirandello cita il viaggio oltremondano di Dante e quello lunare dell’Ariosto, i quali condividono con il viaggio tutto terrestre del protagonista sansecondiano lo scopo dell’erranza:

«un viaggio anch’esso, che ha tutta l’aria e i modi del fantastico e dello spirituale, in cerca della salute» (L. Pirandello, “La Fuga” di Rosso di San Secondo, p. 1002.)

Viaggio, fuga, malessere, salvezza, illusione, disinganno; un viaggiatore che vaga senza meta nelle labirintiche e spettrali strade di un’anonima città, che scappa da una realtà percepita sempre più negativamente, avvertita sempre più come estranea proprio perché il personaggio è insensibilmente assuefatto ad essa e ad essa aggrappato come un parassita. È questa la sintetica radiografia della storia narrata da Rosso di San Secondo, e questa è la diagnosi crudele che incombe sulla testa di tanti personaggi pirandelliani, individui per i quali, spesso, l’unico “rimedio”, l’unica speranza di salvezza è la fuga, il viaggio senza meta, come quello (immaginario) che intraprende il protagonista della novella Rimedio: la Geografia. Come il viaggiatore di Baudelaire che ne Le Voyage «fugge felice una patria obbrobriosa», «l’orrore della propria culla» o «la tirannica Circe» (C. Baudelaire, Il viaggio, in I fiori del male, Opere, a cura di G. Raboni e G. Montesano, Mondadori, Milano, 1996, p. 263, vv. 9-12.), quello di Pirandello fugge altrettanto felice una casa obbrobriosa, l’orrore della propria famiglia e l’altrettanto tirannica – forse meno maga e più strega – Circe-moglie. Quanto agli esiti e al senso del viaggio, c’è la stessa dinamica che segna il passaggio dalle illusioni alle disillusioni, lo scacco dell’ingenua inconsapevolezza e il conseguente crollo dei sogni e delle speranze, ma con implicazioni e soprattutto gradi di consapevolezza (dei viaggiatori) diversi. Il viaggiatore baudelairiano, così come il protagonista de La Fuga del Rosso, si rende perfettamente conto di non poter evadere dalla realtà meschina da cui era fuggito, perché qualunque luogo non è che la monotona ripetizione di quella realtà. Il viaggiatore pirandelliano di Rimedio: la Geografia, invece, persiste nel suo ingenuo errore, credendo di poter effettivamente allontanare e allontanarsi dall’orrore della quotidianità, non comprendendo che di un rimedio appunto si tratta. Ma è un errore assolutamente giustificabile perché compatibile con il suo statuto di personaggio, con il grado di consapevolezza che l’autore gli ha assegnato, e con quella congenita mancanza di coraggio che sembra essere elemento distintivo dei personaggi pirandelliani. Se il personaggio non comprende che lo scotto da pagare per queste sue fughe è l’alienazione, è perché il suo autore ha voluto che continuasse a vivere nell’autoinganno, nella felice incomprensione dei suoi atti. Quando, invece, il personaggio sembra essere perfettamente consapevole della stravaganza dei suoi comportamenti e, anzi, questa presunta anormalità deriva proprio da una consapevolezza superiore agli altri (un folle savio, come i personaggi di Nerval, Nodier e Gautier), da una visione umoristica della realtà, ecco che non traduce in atto le potenzialità di un’esistenza davvero diversa. Perché il protagonista di Rimedio: la Geografia si accontenta di una Giamaica immaginaria e di un viaggio immaginario. Se da una parte è la coscienza umoristica ad impedire qualsiasi possibilità di cambiamento, dall’altra è la mancanza di forza e di coraggio a far soccombere il personaggio sotto il peso della propria meschina realtà; preferisce, dunque, giocare a un nuovo gioco da lui inventato, una sorta di geografia umana con cui associare, per esempio, la moglie alla Lapponia, piuttosto che fuggire dalla sua moglie-Lapponia.

