I vecchi e i giovani – Parte II – Capitolo 6

I vecchi e i giovani – Parte Seconda- Capitolo 6

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 VI.

1913 - I vecchi e i giovani            Per donna Adelaide e don Ippolito Laurentano era cominciato, fin dalla prima sera che eran rimasti soli nella villa di Colimbètra, un supplizio previsto da entrambi difficilissimo da sopportare, per quanta buona volontà l’uno e l’altra ci avrebbero messo.

            Appena andati via gl’invitati alla cerimonia nuziale, don Ippolito, con molto garbo prendendole una mano, ma pur senza guardargliela per non avvertire quanto fosse diversa da quella tenuta un tempo tra le sue (pallida e lunga mano, morbida, tenera e lieve!), aveva cercato di farle intendere il bene che da lei si riprometteva in quella solitudine d’esilio, di cui supponeva le dovessero esser note le ragioni, se non tutte, almeno in parte. Il discorso tenuto sul terrazzo, davanti alla campagna silenziosa, già invasa dal bujo della notte, era stato, in verità, un po’ troppo lungo e un tantino anche faticoso. La povera donna Adelaide, oppressa dalla violenza di tanti sentimenti nuovi durante quella giornata, e ora da tutta quell’ombra e da quel silenzio che le vaneggiavano intorno e le rendevano più che mai soffocante l’ambascia per ciò che misteriosamente incombeva ancora su la sua «terribile signorinaggine», a un certo punto, per quanto si fosse sforzata, non aveva potuto udir più nulla di quel pacato interminabile discorso. Aveva avuto l’impressione che esso, proprio fuor di tempo, la volesse trarre per forza quasi in una cima di monte altissima e nebbiosa, dalla quale le sarebbe stato difficile, se non addirittura impossibile, ridiscendere ancora in grado di resistere ad altre sorprese, ad altre emozioni che quella notte certamente le apparecchiava. Non per cattiva volontà, ma per l’aria, ecco, per l’aria che, a un certo punto, cominciava a sentirsi mancare, non le era stato mai possibile prestare ascolto a lunghi discorsi. Oh, buon Dio, e perché poi prendere di questi giri così alla lontana, se alla fine pur sempre bisognava ridursi a fare, sù per giù, le stesse cose, quelle che la natura comanda? Che brutto vizio, buon Dio! È senz’altro effetto che la stanchezza e la stizza. Anche la stizza, sì. Perché le cose da fare sono semplici, e da contarsi tutte su le dita d’una mano; cosicché, alla fine, ciascuno deve riconoscere che tutto quel girare attorno a esse, non solo è inutile, ma anche sciocco e dannoso, in quanto che poi, per la stanchezza appunto e con la stizza di questo riconoscimento, si fanno tardi e si fanno male. Dapprima s’era messa a guardare, con occhi tra imploranti e spaventati, il principe, o piuttosto, quella sua lunga, lunghissima barba. Poi, nell’intronamento, aveva sentito un prepotente bisogno di ritirare la mano e di soffiare, di soffiare un poco almeno, non potendo sbuffare, non potendo gridare per dare uno sfogo alla soffocazione e alle smanie. Alla fine, era riuscita a vincere l’intronamento: gli orecchi le si erano rifatti vivi un istante, ma per fuggire lontano, per afferrarsi a un qualche filo di suono, nell’oscurità della notte, che le avesse dato sollievo, distrazione. Veniva dalla riviera, laggiù laggiù, invisibile, un sordo borboglìo continuo. E tutt’a un tratto, proprio nel punto che il discorso del principe s’era fatto più patetico, donna Adelaide era uscita a domandargli:

            – Ma che è, il mare? Si sente così forte, ogni notte?

            Don Ippolito, dapprima stordito ( – il mare? che mare? – ) si era poi sentito cascar le braccia:

            – Ah si… è il mare, è il mare…

            E le aveva lasciato la mano e si era scostato.

            Donna Adelaide, imbarazzata, non sapendo come rimediare all’evidente mortificazione del principe per quella domanda inopportuna, era rimasta come appesa balordamente alla sua domanda.

            La risposta s’era fatta aspettare un po’; alla fine era arrivata da lontano, grave:

            – Grida così, quand’è scirocco…

            Quella remota voce del mare era a lui cara e pur triste. Tante volte, nella pace profonda delle notti, gli aveva dato angoscia e compagnia. Abbandonato su la sedia a sdrajo, s’era lasciato cullare da quel cupo fremito continuo delle acque che gli parlavano di terre lontane, d’una vita diversa e tumultuosa ch’egli non avrebbe mai conosciuta. S’era sentito ripiombare tutt’a un tratto da quel richiamo nella profondità della sua antica solitudine.

            Come più riprendere il discorso, adesso? E, d’altra parte, come rimaner così in silenzio, lasciar lì discosta nel terrazzo quella donna che ora gli apparteneva per sempre e che s’era affidata alla sua cortesia, in quella solitudine per lei nuova e certo non gradita? Bisognava farsi forza, vincere la ripugnanza e riaccostarsi. Ma certo, ormai, di non potere entrare con lei in altra intimità che di corpo, don Ippolito s’era domandato amaramente qual altro effetto questa intimità avrebbe potuto avere, se non lo scàpito irreparabile della sua considerazione.

            E difatti, quella notte…

            Ah, la povera donna Adelaide non avrebbe potuto mai immaginare un simile spettacolo, di pietà a un tempo e di paura! Le veniva di farsi ancora la croce con tutt’e due le mani. Ah, Bella Madre Santissima! Un uomo con tanto di barba… un uomo serio… Dio! Dio! Lo aveva veduto, a un certo punto, scappar via, avvilito e inselvaggito. Forse era andato a rintanarsi di notte tempo nelle sale del Museo, a pianterreno. E lei era rimasta a passare il resto della notte, semivestita, dietro una finestra, a sentire i singhiozzi d’un chiù innamorato, forse nel bosco della Civita, forse in quello più là, di Torre-che-parla.

            Meno male che, la mattina dopo, la vista della campagna e dello squisito arredo della villa l’aveva un po’ racconsolata e rimessa anche in parte nelle consuete disposizioni di spirito, per cui volentieri, ove non avesse temuto di far peggio, si sarebbe lei per prima riaccostata al principe a dirgli, così alla buona, senza stare a pesar le parole, che, via, non si désse pensiero né afflizione di nulla, perché lei… lei era contenta, proprio contenta, così…

            Le aveva fatto pena quel viso rabbujato! Pover’uomo, non aveva saputo neanche alzar gli occhi a guardarla, quando a colazione si era rimesso a parlarle. Ma sì, ma sì, certo: era una condizione insolita, la loro: trovarsi così, a essere marito e moglie, quasi senza conoscersi. A poco a poco, certo, sarebbe nata tra loro la confidenza, e… ma sì! ma sì! certo!

