I vecchi e i giovani – Parte II – Capitolo 2

I vecchi e i giovani – Parte Seconda- Capitolo 2

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 II.

1913 - I vecchi e i giovani            Da una ventina di giorni, tutti, anche quelli che andavano per via frettolosi e sopra pensiero, si voltavano, si fermavano a mirare un vecchiotto nodoso e ferrigno, con un piccolo zàino alle spalle, quattro medaglie al petto e un cappellaccio nero, da cui scappava un arruffio di peli, i gialli cernecchi confusi col barbone lanoso, abbatuffolato. Camminava quel vecchiotto come in sogno, gli occhi lustri, ilari e lagrimosi, senz’alcun sospetto della sua straordinaria apparizione per le vie e le piazze di Roma, in quella comica acconciatura e con quella goffa aria di selvaggio intenerito. Ma, lasciati a Valsanìa il berretto villoso, gli scarponi imbullettati e il fucile, indossato il vestito nuovo di panno turchino e, sotto alla ruvida camicia d’albagio violacea, un’altra camicia di tela che gli sovrabbondava bianca e floscia dal collo e dalle maniche; con quel cappellaccio nero e le scarpe pulite, Mauro Mortara era sicuro d’essersi acconciato da compito cittadino. La giacca, sì, aveva su i fianchi certi rigonfii… ma le pistole, eh quelle aveva fatto voto di non lasciarle mai. Le quattro medaglie poi che gli s’intravedevano appese alla camicia d’albagio, sul petto, se le era portate (chiestane licenza al Generale) unicamente per dimostrare ch’era degno di passare per Roma, che s’era meritata la grazia e guadagnato l’onore di vederla. Tutti i documenti erano dentro lo zainetto.

            Come avrebbe potuto supporre che quelle medaglie, a Roma, attufata d’odio e tutta imbrattata di fango in quei lividi giorni, dovessero chiamare su le labbra un ghigno di scherno, diventata quasi titolo d’infamia la qualifica di «vecchio patriota»? Senza il più lontano sospetto che ridessero di lui, Mauro Mortara rideva a tutti coloro che gli ridevano in faccia, credendo che partecipassero alla sua gioja, a quella sua gioja rigata di lagrime che, quasi grillandogli attorno come una luce, gli abbagliava ogni cosa. Non vedeva altro di Roma, che questa sua gioja di esserci; e tutto in quella fiamma d’allucinazione gli si presentava magico e vaporoso; e non sentiva la terra sotto i piedi. Tre, quattro volte, nell’allungare il passo, gli era venuto meno il marciapiedi, e per poco non era ruzzolato. Andava com’ebro, senza mèta, smarrito, annegato nella sua beatitudine; e appena gli fantasmeggiava davanti un aspetto grandioso, giù altre lagrime dagli occhi gonfii di commozione.

            Lando Laurentano avrebbe voluto dargli una guida; ma che guida! non voleva saper nulla; non voleva che gli si precisasse nulla; temeva istintivamente che ogni notizia, ogn’indicazione, ogni conoscenza anche sommaria gli rimpiccolisse quella smisurata, fluttuante immagine di grandezza, che il sentimento gli creava. Roma doveva rimanere per lui, come il mare, sconfinata. E ritornando la sera, stanco e non sazio, al villino di via Sommacampagna dove Lando abitava, alle domande se avesse veduto il Colosseo, il Foro, il Campidoglio:

            – Ho visto, ho visto! – rispondeva in fretta. – Non mi dite niente… Ho visto!

            – Anche San Pietro?

            – Oh Marasantissima! Vi dico che ho visto. Non voglio saper niente! Questo… quello… che me n’importa? È tutto Roma!

            Che gl’importava di sapere chi fosse quel cavaliere con le gambe nude e la corona in capo sul gran cavallo di bronzo in quell’alta piazza vegliata da statue in capo alla salita, dominata da una torre e porticata a destra e a sinistra? Era a Roma? E dunque era un grande, certo, un eroe dell’antichità, un vittorioso, un padrone del mondo. E quella statua lì, rossa, seduta sopra la fontana, con una palla in mano? Roma: quella era Roma, col mondo in pugno, e basta. Se per quella piazza non fosse passata di continuo tanta gente, si sarebbe chinato a baciar l’orlo di quella fontana, accostato a baciare il piedestallo di quel cavaliere con le gambe nude. E perché s’affaccendava lassù tutta quella gente? Ma perché lavorava a far più grande Roma: ecco perché! Si davano tutti da fare per questo. E Roma, Roma… eccola là: di nuovo, tra poco, tutto il mondo in pugno avrebbe tenuto, così!

            Era lui davvero, Mauro Mortara, a Roma? respirava proprio lui lassù quell’aria di Roma? toccava proprio lui coi piedi il suolo di Roma? vedeva lui tutte quelle grandezze? o era sogno? Ah, si potevano chiudere ora gli occhi suoi, dopo tanta grazia? Veduta Roma, avevano veduto tutto. Posta la sua firma nel registro del Pantheon, alla tomba del Re, poteva morire: aveva dato atto di presenza nella vita, risposto all’appello della storia. Che stupore! Se le era trovate davanti all’improvviso, quelle colonne scure e maestose. Nel dubbio che fosse una chiesa, s’era tenuto in prima d’entrare per il cancello semichiuso della ringhiera, come vedeva fare a tanti. Venendo a Roma, aveva stabilito che, dalle chiese, alla larga! Rispettare Dio, sì, ma in cielo… E non era entrato difatti neanche in San Pietro. In mano ai preti, lui? Maramèo! Con occhi torvi aveva guatato il Vaticano, premendo coi gomiti su i fianchi il calcio delle due pistole. Era dunque una chiesa anche quella? Stava per domandarlo, quando gli s’era accostato un venditore di vedute di Roma: – Il Pantheon… la tomba del Re…

            – Là dentro?

            E subito allora era entrato. Quell’occhio tondo aperto nella cupola, da cui si vedeva il cielo, l’altare di fronte lo avevano un po’ sconcertato. Dov’era la tomba del Re? Eccola là, a destra, in alto, di bronzo… E s’era avvicinato, timoroso; aveva veduto sotto la tomba i due veterani di guardia, con le medaglie al petto, il registro per le firme dei visitatori e, con gli occhi ridenti e invetrati di lagrime, aveva sollevato un po’ la giacca per far vedere a quelli che aveva il diritto, lui, di firmare. Quei due veterani non avevano compreso bene, forse, ciò che avesse voluto dire e, vedendolo ridere e piangere insieme, lo avevano preso fors’anche per matto. Uno dei due, infatti, come a rassicurarsi, gli aveva domandato con un gesto della mano: firmare? Sì, aveva risposto lui, col capo: or ora, dopo tutti gli altri; ché, un po’ per la mano poco avvezza, un po’ per gli occhi e soprattutto poi per la commozione, chi sa quanto tempo ci avrebbe messo! Alla fine, rimasto solo davanti ai veterani, dopo aver raspato alla meglio sul registro, a lettera a lettera, nome, cognome e luogo di nascita:

            – Ah, da Girgenti… siciliano? – s’era sentito domandare da uno di quelli, che con gli occhi aveva tenuto dietro alla penna. – Avete fatto la campagna del Sessanta?

            – Eccole qua! – gli aveva risposto, gongolante, mostrando le medaglie. – E questa, del Quarantotto!

            – Ah, reduce del Quarantotto… E siete danneggiato?

            – Come, danneggiato? Che vuol dire?

            – Se avete la pensione dei danneggiati politici…

            Ma che pensione! Lui? Perché la pensione? Non aveva niente, lui. Non sapeva neppure che ci fosse, quella pensione; e se l’avesse saputo, non l’avrebbe mai chiesta. Prender danaro per quel che aveva fatto? Ma gli dovevano prima cascar le mani!