Nella novella Fuga emerge con chiarezza l’inconsistenza di questi viaggi, il loro non concludere, attraverso l’implicita contrapposizione tra la fuga immaginata e sognata dal Bareggi e quella effettivamente realizzata, che si riduce ad un gesto folle, ad un grido di ribellione (vedi l’«inconcepibile ribellione» di Belluca ne Il treno ha fischiato…) che resta come strozzato in gola. Come Belluca anche Bareggi è costretto, o meglio, vuole accontentarsi. Il suo sogno di fuga definitiva, di epico viaggio senza ritorno si concretizza nella folle e breve corsa sul carretto del lattaio, in un viaggio davvero poco epico, in una fuga tutt’altro che definitiva (in questo senso il titolo della novella ha un effetto decisamente antifrastico). È difficile stabilire se nel bilancio negativo dei viaggi pirandelliani pesi di più «lo spirito umoristico cosciente» (L. Pirandello, “La Fuga” di Rosso di San Secondo, p. 1003.) dei personaggi o la mancanza di coraggio per affrontare cambiamenti radicali. Stando all’interpretazione che Pirandello dà del romanzo La Fuga di Rosso di San Secondo, si direbbe che il primo aspetto è quello che influisce maggiormente nell’economia del viaggio:

«Per intendere chiaramente l’indole del romanzo e gustarne il sapore, che è amarissimo, bisogna vedere con quale animo è intrapreso il viaggio. Qua non abbiamo uno che parte in cerca della salute con la ferma fiducia di trovarla. Chi parte, qua, sa che il suo non può essere che il disperato esperimento di un’illusione, perché ha ormai l’atroce coscienza che nulla consiste fuori, vicino o lontano, che non sia un’illusione.» (L. Pirandello, “La Fuga” di Rosso di San Secondo, p. 1003.)

Secondo Pirandello il senso ultimo del romanzo è racchiuso nei primi quattro capitoli,

«dov’è la vera essenza dell’opera», «le fondamenta profondamente umoristiche»: «L’uomo che intraprenderà il viaggio per la sua salute, non è come altri ha detto, in uno stato di letargo: la sua non è indifferenza: tutt’altro! è la tragica sfiducia di trovare, perché è impossibile trovare fuori di sé, alcuna consistenza, pur sentendo come necessaria l’illusione di trovarla! Qui è tutto. In quest’atroce coscienza» (L. Pirandello, “La Fuga” di Rosso di San Secondo, p. 1004.)

Questo è il punto: avere la tragica coscienza della necessità del viaggio e nello stesso tempo della sua illusorietà, dell’esito inevitabilmente catastrofico di questo disperato esperimento. È lo stesso protagonista a dover ammettere insieme con la propria sconfitta esistenziale (che è poi sconfitta collettiva) il fallimento del suo viaggio, il fallimento di tutti i viaggi:

« […] Che cosa aspettate da me, povere creature, poveri esseri cari, anime della mia stessa anima? […] Che vi dica in termini precisi, certi, inconfutabili perché siete nati, […] perché si debba soffrire, e che ragione c’era di nascere se nulla ha senso, se ieri è eguale ad oggi, e domani sarà uguale all’eternità? […] Ma io devo disingannarvi, io non posso permettere che voi rimaniate nella vostra illusione: vi dirò, […] la vita è una favola che ci inventiamo.» (P.M. Rosso di San Secondo, La Fuga, in «Nuova Antologia», 1917, poi Treves, Milano, 1917, ora in La Fuga, a cura di E. Lauretta, Vallecchi, Firenze, 1986, pp. 116-117.)

