Quaderni di Serafino Gubbio, operatore – Quaderno Quinto

Quaderni di Serafino Gubbio, operatore – Quaderno Quinto

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 Quaderno quinto

 I.  

1915/1925 – Quaderni di Serafino Gubbio, operatore            Esco ora dalla stanza di Aldo Nuti. È quasi il tocco.

            La casa – dove passo la prima notte – dorme. Ha per me un alito nuovo, non ancor grato al mio respiro; aspetto di cose, sapor di vita, disposizione d’usi particolari, tracce d’abitudini ignote.

            Nel corridojo, appena richiuso l’uscio della stanza del Nuti, tenendo un fiammifero acceso tra le dita, ho visto davanti a me, vicinissima, enorme nell’altra parete, la mia ombra. Smarrito nel silenzio della casa, mi sentivo l’anima così piccola, che quella mia ombra al muro, così grande, m’è sembrata l’immagine della paura.

            In fondo al corridojo, un uscio; davanti a quell’uscio, su la guida, un pajo di scarpette: quelle della signorina Luisetta. Mi son fermato un momento a guardar la mia ombra mostruosa, che s’allungava verso quell’uscio, e m’è sembrato che quelle scarpette fossero là per tener lontana la mia ombra. A un tratto, dietro quell’uscio, la vecchia cagnetta Piccinì, forse già con le orecchie tese, in guardia fin dal primo rumore dell’uscio schiuso, ha emesso due rochi latrati. Al rumore non ha abbajato; ma ha sentito ch’io mi son fermato un momento; ha sentito arrivare il mio pensiero alla cameretta della sua padroncina, e ha abbajato.

            Eccomi nella mia nuova stanza. Ma non doveva esser questa. Quando sono venuto a portare le mie robe, Cavalena, davvero lietissimo d’avermi in casa, non solo per la viva simpatia e la grande confidenza che gli ho subito ispirato, ma forse anche perché spera più facile per mio mezzo l’entratura alla Kosmograph, m’aveva assegnato l’altra stanza, più larga, più comoda, meglio addobbata.

            Certo, né lui né la signora Nene han voluto e disposto il cambiamento. L’avrà voluto la signorina Luisetta, che con tanta attenzione e tanto sbigottimento questa mattina, andando via dalla Kosmograph, ascoltò in vettura il mio sommario ragguaglio sui casi del Nuti. Sì, è stata lei, senza dubbio. Me l’hanno or ora confermato quelle sue scarpette davanti all’uscio, su la guida del corridojo.

            Ne provo dispiacere, non per altro, ma per questo: che io stesso, se questa mattina mi avessero fatto vedere tutt’e due le stanze, avrei lasciato quella per il Nuti, e avrei scelta questa per me. La signorina Luisetta l’ha indovinato così bene, che senza dirmene nulla ha tolto di là le mie robe e le ha passate qui. Certamente, se ella non l’avesse fatto, avrei provato dispiacere vedendo alloggiato qui, in questa stanza più piccola e meno comoda, il Nuti. Ma debbo pensare che ella ha voluto risparmiarmi questo dispiacere? Non posso. L’aver fatto lei, senza dirmene nulla, quel che avrei fatto io, m’offende, pur riconoscendo che doveva farsi così, anzi appunto perché riconosco che doveva farsi così.

            Ah, che effetto prodigioso fanno alle donne le lagrime negli occhi d’un uomo, massime se lagrime d’amore! Ma voglio esser giusto: l’hanno fatto anche a me.

            Mi ha tenuto di là circa quattro ore. Voleva seguitare a dire e a piangere: gliel’ho impedito, per pietà de’ suoi occhi specialmente. Non ho mai veduto due occhi ridursi, per il troppo piangere, così.

            Dico male. Non per il troppo piangere. Forse poche lagrime (n’ha versate senza fine), ma forse poche soltanto sarebbero bastate a ridurgli ugualmente gli occhi in quello stato.

            Eppure, è strano! Pare che non pianga lui. Per quel che dice, per quel che si propone di fare, non ha ragione né, certo, voglia di piangere. Le lagrime gli bruciano gli occhi, le gote, e perciò sa che piange; ma non sente il suo pianto. I suoi occhi piangono quasi per un dolore non suo, per un dolore quasi delle lagrime stesse. Il suo dolore è feroce e non vuole e sdegna quelle lagrime.

            Ma più strano ancora m’è sembrato questo: che quando invece a un certo punto, parlando, il suo sentimento s’è accostato – per così dire – alle lagrime, queste d’un tratto gli son venute meno. Mentre la voce gli s’inteneriva e gli tremava, gli occhi, al contrario – quegli occhi insanguati e disfatti poc’anzi dal pianto – gli sono diventati arsi e duri: feroci.

            Quel ch’egli dice e i suoi occhi non possono dunque andar d’accordo.

            Ma è lì, in quegli occhi, e non in quel che dice, il suo cuore. E perciò di quegli occhi specialmente ho avuto pietà. Non dica e pianga; pianga e senta il suo pianto: è il meglio che possa fare.

            Mi giunge, a traverso la parete, il rumore de’ suoi passi. Gli ho consigliato d’andare a letto, di provarsi a dormire. Dice che non può; che ha perduto il sonno, da tempo. Chi gliel’ha fatto perdere? Non il rimorso certamente, a stare a quel che dice.

            È tra i tanti fenomeni dell’anima umana uno de’ più comuni e insieme de’ più strani da studiare, questo della lotta accanita, rabbiosa, che ogni uomo, per quanto distrutto dalle sue colpe, vinto e disfatto nel suo cordoglio, s’ostina a durare contro la propria coscienza, per non riconoscere quelle colpe e non farsene un rimorso. Che le riconoscano gli altri e lo puniscano per esse, lo imprigionino, gl’infliggano i più crudeli supplizii e lo uccidano, non gl’importa; purché non le riconosca lui, contro la propria coscienza che pur gliele grida!

            Chi è lui? Ah, se ognuno di noi potesse per un momento staccar da sé quella metafora di se stesso, che inevitabilmente dalle nostre finzioni innumerevoli, coscienti e incoscienti, dalle interpretazioni fittizie dei nostri atti e dei nostri sentimenti siamo indotti a formarci; si accorgerebbe subito che questo lui è un altro, un altro che non ha nulla o ben poco da vedere con lui; e che il vero lui è quello che grida, dentro, la colpa: l’intimo essere, condannato spesso per tutta intera la vita a restarci ignoto! Vogliamo a ogni costo salvare, tener ritta in piedi quella metafora di noi stessi, nostro orgoglio e nostro amore. E per questa metafora soffriamo il martirio e ci perdiamo, quando sarebbe così dolce abbandonarci vinti, arrenderci al nostro intimo essere, che è un dio terribile, se ci opponiamo ad esso; ma che diventa subito pietoso d’ogni nostra colpa, appena riconosciuta, e prodigo di tenerezze insperate. Ma questo sembra un negarsi, e cosa indegna d’un uomo; e sarà sempre così, finché crederemo che la nostra umanità consista in quella metafora di noi stessi.

            La versione che Aldo Nuti dà degli avvenimenti da cui è stato travolto – pare impossibile! – tende sopra tutto a salvare questa metafora, la,sua vanità maschile, la quale, pur ridotta davanti a me in quello stato miserando, non vuole tuttavia rassegnarsi a confessare d’essere stata un giocattolo sciocco in mano a una donna: un giocattolo, un pagliaccetto, che la Nestoroff, dopo essersi divertita un po’ a fargli aprire e chiudere in atto supplice le braccia, premendo con un dito la troppo appariscente molla a mantice sul petto, buttò via in un canto, fracassandolo.

            S’è rimesso sù, il pagliaccetto fracassato; la faccina, le manine di porcellana, ridotte una pietà: le manine senza dita, la faccina senza naso, tutta crepe, scheggiata; la molla a mantice del petto ha forato il giubbetto di lana rossa ed è scattata fuori, rotta; eppure, no, ecco: il pagliaccetto grida di no, che non è vero che quella donna gli ha fatto aprire e chiudere in atto supplice le braccia per riderne, e che, dopo averne riso, l’ha fracassato così. Non è vero!

            D’accordo con Duccella, d’accordo con nonna Rosa egli seguì dalla villetta di Sorrento a Napoli i due fidanzati, per salvare il povero Giorgio, troppo ingenuo e accecato dal fascino di quella donna. Non ci voleva mica molto a salvarlo! Bastava dimostrargli e fargli toccar con mano, che quella donna ch’egli voleva far sua sposandola, poteva esser sua, com’era stata d’altri, come sarebbe stata di chiunque, senza bisogno di sposarla. Ed ecco che, sfidato dal povero Giorgio, s’impegnò di fargli subito questa prova. Il povero Giorgio la credeva impossibile, perché, al solito, per la tattica comunissima a tutte codeste donne, la Nestoroff a lui non aveva mai voluto concedere neanche il minimo favore, e a Capri la aveva veduta così sdegnosa di tutti, appartata e altera! Fu un tradimento orribile. Non già il suo, ma quello di Giorgio Mirelli! Aveva promesso che, avuta la prova, si sarebbe allontanato subito da quella donna: invece, s’uccise.