            Quelli, ch’eran due piemontesi, s’erano messi a ridere, guardandosi negli occhi. Lo avevano approvato – credeva lui – sicuramente. Sì, come lo approvavano, nel villino, ogni sera, Raffaele il cameriere e Torello il servitorino, dopo la severa riprensione del padrone che li aveva sorpresi in un momento che se lo pigliavano a godere proprio di gusto. Alle esclamazioni di gioja, di meraviglia, di entusiasmo, di soddisfazione, alle ingenue considerazioni di Mauro sulla grandezza della patria, Lando Laurentano, benché pieno in quei giorni di sdegno e di nausea, non aveva mai replicato; aveva trattenuto il sorriso anche quando il suo caro vecchio, una di quelle sere, era entrato ad annunziargli ancor tutto esultante:

            – Ho visto il Re! ho visto il Re! Oh, povero figlio mio, come avrei potuto mai crederlo? tutto bianco… bianco come me… Chi sa quanto gli costa sedere lassù! quanti pensieri! Eh, il palo è lui! c’è poco da dire: il palo che regge tutto… E sapete? M’ha salutato! se la carrozza andava più piano, mi buttavo in ginocchio, com’è vero Dio!

            «Sentirsi in petto per un momento quel cuore!», aveva pensato con tenerezza e con invidia Lando Laurentano. «Potere con quella stessa fede, con quella stessa purezza d’intenti, nutrire un sogno, un più vasto sogno; affrontare per esso più aspre lotte e vincere, per goder poi una gioja più pura e più grande di quella!»

            Come per ritemprarsi e lavarsi lo spirito di tutte le sozzure sbomicanti in quei giorni dalla vita nazionale, s’era immerso nei discorsi di quel vecchio, strambi, sì, ma vero lavacro di purezza e di fede. La sua vista, la sua presenza a Roma, in quei giorni, gli facevano apparir più sozzi, più turpi tutti coloro che della fortuna insigne d’esser nati in un momento supremo e glorioso s’erano avvantaggiati come ingordi mercanti e ladri speculatori. Che ne sapeva, che poteva saperne quel vecchio, il quale, dopo aver dato il meglio della sua forte e ingenua natura alla patria, s’era ritratto in solitudine a fantasticare sul frutto che l’opera sua avrebbe certamente recato, sicuro che tutti gli altri avevano fatto come lui? Egli non pensava: sentiva soltanto: fiamma accesa, che si beava nel suo lume e nel suo calore, e tutto avvivava intorno a sé di questo lume. E, certo, come ora qua non avvertiva la tempesta di fango in mezzo alla quale passava raggiante di gioja e d’entusiasmo, da trent’anni in Sicilia non aveva mai avvertito gli orrori delle tante ingiustizie, la desolazione dell’abbandono, il crollo delle illusioni, il grido e le minacce della miseria. Impensierito dalle notizie di giorno in giorno più gravi che gli arrivavano di laggiù, Lando avrebbe voluto qualche ragguaglio da lui, almeno intorno alla provincia di Girgenti; ma non glien’aveva neppur fatto cenno, sicuro che gli avrebbe oscurato d’un tratto tutta la festa col fargli sapere ch’egli, il nipote del Generale, era per quelli che egli in buona fede doveva stimar nemici della patria, e dunque un nemico della patria anche lui. Gli aveva domandato invece notizie del padre.

            – Giù, dovete venire giù con me! – gli aveva risposto Mauro recisamente. – Voi siete il ladro; io, il carabiniere. E ringraziate Dio che ha mandato me! Poteva mandarvi un plotone di quei suoi terribili pagliacci, con Sciaralla il capitano.

            Lando aveva schiuso le labbra a un sorriso afflitto. E allora Mauro, picchiandosi la fronte con una mano:

            – Testa! Che volete farci? Me li manda anche lì, a Valsanìa, vestiti a quel modo, nella casa di suo Padre! Il cuore mi si volta in petto e vedo rosso, vi giuro, certe volte! Basta, che dicevamo? Ah… anche questa vi pare che sia da meno? andare a sposar di nuovo, alla sua età, e una di quella razza! Santo e santissimo non so chi e non so come, il padre di quello, vi dico, quando vostro nonno fu mandato in esilio, andò in chiesa a cantare il Te Deum. E lui, lui, questo don Flaminio Salvo… Corpo di Dio, sapete che ho dovuto sopportarmelo per un mese a Valsanìa? Ah, che bracalone quel vostro zio don Cosmo! «Come!», doveva dire. «Flaminio Salvo a Valsanìa?» E invece, niente! Padronissimo. E sapete come sono stato io per un mese? Come una bestia che va cercando tutti i buchi e i bucherelli per nascondersi. Se lo vedevo… sangue di… per qua lo afferravo, vi dico, per la gola, e là, suona che ti suono, cazzotti dove coglievo coglievo! Sapete che quando mi piglia quel momentaccio, bestiale come sono… Lasciamo andare! Questo don Flaminio Salvo, al quarantotto, che fece? ve lo dico io che fece, andò dritto filato a denunziare alla sbirraglia borbonica il luogo dove s’era nascosto don Stefano Auriti con vostra zia donna Caterina. Storia! E ora, a Girgenti, porta tutti i preti in pianta di mano! Ma Dio, ah Dio l’ha castigato! La moglie, pazza! Peccato che la figlia… quella, no: buona, la figlia; buona e bella… Ma non vi venisse in mente, oh, di pigliarcela in moglie! Voi, caro mio, portate il nome di vostro nonno, ricordatevelo! E il nome di Gerlando Laurentano dev’essere per voi… che dico? no, caro mio, non ridete… di queste cose non dovete ridere davanti a me!

            – Rido, – gli aveva risposto Lando, – perché ha mandato un buon ambasciatore mio padre per persuadermi ad assistere alle sue nozze!

            E Mauro, mettendo le mani avanti:

            – Ah no, che c’entra? io le cose le dico papali in faccia, anche a lui. E, tanto, se non le dico, mi si leggono in fronte lo stesso… Ciascuno col sentimento suo. Ma voi dovete venire con me, perché il padre è padrone, caro mio. Non andate di vostra volontà. Lui, com’ha cominciato, deve finire. Se s’è messo per quella via, che volete farci? Ve ne verrete per un po’ di giorni a Valsanìa, a ristorarvi; vi arrabberete un po’ con quello stolido di vostro zio don Cosmo; ma poi ci sono io, c’è il camerone del Generale, intatto, tal quale… Entrando là, il petto… ah! vi s’allarga e il cuore vi si fa tanto… Voi, non so, mi parete… Con permesso, lasciatemi sentir l’orologio.

            Gli s’era accostato, gli aveva posato un orecchio sul petto, dalla parte del cuore e, ridendo furbescamente, aveva concluso:

            – Ho capito! L’ora delle femmine.

            Calmo e freddo in apparenza, Lando Laurentano covava in segreto un dispetto amaro e cocente del tempo in cui gli era toccato in sorte di vivere; dispetto che non si sfogava mai in invettive o in rampogne, conoscendo che, quand’anche avessero trovato eco negli altri, come ne trovavano difatti quelle dei tanti malcontenti in buona o in mala fede, non avrebbero approdato a nulla.

            Era, quel suo dispetto, come il fermento d’un mosto inforzato, in una botte che già sapeva di secco.

            La vigna era stata vendemmiata. Tutti i pampini ormai erano ingialliti; s’accartocciavano aridi; cadevano; i tralci nudi si storcevano nella nebbia autunnale, come chi si stiri in un lungo e sordo spasimo di noja; nella grigia distesa dei campi, tra la caligine umida, non rimaneva più altro che un accennar muto e lieve e lento di pàlmiti vagabondi.

            Aveva dato il suo frutto, il tempo. E lui era venuto a vendemmia già fatta. Il mosto generoso e grosso, raccolto in Sicilia con gioja impetuosa, mescolato con l’asciutto e brusco del Piemonte, poi col frizzante e aspretto di Toscana, ora col passante, raccolto tardi e quasi di furto nella vigna del Signore, mal governato in tre tini e nelle botti, mal conciato ora con tiglio or con allume, s’era irrimediabilmente inacidito.

            Età sterile, per forza, la sua, come tutte quelle che succedono a un tempo di straordinario rigoglio. Bisognava assistere, tristi e inerti, allo spettacolo di tutti coloro che avevan dato mano all’opera e volevano ora esser soli a darle assetto; alcuni tuttavia sovreccitati e quasi farneticanti, altri già lassi e crogiolantisi con senile sorriso di sufficienza nella soddisfazione d’un’ardua fatica comunque terminata, di cui non volevano vedere i difetti, né che altri li vedesse.