Se l’individuo non ha consistenza, non ha una collocazione nell’universo è perché la vita è una «favola» da lui inventata. Se il nord è uguale al sud, se ieri è uguale a oggi e oggi è identico a un eterno domani è perché l’esistenza non è altro che una monotona ripetizione di ciò che siamo, o meglio, non siamo. L’immagine di noi stessi ci perseguiterà identica – come un’ombra – ovunque andremo. D’altronde, la struttura circolare del romanzo allude a questa condizione di eterna ripetizione. L’immagine iniziale e quella finale sembrano speculari in quanto mostrano il protagonista “in movimento, in viaggio”. All’inizio lo si vede vagare per le strade senza una meta e senza un perché (alla maniera di Serafino Gubbio o dell’anonimo protagonista della novella pirandelliana Una giornata). Alla fine, eccolo aggregarsi ad una carovana di zingari, vera e propria incarnazione del viaggio senza fine, con la medesima tormentosa ansietà. La lacerante consapevolezza dell’“immobilità” dell’esistenza, il protagonista non la acquisisce una volta giunto a destinazione, e neanche, come suggerisce Pirandello nella sua prefazione, prima di partire. Certamente già allora presentiva questa illusorietà, ma la certezza la ottiene su quel treno, quell’«inverosimile ippogrifo» che dal sud lo conduce al nord, attraverso la constatazione, di ascendenza leopardiana e baudelairiana, dell’esasperante e opprimente uguaglianza del mondo e della realtà:

«[…] si è presi da una così profonda malinconia per l’estatica rassegnazione delle cose che una disillusione prematura ci assale per il viaggio intrapreso e ci vien voglia di scendere alla prima fermata e passar la vita in un albergo qualunque, senza muoverci più; tanto, qui o altrove, è eguale dovunque.» (P.M. Rosso di San Secondo, La Fuga, p. 43.)

Ecco la visione umoristica della realtà, ecco la coscienza superiore del viaggiatore che porta dolorosamente dentro di sé il suo personale sentimento del contrario. Ed è in virtù di questo sguardo disincantato e disilluso che il viaggiatore può guardare con un pizzico di ironica compassione agli altri viaggiatori, a quelli che «per fortuna non hanno voglia di malinconiche riflessioni»:

« […] fumano grossi sigari, con soddisfatte boccate, ciarlano senza interesse di mille cose che il treno lascia dietro di sé nella corsa insieme con le loro ciance; […] E la macchina che sbuffa innanzi, per pianure e tra montagne, par che ci gongoli dentro di sé portando ognuno di quei smemorati al suo inesorabile destino.» (P.M. Rosso di San Secondo, La Fuga, p. 44.)

Sembra di leggere una delle tante novelle di Pirandello che narrano di viaggi ferroviari, non solo per l’impianto umoristico della narrazione, ma anche e soprattutto per l’immagine di un treno che trascina i viaggiatori verso un destino già scritto. La Fuga di Rosso è del resto assimilabile a quella di tanti viaggiatori pirandelliani in quanto viaggio che non conclude. Eppure c’è una differenza significativa e consiste in quel secondo elemento (il coraggio) che, assieme allo «spirito umoristico cosciente», costituisce il bagaglio ideale dei viaggiatori: pur prefigurando il fallimento della propria impresa, il protagonista del romanzo sansecondiano ha infatti il merito di tentare il superamento dello stato di impasse esistenziale che lo tormenta. Il viaggio pirandelliano non conclude perché, in fondo, quelli pirandelliani non sono, in un’ottica ancora baudelairiana, dei veri viaggiatori che «partono per partire e basta». Il viaggiatore di Pirandello parte perché deve partire, parte «col cuore pesante» (Nino Borsellino, Ritratto e immagini di Pirandello, Laterza, Bari, 2000, p. 185.) Se, come afferma Fasano ,«persiste nell’epoca moderna una concezione dell’“erranza” dolorosa e necessitata», (Pino Fasano, Letteratura e viaggio, Laterza, Bari, 1999, p. 21.)  ebbene è questa la concezione fondamentale del viaggio pirandelliano, un “travaglio” appunto; e l’esempio più lampante ce lo offre proprio il viaggiatore-Pirandello, un “viaggiatore senza bagagli” perseguitato dalla necessità di viaggiare.

