Quaderni di Serafino Gubbio, operatore – Quaderno Sesto

Quaderni di Serafino Gubbio, operatore – Quaderno Sesto

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 Quaderno sesto

 I.  

1915/1925 – Quaderni di Serafino Gubbio, operatore            Dolce e fredda, la polpa delle pere d’inverno, ma spesso, qua e là, s’indurisce in qualche nodo aspro. I denti van per mordere, trovano quel duro e allegano. Così è della situazione nostra, che potrebbe esser dolce e fredda, almeno per due di noi, se non ci sentissimo l’intoppo d’un che di aspro e duro.

            Andiamo insieme, da tre giorni, ogni mattina, la signorina Luisetta, Aldo Nuti e io, allaKosmograph.

            Tra me e il Nuti, la signora Nene, affida a me, non certo al Nuti, la figliuola. Ma questa, tra il Nuti e me, ha certo più l’aria di andare col Nuti, che di venire con me.

            Intanto:

            vedo la signorina Luisetta, e non vedo il Nuti;

            la signorina Luisetta vede il Nuti e non vede me;

            Nuti non vede né me, né la signorina Luisetta.

            Così andiamo, tutti e tre accanto, ma senza vederci l’uno con l’altro.

            La fiducia della signora Nene dovrebbe irritarmi, dovrebbe… – che altro? Niente. Dovrebbe irritarmi, dovrebbe avvilirmi: invece, non mi irrita, non mi avvilisce. Mi commuove, invece. Quasi per farmi maggior dispetto.

            Ecco, la ragiono questa fiducia, per cercare di vincere la dispettosa commozione.

            È certo uno straordinario attestato d’incapacità, per un verso; di capacità, per un altro. Questo – dico l’attestato di capacità – potrebbe, in certo qual modo, lusingarmi; ma quello è sicuro che dalla stessa signora Nene non mi è dato senza una lieve punta di commiserazione derisoria.

            Un uomo, incapace di far male, per lei, non può essere un uomo. Non sarà dunque neppure da uomo quell’altra mia capacità.

            Pare che non si possa fare a meno di commettere il male, per essere stimati uomini. Per conto mio, io so bene, benissimo, d’essere uomo: male, n’ho commesso, e tanto! Ma sembra che gli altri non se ne vogliano accorgere. E questo mi fa rabbia. Mi fa rabbia perché, costretto a prendermi quella patente d’incapacità – che è, che non è – mi trovo addosso talvolta, imposta dalla soperchieria altrui, una bellissima cappa d’ipocrisia. E quante volte sbuffo sotto questa cappa! Non mai tante volte, certo, come di questi giorni. Quasi quasi mi verrebbe voglia di mettermi a guardare la signora Nene negli occhi in un certo modo, che… No, no, via, povera donna! S’è così ammansita, tutt’a un tratto, così imbalordita anzi, dopo quella sfuriata della figliuola e questa risoluzione improvvisa di mettersi a far l’attrice di cinematografia! Bisogna vederla quando, poco prima d’andar via, ogni mattina, mi s’accosta e, dietro le spalle della figliuola, levando appena appena le mani, furtivamente, con occhi pietosi:

            – Gliela raccomando, – mi bisbiglia.

            La situazione, appena arrivati alla Kosmograph, cangia e si fa molto seria, non ostante che su l’entrata, ogni mattina, troviamo – puntualissimo e tutto sospeso in un’ansia trepida – Cavalena. Gli ho già detto, l’altro jeri e anche jeri, del cambiamento della moglie; ma Cavalena non accenna ancora di ridiventar medico. Che! che! L’altro jeri e jeri, m’è quasi svanito davanti in un’aria distratta, come per non lasciarsi prendere da quel che gli dicevo:

            – Ah, sì? Bene, bene… – ha detto. – Ma io, per ora… Come dice? No, scusi, credevo… Contento, sa? Ma se torno, è tutto finito. Dio liberi! Qua ora bisogna assodare, assodare la posizione di Luisetta e la mia.

            Eh sì, assodare: sono come per aria il papà e la figliuola. Penso che la loro vita potrebbe esser facile e comoda e svolgersi in una dolce pace serena. C’è la dote della mamma; Cavalena, brav’uomo, potrebbe attendere tranquillamente alla sua professione; non avrebbero bisogno d’estranei per casa, e la signorina Luisetta sul davanzale della finestra d’una quieta casetta al sole potrebbe graziosamente coltivare come fiori i più bei sogni di giovinetta. Nossignori! Questa che dovrebbe essere la realtà, come tutti la vedono, perché tutti riconoscono che la signora Nene non ha proprio nessunissima ragione di tormentare il marito, questa che dovrebbe essere la realtà, dicevo, è un sogno. La realtà, invece, deve essere un’altra, lontanissima da questo sogno. La realtà è la follia della signora Nene. E nella realtà di questa follia – che è per forza disordine angoscioso, esasperato – ecco qua sbalzati fuor di casa, smarriti, incerti, questo pover’uomo e questa povera figliuola. Si vogliono assodare, l’uno e l’altra, in questa realtà di follia, ed eccoli, vagano da due giorni qua, l’uno accanto all’altra, muti e tristi, per le piattaforme e gli sterrati.

            Cocò Polacco, a cui insieme col Nuti si rivolgono appena entrati, dice loro che non c’è niente da fare per il momento. Ma la scrittura è in corso; la paga corre. Da avventizia, per ora, perché la signorina Luisetta s’incomoda a venire; se non posa, non manca per lei.

            Ma questa mattina, finalmente, l’hanno fatta posare. Polacco l’ha affidata al suo collega direttore di scena Bongarzoni per una particina in un film a colori, di costume settecentesco.

            Lavoro, di questi giorni, col Bongarzoni. Appena arrivato alla Kosmograph consegno la signorina Luisetta al padre, entro nel reparto del Positivo a prender la mia macchina e spesso m’avviene di non veder più per ore e ore né la signorina Luisetta, né il Nuti, né il Polacco, né il Cavalena. Non sapevo dunque che il Polacco avesse data al Bongarzoni la signorina Luisetta per quella particina. Sono rimasto, quando me la son veduta comparire davanti come staccata da un quadretto del Watteau.

            Era con la Sgrelli, che aveva finito or ora d’acconciarla con cura e con amore nella guardaroba dei costumi antichi, e le premeva con un dito sulla guancia un neo di seta che non le si voleva ancor bene attaccare. Il Bongarzoni le ha fatto molti complimenti e la povera piccina si sforzava di sorridere senza scuoter troppo la testa, per timore non le crollasse l’enorme acconciatura. Non sapeva più muovere le gambe entro quell’abito di seta a sbuffi.