            Ah, in verità, sorte miserabile quella dell’eroe che non muore, dell’eroe che sopravvive a se stesso! Già l’eroe, veramente, muore sempre, col momento: sopravvive l’uomo e resta male. Guaj se non scoppia l’anima con veemenza, investita da quel vento propulsore che la gonfia, la sforza e le fa assumere a un tratto una terribile maschera di grandezza! Dopo quello sforzo, caduto il vento, l’anima violentata non sa, non può più ricomporsi nelle sue naturali proporzioni, non trova più il suo equilibrio: qua ancora abbottata e intumidita, là floscia, ammaccata, casca da tutte le parti e, come un pallone in cui si sia consumato lo stoppaccio, incespica e si straccia in tutti gli sterpi della via dianzi sorvolata.

            Lando Laurentano non sfogava il dispetto, perché, non avendo potuto prima per l’età, non potendo più ora per l’inerzia dei tempi far nulla, sdegnava come troppo facile dir che gli altri avevano fatto male. Fare… ecco, poter fare, senza punte parole! Avevano fatto gli altri. Ora era il tempo delle parole. Ne facevano tante gli altri inutilmente, ch’egli poteva bene risparmiar le sue. Vedeva che coloro, a cui era stato dato di fare, s’erano dibattuti a lungo tra due concezioni, una vacua e l’altra servile: quella di un’Italia classica e quella di un’Italia romantica: una fantasima in toga e un manichino da vestire con la livrea e il beneplacito altrui: un’Italia retorica, fatta di ricordi di scuola, quella stessa forse vagheggiata dal Petrarca e suggerita a Cola di Rienzo, repubblicana; e un’Italia forestiera, o inforestierata tutta nell’anima e negli ordini. Purtroppo, le necessità storiche dovevano effettuar questa. E, in fondo, non si era fatto altro che sostituire una retorica a un’altra; alla scolastica imitazione degli antichi, la spropositata imitazione degli stranieri. Imitare, sempre. «Oh Italiani», aveva gridato dalleMurate di Firenze il Guerrazzi, «scimmie e non uomini!»

            Soffocati dalle così dette ragioni di Stato gl’impeti più generosi, la nazione era stata messa sù per accomodamenti e compromissioni, per incidenze e coincidenze. Un solo fuoco, una sola fiamma avrebbe dovuto correre da un capo all’altro d’Italia per fondere e saldare le varie membra di essa in un sol corpo vivo. La fusione era mancata per colpa di coloro che avevano stimato pericolosa la fiamma e più adatto il freddo lume dei loro intelletti accorti e calcolatori. Ma, se la fiamma s’era lasciata soffocare, non era pur segno che non aveva in sé quella forza e quel calore che avrebbe dovuto avere? Che nembo di fuoco allegro e violento dalla Sicilia sù sù fino a Napoli! Ancora da laggiù, più tardi, la fiamma s’era spiccata per arrivare fino a Roma… Dovunque era stata costretta ad arrestarsi, ad Aspromonte o su le balze del Trentino, era rimasto un vuoto sordo, una smembratura.

            Non poteva l’Italia farsi in altro modo? Segno che non erano ancora ben maturi gli eventi, o che eran mancati in alcuni l’energia e l’ardire per secondarli. Troppi calcoli e riflessioni ombrose e tentennamenti e scrupoli e ritegni e soggezioni avevano mortificato la creazione della patria.

            Che fare, adesso? Per chi vuole, sì, è sempre tempo di far bene. Ma un bene modesto, umile, paziente, Lando Laurentano sentiva che non era per lui. Gli avevano offerto, nelle ultime elezioni generali, la candidatura in uno dei collegi di Palermo: né preghiere, né pressioni, né richiami alla disciplina del partito erano valsi a farlo recedere dal rifiuto. Lui, a Montecitorio, in quel momento? Meglio affogarsi in una fogna!

            Fin da giovinetto s’era nutrito di forti e severi studii, non tanto per bisogno di coltura o per passione, quanto per poter pensare e giudicare a suo modo, e serbare così, conversando con gli altri, l’indipendenza del proprio spirito. Aveva qua, nel villino solitario di via Sommacampagna, una ricca biblioteca, ove soleva passare parecchie ore del giorno. Ma, leggendo, era tratto irresistibilmente a tradurre in azione, in realtà viva quanto leggeva; e, se aveva per le mani un libro di storia, provava un sentimento indefinibile di pena angustiosa nel veder ridotta lì in parole quella che un giorno era stata vita, ridotto in dieci o venti righe di stampa, tutte allo stesso modo interlineate con ordine preciso, quello ch’era stato movimento scomposto, rimescolìo, tumulto. Buttava via il libro, con uno scatto di sdegno, e si metteva a passeggiare per la sala. Che strana impressione gli facevano allora tutti quei libri nella prigione degli alti e ampii scaffali che coprivano da un capo all’altro le quattro pareti! Dalle due finestre basse, che davano sul giardino, entrava il passerajo fitto, assiduo, assordante degl’innumerevoli uccelletti che ogni giorno si davan convegno sul pino là, palpitante più d’ali che di foglie. Paragonava quel fremito continuo, instancabile, quell’ebro tumulto di voci vive, con le parole racchiuse in quei libri muti, e gliene cresceva lo sdegno. Composizioni artificiose, vita fissata, rappresa in forme immutabili, costruzioni logiche, architetture mentali, induzioni, deduzioni – via! via! via!

            Muoversi, vivere, non pensare!

            Che angoscia, che smanie talvolta, se s’affondava nel pensiero che anch’egli, inevitabilmente, coi concetti e le opinioni che cercava di formarsi su uomini e cose, con le finzioni che si creava, con gli affetti, coi desiderii che gli sorgevano, fermava, fissava in sé e tutt’intorno a sé in forme determinate il flusso continuo della vita! Ma se già egli stesso con quel suo corpo, era una forma determinata, una forma che si moveva, che poteva seguire fino a un certo punto questo flusso della vita, fino a tanto che, man mano irrigidendosi sempre più, il movimento già a poco a poco rallentato non sarebbe cessato del tutto! Ebbene, certi giorni, arrivava a sentire per il suo stesso corpo, così alto e smilzo, per il suo volto bruno pallido, dalla fronte troppo ampia, dalla barba nera, quadra, dal naso imperioso in contrasto con gli occhi da arabo sonnolento e voluttuoso, una strana antipatia. Se li guardava nello specchio come se fossero d’un estraneo. Dentro quel suo stesso corpo, intanto, in ciò che egli chiamava anima, il flusso continuava indistinto, sotto gli argini, oltre i limiti ch’egli imponeva per comporsi una coscienza, per costruirsi una personalità. Ma potevano anche tutte quelle forme fittizie, investite dal flusso in un momento di tempesta, crollare, e anche quella parte del flusso che non scorreva ignota sotto gli argini e oltre i limiti, ma che si scopriva a lui distinta, e ch’egli aveva con cura incanalato nei suoi affetti, nei doveri che si era imposti, nelle abitudini che si era tracciate, poteva in un momento di piena straripare e sconvolger tutto.

            Ecco: a uno di questi momenti di piena egli anelava! Si era perciò immerso tutto nello studio delle nuove questioni sociali, nella critica di coloro che, armati di poderosi argomenti, tendevano ad abbattere dalle fondamenta una costituzione di cose comoda per alcuni, iniqua per la maggioranza degli uomini, e a destare nello stesso tempo in questa maggioranza una volontà e un sentimento che facessero impeto a scalzare, a distruggere, a disperdere tutte quelle forme imposte da secoli, in cui la vita s’era ponderosamente irrigidita. Sarebbero sorti nelle maggioranze quella volontà e quel sentimento così forti da promuover subito il crollo? Mancava in esse ancora la coscienza e l’educazione necessarie. Renderle coscienti, educarle, prepararle: ecco un ideale! Ma a quando l’attuazione? Opera lenta, lunga e paziente anche questa, purtroppo.