            S’era accorta però che, dicendo così, le smanie del principe erano cresciute, s’erano anzi più che più esacerbate; e con vero terrore aveva veduto riapprossimarsi la notte. Per parecchie notti di fila s’era rinnovato questo terrore; alla fine aveva ottenuto in grazia d’esser lasciata in pace, a dormir sola, in una camera a parte. Se non che, il giorno dopo, era sceso a Colimbètra monsignor Montoro a farle a quattr’occhi un certo sermoncino. E allora lei, di nuovo: – Oh Bella Madre Santissima! Ma che!… no… Ah, come?… che?… che doveva far lei?… Gesù! Gesù!… Alla sua età, smorfie, moine? Ah! questo mai! no no! no no! questo mai! Non erano della sua natura, ecco. E, del resto, perché? Non si poteva restar così? Non chiedeva di meglio, lei. Che faccia aveva fatto Monsignore! E la povera donna Adelaide, da quel momento in poi, non aveva saputo più in che mondo si fosse o, com’ella diceva, aveva cominciato a sentirsi «presa dai turchi». Ma come? il torto era suo?

            Il principe, tutto il giorno tappato nel Museo, non s’era più fatto vedere, se non a pranzo e a cena, rigido aggrondato taciturno. Aria! aria! aria! Sì, ce n’era tanta, lì: ma per donna Adelaide non era più respirabile. E il bello era questo: che della soffocazione, avvertita da lei, le era parso che dovessero soffrire tutte le cose, gli alberi segnatamente! Sul principio dei tre ripiani fioriti innanzi alla villa c’era da più che cent’anni un olivo saraceno, il cui tronco robusto, pieno di groppi e di nodi, per contrarietà dei venti o del suolo, era cresciuto di traverso e pareva sopportasse con pena infinita i molti rami sorti da una sola parte, ritti, per conto loro. Nessuno aveva potuto levar dal capo a donna Adelaide che quell’albero, così pendente e gravato da tutti quei rami, soffrisse.

            – Oh Dio, ma non vedete? soffre! ve lo dico io che soffre! poverino!

            E lo aveva fatto atterrare. Atterrato, guardando il posto dove prima sorgeva:

            – Ah! – aveva rifiatato. – Così va bene! L’ho liberato.

            Né s’era fermata qui. Altre prove di buon cuore aveva dato, le sere senza luna, durante la cena, verso le bestioline alate che il lume del lampadario attirava nella sala da pranzo. Un certo Pertichino, ragazzotto di circa tredici anni, figlio del sergente delle guardie, era incaricato di star dietro la sedia di donna Adelaide e di dar subito la caccia a quelle bestioline, appena entravano. Se non che, Pertichino spesso si distraeva nella contemplazione dei grossi guanti bianchi di filo, in cui gli avevano insaccato le mani; e donna Adelaide, ogni volta, doveva strapparlo a quella contemplazione con strilli e sobbalzi per lo springare di qualche grillo o per il ronzare di qualche parpaglione.

            – Niente! Farfalletta… Non si spaventi! Eccola qua, farfalletta…

            – Povera bestiola, non farla patire: staccale subito la testa; se no, rientra… Fatto?

            – Fatto, eccellenza. Eccola qua.

            – No, no, che fai? non me la mostrare, poverina! Farfalletta era? proprio farfalletta? Povera bestiolina… Ma chi gliel’aveva detto d’entrare? Con tanta bella campagna fuori… Ah, avessi io le ali, avessi io le ali!

            Come dire che, senza pensarci due volte, se ne sarebbe volata via.

            Don Ippolito, per quanto urtato e disgustato, la aveva lasciata fare e dire. Ma una sera, finalmente, non s’era più potuto tenere. Erano tutti e due seduti discosti sul terrazzo. Egli aspettava che su dalle chiome dense degli olivi, sorgenti sul pendìo della collina dietro la ripa, spuntasse la luna piena, per rinnovare in sé una cara, antica impressione. Gli pareva, ogni volta, che la luna piena, affacciandosi dalle chiome di quegli olivi allo spettacolo della vasta campagna sottostante e del mare lontano, ancora dopo tanti secoli restasse compresa di sgomento e di stupore, mirando giù piani deserti e silenziosi dove prima sorgeva una delle più splendide e fastose città del mondo. Ora la luna stava per sorgere, s’intravvedeva già di tra il brulichìo dei cimoli argentei degli olivi, e don Ippolito disponeva la sua malinconia attonita e ansiosa a ricevere l’antica impressione insieme con tutta la campagna, ove era un sommesso e misterioso scampanellìo di grilli e gemeva a tratti un assiolo, quando, all’improvviso, dalla casermuccia sul greppo dello Sperone, era scoppiato a rompere, a fracassare quell’incanto, il suono stridulo e sguajato del fischietto di canna di capitan Sciaralla. Donna Adelaide s’era messa a battere le mani, festante.

            – Oh bello! Oh bravo il capitano che ci fa la sonatina!

            Don Ippolito era balzato in piedi, fremente d’ira e di sdegno, s’era turati gli orecchi, gridando esasperato:

            – Maledetti! maledetti! maledetti!

            E, afferrando per le spalle Pertichino e scrollandolo furiosamente, gli aveva ingiunto di correre a gridare a quella canaglia dal ciglio del burrone dirimpetto, che smettesse subito.

            – E poi, fuori di qua! fuori dai piedi! Non voglio più vederti! Chi ha qua fastidio delle mosche se le cacci da sé! zitta, da sé! Sono stanco, sono stufo di tutte queste volgarità che mi tolgono il respiro! Basta! basta! basta!

            Ed era scappato via dal terrazzo, con gli occhi strizzati e le mani su le tempie.

            Fortuna che, pochi giorni dopo, s’era presentato alla villa don Salesio Marullo, con un viso sparuto e quasi affumicato, guardingo e sgomento, a chiedere ajuto e ospitalità. Era diventato, fin dal primo giorno, cavaliere di compagnia di donna Adelaide, la quale credette che gliel’avesse mandato Iddio.