            Ecco concertata la scenetta. Una gradinata esterna, che discende a un angolo di parco. La damina esce da una loggia chiusa da vetri: scende due gradini; si sporge dalla ringhiera a pilastrini a spiar lontano, nel parco, timida, perplessa, in un’ansia paurosa: poi scende in fretta gli altri gradini e nasconde un biglietto, che ha in mano, sotto la pianta d’alloro, nel vaso in capo alla ringhiera.

            – Attenti, si gira!

            Non ho mai girato con tanta delicatezza la manovella della mia macchinetta. Questo grosso ragno nero sul treppiedi già l’ha avuta in pasto due volte. Ma la prima volta, là al Bosco Sacro, la mia mano, nel girare per dargliela a mangiare, ancora non sentiva. Questa volta, invece…

            Eh, son rovinato, se la mia mano si mette a sentire! No, signorina Luisetta, no: bisogna che voi non facciate più codesto mestieraccio. Tanto, so perché lo fate! Vi dicono tutti, anche il Bongarzoni questa mattina, che avete una non comune disposizione naturale all’arte scenica; e ve lo dico anch’io, sì; non per la prova di stamani, però. Oh, la avete disimpegnata come meglio non si poteva; ma io so bene, so bene perché avete saputo così meravigliosamente fingere l’ansia paurosa, allorché, scesi i due primi gradini, vi siete sporta dalla ringhiera a guardar lontano. Tanto bene lo so, che quasi quasi, a momenti, mi voltavo anch’io a guardare dove voi guardavate, per vedere se non fosse per caso arrivata in quel momento la Nestoroff.

            Da tre giorni, qua, voi vivete in quest’ansia paurosa. Non voi sola; sebbene, forse, nessuno più di voi. Da un momento all’altro, veramente, la Nestoroff può arrivare. Non si vede da nove giorni. Ma è a Roma; non è partita. È partito solo Carlo Ferro, con altri cinque o sei attori e il Bertini, per Taranto.

            Il giorno che Carlo Ferro partì (son già quasi due settimane), Polacco venne a trovarmi raggiante e come se si fosse levato un macigno dal petto.

            – Te l’avevo detto, bambino? Anche all’inferno va, se lei vuole!

            – Purché, – gli risposi, – non ce lo vediamo arrivare all’improvviso, come una bomba.

            Ma è già un gran fatto, veramente, e per me ancora inesplicabile, ch’egli sia partito. Mi risuonano ancora nell’orecchio le sue parole:

            – Posso essere una belva di fronte a un uomo, ma come uomo di fronte a una belva non valgo nulla!

            Eppure, con la coscienza di non valer nulla, per puntiglio, non s’è tirato indietro, non s’è rifiutato d’affrontare la belva; ora, di fronte a un uomo è fuggito. Perché è certo che la sua partenza, il giorno dopo l’arrivo del Nuti, ha tutta l’aria d’una fuga.

            Non voglio negare che la Nestoroff abbia su lui il potere di costringerlo a fare ciò ch’ella vuole. Ma io ho sentito ruggire in lui, e proprio per questa venuta del Nuti, le furie della gelosia. La rabbia, che il Polacco lo abbia designato per l’uccisione della tigre, non gli è sorta per il solo sospetto che egli, il Polacco, si volesse con questo mezzo sbarazzare di lui, ma anche e più per il sospetto che abbia fatto venire apposta nello stesso tempo il Nuti perché costui si potesse liberamente ripigliare la Nestoroff. E m’è apparso manifesto che non è sicuro di lei. Come dunque è partito?

            No, no: c’è qui sotto, senza dubbio, un accordo; questa partenza deve nascondere un’insidia. La Nestoroff non avrebbe potuto indurlo a partire, mostrando d’aver paura di perderlo, comunque, lasciandolo qui ad aspettare uno, che certamente veniva col deliberato proposito di cimentarlo. Per questa paura egli non sarebbe partito. O, se mai, ella lo avrebbe accompagnato. Se ella è rimasta qui ed egli è partito, lasciando libero il campo al Nuti, vuol dire che un accordo dev’essersi stabilito tra loro, ordita una rete così saldamente e sicuramente ch’egli stesso ha potuto comprimere sott’essa e tenere in freno la gelosia. Nessuna paura ella ha dovuto mettere avanti; e, stabilito l’accordo, avrà preteso da lui questa prova di fiducia, che fosse lasciata qui sola di fronte al Nuti. Difatti, per parecchi giorni dopo la partenza di Carlo Ferro, ella venne alla Kosmograph, preparata evidentemente a incontrarsi con lui. Non poteva venire per altro, libera com’è adesso d’ogni impegno professionale. Non venne più, quando seppe che il Nuti era gravemente infermo.

            Ma ora, da un momento all’altro, può tornare.

            Che avverrà?

            Polacco è di nuovo su le spine. Non si stacca dal fianco il Nuti; se per poco deve lasciarlo, volge prima di nascosto un’occhiata d’intelligenza a Cavalena. Ma il Nuti, quantunque di tanto in tanto per qualche lieve contrarietà abbia certi scatti che dànno a vedere in lui un’esasperazione violentemente compressa, è piuttosto calmo; sembra anche uscito da quella cupezza dei primi giorni della convalescenza; si lascia condurre qua e là da Polacco e da Cavalena; mostra una certa curiosità di conoscere da vicino questo mondo del cinematografo e ha visitato attentamente, con l’aria d’un severo ispettore, i due reparti.

            Polacco, per distrarlo, gli ha proposto due volte di provarsi a sostenere qualche parte. S’è ricusato, dicendo che prima vuole abituarsi un po’ a vedere come fanno gli altri.»

            – È una pena, – ha osservato jeri davanti a me, dopo avere assistito alla iscenatura d’un quadro, – e dev’essere anche uno sforzo che guasta, altera ed esagera le espressioni, la mimica senza la parola. Parlando, il gesto sorge spontaneo; ma senza parlare…

            – Si parla dentro, – gli ha risposto con una serietà meravigliosa la piccola Sgrelli (la Sgrellina, come qua la chiamano tutti). – Si parla dentro, per non sforzare il gesto,..

            – Ecco, – ha fatto il Nuti, come prevenuto in ciò che stava per dire.

            La Sgrellina allora s’è appuntato l’indice su la fronte e ha guardato tutti in giro con una finta aria di scema, che chiedeva con graziosissima malizia:

            «Sono intelligente, sì o no?».