            Nei suoi vasti possedimenti in Sicilia, nella provincia di Palermo, ereditati dalla madre, aveva già accordato ai contadini la più equa mezzadria, proibendo assolutamente al suo amministratore di gravare anche d’un minimo interesse le anticipazioni concesse con liberalità per la semente e per tutte le altre spese necessarie alla coltura dei campi; vi aveva fondato e manteneva a sue spese parecchie scuole rurali; più volte, a ogni richiesta, aveva contribuito largamente ai fondi di riserva per la resistenza dei contadini e dei solfaraj nelle lotte contro i proprietari di terre e i produttori di zolfo; pagava le spese di stampa d’un giornale del partito: La Nuova Età, che si pubblicava ogni domenica a Palermo. L’amministratore Rosario Piro protestava da laggiù, mese per mese, con lunghissime lettere piene di buon senso e di spropositi di lingua: protestava e si lavava le mani. Povero Piro! Chi sa come se l’era ridotte, quelle mani, a furia di lavarsele! Lando, forse senza neppure accorgersene, o credendo fors’anche di viver sobriamente, spendeva molto per sé. L’esperienza di quanto vacua e insulsa fosse la vita di tutti coloro che per professione facevano bella figura nel così detto bel mondo, nei circoli, nei saloni dei grandi alberghi, nelle sale da giuoco, nelle piste delle corse, nelle cacce a cavallo, se l’era pagata, non per voglia che n’avesse, ma per non apparir singolare dagli altri in una cosa di così poco valore per lui e che in fondo non gli costava alcun sacrificio, date le sue abitudini signorili e le sue relazioni sociali; seguitava ancora a pagarsela di tratto in tratto, e pur cara, nei momenti in cui più forte sentiva il bisogno d’afferrarsi al solido fondamento della bestialità umana per sottrarsi o resistere a certi impulsi strani, a certi capricci dell’immaginazione, alle smaniose incertezze dell’intelletto. Si abbandonava allora a esercizii violenti con una freddezza che a lui stesso talvolta incuteva raccapriccio, o a piaceri sensuali, la cui profumata e luccicante squisitezza esteriore non riusciva a nascondergli la trista volgarità. Ma nell’inerzia si sentiva rodere; tra le smanie della forzata inazione, soffocare, tanto più in quanto si costringeva a respingere quelle smanie per non dare alcuno spettacolo di sé, mai. E mentre sorrideva, ascoltando al circolo o in qualche altro ritrovo le baggianate dei suoi conoscenti, dondolando un piede o carezzandosi la barba, immaginava freddamente qualche scoppio improvviso che mettesse in iscompiglio ridicolo a un tempo e spaventoso tutto quel mondo fatuo, fittizio, di cui gli pareva incredibile che gli altri sul serio potessero vivere e appagarsi. Gli altri? E lui? Di che viveva lui? Non se ne appagava,è vero; ma che ci guadagnava a non appagarsene? Ecco, quelle smanie. Non cupidigie effimere, non appetiti da soddisfare vi trovavano i suoi sensi: ritrarsene, non gli sarebbe costato alcuno sforzo di volontà; anzi doveva sforzarsi per rimanervi, come se fosse per lui esercizio di un dovere increscioso, condanna. D’altro canto, non sarebbe impazzito a restar solo con se stesso? Tanta era la mala contentezza della propria esistenza arida, senza germogli di desiderii vivi. Certe notti, rincasando oppresso dalla più cupa noja, aveva così forte l’impressione d’andare a ritrovar nella solitudine del suo villino il proprio spirito che non se n’era mosso e che lo avrebbe accolto dallo specchio con atteggiamento di scherno e gli avrebbe domandato se fuori faceva bel tempo, se c’era la luna, se qualche lampada elettrica non si fosse per caso stizzita lungo la via, o se San Paolo, stanco di stare in piedi, non si fosse messo a sedere su la colonna Antonina; così forte aveva questa impressione, che tornava indietro, per lasciar fuori la propria persona e non presentarla a quella derisione. Eccola, eccola lì, la sua bella persona, ben curata, ben lisciata, azzimata… chi se la voleva prendere a quell’ora di notte? Si fermava un po’ per sentire intorno a sé il silenzio notturno; gli pareva che questo silenzio si profondasse nel tempo, nel passato di Roma, e diventasse terribile. Un brivido lo scoteva. Gravava quella notte su una città di mille e mille anni, per cui egli passava, ombra vana, minima, che un lieve soffio avrebbe spazzata via.

            Da questi momenti non rari lo richiamava in sé ogni volta, accorrendo da Palermo senza invito e sempre in punto un amico, forse il solo che avesse sincero: Lino Apes, direttore della Nuova Età: Socrate, com’egli lo chiamava. E di Socrate veramente Lino Apes aveva l’umore e la bruttezza: alto, tutto collo e senza spalle, con le braccia scimmiesche che gli scivolavano fin quasi ai ginocchi, la fronte sfuggente, il naso schiacciato, e certi occhi ilari e acuti, che ridendo gli lagrimavano, quasi nascosti dalle folte sopracciglia spioventi. Poverissimo, con incredibili stenti superati allegramente, s’era mantenuto da sé agli studii, fino a laurearsi in lettere e filosofia; senza ambizioni di sorta, s’adattava a insegnare a suo modo in un ginnasio inferiore, con molto godimento dei ragazzi, con molto struggimento del direttore che non osava muovergli alcuna riprensione. Passava il resto della giornata sperperando nella conversazione l’inesauribile ricchezza delle idee che, dopo un lungo giro, gli ritornavano appena appena riconoscibili, ciascuna col marchio della sciocchezza o della vanità di chi se l’era appropriata. Era il suo discorso una fonte perenne di speciosissimi argomenti, da cui sprazzava a un tratto una luce nuova e strana che, inaspettatamente, rendeva tutto semplice e chiaro. Lino Apes aveva più volte dimostrato a Lando Laurentano che, dicendosi socialista, mentiva con la più ingenua sincerità; si vedeva non qual era, ma quale avrebbe voluto essere. Il che, sosteneva lui, avviene a tutti, ed è la sorgente prima del ridicolo. Socialista, un indisciplinato? socialista, un nemico, non di questo o quell’ordine, ma dell’ordine in genere, d’ogni forma determinata? Socialista era per il momento: per quel tal momento di piena, a cui anelava. Ma la maggior parte dei socialisti, del resto, erano come lui e perciò poteva consolarsi, o piuttosto, provarne dispetto. A ogni modo, una specialità l’avrebbe sempre avuta: quella di esser ricco tra tanti consimili poveri e di farsi cavar sangue da tutti e da lui, Lino Apes, direttore della Nuova Età e privato ispettore delle scuole rurali dipendenti da S. E. il giovane principe di Laurentano.

            Lando lo ascoltava con piacere. Tutto quello che gli altri dicevano lo lasciava scontento e insoddisfatto, come tutto quello che diceva lui stesso, pur riconoscendo che, sì, era spesso sensato. Riconosceva anche che tanti e tanti parlavano meglio di lui; ma che valevano poi tutte quelle parole, tutti quei ragionamenti, tutte quelle idee giuste, tutte quelle cose sensate? Dentro di lui scattava, esasperata, una protesta: «No, no, non è questo!», senza che poi egli stesso sapesse dire che cosa dovesse essere in cambio. Ma tutto il resto, i guizzi, i lampi che gli s’accendevano nello spirito non erano esprimibili: sarebbe sembrato pazzo, se li avesse espressi. Ebbene, Lino Apes, Socrate, aveva questo: che sapeva esprimerli, ed era stimato saggio.

            Riceveva da lui in quei giorni lettere su lettere, e ognuna con agro stile lo pressava ad accorrere in Sicilia. Tutti i galli nelle aje bruciate non avevano avuto mai così rossa e così irta la cresta, né mai più spavaldo avevan lanciato nei campi il loro grido a salutare il nuovo sole che, per la prima volta dopo una notte di secoli, sbadigliava nelle coscienze dei lavoratori. Coscienze? Per modo di dire. Alla chiesa avevano sostituito il Fascio; e aspettavan da questo tutti i miracoli impetrati invano da quella. Ma il fanatismo era al colmo: e dunque possibili i miracoli e facile il compito dei taumaturghi. La piena stava per irrompere, e in un momento avrebbe potuto travolgere «le impure sedi del dominio borghese» ora senza presidio di soldatesche. Bisognava accorrere e agire prima che la Sicilia fosse invasa militarmente e la reazione cominciasse.

            Lando fremeva, ma non sapeva staccarsi da Roma in quel momento. Lo scandalo bancario era come una voragine di fuoco aperta davanti al Parlamento nazionale: a una a una, uscendo di là, le putride carcasse del vecchio patriottismo vi sarebbero precipitate; e quel fuoco, divorandole, avrebbe purificato la patria. Lo spettacolo era allegro nella sua oscena terribilità. Ma forse non sarebbe stato tale per Lando, se in quella voragine non avesse aspettato con ansia feroce uno: Corrado Selmi.