            – Don Salesio, per carità, mangiate! Per carità, don Salesio, rimettetevi subito! Subito,Pertichino, due altri ovetti a don Salesio!

            S’era messa a ingozzarlo come un pollo d’india prima di Natale. Il povero gentiluomo, ridotto una larva, non aveva saputo opporre alcuna resistenza; aveva ingollato, ingollato, ingollato tutto ciò che gli era stato messo davanti, e quasi in bocca, a manate; poi… eh, poi l’aveva scontato con tremende coliche e disturbi viscerali d’ogni genere, per cui, nel bel mezzo d’uno svago o d’un passatempo concertato con capitan Sciaralla per distrarre la principessa, si faceva in volto di tanti colori e alla fine doveva scappare, non è a dire con quanta sofferenza della sua dignità, per quanto ormai intisichita.

            Ma donna Adelaide ne gongolava. Non potendo nulla contro quella del principe suo marito, per vendetta s’era gettata a fare strazio d’ogni dignità mascolina che le si parasse davanti: anche di quella di Sciaralla il capitano. Aveva trovato per caso tra le carte della scrivania, nella stanza del segretario Lisi Prèola, una vecchia poesia manoscritta contro il capitano, dove tra l’altro era detto:

            Oppur vai, don Chisciottino,
all’assalto d’un molino? od a caccia di lumache
t’avventuri col mattino,
così rosso nelle brache,
nel giubbon così turchino,
Sciarallino, Sciarallino?

            E un giorno, ch’era piovuto a dirotto, appena cessata la pioggia, era scesa nello spiazzo sotto il corpo di guardia dove «i militari» facevano le esercitazioni, e chiamando misteriosamente in disparte capitan Sciaralla, gli aveva ordinato di mandare i suoi uomini, con la zappetta in una mano e un corbellino nell’altra, in cerca di babbaluceddi, ossia delle lumachelle che dopo quell’acquata dovevano essere schiumate dalla terra.

            Il povero capitano, a quell’ordine, era rimasto basito.

            Come dare militarmente un siffatto comando ai suoi uomini? Perché donna Adelaide, per metterlo alla prova, aveva preteso che quella cerca di lumache avesse tutta l’aria d’una spedizione militare.

            – Eccellenza, e come faccio?

            – Perché?

            – Se perdiamo il prestigio, eccellenza…

            – Che prestigio?

            – Ma… capirà, io debbo comandare… e in momenti come questi…

            – Io voglio i babbaluceddi.

            – Sì, eccellenza… più tardi, quando rompo le file…

            – Quando rompete… che cosa?

            – Le file, eccellenza.

            – No no! E allora finisce il bello, che c’entra! Io voglio i babbaluceddi militari!

            E non c’era stato verso di farla recedere da quella tirannia capricciosa. Con quali effetti per la disciplina, Sciamila il giorno dopo lo aveva lasciato considerare amaramente a don Salesio Marnilo, già da un pezzo messo a parte della sua costernazione per le notizie che arrivavano da tutta la Sicilia, del gran fermento dei Fasci, a cui pareva non potessero più tener testa né la polizia, né la milizia, «quella vera».

            – Capissero almeno che qua siamo anche noi contro il governo… Ma no, caro si-don Salesio: perché sono una lega, non tanto contro il governo, quanto contro la proprietà, capisce?

            – Capisco, capisco…

            – Vogliono le terre! E se, cacciati dalle città, si buttano nelle campagne? Quattro gatti siamo. E più diamo all’occhio, perché figuriamo in assetto di guerra, capisce?

            – Capisco, capisco.

            – Qua, così armati, diciamo quasi noi stessi che c’è pericolo; sfidiamo l’assalto; siamo come un piccolo stato, a cui si può fare benissimo una guerra a parte, mi spiego? E domani il prefetto un’offesa a noi sa come la prenderebbe? come una giusta retribuzione. Guarderà gli altri, e per noi dirà: «Ah, S. E. il principe di Laurentano, vuol fare il re, con la sua milizia? Bene, e ora si difenda da sé!». Ma con che ci difendiamo noi? Me lo dica lei… Che roba è questa?

            – Piano… eh, con le armi…

            – Armi? Non mi faccia ridere! Armi, queste? Ma quando si vuol tener gente così… e vestita, dico, lei mi vede… coraggio ci vuole, creda, coraggio a indossare in tempi come questi un abito che strilla così… e io mi sento scolorir la faccia, quando mi guardo addosso il rosso di questi calzoni. Dico, si-don Salesio, che scherziamo? Quando, dico, si sta sul puntiglio di non volersi abbassare a nessuno…

            – Forse, – suggeriva, esitante, don Salesio, – sarebbe prudente raccogliere…

            – Altra gente? E chi? Sarebbe questo il mio piano! Ma chi? I contadini? E se sono anch’essi della lega? I nemici in casa?

            – Già… già…

            – Ma che! L’unica, sa quale sarebbe?…

            A voce, non lo disse: con due dita si prese sul petto la giubba; guardingo, la scosse un poco; poi, quasi di furto, fece altri due gesti che significavano: ripiegarla e riporla; e subito domandò:

            – Che? No? Lei dice di no?

            Don Salesio si strinse nelle spalle:

            – Dico che il principe… forse…

            – Eh già, perché non deve portarla lui! Sì-don Salesio, il cielo s’incaverna, s’incaverna sempre più da ogni parte; e i primi fulmini li attireremo noi qua, con questi ferracci in mano; vedrà se sbaglio!

            Scoppiò difatti il fulmine e terribile, pochi giorni dopo, e fu la notizia dell’eccidio d’Aragona. Parve che scoppiasse proprio su Colimbètra, poiché lì, per combinazione, sotto lo stesso tetto si trovarono il padre dell’autore principale dell’eccidio, cioè il segretario Lisi Prèola, e il patrigno della vittima, il povero don Salesio. E lo sbigottimento e l’orrore crebbero ancor più, allorché da Roma, come il rimbombo di quel fulmine caduto così da presso, giunse l’altra notizia dell’impazzimento di Dianella.