            Questa è la versione che Aldo Nuti vuol dare del dramma.

            Ma come, dunque? Il giuoco l’ha fatto lui, il pagliaccetto? e perché s’è fracassato così? se era un giuoco così facile?

            Via queste domande, e via ogni meraviglia. Qua bisogna far vista di credere. Non deve affatto scemare, ma anzi crescere la pietà per il prepotente bisogno di mentire di questo povero pagliaccetto, che è la vanità di Aldo Nuti: la faccina senza naso, le manine senza dita, la molla del petto rotta, scattata fuori del giubbetto stracciato, lasciamolo mentire! Tanto, ecco, la menzogna gli serve per piangere di più.

            Non sono lagrime buone, perché egli non vuol sentirvi il suo dolore. Non le vuole e le sdegna. Vuol far altro che piangere, e bisognerà tenerlo d’occhio. Perché è venuto qua? Non ha da vendicarsi di nessuno, se il tradimento l’ha fatto Giorgio Mirelli, uccidendosi e gettando il suo cadavere tra la sorella e il fidanzato. Così gli ho detto.

            – Lo so, – m’ha risposto. – Ma è pur lei, questa donna, la causa di tutto! Se lei non fosse venuta a turbare la giovinezza di Giorgio, ad adescarlo, a irretirlo con certe arti che veramente solo per un inesperto possono esser perfide, non perché non siano perfide in sé, ma perché uno come me, come lei, subito le riconosce per quel che sono: vipere, che si rendono innocue, strappando i denti noti del veleno; ora io non mi troverei così: non mi troverei così! Ella vide subito in me il nemico, capisce? E mi volle mordere di furto. Fin da principio, io, apposta, le lasciai credere che le sarebbe stato facilissimo mordermi. Volevo che addentasse, appunto per strapparle quei denti. E ci riuscii. Ma Giorgio, Giorgio, Giorgio era avvelenato per sempre! Avrebbe dovuto farmi capire ch’era inutile ch’io mi provassi ormai a strappare i denti a quella vipera…

            – Ma che vipera, scusi! – non ho potuto tenermi dal fargli notare. – Troppa ingenuità per una vipera, scusi! Rivolgere a lei i denti così presto, così facilmente… Tranne che non l’abbia fatto per cagionare la morte di Giorgio Mirelli.

            – Forse!

            – E perché? Se già era riuscita nell’intento di farsi sposare? E non s’è subito arresa al suo giuoco? non s’è fatti strappare i denti prima d’ottenere lo scopo?

            – Ma non lo sospettava!

            – E che vipera, allora, via! Vuole che una vipera non sospetti? Avrebbe morso dopo, una vipera, non prima! Se ha morso prima, vuol dire che… o non era una vipera, o per Giorgio ha voluto perdere i denti. Scusi… no, aspetti… per carità, mi stia ad ascoltare… Le dico questo, perché… son d’accordo con lei, guardi… ella ha voluto vendicarsi, ma prima, soltanto in principio, di Giorgio. Questo lo credo; l’ho pensato sempre.

            – Vendicarsi di che?

            – Forse d’un affronto, che nessuna donna sopporta facilmente.

            – Ma che donna, colei!

            – E via, una donna, signor Nuti! Lei che le conosce bene, sa che sono tutte le stesse, specialmente su questo punto.

            – Che affronto? Non capisco.

            – Guardi: Giorgio era tutto preso dalla sua arte, è vero?

            – Sì.

            – Trovò a Capri questa donna, che si prestò a essere oggetto di contemplazione per lui, per la sua arte.

            – Apposta, sì.

            – E non vide, non volle vedere in lei altro che il corpo, ma solo per carezzarlo su una tela co’ suoi pennelli, col giuoco delle luci e dei colori. E allora ella, offesa e indispettita, per vendicarsi, lo sedusse: sono d’accordo con lei! e, sedottolo, per vendicarsi ancora, per vendicarsi meglio, gli resistette, è vero? finché Giorgio, accecato, pur d’averla, le propose il matrimonio, la condusse a Sorrento dalla nonna, dalla sorella.

            – No! Lo volle lei! lo impose lei!

            – Va bene, sì; e potrei dire: affronto per affronto; ma no, io ora voglio stare a ciò che ha detto lei, signor Nuti! E ciò che ha detto lei mi fa pensare, ch’ella abbia imposto a Giorgio d’esser condotta lì in casa della nonna e della sorella, aspettandosi che Giorgio si ribellasse a questa imposizione perché ella vi trovasse il pretesto di sciogliersi dall’impegno di sposarlo.

            – Sciogliersi? Perché?

            – Ma perché già aveva ottenuto lo scopo! La vendetta era raggiunta: Giorgio, vinto, accecato, preso di lei, del suo corpo, fino a volerla sposare! Questo le bastava, e non voleva più altro! Tutto il resto, le nozze, la convivenza con lui che certamente subito dopo si sarebbe pentito, sarebbero state l’infelicità per lei e per lui, una catena. E forse ella non ha pensato soltanto a sé; ha avuto anche pietà di lui!

            – Dunque lei crede?

            – Ma me lo fa creder lei, me lo fa pensar lei, che ritiene perfida questa donna! A stare a ciò che dice lei, signor Nuti, per una perfida non è logico ciò che ha fatto. Una perfida che vuole le nozze e prima delle nozze si dà a lei così facilmente…

            – Si dà a me? – ha gridato a questo punto, scattando, Aldo Nuti, messo dalla mia logica con le spalle al muro. – Chi le ha detto che si sia data a me? Io non l’ho avuta, non l’ho avuta… Crede ch’io abbia potuto pensare d’averla? Io dovevo avere soltanto la prova, che non sarebbe mancato per lei… una prova da mostrare a Giorgio!

            Sono rimasto per un momento sbalordito a mirarlo in bocca.

            – E quella vipera gliel’ha data subito? E lei ha potuto averla facilmente, questa prova? Ma dunque, ma dunque, scusi…

            Ho creduto che finalmente la mia logica avesse in pugno la vittoria così, che non sarebbe stato più possibile strappargliela. Devo ancora imparare, che proprio nel momento in cui la logica, combattendo con la passione, crede d’avere acciuffata la vittoria, la passione con una manata improvvisa gliela ristrappa, e poi a urtoni, a pedate, la caccia via con tutta la scorta delle sue codate conseguenze.

            Se quest’infelice, evidentissimamente raggirato da quella donna, per un fine che mi par d’aver indovinato, non potè neanche farla sua, e gli è rimasta perciò anche questa rabbia in corpo, dopo tutto quello che gli è toccato soffrire, perché quel pagliaccetto sciocco della sua vanità credette forse davvero in principio di poter facilmente giocare con una donna come la Nestoroff; che volete più ragionare? possibile indurlo ad andarsene? costringerlo a riconoscere che non avrebbe nessun motivo di cimentare un altr’uomo, di aggredire una donna che non vuol saperne di lui?

            Eppure… eppure ho cercato d’indurlo a partire, e gli ho domandato che voleva, infine, e che sperava da quella donna.

            – Non lo so, non lo so, – m’ha gridato. – Deve stare con me, deve soffrire con me. Io non posso più farne a meno, io non posso più star solo, così. Ho cercato finora, ho fatto di tutto per vincere Duccella; ho messo tanti amici di mezzo; ma capisco che non è possibile. Non credono al mio strazio, alla mia disperazione. E ora io ho bisogno, bisogno d’aggrapparmi a qualcuno, di non essere più così solo. Lei lo capisce: impazzisco! impazzisco! So che non vai nulla quella donna; ma le dà prezzo ora tutto quello che ho sofferto e soffro per lei. Non è amore, è odio, è il sangue che s’è versato per lei! E poiché s’è voluto affogare in questo sangue per sempre la mia vita, bisogna ora che vi stiamo tuffati tutti e due insieme, aggrappati, io e lei, non io solo! Non posso più star solo così!