            Abbiamo riso tutti e anche il Nuti. Polacco per poco non se l’è baciata. Forse spera che ella, essendo qua il Nuti al posto di Gigetto Fleccia, pensi ch’egli debba sostituire costui anche nell’amore di lei e riesca a fare il miracolo di distorlo dalla Nestoroff. Per abbondare e dar largo pascolo a questa speranza lo ha presentato anche a tutte le giovani attrici delle quattro compagnie; ma pare che il Nuti, pur mostrandosi garbato con tutte, non dia il minimo segno di volersi distrarre. Del resto, tutte le altre, anche se non fossero già, più o meno, impegnate per conto loro, si guarderebbero bene dal fare un torto alla Sgrellina. E quanto alla Sgrellina scommetto che s’è già accorta che farebbe ingiuria, a sua volta, a una certa signorina, che viene da tre giorni alla Kosmograph col Nuti e con Si gira.

            Chi non se n’accorge? Il Nuti solo! Eppure ho il sospetto che anche lui se ne sia accorto. Ma strano è questo, e vorrei trovar modo di farlo notare alla signorina Luisetta: che l’accorgersi del sentimento di lei provochi in lui un effetto contrario a quello cui ella aspira: lo respinge da lei e lo fa tendere con maggiore spasimo verso la Nestoroff. Perché certo ora il Nuti ricorda d’aver veduto in lei, nel delirio, Duccella; e siccome sa che questa non può e non vuole più amarlo, l’amore che scorge in lei gli deve sembrare per forza una finzione, ormai non più pietosa, passato com’è il delirio; ma anzi spietata: un ricordo bruciante, che gl’inasprisce la piaga.

            È impossibile far capire questo alla signorina Luisetta.

            Attaccato col sangue tenace d’una vittima all’amore per due donne diverse, che lo respingono entrambe, il Nuti non può avere occhi per lei; può vedere in lei l’inganno, quella Duccella finta, che per un momento gli apparve nel delirio; ma ora il delirio è passato, quel che fu inganno pietoso è divenuto per lui ricordo crudele, tanto più, quanto più vede sussistere in lei l’ombra di quell’inganno.

            E così, invece di trattenerlo, la signorina Luisetta con quest’ombra di Duccella lo caccia, lo spinge più cieco verso la Nestoroff.

            Per lei, prima di tutto; poi per lui, e infine – perché no? – anche per me, non vedo altro rimedio, che in un tentativo estremo, quasi disperato: partire per Sorrento, riapparire dopo tanti anni nella casa antica dei nonni, per ridestare in Duccella il primo ricordo del suo amore e, se è possibile, rimuoverla e far che venga lei a dar corpo a quest’ombra, che un’altra qua per conto di lei disperatamente sostiene con la sua pietà e col suo amore.


 II. 

            Un biglietto della Nestoroff, questa mattina alle otto (inatteso e misterioso invito a recarmi da lei insieme con la signorina Luisetta prima d’andare alla Kosmograph) m’ha fatto rimandare la partenza.

            Sono rimasto un pezzo col biglietto in mano, non sapendo che pensarne. La signorina Luisetta, già pronta per uscire, è passata per il corridojo davanti all’uscio della mia camera; l’ho chiamata.

            – Guardi. Legga.

            Corse con gli occhi alla firma; si fece, al solito, rossa rossa, poi pallida pallida; finito di leggere, fissò gli occhi con uno sguardo ostile e una contrazione di dubbio e di timore nella fronte, e domandò con voce smorta:

            – Che vorrà?

            Aprii le mani, non tanto per non saper che rispondere, quanto per conoscere prima che cosa ne pensasse lei.

            – Io non vado, – disse, scombujandosi. – Che può volere da me?

            – Avrà saputo, – le risposi, – che egli… il signor Nuti è alloggiato qui, e…

            – E…?

            – Vorrà forse dire qualcosa, non so… per lui…

            – A me?

            – M’immagino… anche a lei, se la prega d’accompagnarsi con me…

            Represse un fremito nella persona; non riuscì a reprimerlo nella voce:

            – E che c’entro io?

            – Non so; non c’entro neanche io, – le feci notare. – Ci vuole tutti e due…

            – E che può avere da dire a me… per il signor Nuti?

            Mi strinsi nelle spalle e la guardai con fredda fermezza per richiamarla in sé e significarle che lei, per quanto si riferiva propriamente alla sua persona – lei come signorina Luisetta – non avrebbe dovuto aver nessuna ragione di sentire quell’avversione, quel ribrezzo per una signora, della cui simpatia s’era prima tanto compiaciuta.

            Comprese; si turbò maggiormente.

            – Suppongo, – soggiunsi, – che se vuol parlare anche con lei, sarà a fin di bene; anzi certamente sarà così. Lei s’aombra…

            – Perché… perché non riesco a… a immaginare… – si buttò a dire, prima esitante, poi con impeto, facendosi in volto di bragia, – che cosa possa avere da dire a me, anche così, come lei suppone, a fin di bene. Io…

            – Estranea, come me, al caso, è vero? – attaccai subito, ostentando una maggiore freddezza. – Ebbene, forse ella crede, che lei possa giovare in qualche modo…

            – No, no; estranea, va bene, – s’affrettò a rispondere, urtata. – Voglio restare estranea e non aver nessuna relazione, per ciò che si riferisce al signor Nuti, con codesta signora.

            – Faccia come crede – dissi. – Andrò io solo. Non c’è bisogno che la avverta, che sarà prudente non far parola al Nuti di questo invito.

            – Oh, certo! – fece.

            E si ritirò.

            Sono rimasto a lungo a riflettere, col biglietto in mano, su l’atteggiamento da me preso, senza volerlo, in questo breve dialogo con la signorina Luisetta.

            Le benigne intenzioni da me attribuite alla Nestoroff non avevano altra ragione, che il reciso rifiuto della signorina Luisetta d’accompagnarsi con me in una manovra segreta, ch’ella istintivamente ha sentito diretta contro il Nuti. Io ho difeso la Nestoroff per il solo fatto che questa, invitando la signorina Luisetta ad andare in casa sua insieme con me, mi è parso intendesse staccarla dal Nuti, e farla compagna a me, supponendola mia amica.

            Ora ecco, invece di staccarsi dal Nuti, la signorina Luisetta si staccava da me e mi faceva andar solo dalla Nestoroff. Neanche per un momento s’era fermata a considerare ch’era stata invitata insieme con me; l’idea d’essermi compagna non le era apparsa affatto; non aveva visto che il Nuti, non aveva pensato che a lui; e le mie parole certamente non le avevano prodotto altro effetto che quello di mettermi dalla parte della Nestoroff contro il Nuti e, per conseguenza, anche contro lei.