            Ah finalmente! Già lo vedeva come un albero mezzo sfrondato all’appressarsi della lava: fors’anche prima d’esser toccato dal liquido fuoco vorace, sarebbe sparito in una stridula vampata. E Lando sperava che il suo spirito si sarebbe rischiarato a quella vampata. Ah, per un momento almeno! Il male che quell’uomo gli aveva fatto non era più rimediabile: gli aveva per sempre ottenebrato la vita, tolto per sempre la speranza di volgersi, di riaccostarsi a colei che nella prima giovinezza gli aveva fatto intendere l’eternità in un attimo di luce: luce sfavillante da due occhi neri e da un vanente sorriso, una sera di maggio, lungo la marina di Palermo illuminata, tra il fragor delle vetture, l’odore delle alghe che veniva dal mare, il profumo delle zagare che veniva dai giardini. Per il divino ricordo incancellabile di quest’attimo si sarebbe certamente riaccostato alla cugina, appena senza rimorso, senza profanazione almeno dal suo canto, morto il vecchio marito, avrebbe potuto farla sua di nuovo. Ben per questo l’aveva respinta, quand’ella, in un momento di follia, aveva voluto con rabbiosa disperazione aggrapparsi a lui. E quell’uomo vigliaccamente ne aveva profittato.

            No, non poteva allontanarsi da Roma in quel momento.

            Ora, chiamato con tanta premura da ben altre ragioni in Sicilia, quella per cui Mauro Mortara era venuto non poteva non sembrargli una grottesca irrisione. Pensò che non certo per il piacere di vederlo lo si voleva presente a quel festino di nozze, ma per una diffidenza del Salvo, che l’offendeva. E, per sbarazzarsene, decise di scrivere a costui una lettera che lo rassicurasse pienamente e per cui quel matrimonio potesse aver luogo senza il suo intervento. A Lino Apes rispose che, prima di muoversi, avrebbe voluto consultare tutti quei compagni che tra pochi giorni dovevano passare per Roma diretti al Congresso di Reggio Emilia. Si sarebbe tenuta un’adunanza in casa sua, alla quale anche lui, Socrate, doveva prender parte. A suo carico le spese di viaggio, tanto sue quanto quelle dei rappresentanti dei maggiori Fasci, di cui voleva un preciso ragguaglio delle condizioni in cui si sarebbe impegnata la lotta; e se queste veramente erano favorevoli, non avrebbe esitato un momento a cimentarsi, ad arrischiar tutto, là e addio! Due giorni dopo la spedizione di questa lettera, gli arrivò all’orecchio la notizia del salvataggio scandaloso del Selmi tentato dal Governo. Sentì rompersene lo stomaco, e in un furioso ribollimento di sdegno decise di partir subito per dar fuoco alle polveri preparate in Sicilia. La mattina dopo, mentre parlava con Mauro Mortara della partenza imminente, gli fu annunziata la visita del cugino Giulio Auriti.

            Mauro era andato due volte a casa di Roberto in via delle Colonnette, e non l’aveva trovato. Prima di partire, avrebbe voluto almeno salutarlo. Non conosceva Giulio, avendolo veduto due o tre volte soltanto da ragazzo; diede un balzo, appena lo vide entrare nella stanza:

            – Don Stefano! – esclamò. – Oh figlio mio! Don Stefano nelle forme… Tutto, tutto lui! La stessa faccia… lo stesso corpo…

            Ma, notando che il giovine, nell’esagitazione a cui era in preda, gli restava dinanzi con fredda e accigliata perplessità:

            – Non sapete chi sono io? – aggiunse. – Sono Mauro Mortara. Morì qua, tra queste braccia, vostro padre, con una palla in petto, qua sotto la gola. Aveva al collo il fazzoletto, e una cocca gli era entrata nella ferita: non poteva parlare; con codesti vostri occhi, nell’agonia, mentre lo sorreggevo, mi raccomandò il figliuolo, vostro fratello, che io scostavo col gomito, coprendo con tutta la persona il corpo di vostro padre caduto, per non farglielo vedere…

            Giulio Auriti si premè forte le mani sul volto e scoppiò in singhiozzi.

            Lando, conoscendo la rigida tempra del cugino, il dominio freddo che aveva di se stesso, si voltò a guardarlo, turbato e costernato. Gli s’accostò; gli posò una mano su la spalla:

            – Giulio!

            – Avreste fatto meglio a lasciarglielo vedere! – disse allora questi, rivolto a Mauro, riavendosi d’un tratto, al richiamo. – Gli sarebbe rimasto più impresso. Era troppo piccolo! E piccolo è rimasto. Piccolo e cieco. Ho da parlarti, – aggiunse poi, rivolgendosi a Lando, e con la mano si strinse gli occhi, quasi per portarne via ogni traccia di pianto.

            Mauro non intese, non comprese nulla: con gli occhi fissi nella lontana visione della battaglia, scosse il capo a lungo, sospirò:

            – Bella morte! Bella morte! Può piangerla un figlio; ma a pensarci, è una festa. Una festa era per noi morire! Che morte faremo adesso? Vecchi, sporcheremo il letto… Basta; me ne vado. È in casa don Roberto? Voglio andare a salutarlo. Ho visto Roma, però, e anche in un canto, mangiato dalle mosche, posso morir contento…

            Fece con la mano un gesto di noncuranza e se ne andò.

            Tutta la notte, dopo il colloquio con Francesco D’Atri, Giulio Auriti invece di pensare a ciò che avrebbe dovuto dire al cugino per ottener l’ajuto che doveva chiedergli, prevedendolo nemico, per farsi animo all’impresa aveva richiamato, tra un continuo incalzar di smanie rabbiose, pefisieri e ragioni che non avrebbe potuto manifestargli; s’era compiaciuto nel dire a se stesso ciò che non avrebbe potuto dire a lui; aveva voluto vedere in sé quasi un diritto a quell’ajuto. E s’era accorto che soltanto in apparenza era stata finora cordiale la sua relazione con lui. Quanta invidia ignorata e qual rancore non gli aveva sommosso dal fondo segreto dell’anima, in quella notte, il bisogno! Finora aveva pensato che la meschinità della condizione sua d’impiegato in un Ministero, nascosta con tanti sacrifizii sotto vesti signorili, non poteva avvilirlo di fronte al cugino ricco e titolato, perché Lando doveva sapere che essa era conseguenza dell’altera e sdegnosa rinunzia della madre; e che, quanto alla nobiltà, non era da meno la sua, per ciò che il padre era stato. Ma ora? Compromesso indegnamente Roberto in quel turpe scandalo bancario, e costretto lui a chieder soccorso, crollavano miseramente le ragioni della sua alterezza, e con esse, a un tratto, anche quelle della cordialità verso il cugino. E s’era preparato a quel colloquio con lui come a un assalto contro un nemico. Nemico, sì, perché Lando certamente avrebbe negato l’ajuto, sapendo che quel denaro era stato preso dal Selmi. Avrebbe dovuto per forza confessarglielo. Ma Lando doveva anche pensare, perdìo, che né Roberto si sarebbe ridotto a prestar come un cieco di quei favori al Selmi, in ricambio d’altri favori; né lui a chiedergli ora quell’ajuto, se la madre non avesse rinunziato all’eredità paterna! Il danaro che gli avrebbe chiesto, rappresentava in fondo una minima parte di quello lasciato sdegnosamente dalla madre al fratello maggiore; ed egli avrebbe potuto chiederlo a titolo di restituzione, data quell’orribile necessità. Il sacrificio suo nel chiederlo non sarebbe stato minore di quello di Lando nel darlo.

            Ora, uscito Mauro Mortara, che gli aveva cagionato quella improvvisa commozione col ricordo della morte eroica del padre, egli, di fronte al cugino chelo guardava turbato, in attesa ansiosa e benigna, restò per un pezzo come smarrito, in preda a un orgasmo crudele. Contrasse tutto il volto nella rabbia del cordoglio, e stringendo le mani intrecciate fin quasi a spezzarsi le dita:

            – Ho bisogno di te, Lando, – disse. – È per me un momento terribile, da cui solamente tu puoi liberarmi, ma… te ne prevengo, con un grande sacrifizio anche da parte tua, morale e materiale.

            Lando, confuso, perplesso, soffrendo alla vista del cugino così agitato e presentendo anche dalle parole di lui la gravità di ciò che gli avrebbe chiesto, mormorò, aprendo le braccia:

            – Parla… tutto quello che posso…

            – Ah, no! – troncò subito Giulio, urtato dalla frase comune. – È difficile, è difficile, tanto per me, quanto per te, sai! Ma devi pensare che la mia vita, Lando, la vita di mia madre, l’onore nostro, sono… sono nelle tue mani, ecco! Pensa a questo, e allora forse… spero… troverai la forza di compiere il sacrifizio che ti domando.