            Sono uscito dalla sua stanza, senza neanche il piacere d’avergli offerto uno sfogo che potesse alleggerirgli un po’ il cuore. Ed ecco che io ora posso aprire la finestra e mettermi a contemplare il cielo, mentr’egli di là si strazia le mani e piange, divorato dalla rabbia e dal cordoglio. Se rientrassi di là, nella sua stanza, e gli dicessi con gioja: «Signor Nuti, sa? ci sono le stelle! Lei certo se n’è dimenticato; ma ci sono le stelle!», che avverrebbe? A quanti uomini, presi nel gorgo d’una passione, oppure oppressi, schiacciati dalla tristezza, dalla miseria, farebbe bene pensare che c’è, sopra il soffitto, il cielo, e che nel cielo ci sono le stelle. Anche se Tesserci delle stelle non ispirasse loro un conforto religioso. Contemplandole, s’inabissa la nostra inferma piccolezza, sparisce nella vacuità degli spazii, e non può non sembrarci misera e vana ogni ragione di tormento. Ma bisognerebbe avere in sé, nel momento della passione, la possibilità di pensare alle stelle. Può averla uno come me, che da un pezzo guarda tutto e anche se stesso come da lontano. Se entrassi di là a dire al signor Nuti che nel cielo ci sono le stelle, mi griderebbe forse di salutargliele cacciandomi via, a modo di un cane.

            Ma posso io ora, come vorrebbe Polacco, costituirmi suo guardiano? M’immagino come tra poco mi guarderà Carlo Ferro, vedendomi alla Kosmograph con lui accanto. E Dio sa, che non ho alcuna ragione d’esser più amico dell’uno che dell’altro.

            Io vorrei seguitare a fare, con la consueta impassibilità, l’operatore. Non m’affaccerò alla finestra. Ahimè, da che è venuto alla Kosmograph quel maledetto Zeme, vedo anche nel cielo una meraviglia da cinematografo.


 II. 

            – È dunque un affar serio? – è venuto a chiedermi in camera Cavalena, misteriosamente, questa mattina.

            Il pover’uomo teneva in mano tre fazzoletti. A un certo punto, dopo molte commiserazioni per quel caro «barone» (cioè il Nuti) e molte considerazioni su le innumerevoli infelicità umane, come in prova di queste infelicità, mi ha sciorinato davanti quei tre fazzoletti, prima uno, poi l’altro e poi l’altro, esclamando:

            – Guardi!

            Erano tutti e tre sforacchiati, come rosicchiati dai topi.

            Li ho guardati con pietà e con meraviglia; poi ho guardato lui, mostrando chiaramente che non capivo nulla. Cavalena starnutì, o piuttosto, mi parve che starnutisse. No. Aveva detto:

            – Piccinì.

            Vedendosi guardato da me con quell’aria stordita, mi mostrò di nuovo i fazzoletti e ripetè:

            – Piccinì.

            – La cagnetta?

            Socchiuse gli occhi e tentennò il capo con tragica solennità.

            – Lavora bene, a quanto pare, – dissi io.

            – E non posso dirle niente! – esclamò Cavalena. – Perché è l’unico essere, qua, in casa mia, da cui mia moglie si senta amata e da cui non tema inimicizie. Ah, signor Gubbio, creda, la natura è infame assai. Nessuna disgrazia può essere maggiore e peggiore della mia. Avere una moglie che si sente amata soltanto da una cagna! E non è vero, sa? Quella bestiaccia non ama nessuno! La ama lei, mia moglie, e sa perché? perché con quella bestia solamente ella può sperimentare d’avere un cuore riboccante di carità. E vedesse come se ne consola! Tiranna con tutti, questa donna diventa la schiava d’una vecchia, brutta bestia, che… l’ha veduta?… brutta, le zampe a róncolo, gli occhi cisposi… E tanto più la ama, quanto più s’accorge che tra essa e me s’è stabilita ormai da un pezzo un’antipatia, signor Gubbio, invincibile! invincibile! Questa brutta bestia, sicura che io, sapendola così protetta dalla padrona, non le allungherò mai quel calcio che la sventrerebbe, che la ridurrebbe – le giuro, signor Gubbio – una poltiglia, mi fa con la più irritante placidità tutti i dispetti possibili e immaginabili, veri soprusi: mi sporca costantemente il tappeto dello studio; si trattiene apposta di far per istrada i suoi bisogni, per venirmeli a fare sul tappeto dello studio, e mica piccoli, sa? grandi e piccoli; si sdraja su le poltrone, sul canapè dello studio; rifiuta i cibi e mi rosicchia tutti i panni sporchi: ecco qua, tre fazzoletti, jeri, e poi camice, tovaglioli, asciugamani, foderette; e bisogna ammirarla e ringraziarla, perché questo rosicchiamento sa che significa per mia moglie? Affezione! Sicuro. Significa che la cagnetta sente l’odore dei padroni. – Ma come? E se lo mangia? – Non sa quello che fa: così le risponderebbe mia moglie. S’è rosicchiato più di mezzo corredo. Devo star zitto, abbozzare, abbozzare, perché subito altrimenti mia moglie troverebbe l’appiglio per dimostrarmi ancora una volta, quattro e quattr’otto, la mia brutalità. Proprio così! Fortuna, signor Gubbio, sempre dico, fortuna che son medico! Ho l’obbligo da medico, di capire che questo sviscerato amore per una bestia è anch’esso un sintomo del male! Tipico, sa?

            Stette a guardarmi un po’, indeciso, perplesso: poi, indicandomi una sedia, domandò:

            – Permette?

            – Ma si figuri! – gli dissi.

            Sedette; riguardò uno dei fazzoletti, scrollando il capo; poi, con un sorriso squallido, quasi supplice:

            – Non l’annojo, è vero? non la disturbo?

            Lo assicurai calorosamente che non mi disturbava affatto.

            – So, vedo che lei è un uomo di cuore… mi lasci dire! un uomo tranquillo, ma che sa comprendere e compatire. E io…

            S’interruppe, turbato in volto, tese l’orecchio, s’alzò precipitosamente:

            – Mi pare che Luisetta m’abbia chiamato…

            Tesi anch’io l’orecchio, dissi:

            – No, non mi pare.

            Dolorosamente si portò le mani su la parrucca e se la calcò sul capo.

            – Sa che m’ha detto jersera Luisetta? «Babbo, non ricominciare.» Io sono, signor Gubbio, un uomo esasperato! Per forza. Imprigionato qua in casa, dalla mattina alla sera, senza veder mai nessuno, escluso dalla vita, non posso sfogare la rabbia per l’iniquità della mia sorte! E Luisetta dice che faccio scappare tutti gl’inquilini!

            – Oh, ma io… – feci per protestare.

            – No, è vero, sa? è vero! – m’interruppe Cavalena. – E lei, che è così buono, mi deve promettere fin d’ora che, appena io la stanco, appena io l’annojo, mi prenderà per le spalle e mi butterà fuori dell’uscio! Me lo prometta, per carità. Qua, qua: mi deve dar la mano, che farà così.

            Gli diedi la mano, sorridendo:

            – Ecco… come vuol lei… per contentarla.

            – Grazie! Così sono più tranquillo. Io sono cosciente, signor Gubbio, non creda! Ma cosciente, sa di che? Di non essere più io! Quando s’arriva a toccare questo fondo, cioè a perdere il pudore della propria sciagura, l’uomo è finito! Ma io non l’avrei perduto, questo pudore! Ero così geloso della mia dignità! Me l’ha fatto perdere questa donna, gridando la sua follia. La mia sciagura è nota a tutti, oramai! Ed è oscena, oscena, oscena.

            – Ma no… perché?

            – Oscena! – gridò Cavalena. – Vuol vedala? Guardi! Eccola qua!

            E, in così dire, s’acciuffò con due dita la parrucca e se la tirò sù dal capo. Restai, quasi atterrito, a mirare quel cranio nudo, pallido, di capro scorticato, mentre Cavalena, con le lagrime agli occhi, seguitava:

            – Può non essere oscena, dica lei, la sciagura d’un uomo ridotto così e di cui la moglie sia ancora gelosa?

            – Ma se lei è medico! se lei sa che è una malattia! – m’affrettai a dirgli, afflitto, alzando le mani quasi per ajutarlo subito a ricalcarsi sul capo quella parrucca.

            Se la ricalcò, e disse:

            – Ma appunto perché sono medico e so che è una malattia, signor Gubbio! Questa è la sciagura! che sono medico! Se potessi non sapere ch’ella lo fa per pazzia, io la caccerei fuori di casa, vede? mi separerei da lei, difenderei ad ogni costo la mia dignità. Ma sono medico! so che è pazza! e so dunque che tocca a me d’aver ragione per due, per me e per lei che non l’ha più! Ma avere ragione, per una pazza, quando la pazzia è così supremamente ridicola, signor Gubbio, che significa? significa coprirsi di ridicolo, per forza! significa rassegnarsi a sopportare lo strazio che questa pazza fa della mia dignità, davanti alla figlia, davanti alle serve, davanti a tutti, pubblicamente; ed ecco perduto il pudore della propria sciagura!

            – Papà!

            Ah, questa volta sì, chiamò davvero la signorina Luisetta.

            Cavalena subito si ricompose, si rassettò bene la parrucca sul capo, si raschiò la gola per cangiar voce, e ne trovò una fina fina, carezzevole e sorridente, per rispondere:

            – Eccomi, Sesè.

            E accorse, facendomi segno, con un dito, di tacere.