            Se non che, mancato adesso lo scopo per cui avevo attribuito a quella le intenzioni benigne, ecco, ricadevo nella perplessità di prima e per giunta in preda a una sorda irritazione e mi sentivo diffidentissimo anch’io contro la Nestoroff. L’irritazione era per la signorina Luisetta, perché, mancato lo scopo, mi vedevo costretto a riconoscere ch’ella in fondo aveva ragione di diffidare. Insomma, m’appariva a un tratto evidente, che mi bastava aver compagna la signorina Luisetta per vincere ogni diffidenza. Senza di lei, la diffidenza ora riprendeva anche me, ed era quella di chi sa di potere da un passo all’altro esser colto a un laccio preparato con sottilissima astuzia.

            Con quest’animo sono andato dalla Nestoroff, io solo. Ma pur mi spingeva una curiosità ansiosa di ciò che m’avrebbe detto e il desiderio di vederla da vicino, in casa, benché non m’aspettassi né da lei né dalla casa alcuna rivelazione d’intimità.

            Sono entrato in molte case, dacché ho perduto la mia, e in quasi tutte, aspettando che si presentasse il padrone o la padrona di casa, ho provato uno strano senso di fastidio e di pena insieme, alla vista dei mobili più o meno ricchi, disposti con arte, come in attesa d’una rappresentazione. Questa pena, questo fastidio io li sento più degli altri, forse, perché m’è rimasto inconsolabile in fondo all’anima il rimpianto della mia casetta all’antica, dove tutto spirava l’intimità, dove i mobilucci vecchi, amorosamente curati, invitavano alla schietta confidenza familiare e parevano contenti di serbar le impronte dell’uso che ne avevamo fatto, perché in quelle impronte, se pure li avevano un po’ logorati, un po’ gualciti, erano i ricordi della vita vissuta con essi, a cui essi avevano partecipato. Ma veramente non riesco a comprendere come non debbano dare, se non proprio pena, fastidio certi mobili coi quali non osiamo prenderci nessuna confidenza, perché ci sembra stieno lì ad ammonire con la loro rigida gracilità elegante, che la nostra noja, il nostro dolore, la nostra gioja non debbano né lasciarsi andare, né smaniare o dibattersi, né sussultare, ma esser contenuti nelle regole della buona creanza. Case fatte per gli altri, in vista della parte che vogliamo rappresentare in società; case d’apparenza, dove i mobili attorno possono anche farci vergognare, se per caso in un momento ci sorprendiamo in costume o in atteggiamento non confacenti a quest’apparenza e fuori della parte che dobbiamo rappresentare.

            Sapevo che la Nestoroff abitava in un ricco quartierino ammobiliato in via Mecenate. Fui introdotto dalla cameriera (senza dubbio preavvisata della mia visita) nel salotto; ma il preavviso aveva un po’ sconcertato la cameriera, che s’aspettava di vedermi insieme con una signorina. Voi, per la gente che non vi conosce, che è tanta, non avete altra realtà che quella dei vostri calzoni chiario del vostro soprabito marrone o dei vostri baffi all’inglese. Io per la cameriera ero uno che doveva venire insieme con una signorina. Senza la signorina potevo essere un altro. Ragion per cui dapprima fui lasciato davanti alla porta.

            – Solo? E la vostra amicuccia? – domandò la Nestoroff poco dopo nel salotto. Ma la domanda, arrivata a metà, tra vostra e amicuccia cadde, o piuttosto, smorì in una impreveduta alterazione di sentimento. L’amicuccia non fu quasi proferita.

            Quest’impreveduta alterazione di sentimento le fu cagionata dal pallore del mio volto sbalordito, dallo sguardo de’ miei occhi sbarrati in uno stupore quasi truce.

            Guardandomi, ella comprese subito il perché del mio pallore e del mio sbalordimento, e subito diventò pallidissima anche lei; gli occhi le s’intorbidarono stranamente, le mancò la voce e tutto il suo corpo mi tremolò davanti quasi una larva.

            L’assunzione di quel suo corpo a una vita prodigiosa, in una luce da cui ella neppure in sogno avrebbe potuto immaginare di essere illuminata e riscaldata, in un trasparente, trionfale accordo con una natura attorno, di cui certo gli occhi suoi non avevano mai veduto il tripudio dei colori, era sei volte ripetuta, per miracolo d’arte e d’amore, in quel salotto, in sei tele di Giorgio Mirelli.

            Fissata lì per sempre, in quella realtà divina ch’egli le aveva data, in quella divina luce, in quella divina fusione di colori, la donna che mi stava davanti che cos’era più ormai? in che laido smortume, in che miseria di realtà era ormai caduta? E aveva potuto osare di tingersi di quello strano color cùpreo i capelli, che lì nelle sei tele davano col loro colore naturale tanta schiettezza d’espressione al suo volto intento, dal sorriso vago, dallo sguardo perduto nella malìa d’un sogno triste lontano?

            Ella si fece umile, si restrinse come per vergogna in sé, sotto il mio sguardo che certo esprimeva uno sdegno penoso. Dal modo con cui mi guardò, dalla contrazione dolorosa delle ciglia e delle labbra, da tutto l’atteggiamento della persona compresi ch’ella non solo sentiva di meritarsi il mio sdegno, ma lo accettava e me n’era grata, perché in questo sdegno, da lei condiviso, assaporava il castigo del suo delitto e della sua caduta. S’era guastata, s’era ritinti i capelli, s’era ridotta in quella realtà miserabile, conviveva con un uomo grossolano e violento, per fare strazio di sé: ecco, era chiaro; e voleva che nessuno ormai le s’accostasse per rimuoverla da quel disprezzo di sé, a cui s’era condannata, in cui riponeva il suo orgoglio, perché solo in questa ferma e fiera intenzione di disprezzarsi si sentiva ancor degna del sogno luminoso, nel quale per un momento aveva respirato e di cui le restava la testimonianza viva e perenne nel prodigio di quelle sei tele.

            Non gli altri, non il Nuti, ma lei, lei sola, da sé, facendo una disumana violenza a se stessa, s’era strappata da quel sogno, n’era precipitata. Perché? Ah, la ragione, forse, era da cercare lontano, altrove. Chi sa le vie dell’anima? I tormenti, gli oscuramenti, le improvvise, funeste risoluzioni? La ragione, forse, si doveva cercare nel male che gli uomini le avevano fatto fin da bambina, nei vizii in cui s’era perduta durante la prima giovinezza randagia, e che nel suo stesso concetto le avevano offeso il cuore fino a non sentirselo più degno che un giovinetto col suo amore lo riscattasse e lo nobilitasse.