            Donna Adelaide, colpita ora direttamente dalla sciagura, lasciò d’accoppare con la sua fragorosa e affannosa carità don Salesio, e si mise a strillare per conto suo che, con Dianella impazzita a causa di quell’eccidio, non era più possibile che rimanesse lì a Colimbètra il padre dell’assassino! E il principe, per farla tacere, quantunque stimasse ingiusto incrudelire su quel vecchio già atterrato dalla colpa nefanda del figlio, si vide costretto a mandarlo via dalla villa, con un assegno. Prima d’andare, il Prèola, strascicandosi a stento, col grosso capo venoso e inteschiato ciondoloni, volle baciar la mano anche alla signora principessa e le disse che volentieri offriva ai suoi padroni, per il delitto del figlio, la penitenza di lasciare dopo trentatré anni il servizio in quella casa, compiuto con tanto amore e tanta devozione. Donna Adelaide, commossa e pentita, cominciò a dare in ismañie e chiamò innanzi a Dio responsabile il principe del suo rimorso per l’ingiusta punizione di quel povero vecchio; sì, il principe, sì, per l’orgasmo continuo in cui la teneva, così che ella non sapeva più quel che si volesse e, pur di darsi uno sfogo, diceva e faceva cose contrarie alla sua natura. Le sue smanie divennero più furiose che mai, come seppe eh’erano ritornati da Roma suo fratello Flaminio e Dianella. A monsignor Montoro, sceso a Colimbètra in visita di condoglianza per la morte di donna Caterina, domandò con gli occhi gonfi dal pianto, se gli pareva umano che le si proibisse d’andare a vedere e assistere la nipote, a cui aveva fatto da madre!

            Don Ippolito, in quel momento, non era in villa. S’era recato al camposanto di Bonamorone, poco discosto da Colimbètra, a pregare su la fossa della sorella. Quando entrò, scuro, nel salone, finse di non vedere il pianto della moglie, e al vescovo che gli si fece innanzi compunto e con le mani tese, disse:

            – È morta disperata, Monsignore. Disperata. Il figlio in carcere, compromesso con tanti altri di questi patrioti, nella frode delle banche. E quel Selmi, venuto qua padrino avversario del Capolino, ha saputo? s’è ucciso. Scontano tutti le loro belle imprese! È lo sfacelo, Monsignore! Dio abbia pietà dei morti. Io mi sento il cuore così arso di sdegno, che non m’è stato possibile pregare. Un fremito ai ginocchi m’ha fatto levare dalla fossa della mia povera sorella, e mi sono domandato se questo era il momento di pregare e di piangere, o non piuttosto d’agire, Monsignore! Ma dobbiamo proprio rimanere inerti, mentre tutto si sfascia e le popolazioni insorgono? Ha sentito, ha letto nei giornali? Le folle hanno un bell’essere incitate da predicazioni anarchiche; scendendo in piazza a gridare contro la gravezza delle tasse, recano ancora con sé il Crocefisso e le immagini dei Santi!

            – Anche quelle, però, del re e della regina, don Ippolito, – gli fece osservare amaramente Monsignore.

            – Per disarmare i soldati, queste! – rispose pronto don Ippolito. – Il segno che l’animo del popolo è ancora con noi è in quelle! è chiaro in quelle! Sa che mio figlio è in Sicilia?

            Monsignore chinò il capo più volte con mesta gravità, credendo che il principe gli avesse fatto quella domanda per chiamarlo a parte d’un dispiacere.

            – Ha viaggiato insieme con don Flaminio, – aggiunse con un sospiro, – e con la povera figliuola.

            Donna Adelaide ruppe in nuovi e più forti singhiozzi. Don Ippolito pestò un piede rabbiosamente.

            – Bisogna vincere i proprii dolori, – disse con fierezza – e guardar oltre! Saper vivere per qualche cosa che stia sopra alle nostre miserie quotidiane e a tutte le afflizioni che ci procaccia la vita! Io ho scritto a mio figlio, Monsignore, e ho fatto anche chiamare il Capolino per proporgli d’andare ad abboccarsi con lui, se fosse possibile venire a qualche intesa…

            – Ma come, don Ippolito? – esclamò, con stupore e afflizione, Monsignore. – Con quelli che gli hanno or ora assassinato barbaramente la moglie?

            Don Ippolito tornò a pestare un piede sul tappeto, strinse e scosse le pugna, e col volto levato e atteggiato di sdegno, fremette:

            – Schiavitù! schiavitù! schiavitù! Ah se io non fossi inchiodato qui!

            – Ma che siamo sbanditi? davvero sbanditi? – domandò allora, tra le lagrime, donna Adelaide, rivolta al vescovo. – Chi ci proibisce d’uscire di qui, d’andare dove ci pare, Monsignore?

            – Chi? – gridò don Ippolito, volgendosi di scatto, col volto scolorito dall’ira. – Non lo sapete ancora? Monsignore, non ha posto lei chiaramente i patti di queste mie nuove nozze sciagurate? Come non sa ancora costei chi ci proibisce d’uscire di qui?

            – Ma in un caso come questo! – gemette donna Adelaide. – Vado io sola! Egli può restare! Santo Dio, ci vuole anche un po’ di cuore, ci vuole!

            Monsignor Montoro la supplicò con le mani di tacere, d’usar prudenza. Don Ippolito si portò e si premette forte le mani sul volto, a lungo; poi mostrando un’aria al tutto cangiata, di profonda amarezza, di profondo avvilimento, disse:

            – Monsignore, procuri d’indurre mio cognato a portar qui la figliuola, presso la zia. Forse la quiete, la novità del luogo le potranno far bene.

            – Ah, qui? davvero qui? Ah se viene qui… – proruppe allora con furia di giubilo donna Adelaide, dimenandosi, quasi ballando sulla seggiola. – Sì, sì, sì, Monsignore mio. Sente? lo dice lui! La faccia venire qui, Monsignore, subito subito, qui, la mia povera figliuola!

            Lieto della concessione, Monsignore parò le candide mani paffute ad arrestare quella furia:

            – Aspettate… permettete? Ecco… vi devo dire… oh, una cosa che mi ha tanto, tanto intenerito… Qua, sì… ma aspettate… vedrete che è meglio lasciare per ora a Girgenti la povera figliuola… Forse abbiamo un mezzo per guarirla. Sì, ecco, l’altro jeri sera, sapete chi è venuto a trovarmi al vescovado? Il De Vincentis, quel povero Ninì De Vincentis, innamorato da lungo tempo della ragazza, lo sapete. Caro giovine! Oh se l’aveste veduto! In uno stato, vi assicuro, che faceva pietà. Si mise a piangere, a piangere perdutamente, e mi pregò, mi scongiurò di dire a don Flaminio che si fidasse di lui e lo mettesse accanto alla ragazza, ché egli col suo amore, con la sua calda pietà insistente sperava di scuoterla, di richiamarla alla ragione, alla vita. Ebbene, che ne dite?