            Uscii anch’io, poco dopo, dalla mia stanza per vedere il Nuti. Origliai un po’ dietro l’uscio della stanza. Silenzio. Forse dormiva. Restai un po’ perplesso, guardai l’orologio: era già l’ora di recarmi alla Kosmograph; solo non avrei voluto lasciarlo, tanto più che Polacco mi aveva raccomandato espressamente di condurlo con me. A un tratto, mi parve di sentire come un sospiro forte, d’angoscia. Picchiai all’uscio. Il Nuti, dal letto, rispose:

            – Avanti.

            Entrai. La camera era al bujo. M’accostai al letto. Il Nuti disse:

            – Credo… credo d’aver la febbre…

            Mi chinai su lui; gli toccai una mano. Scottava.

            – Ma sì! – esclamai. – Ha la febbre, e forte. Aspetti. Chiamo il signor Cavalena. Il nostro padrone di casa è medico.

            – No, lasci… passerà! – diss’egli. – È lo strapazzo.

            – Certo, – risposi. – Ma perché non vuole che chiami Cavalena? Le passerà più presto. Permette che apra un po’ gli scuri?

            Lo guardai alla luce: mi fece spavento. La faccia color mattone, dura, tetra, stirata; il bianco degli occhi, jeri insanguato, divenuto quasi nero, tra le borse orribilmente enfiate; i baffi scomposti, appiccicati su le labbra arse, tumide, aperte.

            – Lei deve star male davvero.

            – Sì, male… – disse. – La testa…

            E levò una mano dalle coperte per posarsela a pugno chiuso su la fronte.

            Andai a chiamar Cavalena che parlava ancora con la figliuola in fondo al corridojo. La signorina Luisetta, vedendomi appressare, mi guardò con accigliata freddezza.

            Certo ha supposto che il padre m’ha già fatto un primo sfogo. Ahimè, mi vedo condannato ingiustamente a scontare così la troppa confidenza che il padre m’accorda.

            La signorina Luisetta m’è già nemica. Ma non solo per la troppa confidenza del padre, bensì anche per la presenza dell’altro ospite in casa. Il sentimento destato in lei da quest’altro ospite fin dal primo istante, esclude l’amicizia per me. L’ho subito avvertito. È vano ragionarci sopra. Sono quei moti segreti, istintivi, onde si determinano le disposizioni dell’animo e per cui da un momento all’altro, senza un perché apparente, si àlterano i rapporti tra due persone. Certo, ora, la nimicizia sarà cresciuta per il tono di voce e la maniera con cui io – avendo avvertito questo – quasi senza volerlo, annunziai che Aldo Nuti stava a letto, in camera sua, con la febbre. Si fece pallida pallida, in prima; poi, rossa rossa. Forse in quel punto stesso ella assunse coscienza del sentimento ancora indeterminato d’avversione per me.

            Cavalena accorse subito alla camera del Nuti; ella s’arrestò davanti all’uscio, quasi non volesse farmi entrare; tanto che fui costretto a dirle:

            – Scusi, permette?

            Ma, poco dopo, cioè quando il padre le ordinò d’andare a prendere il termometro per misurare la febbre, entrò nella camera anche lei. Non le staccai un momento gli occhi dal viso, e vidi che ella, sentendosi guardata da me, si sforzava violentemente di dissimulare la pietà e insieme lo sgomento che la vista del Nuti le cagionavano.

            L’esame è durato a lungo. Ma, tranne la febbre altissima e il male alla testa, Cavalena non ha potuto accertar altro. Usciti però dalla camera, dopo aver richiuso gli scuri della finestra, perché l’infermo non può soffrire la luce, Cavalena s’è mostrato costernatissimo. Teme che sia un’infiammazione cerebrale.

            – Bisogna chiamar subito un altro medico, signor Gubbio! Io, anche perché padrone di casa, capirà, non posso assumermi la responsabilità d’un male che stimo grave.

            M’ha dato un biglietto per quest’altro medico suo amico, che ha recàpito alla prossima farmacia, e io sono andato a lasciare il biglietto, e poi, già in ritardo, sono corso allaKosmograph.

            Ho trovato il Polacco su le spine, pentitissimo d’avere agevolato il Nuti in questa folle impresa. Dice che non si sarebbe mai e poi mai immaginato di vederlo nello stato in cui gli è apparso d’improvviso, inopinatamente, perché dalle lettere di lui, prima dalla Russia, poi dalla Germania, poi dalla Svizzera, non c’era da argomentarlo. Voleva mostrarmele, per sua giustificazione; ma poi, tutt’a un tratto se n’è dimenticato. L’annunzio della malattia l’ha quasi rallegrato o, per lo meno, sollevato da un gran peso, per il momento.

            – Infiammazione cerebrale? Oh senti, Gubbio, se morisse… Perdio, quando un uomo si riduce a questi estremi, quando diventa pericoloso a sé e agli altri, la morte… quasi quasi… Ma speriamo di no; speriamo che invece sia una crisi salutare. Tante volte, chi sa! Mi dispiace tanto per te, povero Gubbio, e anche per quel povero Cavalena… Questa tegola… Verrò; verrò stasera a trovarvi. Ma è provvidenziale, sai? Qua finora, tranne te, non lo ha veduto nessuno; nessuno sa che è arrivato. Silenzio con tutti, eh? M’hai detto che sarebbe prudente togliere al Ferro la parte nel film della tigre.

            – Ma senza fargli capire…

            – Bambino! Parli con me. Ho pensato a tutto. Guarda: jersera, poco dopo che siete andati via vojaltri, è venuta da me la Nestoroff.

            – Ah sì? Qua?

            – Deve aver fiutato in aria che il Nuti è arrivato. Caro mio, ha una gran paura! Paura del Ferro, non del Nuti. È venuta a domandarmi… così, come se nulla fosse, se era proprio necessario che ella seguitasse a venire alla Kosmograph, e anche a stare a Roma, dal momento che, tra poco, tutt’e quattro le compagnie saranno impegnate nel film della tigre, a cui ella non prenderà parte. Capisci? Io ho colto la palla al balzo. Le ho risposto che il commendator Borgalli ha ordinato che, prima che tutt’e quattro le compagnie siano impegnate, si finisca d’iscenare quei tre o quattro films rimasti in sospeso per alcuni esterni dal vero, per cui bisognerà andar lontano. C’è quello dei marinaj d’Otranto, di cui ha dato il soggetto Bertini. «Ma io non ci ho parte», ha detto la Nestoroff. «Lo so», le ho risposto, «ma ci ha parte il Ferro, la parte principale, e forse sarebbe meglio, più conveniente per noi, disimpegnarlo da quella che si è assunta nel film della tigre, e mandarlo laggiù col Bertini. Ma forse non vorrà accettare. Ecco, se lo persuadesse lei, signora Nestoroff.» Mi guardò negli occhi un pezzo… sai, come suol fare… poi disse: «Potrei…». E infine, dopo aver pensato un po’: «In questo caso, andrebbe lui solo laggiù; io resterei qua, in sua vece, per qualche parte, anche secondaria, nel film della tigre…».

            – Ah, e allora no! – non ho potuto tenermi di dire a questo punto al Polacco. – Solo, laggiù, Carlo Ferro non andrà, puoi esserne sicuro!

            Polacco s’è messo a ridere.

            – Bambino! Se colei vuole davvero, sta’ certo che andrà! Anche all’inferno andrà!

            – Non capisco. E perché lei vuol rimanere qua?

            – Ma non è vero! Lo dice… Non capisci che finge, per non darmi a vedere che teme del Nuti? Andrà anche lei, vedrai. O forse… o forse… chi sa! Vorrà davvero rimanere per incontrarsi qua, da sola, liberamente, col Nuti e fargli passar la voglia di tutto. È capace di questo e d’altro; capace di tutto. Ah, che guaio! Andiamo, andiamo intanto a lavorare. Oh, dimmi un po’: la signorina Luisetta? Bisogna che venga assolutamente per gli altri quadri delfilm.

            Gli dissi delle furie della signora Nene, e che Cavalena il giorno avanti era venuto per restituire (sebbene a malincuore, dal canto suo) il danaro e i regalucci. Polacco ripetè che sarebbe venuto, la sera, in casa del Cavalena per indurlo insieme con la signora Nene a far tornare la signorina Luisetta alla Kosmograph. Eravamo già all’entrata del reparto del Positivo: finii d’esser Gubbio e diventai una mano.


 III.

            Ho interrotto per parecchi giorni queste mie note.