            Di fronte a questa donna così caduta, certo infelicissima e dalla infelicità sua resa nemica a tutti, e, più, a se medesima, che avvilimento, che nausea m’assalì d’improvviso della volgare meschinità dei casi in cui mi vedevo mescolato, della gente con cui m’ero messo a trattare, dell’importanza che avevo data e davo a loro, alle loro azioni, ai loro sentimenti! Come m’apparve stupido quel Nuti e grottesco nella sua tragica fatuità di figurino di moda tutto gualcito e brancicato nell’inamidatura imbrattata di sangue! Stupidi e grotteschi quei due Cavalena, marito e moglie! Stupido il Polacco, con quelle arie di condottiero invincibile! È stupida sopra tutto la parte mia, la parte che m’ero assunta di consolatore da un canto, di guardiano dall’altro e, in fondo all’anima, di salvatore per forza d’una povera piccina, a cui il triste e buffo disordine della sua famiglia aveva anche fatto assumere una parte quasi identica alla mia: cioè di salvatrice in ombra d’un giovine che non voleva esser salvato!

            Mi sentii d’un tratto da questa nausea alienato da tutti, da tutto, anche da me stesso, liberato e come votato d’ogni interessamento per tutto e per tutti, ricomposto nel mio ufficio di manovratore impassibile d’una macchinetta di presa, ridominato soltanto dal mio primo sentimento, che cioè tutto questo fragoroso e vertiginoso meccanismo della vita, non può produrre ormai altro che stupidità. Stupidità affannose e grottesche! Che uomini, che intrecci, che passioni, che vita, in un tempo come questo? La follia, il delitto, o la stupidità. Vita da cinematografo! Ecco qua: questa donna che mi stava davanti, coi capelli di rame. Là, nelle sei tele, l’arte, il sogno luminoso d’un giovinetto che non poteva vivere in un tempo come questo. E qua, la donna, caduta da quel sogno; caduta dall’arte nel cinematografo. Sù, dunque, una macchinetta da girare! Ci sarà un dramma qui? Ecco la protagonista.

            – Attenti, si gira!


 III. 

            La donna, come aveva compreso in prima dall’espressione del mio volto lo sdegno, comprese l’avvilimento, la nausea in me, e il moto dell’animo che n’era seguito.

            Quello – lo sdegno – le era piaciuto, forse perché intendeva valersene per il suo fine segreto, soggiacendo ad esso sotto i miei occhi con aria d’accorata umiltà. L’avvilimento, la nausea non le erano dispiaciuti, ché forse e più di me li provava anche lei. Le dispiacque la mia freddezza improvvisa, il vedermi d’un tratto ricomposto nell’abito della mia professionale impassibilità. E anche lei s’interì; mi guardò freddamente; disse:

            – Speravo di vedervi insieme con la signorina Cavalena.

            – Le ho dato da leggere il biglietto, – risposi. – Era già pronta per recarsi allaKosmograph. L’ho pregata di venire…

            – Non ha voluto?

            – Non ha creduto. Forse per la sua qualità di ospite…

            – Ah, – fece, buttando indietro il capo. – Ma anzi, – soggiunse, – io l’avevo invitata appunto per questo, per la sua qualità di ospite.

            – Gliel’ho fatto notare, – dissi.

            – E non ha creduto che le convenisse venire?

            Aprii le braccia.

            Ella rimase un po’ assorta a pensare; poi, quasi in un sospiro, disse:

            – Ho sbagliato. Quel giorno, ricordate? che andammo insieme al Bosco Sacro, mi parve gentile, e anche contenta di stare accanto a me… Capisco che non era ancora ospite. Ma scusate, non siete ospite anche voi?

            Sorrise, per ferirmi, rivolgendomi quasi a tradimento questa domanda. E in verità, non ostante il mio proponimento di rimanere estraneo a tutto e a tutti, mi sentii ferire. Tanto che risposi:

            – Ma tra due ospiti, lei sa bene, si può fare più conto dell’uno che dell’altro.

            – Credevo il contrario, – disse. – Non vi fa piacere?

            – Né piacere, né dispiacere, signora.

            – Proprio vero? Scusate, non ho diritto di pretendere alla vostra sincerità. Ma io mi proponevo d’esser sincera con voi, oggi.

            – E io sono venuto…

            – Perché la signorina Cavalena, come voi dite, ha voluto dimostrare di far più conto dell’altro ospite?

            – No, signora. La signorina Cavalena ha detto di voler restare estranea.

            – E anche voi?

            – Io sono venuto.

            – E io vi ringrazio moltissimo. Ma solo siete venuto! E questo – forse sbaglio ancora – non m’affida, non perché ritenga, badate, che anche voi, come la signorina Cavalena, facciate più conto dell’altro ospite; anzi, al contrario…

            – Come sarebbe?

            – Che di quell’altro ospite non v’importi niente: non solo, ma che vi farebbe anzi piacere che gli accadesse qualche male, anche per il fatto che la signorina Cavalena, non volendo venire con voi, ha dimostrato di tenere più a lui che a voi. Mi spiego?

            – Ah, no, signora! S’inganna! – esclamai recisamente.

            – Non vi contraria?

            – Per nulla. Cioè… ecco, sinceramente… mi contraria, ma non più per me, ormai. Io veramente mi sento estraneo.

            – Ecco, vedete? – esclamò ella a questo punto, interrompendomi. – Questo ho temuto, vedendovi entrar solo. Confessate che voi non vi sentireste ora così estraneo, se la signorina fosse venuta con voi…

            – Ma se io sono venuto lo stesso!

            – Da estraneo.

            – No, signora. Guardi, io ho fatto più di quanto ella non creda. Ho parlato a lungo con quel disgraziato e ho cercato di dimostrargli in tutti i modi che non ha nulla da pretendere, dopo quanto è accaduto, almeno secondo quello ch’egli stesso dice.

            – Che v’ha detto? – domandò la Nestoroff, impuntandosi e infoscandosi.

            – Molte stupidaggini, signora, – risposi. – Farnetica. Ed è da temere, creda, tanto più, in quanto è incapace, secondo me, di qualunque sentimento veramente serio e profondo. Lo dimostra, già, il fatto che sia venuto qua con certi propositi…

            – Di vendetta?

            – Non propriamente di vendetta. Non lo sa neppur lui! È un po’ il rimorso… un rimorso che non vorrebbe avere; di cui avverte solo superficialmente il pungolo irritante, perché, ripeto, è incapace anche d’un pentimento vero, d’un pentimento sincero, che potrebbe maturarlo, farlo rinsavire. È dunque un po’ l’irritazione di questo rimorso, intollerabile; un po’ la rabbia, o piuttosto (la rabbia sarebbe troppo forte per lui) diciamo la stizza, una stizza acerba, non confessata, di essere stato abbindolato…

            – Da me?

            – No. Non vuole confessarlo!

            – Ma voi lo credete?