            – Magari! – esclamò donna Adelaide. – E Flaminio? Flaminio?

            – Ho fatto subito, jeri mattina, l’ambasciata, – rispose Monsignore. – E don Flaminio, che conosce il cuore, la gentilezza e l’onestà illibata del giovine, ha accettato la proposta, promettendo al De Vincentis che la figliuola sarà sua se farà il miracolo di guarirla. Ora il giovine è lì, presso la povera figliuola. Lasciamola stare, donna Adelaide, e preghiamo Iddio insieme, che il miracolo si compia.

            Con questa esortazione, monsignor Montoro tolse commiato. Per le scale disse a don Ippolito che aveva in animo di mandare una pastorale ai fedeli della diocesi, e che fra qualche giorno sarebbe venuto a fargliela sentire, prima di mandarla. Don Ippolito aprì le braccia e, appena il vescovo partì con la vettura, andò a rinchiudersi nelle sale del Museo.

            Donna Adelaide rimase a piangere, prima di tenerezza per quell’ atto del povero Ninì, poi per disperazione, poiché sapeva purtroppo in che conto la nipote tenesse un tempo quel giovine. Forse, se anche lei avesse potuto esserle accanto, a persuaderla… chi sa! E cominciò a fremere di nuovo e a struggersi tra le smanie e a sentirsi divorata dalla rabbia per quella barbarie del principe, che la costringeva a star lì. E perché poi? che cosa rappresentava, che cosa stava a far lì, lei? No, no, no; voleva andar via, scappare, fuggire, o sarebbe anch’essa impazzita! Decise di scrivere al fratello, scongiurandolo di venir subito a riprendersela, a liberarla da quella galera, o con le buone o con le cattive.

            Lieto della chiamata del principe di Laurentano, Ignazio Capolino si disponeva a scendere a Colimbètra, quando nella saletta d’ingresso udì la vecchia serva respingere sgarbatamente qualcuno, che chiedeva di lui. Si fece avanti, sporse il capo a guardare, vide due donne vestite di nero, con uno scialle pur nero in capo, stretto attorno al viso pallido e smunto. Erano le due figliuole del Pigna, Mita e Annicchia.

            Capolino, come intese il nome, le fece entrare nel salotto e, dopo averle costrette a sedere, domandò loro che cosa desiderassero. Per pudore della loro miseria e per sostenere con dignità il cordoglio, resistevano entrambe alla commozione irrompente. Lo sforzo che facevano per non piangere, intanto, e la suggezione, impedivano la voce. E tutte e due stropicciavano forte, sotto lo scialle nero, il pollice della mano sinistra sulla costa dell’ultima falange dell’indice, ottusa, incallita, annerita e bucherata dall’assiduo passaggio dell’ago e del filo, quasi che soltanto nella sensibilità perduta di quel dito potessero trovar la forza e il coraggio di parlare. Alla fine, Mita, levando appena gli occhi offuscati, riuscì a dire:

            – Signor deputato, siamo venute a pregarla…

            E l’altra subito suggerì, corresse:

            – Le diamo l’incomodo… col dolore che deve avere in sé…

            – Dite, dite pure, – le esortò Capolino. – Sono qua ad ascoltarvi.

            – Sissignore, ecco… Vossignoria saprà, – riprese Mita, facendosi improvvisamente rossa in viso, – che nostro padre e il Lizio, che è…

            – Marito d’una nostra sorella, – tornò a suggerire Annicchia.

            Mita le rivolse con gli occhi un pietoso rimprovero.

            – Sono stati arrestati, signor deputato!

            – Innocenti, signor deputato, innocenti!

            – Siamo testimonie noi, che non sapevano nulla, proprio nulla del fatto…

            Capolino, Gonfuso tra l’ansia affannosa e incalzante con cui le due sorelleora parlavano, domandò:

            – Di qual fatto?

            – Come! – fece Mita. – Del fatto, che vossignoria, purtroppo…

            – Oh Signore! – esclamò Annicchia. – Ce ne trema ancora il cuore.

            E Mita riprese:

            – Sono stati arrestati anch’essi, innocenti come Cristo… Siamo testimonie noi, che sono rimasti sbalorditi e senza fiato, quando se ne sparse la notizia; non sapevano nulla di nulla…

            – E vossignoria può credere, – aggiunse Annicchia, – che non avremmo avuto il coraggio di venire qua a parlarne a vossignoria, se non fossimo più che sicure che sono innocenti…

            E Mita, con gli occhi bassi, tremante:

            – La sua signora, – disse, – noi l’abbiamo servita e sappiamo quant’era buona… signora affabile… e bella, oh quant’era bella… che pena!

            Capolino strizzò gli occhi, si torse un po’ sulla seggiola, e domandò con voce grossa:

            – Avete avuto una perquisizione in casa?

            – Sissignore, – risposero a una voce le due sorelle. Seguitò Mita: – Guardie, delegati, giudici… come tanti diavoli… hanno messo tutto sossopra…

            – E che hanno trovato?

            – Niente!

            – Oh Maria, proprio niente… Qualche lettera… giornali… l’elenco dei socii.

            – Socii per modo di dire… non veniva nessuno…

            – Libri… carte… Si son portato via tutto… anche un capo di biancheria, signor deputato, con una goccia di sangue che m’ero fatto io, qua al dito, cucendo…

            Capolino si strinse la bocca con una mano sotto il naso, e rimase un pezzo accigliato, a pensare; poi disse:

            – Se non verrà fuori qualche compromissione…

            – Ah, nossignore! – esclamò subito Mita. – Col fatto per cui sono stati arrestati, nessuna; certo nessuna! Vossignoria può crederlo…

            – Non saremmo venute da vossignoria… – ripetè Annicchia.

            Capolino tese le mani per fermarle; si raccolse di nuovo a pensare.

            – Sapete, – poi domandò, – che io non sono benvisto dall’autorità? Sapete che, per scusare trenta e più anni di malgoverno, si vuol far credere che tutti questi torbidi in Sicilia siano suscitati sotto sotto dal partito clericale, a cui io appartengo?