            Sono stati giorni d’angoscia e di trepidazione. Non sono ancora del tutto passati; ma ormai la tempesta, scoppiata terribile nell’anima di quest’infelice che tutti qua a gara abbiamo assistito pietosamente e con tanta maggior sollecitudine, in quanto che a tutti era poco meno che ignoto e quel che di lui si sapeva e il suo aspetto e l’aria che recava con sé del suo destino persuadevano alla commiserazione e a un vivo interessamento al suo tristissimo caso; questa tempesta, dico, par che accenni di calmarsi a poco a poco. Se pure non è una breve tregua. Lo temo. Spesso, nel forte d’un uragano, lo scoppio formidabile d’un tuono riesce ad allargare un po’ il cielo; ma, poco dopo, la nuvolaglia, squarciata per un momento, torna a ragglomerarsi lenta lenta e più fosca, e l’uragano ingrossato si scatena di nuovo, più furioso di prima. La calma, infatti, in cui pare si raccolga a poco a poco l’anima del Nuti, dopo le furie deliranti e l’orribile frenesia di tanti giorni, è tremendamente cupa, proprio come quella di un cielo che si rincaverni.

            Nessuno se n’accorge, o mostra d’accorgersene, forse per il bisogno che è in tutti di trarre momentaneamente un respiro di sollievo dicendo che, a ogni modo, il forte è passato. Dobbiamo, vogliamo rassettare un po’, alla meglio, noi stessi, e anche tutte le cose che ci stanno attorno, investite dal turbine della pazzia; perché è rimasto non solo in tutti noi, ma pur nella stanza, negli oggetti stessi della stanza, quasi un attonimento di stupore, un’incertezza strana nell’apparenza delle cose, come un’aria di alienazione, sospesa e diffusa.

            Invano non s’assiste allo scoppio di un’anima che dal più profondo scagli sfranti e scompigliati i pensieri più reconditi, non confessati mai neppure a se stessa, i sentimenti più segreti e spaventosi, le sensazioni più strane che votano d’ogni senso consueto le cose, per darne loro subito un altro impensato, con una verità che avventa e si impone, sconcerta e atterrisce. Il terrore sorge dal riconoscere con un’evidenza spasimosa, che la pazzia s’annida e cova dentro a ciascuno di noi e che un nonnulla potrebbe scatenarla: l’allentarsi per poco di questa maglia elastica della coscienza presente: ed ecco che tutte le immagini in tanti anni accumulate e ora vaganti sconnesse; i frammenti d’una vita rimasta occulta, perché non potemmo o non volemmo rifletterla in noi al lume della ragione; atti ambigui, menzogne vergognose, cupi livori, delitti meditati all’ombra di noi stessi fino agli ultimi particolari, e ricordi obliati e desiderii inconfessati, irrompono in tumulto, con furia diabolica, ruggendo come belve. Più d’una volta noi tutti ci guardammo con la pazzia negli occhi, bastando il terrore dello spettacolo di quel pazzo, perché anche in noi si allentasse un poco questa maglia elastica della coscienza. E anche ora guatiamo obliquamente e andiamo a toccare con un senso di sgomento qualche oggetto della stanza, che fu per poco illuminato sinistramente d’un aspetto nuovo, pauroso, dall’allucinazione dell’infermo; e, andando nella nostra stanza, ci accorgiamo con stupore e con raccapriccio che… sì, veramente, anche noi siamo stati sopraffatti dalla pazzia, anche da lontano, anche soli: troviamo qua e là, segni evidenti, tanti oggetti, tante cose stranamente fuor di posto.

            Dobbiamo, vogliamo rassettarci, abbiamo bisogno di credere che l’infermo ora stia così, in questa calma cupa, perché ancora stordito dalla violenza degli ultimi accessi e ormai spossato, sfinito.

            Basta a sostenere quest’inganno un lievissimo sorriso di gratitudine ch’egli accenni appena appena con le labbra o con gli occhi alla signorina Luisetta: fiato, larva di luce impercettibile, che non spira, a mio credere, dall’infermo, ma è piuttosto soffuso sul volto di lui dalla dolce infermiera, appena s’accosti e si chini sul letto.

            Ahimè, com’è ridotta anche lei, la dolce infermiera! Ma nessuno se ne dà pensiero; meno di tutti, lei stessa. Eppure la medesima tempesta ha schiantato e travolto quest’innocente!

            È stato uno strazio, di cui ancora forse neppur lei sa rendersi conto, perché ancora forse ella non ha con sé, dentro di sé la propria anima. L’ha data a lui, come cosa non sua, come una cosa ch’egli nel delirio si potesse appropriare per averne refrigerio e conforto.

            Io ho assistito a questo strazio. Non ho fatto nulla, né forse avrei potuto far nulla per impedirlo. Ma vedo e confesso che ne sono rivoltato. Il che vuol dire che il mio sentimento è compromesso. Temo infatti che, presto, dovrò fare a me stesso un’altra confessione dolorosa.

            È avvenuto questo: che il Nuti, nel delirio, ha scambiato la signorina Luisetta per Duccella, e, dapprima, ha inveito furibondo contro di lei, gridandole in faccia ch’era iniqua la sua durezza, la sua crudeltà per lui, non avendo egli nessuna colpa nell’uccisione del fratello, il quale da sé, come uno stupido, come un pazzo, s’era ucciso per quella donna; poi, appena ella, vinto il primo terrore, intendendo a volo l’allucinazione dell’infermo, gli s’è accostata pietosa, non ha più voluto lasciarla un momento, se l’è tenuta stretta a sé, singhiozzandole perdutamente e mormorandole le parole più cocenti e più tènere d’amore, e carezzandola o.baciandole le mani, i capelli, la fronte.

            Ed ella ha lasciato fare. E tutti gli altri han lasciato fare. Perché quelle parole, quelle carezze, quegli abbracci, quei baci, non erano mica per lei: erano per un’allucinazione, nella quale il delirio di lui si placava. E dunque bisognava lasciarlo fare. Ella, la signorina Luisetta, faceva pietosa e amorosa la sua anima per conto d’un’altra; e quest’anima, fatta così pietosa e amorosa, la dava a lui, come cosa non sua, ma di quell’altra, di Duccella. E mentr’egli s’appropriava quest’anima, ella non poteva, non doveva appropriarsi quelle parole, quelle carezze, quei baci… Ma ne ha tremato in tutte le fibre del corpo, la povera piccina, già disposta fin dal primo momento ad avere tanta pietà per quest’uomo che tanto soffriva a causa dell’altra donna! E non già per sé, che ne aveva veramente pietà, le è toccato d’esser pietosa, ma per quell’altra, ch’ella naturalmente ritiene dura e crudele. Ebbene, ha dato a costei la sua pietà, perché la rivolgesse a lui e da lui – attraverso il corpo di lei – si facesse amare e carezzare. Ma l’amore, l’amore, chi lo dava? Doveva darlo lei, l’amore, per forza, insieme con quella pietà. E la povera piccina l’ha dato. Sa, sente d’averlo dato lei, con tutta l’anima, con tutto il cuore, e invece deve credere d’averlo dato per quell’altra.

            N’è seguito questo: che mentr’egli, ora, rientra a poco a poco in sé e si riprende e si richiude fosco nella sua sciagura; ella resta come vuota e smarrita, come sospesa, senza più sguardo, quasi alienata d’ogni senso, una larva, quella larva che è stata nell’allucinazione di lui. Per lui la larva è scomparsa, e con la larva, l’amore. Ma questa povera piccina, che s’è votata per riempire quella larva di sé, del suo amore, della sua pietà, è rimasta lei, ora, una larva; e lui non se n’accorge! Le sorride appena, per gratitudine. Il rimedio ha giovato: l’allucinazione è svanita: basta, ora, eh?

            Non me ne dorrei tanto, se per tutti questi giorni non mi fossi veduto costretto a dare anch’io la mia pietà, a spendermi, a correre di qua e di là, a vegliare parecchie notti di seguito, non per un sentimento mio vero e proprio, che mi fosse cioè ispirato dal Nuti, come avrei voluto; ma per un altro sentimento, pure di pietà, ma di pietà interessata, tanto interessata, che mi faceva e mi fa tuttora apparire falsa e odiosa quella che dimostravo e dimostro tuttora al Nuti.

            Sento che, assistendo allo strazio, certo involontario, ch’egli ha fatto del cuore della signorina Luisetta, io, volendo obbedire al vero sentimento mio, avrei dovuto ritrarre la mia pietà da lui. L’ho ritratta veramente, dentro di me, per rivolgerla tutta a quel povero coricino straziato, ma ho seguitato a dimostrarla a lui perché non potevo farne a meno, obbligato dal sacrifizio di lei, ch’era il maggiore. Se ella infatti si prestava a soffrire quello strazio per pietà di lui, potevo io, potevano gli altri tirarsi indietro da premure, da fatiche, da attestazioni di carità molto minori? Tirarmi indietro voleva dire riconoscere e dare a vedere ch’ella non soffriva quello strazio per pietà soltanto, ma anche per amore di lui, anzi sopra tutto per amore. E questo non si poteva, non si doveva. Io ho dovuto fingere, perché ella doveva credere di dare a lui il suo amore per quell’altra. E ho finto, pur disprezzandomi, meravigliosamente. Così soltanto ho potuto modificare le sue disposizioni d’animo per me; rifarmela amica. Ma pure, mostrandomi per lei così pietoso verso il Nuti, ho perduto forse l’unico mezzo che mi restasse per richiamarla in sé: dimostrarle, cioè, che Duccella, per conto della quale ella crede d’amarlo, non ha nessuna ragione d’esser pietosa per lui. Dando a Duccella la sua realtà vera, la larva di lei, quella larva amorosa e pietosa, in cui ella, la signorina Luisetta, s’è tramutata, dovrebbe scomparire, e restar lei, la signorina Luisetta, col suo amore ingiustificato e non richiesto da lui: perché egli da quella, e non da lei, l’ha richiesto, e lei per quella e non per sé gliel’ha dato, così, davanti a tutti.