            – Io credo, signora, che ella non lo abbia mai preso sul serio e si sia servita di lui per staccarsi da…

            Non volli proferire il nome: alzai la mano verso le sei tele. La Nestoroff corrugò le ciglia, abbassò il capo. Stetti un po’ a mirarla e, deciso d’andare fino in fondo, insistetti:

            – Egli parla di tradimento. Del tradimento del Mirelli, che s’uccise per la prova che lui volle fargli d’esser facile ottenere da lei (scusi) ciò che il Mirelli non aveva potuto ottenere.

            – Ah, dice così? – domandò, scattando, la Nestoroff.

            – Dice così, ma confessa di non avere ottenuto nulla da lei. Farnetica. Vuole aggrapparsi a lei, perché a star così – dice – impazzirebbe.

            La Nestoroff mi guardò quasi con sgomento.

            – Voi lo disprezzate? – mi domandò.

            Risposi:

            – Non lo pregio di certo. Può farmi sdegno; può farmi anche compassione.

            Balzò in piedi, come sospinta da un impeto irrefrenabile:

            – Io sdegno, – disse, – quelli che sentono compassione.

            Risposi con calma:

            – Comprendo benissimo in lei codesto sentimento.

            – E mi disprezzate?

            – No, signora, tutt’altro!

            Si voltò a guardarmi; sorrise con amaro dispetto:

            – Mi ammirate, allora?

            – Ammiro in lei, – risposi, – ciò che in altri forse provoca lo sdegno; quello sdegno, del resto, che lei stessa vuole suscitare negli altri, per non provocarne la compassione.

            Tornò a guardarmi più fissamente; mi s’appressò quasi a petto e mi domandò:

            – E non volete dire con questo, in un certo senso, che avete anche compassione di me?

            – No, signora. Ammirazione. Perché lei sa punirsi.

            – Ah sì? Voi comprendete questo? – disse, alterandosi in volto e con un fremito, come se l’avesse colta un brivido improvviso.

            – Da un pezzo, signora.

            – Contro il disprezzo di tutti?

            – Forse appunto a causa del disprezzo di tutti.

            – Me ne sono accorta anch’io da un pezzo, – disse, tendendomi la mano e stringendo forte la mia. – Grazie. Ma so anche punire, credete! – soggiunse subito, minacciosa, ritraendo la mano e levandola in aria con l’indice teso. – So anche punire, senza compassione, perché non ne ho voluta mai per me e non ne voglio!

            Si mise a passeggiare per la stanza, ripetendo:

            – Senza compassione… senza compassione…

            Poi, fermandosi:

            – Vedete? – mi disse con occhi cattivi. – Io non ammiro voi, per esempio, che sapete vincere lo sdegno con la compassione.

            – In questo caso, non dovrebbe ammirare neanche se stessa, – dissi sorridendo. – Pensi un po’ e dica perché mi ha invitato a venire da lei questa mattina?

            – Credete per compassione di quel… disgraziato, come voi avete detto?

            – O di lui, o di qualche altro, o di lei stessa.

            – Nient’affatto! – negò con impeto. – No! No! Voi v’ingannate! Nessuna compassione, per nessuno! Io voglio esser questa; io voglio restare così. Io v’ho invitato a venire perché gli facciate intendere che non ho compassione di lui e non ne avrò mai!

            – Ma, intanto, non vuole fargli del male.

            – Voglio fargli del male, appunto, lasciandolo dov’è e com’è.

            – Ma se lei è così senza compassione, non gli farebbe maggior male, accostandolo a sé? Lei vuole invece allontanarlo…

            – Ma perché voglio io, io, restare così! Farei maggior male a lui, sì; ma farei un bene a me, perché mi vendicherei sopra di lui, anziché sopra di me. E che male credete che potrebbe venirmi da uno come lui? Non lo voglio io, capite? Non perché abbia compassione di lui, ma perché mi piace di non averne di me. Non m’importa del suo male, né m’importa di dargliene uno maggiore. Gli basta quello che ha. Vada a piangere lontano! Io non voglio piangere.

            – Temo, – dissi, – che non abbia più voglia di piangere neanche lui.

            – E che vuol fare?

            – Mah! Non essendo, come le ho detto, capace di nulla; nell’animo in cui si trova, potrebbe essere purtroppo capace di tutto.

            – Non lo temo, non lo temo! Vedete? è questo! Vi ho invitato a venire dame per dirvi questo, per farvi intender questo e perché voi, a vostra volta, glielo facciate intendere. Non temo mi possa venire da lui nessun male, neppure se m’uccidesse, neppure se, per causa sua, dovessi andare a finire in prigione! Corro anche questo rischio, sapete! Deliberatamente, mi sono esposta anche a questo rischio. Perché so con chi ho da fare. E non temo. Mi sono illusa di sentire un po’ di timore: mi sono adoperata, in questa illusione, ad allontanare di qua uno che minacciava violenze su me, su tutti. Non è vero. Ho agito freddamente, non per timore! Qualunque male, anche questo, sarebbe minore per me. Un altro delitto, la prigione, la morte stessa, sarebbero per me mali minori di quello che soffro adesso e nel quale voglio restare. Guaj a lui se tenta di suscitarmi un po’ di compassione per me stessa o per lui. Non ne ho! Se voi ne avete per lui, voi che ne avete tanta per tutti, fate, fate che se ne vada! Ecco quello che desidero da voi, appunto perché io non temo di nulla!

            Questo mi disse, mostrando in tutta la persona la smania disperata di non sentire veramente ciò che avrebbe voluto sentire.

            Restai un tratto in una perplessità piena di sgomento, d’angoscia e d’ammirazione anche; poi tornai ad aprir le braccia e, per non promettere invano, le dissi del mio proposito di recarmi alla villetta di Sorrento.

            Ella stette ad ascoltarmi, ristretta in sé, forse per attutire il bruciore che il ricordo di quella villetta e delle due donne sconsolate le cagionava; chiuse gli occhi dolorosamente; negò col capo; disse:

            – Non otterrete nulla.

            – Chi sa! – sospirai. – Almeno per provare.

            Mi strinse forte la mano:

            – Forse, – disse, – farò anch’io qualche cosa per voi.

            La guardai negli occhi, più costernato che curioso:

            – Per me? E che cosa?

            Alzò le spalle; sorrise con pena.

            – Dico, forse… Qualche cosa. Vedrete.

            – Io la ringrazio, – soggiunsi. – Ma non vedo proprio che cosa ella possa fare per me. Ho chiesto sempre così poco alla vita, e meno che mai intendo di chiederle ora. Non le chiedo anzi, proprio, più nulla, signora.

            La salutai e andai via con l’animo sospeso da questa promessa misteriosa.