            – Vossignoria… ma come! – disse Annicchia, con le mani giunte. – Se vossignoria ha avuto… se a vossignoria…

            – Tanto più! Tanto più! – troncò Capolino. – Diranno: «Ecco, vedete che c’è l’accordo? Il cuore è una cosa; la politica, un’altra! Viene lui, lui stesso, a intercedere per gli arrestati». Così diranno!

            Le due sorelle restarono smarrite, oppresse.

            – E come si può credere una tal cosa?… – domandò Mita.

            – Ma non la credono affatto! – rispose con un sorriso di sdegno Capolino. – Fingono di credere! È la loro scusa. E io, andando, voi lo capite, farei il loro gioco, senza ottenere nulla per voi. È proprio così! Anche nel 1866, che voi altre non eravate neppur nate, la sommossa popolare a causa delle iniquità politiche e amministrative, fu addebitata a questo capro espiatorio del partito clericale. È la scusa più comoda, per i governanti, e di sicuro effetto!

            Le due sorelle rimasero un pezzo in silenzio, assorte, quasi a veder la speranza che le aveva condotte lì, rintanarsi nella pena, cacciata da una ragione inattesa che non riuscivano a intendere chiaramente.

            – C’eravamo figurate, – disse poi Mita, – che se vossignoria avesse detto una parola… non solo di fronte all’autorità… ma anche per il paese… Viviamo del lavoro che facciamo noi due, io e questa mia sorella… Nessuno ce ne vuol più dare adesso, perché tutti, per quest’arresto, credono che nostro padre e nostro cognato siano complici nel fatto che giustamente ha indignato tutto il paese… Ora, se vossignoria, che è stato più di tutti offeso, dice una parola… l’innocenza…

            – E c’è anche questo, signor deputato! – proruppe Annicchia, non riuscendo più a trattenere le lagrime, – che nostra sorella, signor deputato, quando sono venute le guardie ad arrestare il marito e nostro padre, aveva il bambinello attaccato al petto. Le si è attossicato il latte, signor deputato; e ora il bambino sta morendo, e non sappiamo come curarlo; e nostra sorella pare impazzita per il figlio che le muore, col padre in carcere! Siamo rimaste cinque sorelle in casa; ci volgiamo da tutte le parti e non sappiamo che ajuto darle… Per questo siamo venute qua, a supplicarla, signor deputato!

            Capolino s’alzò, come sospinto dalla commozione.

            – Vedrò… vedrò di fare qualche cosa… – disse. – Datemi un po’ di tempo… Bisogna che veda… per la mia… dico, per la mia responsabilità politica… Il cuore, ve l’ho detto, è una cosa; la politica, un’altra… Ma vedrò… non m’impegno… Quietatevi, quietatevi… e coraggio, figliuole mie… È un momento orribile per tutti, credete… e nessuno riesce a vederci uno scampo…

            Le accompagnò, così dicendo, fino alla saletta d’ingresso; non volle scuse né ringraziamenti; richiuse pian piano la porta alle loro spalle.

            Pur senz’alcuna fiducia in quella vaga promessa d’ajuto, le due sorelle, appena uscite su la via, provarono un certo sollievo per il passo che avevano fatto, quasi un’ebbrezza d’aver saputo parlare, per cui si sentirono alquanto riconfortate. Ma presto, pensando al luogo ove erano avviate, ricaddero nell’avvilimento d’una vergogna scottante. Si recavano alla Posta a riscuotere un po’ di denaro che Celsina aveva mandato da Roma, e di cui non sapevano che pensare… E altro danaro, in quei giorni, poco, oh poco, e frutto d’un’altra vergogna ben nota, veniva dalla sorella maggiore, da Rosa, a quelle loro povere mani logorate dal lavoro e ora forzate dall’ozio, forzate ad accogliere il tristo peso di quei soccorsi non chiesti.

            Che agli occhi altrui figurasse d’andare a Colìmbètra non di sua volontà, ma chiamato, piaceva molto a Capolino. Era là, adesso, appesa al ramo una pera, rimasta un tempo acerba alla sua brama; ma che ora, a quanto poteva congetturare da notizie recenti, doveva esser più che matura, lì lì per cadere, a una scrollatina cauta e ardita della sua mano. Sarebbe stato questo, il perfetto compimento della sua vendetta! E tutto pareva meravigliosamente preordinato perché si compisse presto e bene. Adelaide Salvo figurava nubile tuttora davanti allo stato civile. L’avrebbe spinta a fuggire con lui a Roma, a riparare in casa della sorella Rosa. Prudentemente, per raffermar bene il suo diritto di salvatore, si sarebbe prima trattenuto alcuni giorni a Napoli con lei che, poverina, doveva aver tanto bisogno di quegli svaghi che solamente una città come Napoli poteva offrirle. A Roma, si poteva senza chiasso contrar le nozze civili. Francesco Velia avrebbe trovato modo di farlo entrare in qualità d’avvocato consulente nell’amministrazione delle ferrovie; e non era detto che non dovesse piacergli che egli, divenuto di nuovo suo cognato, restasse con quella medaglietta ciondolante sul panciotto. Col tempo anche Flaminio Salvo, per intercessione di don Francesco e di donna Rosa, si sarebbe forse placato e non gli avrebbe attraversato la via. Il vero punto, adesso, era persuadere Adelaide d’affrontar lo scandalo della fuga, in quel momento sciagurato della pazzia della nipote. Ma monsignor Montoro gli aveva detto che il principe proibiva assolutamente alla moglie di recarsi a Girgenti anche per una visita in casa del fratello. Un’altra congiuntura meravigliosamente propizia era nell’opera pietosa offerta da quel caro Ninì Dè Vincentis alla povera ragazza. Che se Dianella fosse stata portata a Colimbètra presso la zia come il principe aveva proposto, altro che pensare alla fuga, egli non avrebbe potuto più neanche mettervi il piede! Ma poteva bastare ad Adelaide questa vaga speranza, questa magra consolazione da lontano, di sapere inginocchiato innanzi alla nipote demente quel povero San Luigi? In fondo tutto quell’ardore, per quanto sincero, di visitare la nipote, doveva essere un pretesto per uscir da Colimbètra. Le ragioni delle sue smanie perduravano tutte, esacerbate per giunta da quella proibizione. Né Flaminio Salvo si sarebbe mai indotto a persuadere il principe di concedere alla sorella quell’uscita. Bisognava insistere su questo punto, dimostrare ad Adelaide che il fratello non era uomo da venir meno ai patti stabiliti col principe per nessuna considerazione; cosicché ella, perduta ogni speranza nell’ajuto del fratello e vedendosi condannata a struggersi lì nel dispetto e nella noja, non vedesse più altro scampo che in lui, e trovasse nella disperazione il coraggio della fuga.