            Sì, ma se io so ch’ella veramente gliel’ha dato, sotto questa pietosa finzione, che vado adesso sofisticando?

            Come Aldo Nuti crede dura e crudele Duccella, ella crederebbe duro e crudele me, se le strappassi questa finzione pietosa. Ella è una Duccella finta, appunto perché ama; e sa che la Duccella vera non ha nessuna ragione d’amare; lo sa per il fatto stesso che Aldo Nuti, ora che l’allucinazione gli è svanita, non vede più in lei l’amore, e squallidamente la ringrazia appena appena della pietà.

            Forse, a costo di soffrire un po’ più, ella potrebbe riaversi, solo a patto che Duccella diventasse lei, veramente, pietosa, sapendo in quali condizioni s’è ridotto l’antico fidanzato, e si presentasse qua, davanti al letto ov’egli giace, per ridargli il suo amore e salvarlo.

            Ma Duccella non verrà. E la signorina Luisetta seguiterà a credere davanti a tutti e anche davanti a se stessa, in buona fede, di amare per conto di lei Aldo Nuti.


 IV.

            Come sono sciocchi tutti coloro che dichiarano la vita un mistero, infelici che vogliono con la ragione spiegarsi quello che con la ragione non si spiega!

            Porsi davanti la vita come un oggetto da studiare, è assurdo, perché la vita, posta davanti così, perde per forza ogni consistenza reale e diventa un’astrazione vuota di senso e di valore. E com’è più possibile spiegarsela? L’avete uccisa. Potete, tutt’al più, farne l’anatomia.

            La vita non si spiega; si vive.

            La ragione è nella vita; non può esserne fuori. E la vita non bisogna porsela davanti, ma sentirsela dentro, e viverla. Quanti, usciti da una passione, come si esce da un sogno, non si domandano:

            «Io? com’ho potuto esser così? far questo?».

            Non se lo sanno più spiegare; come non sanno spiegarsi che altri possa dare senso e valore a certe cose che per essi non ne hanno più nessuno o non ne hanno ancora. La ragione, che è in quelle cose, la cercano fuori. Possono trovarla? Fuori della vita non c’è nulla. Avvertire questo nulla, con la ragione che si astrae dalla vita, è ancora vivere, è ancora un nulla nella vita: un sentimento di mistero: la religione. Può essere disperato, se senza illusioni; può placarsi rituffandosi nella vita, non più di qua, ma di là, in quel nulla, che diventa subitotutto.

            Com’ho capito bene queste cose in pochi giorni, da che sento veramente! Dico, da che sento anche me, perché gli altri li ho sentiti sempre in me, e m’è stato facile perciò spiegarmeli e compatirli.

            Ma il sentimento che ho di me, in questo momento, è amarissimo.

            Per causa vostra, signorina Luisetta, che pur siete tanto pietosa! Ma appunto perché siete così pietosa. Non ve lo posso dire, non ve lo posso far capire. Non vorrei dirmelo, non vorrei capirlo neanche io. Ma no, io non sono più una cosa, e questo mio silenzio non è piùsilenzio di cosa. Volevo farlo avvertire agli altri, questo silenzio, ma ora lo soffro io, tanto!

            Séguito, pur non di meno, ad accogliervi dentro tutti. Sento però che ora mi fanno male tutti quelli che vi entrano, come in un luogo di sicura ospitalità. Il mio silenzio vorrebbe chiudersi sempre di più attorno a me.

            Ecco qua, intanto, Cavalena che ci s’è allogato, poveruomo, come a casa sua. Viene, appena può, a riparlarmi con sempre nuovi argomenti, o per futilissimi pretesti, della sua sciagura. Mi dice che non è possibile, a causa della moglie, tenere ancora alloggiato qua il Nuti, e che bisognerà trovargli posto altrove, appena rimesso. Due drammi, uno accanto all’altro, non è possibile tenerli. Specialmente perché il dramma del Nuti è un dramma di passione, di donne… Cavalena ha bisogno d’inquilini giudiziosi e composti. Pagherebbe, perché tutti gli uomini fossero serii, dignitosi, intemerati e godessero un’incontrastata fama d’illibatezza, sotto cui schiacciare il mal’animo della moglie accanito contro tutto il genere mascolino. Gli tocca ogni sera pagar la pena – il fio, dice lui – di tutte le malefatte degli uomini, registrate nella cronaca dei giornali, come se fosse lui l’autore o il complice necessario d’ogni seduzione, d’ogni adulterio.

            – Vedi? – gli grida la moglie, con l’indice appuntato sul fatto di cronaca: – Vedi di che cosa siete capaci vojaltri?

            E invano il poveretto si prova a farle osservare che, in ogni caso d’adulterio, per ogni uomo malvagio che tradisca la moglie, bisogna pure che ci sia una donna malvagia complice del tradimento. Crede d’aver trovato un argomento vittorioso, Cavalena, e invece si vede davanti la bocca della signora Nene accomodata ad O col dito dentro, nel solito gesto che significa:

            «Sciocco!».

            Bella logica! Si sa! E non odia difatti la signora Nene anche tutto il genere femminino?

            Trascinato dalle argomentazioni fitte, incalzanti di quella terribile pazzia ragionante che non s’arresta di fronte ad alcuna deduzione, egli si trova sempre, alla fine, smarrito o sbalordito, in una situazione falsa, da cui non sa più come uscire. Ma per forza! Se è costretto ad alterare, a complicare le cose più ovvie e naturali, a nascondere gli atti più semplici e più comuni: una conoscenza, una presentazione, un incontro fortuito, uno sguardo, un sorriso, una parola, nei quali la moglie sospetterebbe chi sa quali segrete intese e tranelli; per forza, anche discutendo con lei astrattamente, debbono venir fuori incidenti, contraddizioni, che a un tratto, inopinatamente, lo scoprono e lo rappresentano, con tutta l’apparenza della verità, bugiardo e impostore. Scoperto, preso nel suo stesso inganno innocente, ma che egli medesimo ormai vede che non può parer più tale agli occhi della moglie; esasperato, con le spalle al muro, contro l’evidenza stessa, s’ostina tuttavia a negare, ed ecco che, tante volte, per nulla, avvengono liti, scenate, e Cavalena scappa di casa e sta fuori quindici o venti giorni, finché non gli ritorna la coscienza d’esser medico e il pensiero della figliuola abbandonata, «povera cara animuccia bella», com’egli la chiama.

            È per me un gran piacere, quand’egli si mette a parlarmi di lei; ma appunto per questo non faccio mai nulla per provocarne il discorso: mi parrebbe d’approfittare vilmente della debolezza del padre, per penetrare, attraverso le confidenze di lui, nell’intimità di quella «povera cara animuccia bella». No, no! Tante volte sono anche sul punto d’impedirgli di seguitare.

            Pare mill’anni a Cavalena che la sua Sesè sposi, abbia la sua vita fuori dell’inferno di questa casa! La mamma, invece, non fa altro che gridarle tutti i giorni:

            – Non sposare, bada! Non sposare, sciocca! Non commettere questa pazzia!

            «E Sesè? Sesè?», mi vien voglia di domandargli; ma, al solito, mi sto zitto.

            La povera Sesè, forse, non sa neppur lei che cosa vorrebbe. Forse, certigiorni, insieme col padre, vorrebbe che fosse domani; cert’altri giorni proverà il più acerbo dispetto nel sentirne fare qualche accenno velato ai genitori. Perché certo questi, con le loro indegne scenate, debbono averle strappate tutte le illusioni, tutte, tutte, a una a una, mostrandole attraverso gli strappi le crudezze più nauseose della vita coniugale.

            Le hanno impedito, intanto, di procurarsi altrimenti la libertà, i mezzi di bastare fin da ora a se stessa, da potersene andare lontano da questa casa, per conto suo. Le avranno detto che, grazie a Dio, non ne ha bisogno, lei: figlia unica, avrà per sé domani la dote della mamma. Perché avvilirsi a far la maestra o attendere a qualche altro ufficio? Può leggere, studiare quel che le piace, sonare il pianoforte, ricamare, libera in casa sua.