Nelle fughe dei personaggi di Pirandello e del protagonista del Rosso è fortissima la valenza simbolica della topografia del viaggio: la contrapposizione geografica tra nord e sud allude alla antinomia salute-malattia, liberazione-prigione, salvezza-condanna, ragione-istinto, per quanto tale antitesi si riveli più fittizia che reale (per il viaggiatore che lascia l’inferno della terra natia non c’è nessun luogo edenico, alcuna possibilità di redenzione). Questo perché quella «terrificante insularità di animo» celebrata da don Fabrizio ne Il Gattopardo, resta radicata in lui ovunque e comunque, e anche quando il viaggiatore non è propriamente un siciliano, è pur sempre un abitante dell’emisfero meridionale del Continente, cittadino di un altro mondo, di un’altra realtà. Come quelle pirandelliane, la fuga sansecondiana è dunque una fuga mancata; «il viaggio, l’esperimento», come suggerisce Pirandello, hanno «un esito del tutto contrario», dal momento che il «male della vita e del sole […] s’attacca insidiosamente a chi è eletto a guarirlo», per cui la «cura proposta e prestata con rigida e sapiente diagnosi ha un effetto letale per il medico» (L. Pirandello, “La Fuga” di Rosso di San Secondo, p. 1003.) E giustamente Pirandello evidenzia un momento del romanzo che sintetizza in modo esemplare il senso di questa sconfitta, l’incendio della casa, così interpretata dall’autore agrigentino: «l’edificio, o piuttosto la legnosa impalcatura della ragione crolla, incendiata dalle fiamme, il malato fugge, più ardente che mai della sua febbre di sole» (L. Pirandello, “La Fuga” di Rosso di San Secondo, p. 1003.) L’immagine finale del libro del Rosso evidentemente non coincide con la fine del viaggio e della ricerca, e un viaggio che non conclude è un po’ come la vita che, pirandellianamente, non conclude: sempre in fuga, sempre alla ricerca di qualcosa, ma con un differente “sentimento” di sé e degli altri, soprattutto, con una maggiore consapevolezza. La coscienza del proprio malessere crea una frattura quasi impercettibile ma assai significativa tra l’immagine iniziale e quella finale del romanzo del Rosso; la stessa che c’è tra il vagare senza meta con la recondita e quasi inconfessabile speranza di salvarsi, e il vagare senza meta con la certezza della condanna. Anche i viaggiatori pirandelliani sono “malati”, tormentati da un senso di inadeguatezza che li spinge ad “allontanarsi”. Nei rari casi in cui la fuga è definitiva, il non ritorno non coincide con la prosecuzione del viaggio (come ne La Fuga sansecondiana), ma con la sua fine e con quella del viaggiatore. Sintomatica, in tal senso, la novella Il viaggio: in qualità di «personaggio cometa» Adriana Braggi non può concludere il suo primo viaggio che con la morte stessa. (Confronta F. Zangrilli, Lo specchio per la maschera: il paesaggio in Pirandello, E. Cassitto, Napoli, 1994, p. 91.) Il caso della protagonista di questa novella è particolarmente emblematico proprio nel confronto con la fuga sansecondiana: medesimo viaggio da Sud verso Nord, stessi mezzi di trasporto, quei treni ossessivamente ricorrenti nelle pagine pirandelliane, identico stato di immobilità esistenziale dei viaggiatori, che cercano di sfuggire alla «soffocante e atroce afa della vita» (L. Pirandello, La veste lunga, in «Noi e il Mondo», febbraio 1913, poi in La trappola, Treves, Milano, 1915, ora in Novelle per un anno, a cura di M. Costanzo, 3 volumi, Mondadori, Milano, 1993, volume I, tomo I, p. 707.) La scelta della protagonista pirandelliana di continuare il viaggio invece di tornare a casa, di farsi amante appassionata piuttosto che rientrare nella sua immagine di vedova e di madre, è assai rilevante. Il personaggio pirandelliano sembra scegliere fino in fondo l’“essere” e non l’“apparire”. Adriana preferisce “vivere” piuttosto che vedere un’ultima volta gli occhi dei propri figli (“vedersi vivere”). Alla fine, tuttavia, anche lei risulta un personaggio sconfitto, schiacciato dal peso della trasgressione, per cui prevalgono le «composte apparenze oneste», i «rigidi costumi», l’«inaudito sacrilegio» (L. Pirandello, Il viaggio, in «La lettura», ottobre 1910, poi in Terzetti, Treves, Milano, 1912, ora in Novelle per un anno, volume III, tomo I, p. 228.)