            – Tu mi spaventi! – esclamò Lando. – Parla; che ti è accaduto?

            Giulio tornò a stringersi le mani, convulsamente; se le batté più volte, così strette, su la bocca, tenendo gli occhi serrati. Le vene gonfie, nella fronte contratta, mostravano lo sforzo atroce che faceva su se stesso.

            – Se dico tutto, – scattò, smaniando, – mi darai ajuto?

            – Ma perché no? – domandò Lando, con pena. – Che c’è? Se non so di che si tratta!

            – Di me, – rispose pronto Giulio. – Pensa che si tratta di me soltanto, o, piuttosto, di mia madre. Tieni presente mia madre e tutte tutte le sciagure della mia famiglia. Tu hai rispetto e affezione per mia madre, non è vero?

            – Ma sì, lo sai! – affermò Lando, con sincero interessamento. – Non mi tener così sospeso, per carità!

            – Aspetta… aspetta… – scongiurò l’Auriti; come se non sapesse staccarsi da quel rivo di tenerezza, nell’amaritudine in cui affogava. – Per noi, per me è tutto; l’orgoglio suo, il suo sentimento… per cui, senza lagnarci mai, ci siamo ridotti… così… Non so, non so proprio come debba dirti; ma noi non abbiamo altro, non abbiamo mai avuto altro che questo orgoglio… e ora… ora…

            – Càlmati, Giulio! – lo esortò di nuovo Lando, con un moto d’impazienza. – Non comprendo… Hai bisogno di me. Di’… Tua madre…

            – Debbo impedire che ne muoja! – gridò Giulio. – A qualunque costo! E tu devi ajutarmi, Lando; e per ajutarmi devi fare il sacrifizio di vincere ogni risentimento, ogni ragione d’odio verso un uomo che è la causa di tutta questa rovina e che io detesto e maledico come te e vorrei morto con la stessa tortura che infligge ora a noi!

            Lando s’irrigidì a un tratto, aggrottò le ciglia.

            – Il Selmi? – domandò. – Roberto… col Selmi?

            Giulio crollò più volte il capo; poi, in breve, concitatamente, espose la situazione del fratello e quel che si doveva fare per salvarlo, tacendo del colloquio avuto la sera avanti con S. E. il ministro D’Atri.

            Ma Lando, già prevenuto, col pensiero fisso in un sol punto, dalle parole affannose del cugino non comprese altro, in prima, che salvare così Roberto voleva dire salvare anche il Selmi, e che la salvezza di questo poteva ancor dipendere da quella del cugino. Guardò Giulio negli occhi, quasi ora soltanto lo vedesse davanti a sé:

            – E come? – esclamò, stupito. – Tu vieni da me, Giulio, per questo? proprio da me?

            Sopraffatto da questa domanda piena di tanto stupore, Giulio si perdette per un momento e, come se l’orgasmo gli si sciogliesse dentro in un’agrezza velenosa:

            – A chi… a chi altro…? – balbettò. – Tu sai che la mia famiglia… E poi… ricordati, t’ho chiesto, entrando, un sacrifizio…

            – Ma che sacrifizio! No! – gridò Lando. – Non è umano! Vieni da me per questo? Ma come! Non sai che cosa rappresenta per me quell’uomo?

            – T’ho detto perciò… – si provò a soggiungere Giulio.

            – Che m’hai detto? No! – scattò di nuovo Lando. – Tu vieni a dirmi, Giulio, così: «Eccoti l’arma, l’unica arma con cui puoi uccidere il nemico che sta per sfuggire alla tua vendetta; ma no! quest’arma, tu non devi usarla; tu devi anzi ajutarmi a nasconderla, a levarla di mezzo, per salvarlo!». Questo vieni a dirmi!

            – Perché vedi il Selmi, ecco, vedi il Selmi e non sai veder altro! – smaniò, esasperato, l’Auriti. – Lo sapevo! Quando ti dirò tutto, mi darai più ajuto?

            – Ma che ajuto? – ribattè ancora una volta Lando. – Lo chiami ajuto, codesto? Questa è, da parte mia, complicità! Mi vuoi complice nel salvataggio del Selmi?

            – E dàlli! – gridò Giulio. – Roberto! Io voglio salvare Roberto! Mia madre! Che m’importa del Selmi? L’odio, ti ho detto, lo detesto più di te! Ma devo salvar Roberto…

            Lando con un violento sforzo su se stesso si costrinse alla calma di fronte a quella cieca, disperata ostinazione del cugino. Volle provarsi a ragionare con lui.

            – Scusa, – disse. – Guarda… guarda, Giulio, rispondi a me. È colpevole Roberto? lo credi tu colpevole?

            – Colpevole o non colpevole, – rispose Giulio, scrollandosi, – non si tratta di questo! è compromesso!

            – Ma può difendersi, perdìo! – ribattè subito Lando.

            – Grazie! Lo so. Ma io devo impedire che sia accusato, che sia tratto in arresto, non capisci? – spiegò l’Auriti. – Lo so che può difendersi! E se non vorrà difendersi lui…

            – Ecco, ecco… benissimo! – approvò Lando. – Anch’io con te…

            – Ma no! grazie! – ricusò di nuovo, con sdegno, Giulio. – Ajuto di parole, grazie! Basto io solo. Non c’era bisogno che venissi da te.

            – Scusa, – disse Lando, risentito. – L’ajuto onesto… la difesa vera, onorevole, è soltanto questa. Pagare è complicità. Roberto deve parlare; non rendersi complice del Selmi, tacendo e pagando per lui.

            – E tu vuoi dunque, – domandò Giulio, – ch’egli subisca l’ignominia dell’arresto e del carcere, quand’io posso ancora risparmiargliela?

            – Col denaro?

            – Col denaro, col denaro, – ripetè Giulio. – Onestà, disonestà… che vuoi che m’importi adesso? Basta a me saperlo onesto! Chi lo crederebbe più tale, domani, se oggi fosse arrestato? Chi crede più alle difese di chi è stato in carcere? Lando, per carità, stiamo all’esperienza. Guarda soltanto a Roberto! Tu, bada bene, ora mi neghi l’ajuto, non per altro, ma perché vuoi far Roberto strumento della tua vendetta!

            – No, questo no! – negò energicamente Lando. – Ma non posso farmi, io, strumento della salvezza del Selmi, lo capisci? Tu m’infliggi un supplizio disumano! Io non posso, non devo subirlo! Per Roberto, tutto! Ma se Roberto è coinvolto col Selmi, e il mio ajuto può giovare a costui, no, io non posso dartelo, né tu puoi chiedermelo!

            Giulio Auriti rimase un pezzo in silenzio, assorto cupamente.

            – Dunque, no? – disse poi, levando il capo e guardando negli occhi il cugino.

            A questa domanda categorica, Lando, compreso di profonda pietà, non sepperispondere con un nuovo reciso rifiuto. Giunse le mani, s’accostò all’Auriti, disse:

            – Ma, a parte ogni ragione mia propria, Giulio, pensa… pensa alle relazioni mie, al mio modo di sentire, alle idee per cui combatto… Io non potrei più domani trovarmi coi miei compagni in quest’opera d’epurazione che abbiamo intrapresa…

            S’accorse subito che non doveva dire così, e tuttavia non seppe frenarsi, pur notando quasi con sgomento l’alterazione del volto del cugino a ogni parola che proferiva. Lo vide alla fine scattare in piedi, scontraffatto.

            – Voi epurate, già! – esclamò Giulio Auriti, con un ghigno orribile. – Tu puoi epurare! Siete i puri, vojaltri! Noi, io, Roberto, anche mio padre, se vivesse…

            – Giulio… Giulio! – cercò di richiamarlo Lando, addolorato.

            Ma l’Auriti, fuori di sé, seguitò:

            – Tutti quanti sporcati, nojaltri. E cornerei moneta falsa, sì, e ruberei per aver queste quarantamila lire, che tu hai e ch’io non ho. E perché non le ho, sono uno sporcato! Tu le hai, e sei puro! Ma pensa che mia madre, intanto, non volle averle, perché le parvero sporche!