            Bella libertà!

            L’altra sera, sul tardi, quando tutti abbiamo lasciato la camera del Nuti già addormentato, l’ho vista seduta nel balconcino. Stiamo nell’ultima casa di via Veneto, e abbiamo davanti l’aperto di Villa Borghese. Quattro balconcini all’ultimo piano, sul cornicione della casa. Cavalena stava seduto a un altro balconcino, e pareva assorto a guardare le stelle.

            A un tratto, con una voce che arrivò come da lontano, quasi dal cielo, soffusa d’un accoramento infinito, gli ho sentito dire:

            – Sesè, vedi le Plejadi?

            Ella ha finto di guardare: forse aveva gli occhi pieni di lagrime.

            E il padre:

            – Eccole là… sul tuo capo… quel gruppetto di stelle… le vedi?

            Gli fe’ cenno di sì, che le vedeva.

            – Belle, no, Sesè? E vedi là Capella, come arde?

            Le stelle… Povero papà! bella distrazione… E con una mano s’aggiustava, si carezzava su le tempie i cernecchi arricciolati della parrucca artistica, mentre con l’altra mano… che? ma sì… aveva sulle ginocchia Piccinì, la sua nemica, e le carezzava la testina… Povero papà! Doveva essere in uno dei suoi momenti più tragici e patetici!

            Veniva dalla Villa un fruscio di foglie lungo lento lieve; dalla via deserta qualche suono di passi e il rapido fragorìo scalpitante di qualche vettura frettolosa. Il tintinnìo del campanello e il protratto ronzìo della carrùcola scorrente lungo il filo elettrico delle linee tramviarie pareva strappasse e si strascinasse dietro con violenza la via, con le case e gli alberi. Poi taceva tutto, e nella calma stanca riassommava un suono remoto di pianoforte chi sa da quale casa. Era un suono lene, come velato, malinconico, che attirava l’anima, la fissava in un punto, quasi per darle modo d’avvertire quanto fosse grave la tristezza sospesa da per tutto.

            Ah, sì – forse pensava la signorina Luisetta – sposare… S’immaginava, forse, che sonava lei, in una casa ignota, remota, quel pianoforte, per addormentar la pena dei tristi ricordi lontani, che le hanno avvelenato per sempre la vita.

            Le sarà possibile illudersi? potrà far che non cadano avvizzite, come fiori, all’aria muta, diaccia d’una sconfidenza ormai forse invincibile tutte le grazie ingenue, che di tanto in tanto le sorgono dall’anima?

            Noto ch’ella si guasta, volontariamente; si fa talvolta dura, ispida, per non parer tenera e credula. Forse vorrebbe esser gaja, vispa, come più d’una volta, in qualche momento lieto d’oblio, appena levata di letto, le suggeriscono gli occhi, dallo specchio: quei suoi occhi, che riderebbero tanto volentieri, brillanti e acuti, e che ella condanna a parere invece assenti, o schivi e scontrosi. Poveri occhi belli! Quante volte sotto le ciglia aggrottate non li fissa nel vuoto, mentre per le nari trae un lungo sospiro silenzioso, quasi non volesse farlo sentire a se stessa! E come le si velano e le cangiano di colore, ogni qual volta trae uno di questi sospiri silenziosi!

            Certo, deve avere imparato da un pezzo a diffidare delle sue impressioni, per il timore forse non le si attacchi a poco a poco la stessa malattia della madre. Lo dimostra chiaramente l’improvviso scomporsi delle espressioni in lei, certi subitanei pallori dopo un subitaneo invermigliarsi di tutto il viso, un sorridente rasserenarsi del volto dopo un atteggiamento fosco repentino. Chi sa quante volte, andando per via col padre e la madre, non si sentirà ferire d’ogni suono di risa, e quante volte non proverà la strana impressione che pur quell’abitino azzurro, di seta svizzera, lieve lieve, le pesi addosso come una casacca di reclusa e che il cappello di paglia le schiacci la testa; e la tentazione di stracciare quella seta azzurra, di strapparsi dal capo quella paglia e sbertucciarla con ambo le mani furiosamente e scaraventarla… in faccia alla mamma? no… in faccia al babbo, allora? no…, per terra, per terra, pestando i piedi. Perché sì, le parrà una buffonata, una farsa sconcia, andare così parata, da personcina per bene, da signorina che s’illuda di far la sua figura, o che magari dia a vedere d’aver qualche bel sogno per la mente, quando poi in casa e anche per via, quanto c’è di più làido, di più brutale, di più selvaggio nella vita debba scoprirsi e saltar fuori, in quelle scenate quasi cotidiane tra i suoi genitori, ad affogarla di tristezza e d’onta e di schifo.

            Di questo, sopra tutto, mi pare che sia ormai profondamente compenetrata: che nel mondo, così come se lo creano e glielo creano attorno i suoi genitori col loro comico aspetto, con la grottesca ridicolaggine di quella furiosa gelosia, col disordine della loro vita, non ci può esser posto, aria e luce per la sua grazia. Come potrebbe la grazia farsi avanti, respirare, avvivarsi di un qualche tenue color gajo e arioso, in mezzo a quel ridicolo che la trattiene e la soffoca e l’oscura?

            È come una farfalla fissata crudelmente con uno spillo, ancora viva. Non osa batter le ali, non solo perché non spera di liberarsi, ma anche e più per non farsi scorgere troppo.


 V. 

            Sono capitato proprio in un terreno vulcanico. Eruzioni e terremoti senza fine. Vulcano grosso, in apparenza vestito di neve, ma dentro in perfetta ebullizione, la signora Nene. Si sapeva. Ma si è scoperto ora, inaspettatamente, e ha avuto la prima eruzione, un vulcanino, nel cui grembo il fuoco covava nascosto e minaccioso, per quanto acceso da pochi giorni soltanto.

            Ha suscitato il cataclisma una visita di Polacco, questa mattina. Venuto per insistere nella sua opera di persuasione sul Nuti, perché vada via da Roma e se ne ritorni a Napoli a raffermare la convalescenza e perché poi magari riprenda a viaggiare per distrarsi e guarire del tutto; ha avuto l’ingrata sorpresa di trovare il Nuti in piedi, cadaverico, coi baffi già rasi a dimostrare la ferma intenzione di mettersi subito, fin da oggi, a far l’attore alla Kosmograph.

            Se li è rasi da sé, appena levato di letto. È stata anche per tutti noi una sorpresa, perché fino a jersera il medico gli ha raccomandato calma assoluta, riposo, e di non lasciare il letto, se non per qualche oretta, la mattina; e jersera egli aveva risposto di sì, che avrebbe obbedito a queste prescrizioni.

            Siamo rimasti a bocca aperta nel vedercelo davanti così raso, svisato, con quella faccia da morto, non ben sicuro ancora su le gambe, elegantissimamente vestito.

            S’era ferito un po’, radendosi, all’angolo sinistro della bocca; e i grumetti di sangue, nerastri su la ferita, spiccavano nel torbido pallore del volto. Gli occhi, ch’ora sembravano enormi, con le pàlpebre inferiori quasi stirate dalla magrezza, così che mostrano il bianco del globo sotto il cerchio della cornea, avevano di fronte al nostro stupore doloroso un’espressione atroce, quasi malvagia, di dispetto cupo, d’odio.

            – Ma come! – esclamò Polacco.

            Contrasse il volto, quasi digrignando, e alzò le mani, con un fremito nervoso in tutte le dita; poi, a bassissima voce, anzi quasi senza voce, disse:

            – Lasciami, lasciami fare!

            – Ma se non ti reggi in piedi! – gli gridò Polacco.

            Si voltò a guardarlo biecamente:

            – Posso. Non mi seccare. Ho bisogno… bisogno d’uscire… d’un po’ d’aria.

            – Forse è un po’ troppo presto, ecco… – si provò a fargli notare Cavalena – se… se mi permette di…

            – Ma se dico che mi sento d’uscire! – lo interruppe il Nuti, attenuando appena con una smorfia di sorriso l’irritazione che traspariva dalla voce.

            Questa irritazione nasce in lui dalla volontà di staccarsi dalle cure che finora ci siamo prese di lui e che ci han potuto dare (non a me, veramente) l’illusione ch’egli in certo qual modo ormai ci appartenga, sia un po’ nostro. Avverte che questa volontà è trattenuta dai riguardi per il debito di gratitudine contratto con noi, e non vede altro mezzo di spezzar questo legame di riguardi, che mostrando dispetto e disprezzo per la sua salute e la sua salvezza, di modo che sorga in noi lo sdegno per le cure che ce ne siamo date, e questo sdegno, allontanandolo subito da noi, lo assolva da quel debito di gratitudine. Chi sia in quest’animo, non ardisce di guardare in faccia. E difatti egli, questa mattina, non ha potuto guardar bene in faccia nessuno di noi.