            Questi pensieri e ricordi e propositi rivolgeva in sé Capolino, scendendo da Girgenti a Colimbètra in vettura. Ma non gli suscitavano dentro né ansia, né calore. Avvertiva anzi una frigidità nauseosa, come se la vita gli si fosse rassegata; sentiva che quella sua vendetta era per cose che restavano indietro nel tempo, irrevocabili, e già morte nel cuore, e che però non ne avrebbe avuto né gioja, né promessa di bene per l’avvenire. Vendicava uno che, un giorno, era stato respinto da Adelaide Salvo; ma era più ormai quell’uno? Tante cose non avrebbero dovuto accadere, che purtroppo erano accadute, e di cui sentiva in sé, nel cuore, il peso morto, perché avesse ora qualche gioja della sua vendetta. E appunto tutte queste cose morte gliela rendevano così facile. Ecco perché sentiva quella frigidità nauseosa. In Nicoletta Spoto aveva potuto trovare un certo compenso, un rinfranco alla nausea della sua abiezione; per quella e con quella, valeva quasi la pena d’esser vile… Ma suscitare adesso un nuovo scandalo, fare un affronto a un uomo come don Ippolito Laurentano, per Adelaide Salvo… Forse però, in fin dei conti, sarebbe stato anche un sollievo per don Ippolito portargli via quella moglie! Sul momento, l’amor proprio ne avrebbe un po’ sofferto; ma non era male che a lui così favorito sempre dalla sorte, bello, nobile, ricco, che aveva potuto prendersi il gusto e la soddisfazione di tener sempre alta la fronte, la sorte stessa, ora, all’ultimo, con la mano di lui Capolino, allungasse uno scappellotto, così di passata.

            Ancora un’altra agevolazione, e questa davvero inaspettata, e tale da fargli quasi cader le braccia, trovò, appena arrivato alla villa. Don Ippolito, sdegnato da un canto dalla sfiducia del vescovo, dall’altra al tutto disilluso dalla risposta di Lando, arrivatagli la sera avanti da Palermo, circa alla possibilità di venire a un accordo col partito clericale, s’era rifugiato, come in tante altre occasioni bisognoso di conforto, nel culto delle antiche memorie, nell’opera da lungo tempo intrapresa sulla topografia akragantina.

            Come per l’acropoli, così per l’emporio d’Akragante, s’era messo contro tutti i topografi vecchi e nuovi, che lo designavano alla foce dell’Hypsas. Quivi egli invece sosteneva che fosse soltanto un approdo, e che l’emporio, il vero emporio, Akragante, come altre antiche città greche non poste propriamente sul mare, lo avesse lontano, in qualche insenatura che potesse offrire sicuro ricovero alle navi: Atene, al Pireo; Megara attica, al Niseo; Megara sicula, allo Xiphonio. Ora, qual era l’insenatura più vicina ad Akragante? Era la così detta Cala della Junca, tra Punta Bianca e Punta del Piliere. Ebbene là, dunque, nella Cala della Junca, doveva essere l’emporio akragantino.

            A questa conclusione era arrivato con la scorta d’un antico leggendario di Santa Agrippina. Ed era lieto e soddisfatto di una pagina che aveva trovato modo d’inserire nell’arida discussione topografica, per descrivere il viaggio delle tre vergini Bassa, Paola e Agatonica, che avevano recato per mare da Roma il corpo della santa martire dell’imperatore Valeri ano. Non era dubbio che le tre vergini fossero approdate col corpo della santa alla spiaggia agrigentina, in un luogo detto Lithos in greco e Petra in latino, quello stesso oggi chiamato Petra Patella, o Punta Bianca. Orbene, nell’antico agiografo si leggeva che al momento dell’approdo delle tre vergini un monaco che usciva dal monastero di Santo Stefano nel villaggio di Tyro presso l’emporio, avviato ad Agrigento, s’era fermato, attratto dal soave odore che emanava dal corpo della santa, ed era poi corso alla città ad annunziare quel prodigio al vescovo San Gregorio. Se, come volevano i vecchi e nuovi topografi, l’emporio era alla foce dell’Hypsas, e dunque pur lì il vicus di Tyro e il monastero di Santo Stefano, come mai quel monaco, avviato ad Agrigento, s’era potuto imbattere a Punta Bianca nelle tre vergini che approdavano col corpo della santa martire? Era del tutto inammissibile. Il monastero di Santo Stefano di Tyro doveva esser lì, presso Punta Bianca, e dunque pur lì l’emporio. E la prova più convincente era nel nome di quel villaggio, uguale a quello della grande città fenicia: Tyro. Questo nome probabilmente lo avevano dato i Cartaginesi al tempo del loro attivo commercio con gli Akragantini, e tale per qualche monte che doveva sorgere presso il villaggio: tur, difatti, in fenicio significa monte. Ne sorgeva forse qualcuno presso la foce dell’Hypsas? No; il monte, designato anzi come per antonomasia il Monte Grande, sorge là appunto, presso Punta Bianca, e domina la Cala della Junca.

            Don Ippolito, quella mattina per tempissimo, s’era recato a cavallo, con la scorta di Sciaralla e di altri quattro uomini, a visitare più attentamente quei luoghi, e in ispecie la costa di quel Monte Grande, nella contrada detta Litrasi, ove sono certi loculi creduti da alcuni topografi tombe fenicie, ma che a lui parevano molto più recenti e disposti e scavati in uno stile uso in Sicilia al tempo del basso impero, sicché potevano risalire agli anni del vescovado di San Gregorio, cioè al tempo che colà erano sbarcate le tre fedeli vergini Bassa, Paola e Agatonica con la salma odorosa della santa martire Agrippina.