            Che vorrà fare? Freddamente, come avevo supposto, ella ha fatto andar via Carlo Ferro, pur prevedendo senz’alcun timore, né per sé né per lui né per gli altri, ch’egli da un momento all’altro possa piombar qui a commettere anche un delitto. E può, in questa previsione, pensar di fare qualche cosa per me? Che cosa? Come c’entro io in tutto questo tristo groviglio? Intende d’avvilupparmi in qualche modo in esso? e per che modo? Di me non ha potuto scorger altro, che l’amicizia lontana per Giorgio Mirelli e ora un sentimento vano per la signorina Luisetta. Non può prendermi né per quell’amicizia con uno già morto, né per questo sentimento che ora muore in me.

            Eppure, chi sa? Non riesco a tranquillarmi.


 IV. 

            La villetta.

            Era quella? Possibile che fosse quella?

            Eppure, di mutato, non c’era nulla, o ben poco. Solo quel cancello un po’ più alto, quei due pilastri un po’ più alti, in luogo dei pilastrini d’un tempo, da uno dei quali nonno Carlo aveva fatto strappare la targhetta di marmo col suo nome.

            Ma poteva quel cancello nuovo aver mutato così tutta l’aria della villetta antica?

            Riconoscevo ch’era quella, e mi pareva impossibile che fosse; riconoscevo ch’era rimasta tal quale, e perché dunque mi sembrava un’altra?

            Che tristezza! Il ricordo che cerca di rifarsi vita e non si ritrova più nei luoghi che sembrano cangiati, che sembrano altri, perché il sentimento è cangiato, il sentimento è un altro. Eppure credevo d’essere accorso a quella villetta col mio sentimento d’allora, col mio cuore d’un tempo!

            Ecco. Sapendo bene che i luoghi non hanno altra vita, altra realtà fuori di quella che noi diamo a loro, io mi vedevo costretto a riconoscere con sgomento; con accoramento infinito: «Come sono cangiato!». La realtà ora è questa. Un’altra.

            Sonai il campanello. Un altro suono. Ma ormai non sapevo più se dipendesse da me o perché il campanello era un altro. Che tristezza!

            Si presentò un vecchio giardiniere, senza giacca, le maniche rimboccate fino al gomito, con l’annaffiatojo in mano e in capo un cappelluccio senza falde, calcato sul cocuzzolo come uno zucchetto da prete.

            – Donna Rosa Mirelli?

            – Chi?

            – È morta?

            – Ma chi dite?

            – Donna Rosa…

            – Ah, se è morta? E chi lo sa?

            – Non sta più qui?

            – Ma io non so di che donna Rosa mi andate parlando. Qui non ci sta. Qui ci sta Pèrsico, don Filippo, il cavaliere.

            – Ha moglie? Donna Duccella?

            – Nossignore. È vedovo. Sta in città.

            – Qui allora non c’è nessuno?

            – Ci sono io, Nicola Tavuso, il giardiniere.

            I fiori delle due siepi lungo il vialetto d’entrata, rossi, gialli, bianchi, erano immobili e come smaltati nell’aria limpida silenziosa, stillanti ancora della recente annaffiatura. Fiori nati jeri, ma su quelle siepi antiche. Li guardai: mi sconfortarono; dicevano che veramente c’era Tavuso lì adesso, per loro, che li annaffiava bene ogni mattina, e glien’erano grati: freschi, senza odore, ridenti di tutte quelle stille d’acqua.

            Per fortuna, sopravvenne una vecchia contadina, popputa ventruta fiancuta, enorme sotto una grossa cesta d’erbaggi, con un occhio chiuso gravato dalla pàlpebra gonfia e rossa, e l’altro vivo vivo, limpido, cilestre, invetrato di lagrime.

            – Donna Rosa? Vih! la padrona antica… Tant’anni che non ci sta più… Viva, sissignore, poverella, come no? Vecchierella… con la nipote, sissignore… donna Duccella, sissignore… Buona gente! tutta di Dio… Non ha voluto mondo, niente… Qui la casa l’hanno venduta, sissignore, da tant’anni a don Filippo ’u sùrice…

            – Pèrsico, il cavaliere.

            – Andate, don Nicò, che don Filippo è conosciuto! Ne’, signo’, voi venite con me, che vi ci porto io da donna Rosa, accosto alla Chiesa Nuova.

            Prima d’andare, guardai un’ultima volta la villetta. Non era più niente; d’un tratto più niente; come se la vista mi si fosse all’improvviso snebbiata. Eccola là: meschina meschina, vecchia, vuota… più niente! E allora, forse… nonna Rosa, Duccella.,. Niente più, neppur esse? ombre di sogno, ombre mie dolci, ombre mie care, e niente altro?

            Sentii freddo. Una durezza nuda, sorda, gelida. Le parole di quella contadina grassa: –Buona gente! Tutta di Dio… Non ha voluto mondo… –. Ci sentii la chiesa: dura nuda gelida. Tra quel verde che non rideva più… Ma dunque?

            Mi lasciai guidare. Non so che discorso lungo su quel don Filippo, a cui stava benesùrice, perché… – un perché che non finiva mai… il governo passato… lui no, suo padre… uomo di Dio anche lui, ma… il suo, almeno per quello che si diceva… –. E con la stanchezza, nella stanchezza, andando, tante impressioni di realtà sgradevole, dura, nuda, gelida…, un asino pieno di mosche che non voleva andare, la strada sudicia, un muro screpolato, il sudor fetido di quella donna grassa… Ah, che tentazione di svoltare per la stazione e riprendere il treno! Due, tre volte fui lì lì; mi trattenni; dissi: – Vediamo!

            Una scaletta angusta, lercia, umida, quasi buja; e la vecchia che mi gridava da sotto:

            – Diritto, andate diritto… Sù, al secondo piano… Il campanello è rotto, signo’… Picchiate forte; è sorda; picchiate forte.

            Come se fossi sordo io… «Qua?», dicevo tra me, salendo. «Come si sono ridotte qua? Cadute in miseria? Forse, due donne sole… Quel don Filippo…»

            Al pianerottolo del secondo piano, due vecchie porte, basse, ritinte di fresco. Da una pendeva il cordoncino frusto del campanello. L’altra non ne aveva. Questa o quella? Picchiai prima a questa, forte, con la mano, una, due, tre volte. Mi provai a tirare il campanello dell’altra: non sonava. Qua, allora? E picchiai qua, forte, tre volte, quattro volte… Niente! Ma come? sorda anche Duccella? o non era in casa con la nonna? Ripicchiai più forte. Stavo per andarmene, quando sentii per la scala le pedate grevi e l’ànsito di qualcuno che saliva faticosamente. Una donna tozza, vestita d’uno di quegli abiti che si portano per voto, col cordoncino della penitenza: abito color caffè, voto alla Madonna del Carmelo. In capo e su le spalle, la spagnoletta di merletto nero; in mano, un grosso libro di preghiere e la chiave di casa.