            Polacco, di fronte a una così decisa risoluzione, non ha più veduto altro scampo che mettergli attorno a custodirlo e, occorrendo, a pararlo, quanti più di noi era possibile, e segnatamente una che più di tutti gli s’è mostrata pietosa e a cui egli perciò deve un maggior riguardo; e, prima d’andar via con lui, pregò insistentemente Cavalena di raggiungerlo subito alla Kosmograph con la signorina Luisetta e con me. Disse che la signorina Luisetta non poteva più lasciare a mezzo quel film, a cui per combinazione s’era trovata a prender parte, e che del resto sarebbe stato un vero peccato, perché a giudizio di tutti in quella breve e non facile particina aveva dimostrato una meravigliosa attitudine che poteva fruttarle, per suo mezzo, una scrittura alla Kosmograph, un guadagno facile, sicuro, dignitosissimo, sotto la scorta del padre.

            Vedendo Cavalena approvare con entusiasmo la proposta, fui più volte sul punto d’accostarmigli per tirargli sotto sotto la giacca.

            Quel che temevo, difatti, è avvenuto.

            La signora Nene ha creduto che fosse tutta una combinazione del marito la visita mattutina di Polacco, la risoluzione improvvisa del Nuti, la proposta di scrittura alla figliuola, per andare a coccolarsi in mezzo alle giovani attrici della Kosmograph. E appena andato via il Polacco col Nuti, il vulcano ha avuto una tremenda eruzione.

            Cavalena, dapprima, s’è provato a tenerle testa, mettendo avanti la costernazione per il Nuti che evidentemente – come non capirlo, Dio mio? – aveva suggerito a Polacco quella proposta di scrittura. Che? non le importava un corno del Nuti? Ma non glien’importava un corno neanche a lui! Andasse pure a rompersi il collo il Nuti cento volte, se una non bastava! Bisognava acciuffar la fortuna di quella proposta di scrittura per Luisetta! Compromissione? Che compromissione, sotto gli occhi del padre?

            Ma presto, da parte della signora Nene, finirono le ragioni e cominciarono le ingiurie, i vituperii, con tale violenza, che Cavalena, alla fine, indignato, esasperato, furibondo, è scappato via di casa.

            Gli son corso dietro per le scale, per via, cercando in tutti i modi d’arrestarlo, ripetendogli non so più quante volte:

            – Ma lei è medico! ma lei è medico!

            Che medico e medico! In questo momento era una bestia che fuggiva infuriata. E ho dovuto lasciarlo fuggire, perché non seguitasse a gridare per istrada.

            Ritornerà quando si sarà stancato di correre, quando di nuovo l’ombra del suo tragicomico destino, o piuttosto della coscienza, gli si parerà davanti con la pergamena scartocciata della vecchia laurea di medicina.

            Intanto, respirerà un poco, fuori.

            Rientrando in casa, vi ho trovato, con mia grande e dolorosa sorpresa, in eruzione il vulcanino; in un’eruzione così violenta, che il vulcano grosso n’era quasi sbigottito.

            Non pareva più lei, la signorina Luisetta! Tutto lo sdegno accumulato in tanti anni, fin dall’infanzia trascorsa senza mai un sorriso in mezzo alle liti e allo scandalo; tutte le vergogne, a cui l’avevano fatta assistere, buttava in faccia alla madre e alle spalle del padre che fuggiva. Ah, si dava pensiero adesso la madre della compromissione di lei? Quando per tanti anni con quella stupida, vergognosa pazzia, le aveva distrutto l’esistenza, irreparabilmente! Affogata nella nausea, nello schifo d’una famiglia, a cui nessuno poteva accostarsi senza scherno! Non era compromissione forse, tenerla legata a quella vergogna? Non udiva le risa che tutti facevano di lei e di quel padre? Basta! basta! basta! Non voleva più lo strazio di quelle risa; voleva sciogliersi da quella vergogna, e scapparsene per la via che le s’apriva davanti, non cercata, dove nulla le sarebbe potuto capitare di peggio! Via, via! via!

            Si volse a me, tutta accesa e vibrante:

            – M’accompagni lei, signor Gubbio! Vado di là a mettermi il cappello, e andiamo, andiamo via subito!

            Corse alla sua stanza. Io mi voltai a guardare la madre. Rimasta come basita davanti alla figliuola che insorgeva alla fine a schiacciarla con una condanna che all’improvviso ella sentiva tanto più meritata, in quanto sapeva che il pensiero della compromissione della figlia non era altro, in fondo, che una scusa messa avanti per impedire al marito di accompagnarla alla Kosmograph; ora, davanti a me, col capo abbandonato, le mani sul seno, si provava con affanno mugolante a sciogliere il pianto dalle viscere sospese e contratte.

            Mi fece pena.

            A un tratto, prima che la figliuola sopravvenisse, si tolse quelle mani dal seno e le congiunse in preghiera, senza poter parlare, con tutto il volto contratto in attesa del pianto che ancora non riusciva a tirar sù. Così, con quelle mani mi disse ciò che con la bocca, certo, non mi avrebbe detto. Poi se le portò al volto e si mosse al sopravvenire della figliuola.

            Io indicai a questa, pietosamente, la mamma che s’avviava singhiozzando alla sua stanza.

            – Vuole che vada via sola? – minacciò con rabbia la signorina Luisetta.

            – Vorrei, – le risposi, dolente, – che almeno si calmasse, prima, un poco.

            – Mi calmerò per via, – disse. – Andiamo, andiamo!

            E, poco dopo, montati in vettura in capo a via Veneto, soggiunse:

            – Vedrà, del resto, che troveremo certamente papà alla Kosmograph.

            Perché volle aggiungere questa considerazione? Per liberarmi del pensierodella responsabilità che mi faceva assumere, obbligandomi ad accompagnarla? Dunque non è ben sicura d’esser libera d’agire a suo talento. Difatti, subito riprese:

            – Le pare una vita possibile?

            – Ma se è una manìa! – le feci notare. – Se è, come dice suo papà, una forma tipica di paranoja?

            – Va bene, sì, ma appunto per questo! È possibile vivere così? Quando si hanno di queste disgrazie, non ci può esser più casa; non c’è più famiglia; più nulla. È una continua violenza, una disperazione, creda! Non se ne può più! Che c’è da fare? che c’è da impedire? Chi scappa di qua, chi di là. Tutti vedono, tutti sanno. La nostra casa è aperta. Non c’è più nulla da custodire! Siamo come in piazza. È una vergogna! una vergogna! Del resto, chi sa! forse così, opponendo violenza a violenza, ella si scoterà da questa manìa che sta facendo impazzire tutti! Per lo meno, farò qualche cosa… vedrò, mi muoverò… mi scoterò anch’io da quest’avvilimento, da questa disperazione!

            Ma se per tanti anni l’ha sopportata, questa disperazione, come mai, ora tutt’a un tratto, – mi veniva di domandarle, – una così fiera ribellione?

            Se subito dopo quella particina rappresentata al Bosco Sacro, Polacco le avesse proposto di scritturarla alla Kosmograph, non si sarebbe tirata indietro, quasi con orrore? Ma sì, certo! Pur essendo la sua famiglia nelle medesime condizioni.

            Ora, invece, eccola qua che corre con me alla Kosmograph! Per disperazione? Sì, ma non a causa di quella sua mamma senza pace.

            Come s’è fatta pallida, come s’è sentita mancar tutta, appena il babbo, il povero Cavalena, come uno spiritato ci s’è fatto innanzi su l’entrata della Kosmograph ad annunziarci che «lui», Aldo Nuti, non c’era, e che Polacco aveva telefonato alla Direzione, che per quel giorno non sarebbe venuto, dimodoché non restava più da far altro che tornare indietro.

            – Io, no, purtroppo, – dissi a Cavalena. – Bisogna che resti, io; sono già in gran ritardo. Accompagnerà lei a casa la signorina.

            – No no no no, – gridò precipitosamente Cavalena. – La terrò con me tutto il giorno; ma poi la riporterò qua, e mi farà il piacere di riaccompagnarla lei a casa, signor Gubbio, o andrà sola. Io, niente; io non metterò più piede a casa mia! Basta ormai! basta! basta!

            E se n’andò, accompagnando la protesta con un gesto espressivo del capo e delle mani. La signorina Luisetta seguì il padre, mostrando chiaramente negli occhi di non vedere più la ragione di quanto aveva fatto. Com’era fredda la manina che mi porse, e come assente lo sguardo e vuota la voce, quando si volse per salutarmi e per dirmi:

            – A più tardi…

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Gubbio, operatore
   
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Elenco Romanzi 
Introduzione ai romanzi1911 - Suo marito
1901 - L'esclusa1913 - I vecchi e i giovani
1902 - Il turno1915/1925 - Quaderni di Serafino Gubbio, operatore (Si gira!)
1904 - Il fu Mattia Pascal1926 - Uno, nessuno e centomila

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