            Di ritorno, benché da ogni parte gli si stendessero amenissimi allo sguardo nel tepore quasi primaverile immensi tappeti vellutati di verzura, qua dorati dal sole, là vaporosi di violente ombre violacee, sotto il turchino intenso e ardente del cielo, don Ippolito, guardando le sue mani appoggiate sull’arcione della sella, non aveva pensato più ad altro che alla morte, alla sua scomparsa da quei luoghi, che ormai non doveva essere lontana. Ma contemplata così, sotto quel sole, in mezzo a tutto quel verde, mentre il corpo si dondolava ai movimenti uguali della placida cavalcatura, la morte non gli aveva ispirato orrore, bensì un’ alta serenità soffusa di rammarico e insieme di compiacenza, per la gentilezza e la nobiltà dei pensieri e delle cure, di cui aveva sempre intessuto la sua vita in quei luoghi cari, a cui tra poco avrebbe dato l’ultimo addio. E s’era immerso a lungo in quel sentimento nuovo di serenità, come per mondarsi del terrore angoscioso eh’essa, la morte, gli aveva cagionato finora, e a cui doveva quelle indegne sue seconde nozze che avevano profanato il decoro della sua vecchiezza, l’austerità del suo esilio.

            Poco dopo mezzogiorno, rientrando a Colimbètra, stanco della lunga cavalcata, sorprese nel salone Capolino e donna Adelaide in fitto colloquio: questa, accesa e in lacrime; quello, pallido e in fervida agitazione. Si fermò su la soglia, con un piglio più di nausea che di sdegno.

            – Oh, principe… – fece subito Capolino, levandosi in piedi, smarrito.

            – State, state… – disse don Ippolito, protendendo una mano, più per impedirgli d’accostarsi, che per fargli cenno di restar seduto. – Non vi chiedo scusa del ritardo, perché la signora, vedo… mi avrà dipinto anche a voi per un così barbaro uomo, che non vi sarete doluto se vi è mancata finora la mia compagnia…

            – No… la… la principessa… veramente… – barbugliò Capolino.

            Don Ippolito s’impostò fieramente e disse con accigliata freddezza:

            – Può andare, se vuole. Ma sappia che ciò che oggi le impedisce di uscire dal cancello della mia villa, le impedirà domani di rientrarvi. E ora seguitate pure la vostra conversazione.

            Si mosse per uscire dal salone. Capolino tentò di sostenere, innanzi alla donna, la sua dignità maschile, e gli disse dietro, quasi con aria di sfida, ma che poteva anche parer di scusa:

            – Voi, principe, mi avete fatto chiamare…

            Don Ippolito, già arrivato all’uscio, si voltò appena, tenendo scostata con la mano la portiera:

            – Oh, per una cosa da nulla, – disse. – Ormai… ubbie! ubbie!

            E passò, lasciando ricadere la portiera.

            – La risposta… la risposta… – proruppe subito donna Adelaide, alzandosi soffocata e con gli occhi tumidi e insanguati dal pianto, – aspetto fino a domani la risposta, o che venga lui qua a dirmi se debbo proprio crepare e farmi pestar la faccia così…

            – Ma certo! ma certo! ma certo! – ribattè Capolino, andandole dietro. – Come vuoi che Flaminio ti dica…

            – Me lo deve dire! – lo interruppe lei, frenetica, mostrando i denti e le pugna. – Questo mi deve dire, con la sua bocca; e allora sì, allora sì, subito! faccio lo sproposito! sono pronta! faccio lo sproposito!

            Entrò in quel punto Liborio, il cameriere favorito del principe, in preda a un’ansia spaventata, e restò un momento perplesso alla vista del pianto e dell’agitazione della signora.

            – Eccellenza… Eccellenza… – disse, – il signor don Salesio…

            – Che cos’è? – domandò con rabbia donna Adelaide. – Che vuole?

            – Niente, eccellenza… pare che…

            E Liborio alzò una mano a un gesto vago, di benedizione.

            – Ah, – fece allora donna Adelaide, piantando duramente gli occhi in faccia a Capolino e restando un tratto a guardarlo accigliata e a bocca aperta, come per saper da lui se fosse bene o male, che giusto in quel punto quel poveretto morisse. – Meglio… meglio così! – esclamò poi, – meglio così, pover’uomo… Andiamo, Gnazio, andiamo a vederlo…

            E corse dietro a Liborio, seguita da Capolino, frastornato e turbato.

            – L’ho tenuto qua con me… – gli diceva, andando, – l’ho trattato… l’ho curato… Bella gente siete stati vojaltri, ad abbandonarlo così… povero vecchio… Meglio, meglio… si leva di patire… Anch’io l’ho trascurato in questi ultimi giorni… Assassini! Gli hanno dato il colpo di grazia… Ma anche lui però, bisogna dirlo, mangiava troppo… troppi dolci…

            – Eh sì, eccellenza, – sospirò Liborio, – glielo dicevo anch’io… troppi…

            – Piglia, piglia, Gnazio… m’è caduto il fazzoletto. Oh Bella Madre Santissima, che puzzo qui!

            E si turò il naso con una mano, restando davanti alla soglia della cameretta in cui il povero vecchio moriva, sostenuto sul letto dal cuoco, accorso alla chiamata di Liborio. Trattenuti dall’orrore istintivo della morte, ma forse più dal ribrezzo per l’estrema magrezza di quel volto cartilaginoso, dai peli stinti, dai globi degli occhi già induriti sotto le pàlpebre semichiuse, donna Adelaide e Capolino stavano a guardare, ancora lì su la soglia, allorché videro la bocca del moribondo aprirsi, aprirsi sempre più, spalancarsi smisuratamente, come forzata con violenza crudele da una molla interna.

            – Oh Dio! – gemette donna Adelaide. – Perché fa così?

            Non aveva finito di dirlo, che da quella bocca springò fuori, di scatto, qualcosa, orribilmente. Donna Adelaide gettò un grido di raccapriccio e levò le mani quasi a riparo del volto. Liborio andò a guardare sul letto e, scorgendovi una dentiera aperta:

            – Niente, eccellenza! – disse con un sorriso pietoso. – Ha finito di mangiare…

            Il cuoco intanto adagiava sul cuscino il capo esanime del povero vecchio.

I vecchi e i giovani

   
Introduzione

Parte I

Parte II

Capitolo 1Capitolo 5Capitolo 1Capitolo 5
Capitolo 2Capitolo 6Capitolo 2Capitolo 6
Capitolo 3Capitolo 7Capitolo 3Capitolo 7
Capitolo 4Capitolo 8Capitolo 4Capitolo 8

Elenco Romanzi 
Introduzione ai romanzi1911 - Suo marito
1901 - L'esclusa1913 - I vecchi e i giovani
1902 - Il turno1915/1925 - Quaderni di Serafino Gubbio, operatore (Si gira!)
1904 - Il fu Mattia Pascal1926 - Uno, nessuno e centomila

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