Una volta passata la frontiera (il mare), Adriana sa già che non c’è alcuna possibilità di ritorno ed è proprio in questo “presentimento” che si consuma la sua sconfitta: l’impossibilità, infatti, non è oggettiva ma tutta soggettiva. Sono le categorie di pensiero del personaggio a impedire il suo ritorno, è l’onta per la follia commessa. Paradossalmente, dunque, è proprio l’autenticità ritrovata, l’epifania del personaggio a negare il ritorno: se Adriana fosse ritornata a casa sarebbe stata una donna che i figli non avrebbero riconosciuto. Lo spettro della mancata agnizione porta dunque la protagonista a soccombere sotto il peso di una colpa irredimibile e insolubile: quella di aver vissuto. Il suicidio della protagonista non è condannabile come gesto in sé, quanto nella valutazione del movente, nella natura per così dire pirandelliana dell’estremo gesto. Adriana Braggi e l’anonimo viaggiatore del romanzo sansecondiano: personaggi in fuga, individui delusi e oppressi, desiderosi di un riscatto impossibile. Eppure, nel momento in cui il viaggio mentale si fa reale, ecco che proprio un’illustre sconfitta come Adriana Braggi sembra avere la meglio in questa triste lotta tra disperati: già, perché a differenza del viaggiatore sansecondiano, Adriana riesce finalmente a trovare la propria autentica dimensione. Certo il protagonista del romanzo continua a viaggiare, continua la sua fuga, continua a vivere, mentre il personaggio pirandelliano incontra la morte; ma in fondo chi può dire se la vita sia migliore della morte, o meglio ancora, e in un’ottica tutta pirandelliana, l’apparenza e l’inconsistenza di una non vita sono preferibili alla verità e all’autenticità di una morte come quella raccontata nella novella Il viaggio?

Fughe parallele, dunque, quelle di Pirandello e di Rosso di San Secondo, fughe così vicine tra loro da poter quasi coincidere, eppure fughe che non sembrano mai intersecarsi, proprio come i binari di un treno: il sostanziale fallimento dei viaggi narrati dai due autori, le corrispondenze simboliche e narrative non riescono tuttavia a fissare un riconoscibile e ben individuabile punto di tangenza. Nel romanzo del Rosso abbiamo un viaggiatore coraggioso che alla fine non va incontro a un reale cambiamento, perché non trova una effettiva consistenza. Nelle novelle di Pirandello il coraggio non fa parte del DNA dei personaggi, e questa assenza li rende viaggiatori immobili perché immaginari; e quando invece tale coraggio inaspettatamente sopraggiunge, ecco che il personaggio, altrettanto inaspettatamente, prima di soccombere, consiste.

Michelangelo Fino

Settembre 2007

Rosso di San Secondo Pier Maria
(Caltanissetta 1887 – Lido di Camaiore 1956)
Ritratto colorizzato di Rosso di San Secondo in una ricostruzione fotografica ispirata al primo Novecento.
Ritratto colorizzato di Rosso di San Secondo in una ricostruzione fotografica evocativa che richiama l’atmosfera culturale e artistica dei primi decenni del Novecento.
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Pier Maria Rosso di San Secondo: Il Viandante tra Zolfo e Nord Europa

Pier Maria Rosso di San Secondo non è stato soltanto un protagonista del teatro del Novecento, ma un vero “errante dello spirito”. La sua parabola umana e artistica rappresenta un ponte unico tra la Sicilia arcaica delle miniere e l’inquietudine modernista delle grandi capitali europee, segnata da un legame profondo e paterno con Luigi Pirandello.