            S’arrestò sul pianerottolo e mi guardò con gli occhi chiari, spenti nella faccia bianca, grassa, dalla bazza floscia: sul labbro, di qua e di là, agli angoli della bocca, alcuni peluzzi. Duccella.

            Mi bastava; avrei voluto scapparmene! Ah, fosse almeno rimasta con quell’aria apatica, da ebete, con cui mi si piantò davanti, ancora un po’ ansimante, sul pianerottolo! Ma no: volle farmi festa, volle esser graziosa, – lei, ora, così – con quegli occhi che non erano più i suoi, con quella faccia grassa e smorta di monaca, con quel corpo tozzo, obeso, e una voce, una voce e certi sorrisi che non riconoscevo più: festa, complimenti, cerimonie, come per una gran degnazione ch’io le facessi; e volle a ogni costo ch’entrassi a vedere la nonna che avrebbe avuto tanto piacere dell’onore… ma sì, ma sì…

            – Trasite, prego, trasite

            Per levarmela davanti le avrei dato uno spintone, anche a rischio di farle ruzzolare la scala! Che strazio molle! che cosa! Quella vecchia sorda, istolidita, senza più un dente in bocca, col mento aguzzo che le sbalzava orribilmente fin sotto il naso, biasciando a vuoto, e la lingua pallida che spuntava tra le labbra flaccide grinzose, e quegli occhiali grandi, che le ingrandivano mostruosamente gli occhi vani, operati di cateratta, tra le rade ciglia lunghe come antenne d’insetto!

            – Vi siete fatta la posizione (con la zeta dolce napoletana) – la posi-zzi-o-ne.

            Non mi seppe dir altro.

            Scappai via, senza che mi passasse neppur per ombra, un momento, il pensiero di muovere il discorso per cui ero venuto. Che dire? che fare? perché chieder notizie del loro stato? se erano davvero cadute in miseria, come dall’aspetto della casa si poteva argomentare? Consolatissime di tutto, stolide e beate con Dio! Ah! che orrore, la fede! Duccella, il fiore vermiglio… nonna Rosa, il giardino della villetta coi gelsomini di bella notte…

            In treno, mi parve di correre verso la follia, nella notte. In che mondo ero? Quel mio compagno di viaggio, uomo di mezza età, nero, con gli occhi ovati, come di smalto, i capelli lucidi di pomata, era sì lui di questo mondo; fermo e ben posato nel sentimento della sua tranquilla e ben curata bestialità, ci capiva tutto a meraviglia, senza inquietarsi di nulla; sapeva bene tutto ciò che gli importava di sapere, dove andava, perché viaggiava, la casa ove sarebbe sceso, la cena che lo aspettava. Ma io? Dello stesso mondo? Il viaggio suo e il mio… la sua notte e la mia… No, io non avevo tempo, né mondo, né nulla. Il treno era suo; ci viaggiava lui. Come mai ci viaggiavo anch’io? com’ero anch’io nel mondo dove stava lui? Come, in che era mia quella notte, se non avevo come viverla, nulla da farci? La sua notte e tutto il tempo l’aveva lui, quell’uomo di mezza età, che ora rigirava un po’ infastidito il collo nel bianchissimo solino inamidato. No, né mondo, né tempo, né nulla: io ero fuori di tutto, assente da me stesso e dalla vita; e non sapevo più dove fossi né perché ci fossi. Immagini avevo dentro di me, non mie, di cose, di persone; immagini, aspetti, figure, ricordi di persone, di cose che non erano mai state nella realtà, fuori di me, nel mondo che quel signore si vedeva attorno e toccava. Avevo creduto di vederle anch’io, di toccarle anch’io, ma che! non era vero niente! Non le avevo trovate più, perché non c’erano state mai: ombre, sogno… Ma come avevano potuto venirmi in mente? donde? perché? C’ero anch’io, forse, allora? c’era un io che ora non c’era più? Ma no: quel signore di mezza età mi diceva di no: che c’erano gli altri, ciascuno a suo modo e col suo mondo e col suo tempo: io no, non c’ero; sebbene, non essendoci, non avrei saputo dire dove fossi veramente e che cosa fossi, così senza tempo e senza mondo.

            Non capivo più nulla. E nulla capii, quando, arrivato a Roma e giunto a casa, verso le dieci della sera, trovai nella sala da pranzo, lieti, come se nulla fosse stato, come se una nuova vita fosse incominciata durante la mia assenza, Fabrizio Cavalena, ritornato medico e rientrato in famiglia, Aldo Nuti, la signorina Luisetta e la signora Nene, raccolti a cena.

            Come? perché? Che era avvenuto?

            Non potei vincere l’impressione, che fossero così lieti e riconciliati tra loro per farmi dileggio, per ricompensarmi con lo spettacolo di quella loro letizia della pena che m’ero dato per essi; non solo, ma che, sapendo in quale animo dovessi trovarmi al ritorno di quella gita, si fossero accordati per finire di sconvolgermi totalmente, facendomi trovare anche qua una realtà quale non mi sarei mai aspettata.

            Più di tutti lei, la signorina Luisetta, mi faceva dispetto, la signorina Luisetta che faceva la Duccella amorosa, quella Duccella, fiore vermiglio, di cui le avevo tanto parlato! Avrei voluto gridarle in faccia come l’avevo ora ritrovata laggiù, quella Duccella, e che smettesse, perdio, quella commedia, ch’era un’indegna e grottesca contaminazione! E anche a lui, al signorino, che pareva per prodigio ritornato quello di tant’anni fa, avrei voluto gridare in faccia, come e dove avevo ritrovate Duccella e nonna Rosa.

            Ma bravi tutti! Laggiù, quelle due poverette, beate con Dio, e beati voi qua col diavolo! Caro Cavalena, ma sì, ritornato non solo medico, ma anche bambino, sposino, accanto alla sposina! No, tante grazie: non c’è posto per me, tra voi: state comodi; non vi disturbate: non ho voglia né di mangiare, né di bere! Posso fare a meno di tutto, io. Ho sprecato per voi un po’ di quello che non mi serve affatto; voi lo sapete; un po’ di quel cuore che non mi serve affatto; perché a me serve soltanto la mano: nessun obbligo dunque di ringraziarmi! Anzi, scusate se vi ho disturbato. Il torto è mio, che ho voluto immischiarmi. State comodi, state comodi, e buona notte.

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1904 - Il fu Mattia Pascal1926 - Uno, nessuno e centomila

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