Le radici e il “bagliore dello zolfo”

Nato a Caltanissetta il 30 novembre 1887, Rosso di San Secondo crebbe immerso nei contrasti della sua terra. Figlio del conte Francesco Maria, proprietario di miniere nel bacino zolfifero nisseno, visse gli anni della giovinezza in una città che era allora la “capitale mondiale dello zolfo”. Questo legame con il mondo ipogeo, fatto di ricchezza aristocratica e fatica brutale dei “carusi”, forgerà la sua sensibilità: la sua scrittura resterà sempre intrisa di odore di zolfo e di colori violenti, quasi allucinati.

L’incontro con Pirandello: Mentore e Fratello Maggiore

Uno degli snodi fondamentali della sua vita fu l’incontro con Luigi Pirandello. Il premio Nobel agrigentino non fu solo un conterraneo, ma il vero scopritore del talento di Rosso. Fu Pirandello a firmare la prefazione della raccolta Ponentino (1916), presentandolo al mondo letterario come una voce nuova, capace di superare il verismo per approdare a un simbolismo universale.

Pirandello vide in lui un continuatore ideale della propria rivoluzione teatrale, pur riconoscendogli una cifra stilistica differente: laddove Pirandello era analitico e cerebrale, Rosso era cromatico, lirico e viscerale. Questo sodalizio si tradusse in un sostegno costante, che protesse Rosso dalle incomprensioni della critica dell’epoca.

L’avventura europea e il Teatro del Grottesco

Dopo gli studi a Roma, Rosso scelse la via dell’esilio volontario. Tra il 1907 e i primi anni ’30 viaggiò instancabilmente tra Olanda, Francia e Germania. A Berlino assorbì la lezione dell’Espressionismo, che trasformò il suo stile in qualcosa di unico nel panorama italiano: un linguaggio “urlato”, fatto di contrasti accesi e personaggi che sembrano vivere in un delirio perenne.

Nel 1918, con la messa in scena di Marionette, che passione!, Rosso ottenne il successo internazionale. L’opera è il manifesto del suo teatro: i protagonisti sono esseri smarriti, privi di volontà, che si muovono come automi in balia di passioni che non sanno né spiegare né governare. È il cosiddetto “teatro dello specchio”, dove l’uomo si scopre marionetta di se stesso.

Il ritorno al Mito e gli ultimi anni

Dopo anni di “fuga” dal calore soffocante del Sud e dai “fumi sulfurei” della sua terra, nella maturità Rosso compì un viaggio di ritorno ideale. Superata la ribellione giovanile, riscoprì la Sicilia non più come galera, ma come culla del mito ellenico. Opere come Il ratto di Proserpina segnano questo ricongiungimento con le origini, visto come un rifugio di purezza contro la decadenza della società moderna.

Negli ultimi anni, afflitto dalla malattia, fu ancora una volta il legame con Pirandello a rivelarsi decisivo: grazie all’interessamento dell’amico, ricevette un premio dall’Accademia d’Italia che gli permise di costruire una villa a Lido di Camaiore. Qui trascorse l’ultimo decennio della sua vita, assistito dalla moglie tedesca Inge Reidlich, fino alla morte avvenuta il 22 novembre 1956.

L’eredità

Oggi Rosso di San Secondo riposa a Caltanissetta, nel cimitero monumentale degli Angeli, rivolto verso le rovine del Castello di Pietrarossa. Sulla sua tomba, una citazione che riassume l’orgoglio e la malinconia delle sue radici: «Caltanissetta fa quattro quartieri, la meglio gioventù li zolfatari». La sua opera rimane una testimonianza preziosa di un’arte che non ha avuto paura di esplorare l’irrazionale, il colore e il dolore profondo dell’esistenza umana.

Approfondimenti nel sito

Una novella sul bisogno di sottrarsi alla vita consueta: il desiderio di evasione diventa slancio verso un altrove possibile.

Il risveglio improvviso di Belluca rompe la gabbia dell’abitudine e apre uno spiraglio inatteso verso la libertà interiore.

Una storia sospesa e inquieta che racconta lo spaesamento dell’uomo moderno di fronte a una realtà sempre più sfuggente.

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