            Lando si drizzò su la persona, e, fermo in mezzo alla stanza, squadrò il cugino con fredda alterezza:

            – Il denaro mio, – disse, – tu lo sai, è quello soltanto di mia madre.

            Ma anche dopo aver proferite queste parole si pentì subito, e atteggiò il volto di schifo per la crudezza triviale, a cui la discussione trascendeva. Pensò in un attimo che, per un’iniqua disposizione, anche nella famiglia materna uno aveva scontato con la povertà la ribellione generosa; pensò che tra le tante ragioni, per cui nel fervore giovanile aveva voluto far sua Giannetta Montalto, egli aveva posto anche questa, di ridarle cioè almeno una parte di quanto era stato tolto al padre di lei, diseredato. Previde che il cugino avrebbe risposto a quella sua altera e inconsulta affermazione, trascinando ancor più in basso la contesa vergognosa. E difatti Giulio Auriti, scontorcendo il torbido volto, cozzando tra loro le pugna serrate e poi aprendole innanzi agli occhi sfavillanti di un lustro di scherno, ghignò:

            – Ma anche il denaro di tua madre, via!

            E Lando, di fronte alla provocazione, ancora una volta non seppe frenarsi.

            – Il denaro di mia madre? – domandò, facendoglisi avanti a petto.

            Giulio Auriti si passò una mano su la fronte ghiaccia di sudore, si nascose gli occhi, s’accasciò dolorosamente.

            – Non mi far dire altro!

            Lando rimase a guardarlo, o piuttosto, a guardargli dentro; poi disse con cruda freddezza, piano, tra i denti, quasi sillabando:

            – E anche ammesso ciò che tu pensi, vuoi che paghi io un debito contratto dal Selmi per lo spasso d’una donna, che potrebbe ayer da ridire sul denaro di mia madre? Va’, va’, va’, …per carità, vàttene! – proruppe poi, nascondendosi anche lui gli occhi. – Non posso più guardarti in faccia!

            Udì andar via il cugino, stette ancora a lungo con le mani sul volto, per il ribrezzo che sentiva d’aver toccato il fondo lurido d’una realtà, a cui non si sarebbe mai aspettato di poter discendere, e della quale sempre gli sarebbe rimasta nell’anima l’impressione orrenda. Ora, risorgendo da quel fondo, nel quale per un momento era scivolato, non gli sarebbe sembrato falso e vacuo e lercio tutto intorno? In ogni suo sentimento, in ogni idea, in ogni atto, in ogni parola, non sarebbe rimasto un segno, l’impronta di quel fango toccato?

            Con gli occhi strizzati, i denti serrati e le labbra schiuse, aride e amare, si stropicciò forte le mani. Poi aprì gli occhi, guardò la stanza; si sentì soffocare, e andò a una finestra che dava sul giardino.

            Ah, tutto, tutto così!… Tutto era vergogna in quel momento! La peste era nell’aria. La carcassa sociale si sfaceva tutta, e anche la sua anima, ogni suo pensiero, ogni suo sentimento… tutto era insozzato…

            Tre giorni dopo, nèlla sala della biblioteca erano adunati i compagni che dovevano recarsi al Congresso socialista di Reggio Emilia; i rappresentanti dei Fasci più numerosi dell’isola, invitati da Lando; alcuni deputati amici, quattro milanesi del Partito italiano dei lavoratori e Lino Apes.

            Spiccava tra tanti uomini una giovinetta in giacchettino rosso e berretto nero a barca, con una penna di gallo ritta spavaldamente da un lato: Celsina Pigna, venuta invece di Luca Lizio a rappresentare il Fascio di Girgenti. Nessuno voleva far le viste di meravigliarsene; ma ella s’accorgeva bene dei rapidi sguardi furtivi che tutti le lanciavano, in ispecie i meno giovani; e notava, ridendo dentro di sé, che quei pochi, i quali ostinatamente si vietavano di guardarla, prendevano per lei arie languide o fiere impostature e, per lei, parlando, davan certe modulazioni alla voce, chi flebili e chi vivaci, le quali tradivano tutte quel tale orgasmo che la presenza d’una donna suscita di solito. Notava anche in più d’uno un’altra ostentazione: quella di una disinvoltura quasi sprezzante, che tradiva il disagio segreto di trovarsi in una casa ricca e ben messa.

            Lando Lamentano non c’era ancora. Lino Apes, a nome di lui, aveva pregato gli amici d’avere un po’ di pazienza, che presto sarebbe venuto. Nell’attesa s’erano formati alcuni crocchi: due presso le finestre che davano sul giardino, uno presso la tavola preparata in capo alla sala per chi doveva presiedere all’adunanza. Alcuni passeggiavano cogitabondi, altri leggevano sul dorso delle rilegature i titoli dei libri negli scaffali, tendendo gli orecchi, senza parere, a ciò che si diceva in questo e in quel crocchio. Parecchi spiavano obliquamente uno dei deputati che, passeggiando per la sala con le dita inserte nei taschini del panciotto, alzava di tratto in tratto le spalle, protendeva il collo e in segno di meraviglia e di commiserazione stirava la bocca sotto i ruvidi baffi rossastri già mezzo scoloriti. Era il deputato repubblicano Spiridione Covazza che in quei giorni aveva scritto male, su una rassegna francese, dell’organamento delle forze proletarie in Sicilia. Vedendosi sfuggito da tutti, con quel gesto pareva dicesse: «Incredibile!». Ma pur doveva sapere che il suo torto era quello di veder tante cose che gli altri non vedevano, e di dare ad esse quel peso che gli altri ancora non sentivano, perché nel calore della passione ogni cosa par che si sollevi con chi la porta in sé. Illusioni: bolle di sapone, che possono a un tratto diventar palle di piombo. Lo sapevano bene quei poveri contadini massacrati a Caltavutùro. Aveva scritto su quella rassegna francese ciò che in coscienza credeva la verità; al solito suo, rudemente e crudamente. Ma volevano dire ch’egli provasse un acre piacere nel mettere avanti così, fuor di tempo e di luogo, le verità più spiacevoli, nello spegnere col gelo delle sue argomentazioni ogni entusiasmo, ogni fiamma d’idealità, a cui pur tuttavia era tratto irresistibilmente ad accostarsi. Scarafaggio con ali di falena – lo aveva definito su la Nuova Età Lino Apes: – accostatosi alla fiamma, spariva la falena, restava lo scarafaggio. Calunnia e ingratitudine! Egli stimava dover suo, invece, serbarsi così frigido in mezzo a tante fiamme giovanili; che se queste non eran fuochi di paglia, alla fine si sarebbe scaldato anche lui; e se erano, faceva il bene di tutti, spegnendoli. Forse la sua stessa figura, grassa e pure ispida, quegli occhi vitrei, aguzzi dietro gli occhiali a staffa, quel naso di civetta, il suono della voce, suscitavano in tutti una repulsione tanto più irritante, in quanto ciascuno poi era costretto a riconoscere che quasi sempre il tempo e gli avvenimenti gli avevano dato ragione, a pregiarne la dottrina vasta e profonda, la dirittura della mente e della coscienza, la onestà degli intenti e ad avere stima e anche ammirazione di quella sua franchezza rude e dispettosa e del coraggio con cui sfidava l’impopolarità. Quell’accoglienza ostile, intanto, Spiridione Covazza sapeva di doverla soprattutto a tre giovani siciliani, che erano nella sala circondati in quel momento dalla fervida simpatia di tutti: Bixio Bruno, Cataldo Sclàfani e Nicasio Ingrao, i quali più degli altri s’eran sentiti ferire dalla sua critica. Stava ciascun d’essi in mezzo ai tre crocchi che si erano formati nella sala. Bixio Bruno, svelto, dal volto olivastro animoso e i capelli crespi gremiti da negro, spiegava con fluida e colorita loquela, storcendo in un mezzo sorriso di soddisfazione la bocca rossa e carnuta, come in poco tempo fosse riuscito a raccogliere a Palermo in un sol fascio i ventisei sodalizii operai, le maestranze discordi, le cui bandiere smesse erano adesso conservate in una sala, quali trofei di vittoria. Appariva pieno di fiducia e sicuro del trionfo. Si aspettava, credeva anzi imminente la reazione da parte del Governo: scioglimento dei Fasci, arresti, invasione militare. Ma il buon seme era sparso! Ogni sopraffazione, ogni persecuzione avrebbe reso più grande la vittoria. Potevano esser tratti in arresto trecentomila uomini? No. I capi soltanto, qualche dozzina di soci, se mai. Bene, eran già pronti i capi segreti, ignorati ancora dalla polizia; e la propaganda avrebbe seguitato più efficace che mai. Cataldo Sclàfani, tarchiato, con gli occhi un po’ strabi e un barbone che pareva un fascio di pruni, parlava nell’altro crocchio, profeticamente ispirato; diceva con sorridente commozione che là dove prima era spuntata l’alba dell’unità della patria, era fatale spuntasse ora quella più rossa e più fulgida della rivendicazione degli oppressi. Sapeva, sì, che già prima nelle Romagne, nel Modenese, nelle province di Reggio Emilia e di Parma, nel Cremonese, nel Mantovano, nel Polesine, era sorto a far le prime armi il socialismo italiano; ma tutt’altra cosa era adesso in Sicilia! Rivelazione improvvisa, prodigiosa! Lino Apes, ascoltandolo, si tirava i baffi fino a strapparseli, per tenere a freno il sorriso. Nelle sue lettere a Lando, chiamava Cataldo Sclàfani il Messia dei Fasci. Nel terzo crocchio Nicasio Ingrao, tozzo, rude, con un’atra voglia di sangue che gli prendeva mezza faccia, parlava coi deputati, arrotondando alla meglio il dialetto nativo, e balzando con strana mimica da una sconcia bestemmia a una ingenua invocazione infantile; parlava della crisi dell’industria zolfifera in Sicilia e della spaventevole miseria dei solfaraj già da alcuni mesi in isciopero forzato. Un compagno, direttore del Fascio di Comitini, si provò a far sapere a quei deputati quanto l’Ingrao, proprietario di terre e di case in Aragona, avesse fatto e facesse per quei solfaraj, per impedire che trascendessero a rapine, incendii e tumulti sanguinosi; ma l’Ingrao gli saltò addosso e gli turò la bocca, minacciando di attondarlo con un pugno, se seguitava. Celsina Pigna, dal posto in cui si teneva appartata, scoppiò a ridere, a quel violento gesto burlesco, e l’Ingrao le domandò, ridendo anche lui:

            – Lo attondo, signorina?

            Nei tre crocchi tutti gli altri isolani, giovinotti dai venti ai trent’anni, sentendo parlare quei tre capi più in vista, gonfiavano d’orgoglio, s’intenerivano fin quasi alle lagrime. Erano certi, nella loro sincera fatuità giovanile, di rappresentare una parte nuova nella storia, pur lì a Roma. Avevano veduto davanti a quei tre duci del Comitato centrale migliaja di donne, migliaja di contadini, intere popolazioni dell’isola in delirio, gettar fiori, prosternarsi con la faccia a terra, piangere e gridare, come prima davanti alle immagini dei loro santi.

            Tutti si volsero a un tratto e si mossero verso Lando Lamentano che entrava di fretta. Chiedendo scusa del ritardo, strinse la mano ai primi che gli si fecero innanzi; pregò tutti di prender posto, e appena fu fatto silenzio, disse:

            – Ho perduto tempo, signori, per una ragione forse non estranea agli interessi nostri, agli interessi specialmente di tanti nostri compagni che più degli altri, credo, hanno bisogno in questo momento di ajuto, giù in Sicilia.

            – I solfaraj! – gridò l’Ingrao, balzando in piedi, come se egli ne fosse il più legittimo difensore. – Ho capito! – aggiunse. – Vuoi dire che c’è qua l’ingegnere Aurelio Costa? Ho capito. Eh, ha viaggiato con me questo signore! Abbiamo discorso a lungo e…

            Lando con un gesto lo pregò di tacere:

            – L’ingegnere Aurelio Costa, appunto, – riprese, – direttore delle zolfare del Salvo, che credo sia uno dei più ricchi proprietarii di miniere della provincia di Girgenti, è venuto a Roma per interessare la deputazione siciliana a un disegno…

            – Permesso? – interruppe di nuovo l’Ingrao. – Non perdiamo tempo, signori miei! Vi spiego io il fatto com’è. Il signor Salvo sta per imparentarsi, per via d’una sorella, col principe di Laurentano…

            Un mormorio di protesta si levò per il tratto ruvido dell’Ingrao verso Lando, a cui tutti gli occhi si volsero a chiedere scusa dello sgarbo. Ma Lando, sorridendo, s’affrettò a dire:

            – Non con me, vi prego! non con me!

            E l’Ingrao allora, scrollandosi irosamente, gridò:

            – Madonna santissima, per chi mi prendete? Se dico il principe! Avrei chiamato principe il nostro amico riverito, ospite e compagno amatissimo? Non per cosa oh! ma egli sa di non salire, se lo chiamiamo principe, e sa che noi non vogliamo abbassarlo chiamandolo semplicemente Laurentano. Io alludo al principe suo padre; e Lando Laurentano non può offendersi delle parole mie. Se si offende, è uno sciocco! Parlo io invece di lui, perché egli sta a Roma, io sto in mezzo alle zolfare, e so che il progetto del signor Salvo non tende ad altro che ad ingraziarsi il figlio del principe, facendogli vedere che gli stanno a cuore le sorti degli operaj delle zolfare. Bubbole! Panzane! Polvere negli occhi! Sa meglio di me il signor Salvo che il suo progetto è una coglionatura! Sissignori, io parlo nudo, così. Se veramente vuol fare qualche cosa, tolga il signor Salvo dalle zolfare di sua proprietà le così dette botteghe, dove gli operaj sono costretti a provvedersi con l’usura del cento per cento dei generi di prima necessità: vino, che è aceto; pane, che è pietra!

            Spiridione Covazza domandò allora di parlare, e tutti si voltarono con viso ostile a guardarlo.

            – Volete adesso difendere le botteghe? – lo apostrofò l’Ingrao.

            Il Covazza non si voltò nemmeno.

            – Vorrei sapere – disse piano – le idee generali di questo disegno.

            – Vi dico che è una coglionatura! – tornò a gridare l’Ingrao.

            Il Covazza tese una mano, senza scomporsi.

            – Prego, – disse, – urlare non è ragionare. Sono stato anch’io nelle zolfare: ho studiato attentamente le condizioni dell’industria zolfifera, le ragioni complesse della sua crisi; e vi so dire che, se nelle condizioni presenti quelli che hanno da sperar meno sono i solfaraj, picconieri e carusi, non meno tristi sono però le sorti dei coltivatori delle miniere e dei proprietarii; e se questo disegno…

            Non potè seguitare. Tutti i rappresentanti dei Fasci scattarono in piedi protestando. Lando s’interpose, cercò di calmarli, ammonì che si avesse rispetto per le opinioni altrui, e propose che uno fosse subito chiamato a dirigere la discussione.

            – Bruno! Bruno! Bixip Bruno! – si gridò da varie parti.

            E Bixio Bruno, avvezzo ormai a vedersi designato a quell’ufficio, in due salti fu alla tavola preparata in capo alla sala.

            – Signori, – disse. – Di straforo, incidentalmente, siamo entrati nel pieno della discussione. L’on. Covazza, in un suo scritto recente…

            – Pubblicato all’estero! – interruppe uno in fondo alla sala.

            – All’estero, o in Italia, sciocchezze! – ribattè il Bruno. – Le nostre idee, il nostro partito non riconoscono confini di nazionalità. In questo scritto l’on. Covazza ha criticato l’opera mia e dei miei compagni.

            Spiridione Covazza, con le braccia incrociate sul petto, negò più volte col capo.

            – No? – domandò il Bruno. – Come no? Non ha ella detto che la nostra propaganda è fatta di miraggi?

            – Io ho detto, – rispose il Covazza, levandosi in piedi, – che le vostre dimostrazioni oneste d’una libertà che dia intero realmente il diritto di soddisfare ai bisogni della vita, le spiegazioni che voi date della lotta di classe, sfruttati contro sfruttatori, e del programma della scuola marxista in genere e di quello minimo che vi siete tracciato, si traducono, inevitabilmente e sciaguratamente, in miraggi, per la ignoranza di coloro a cui sono rivolte. Questo ho detto! E ho soggiunto…

            Nuove proteste confuse si levarono nella sala. Il Bruno batté il pugno sulla tavola e impose silenzio.

            – Lasciatelo parlare!

            – Ho soggiunto, – riprese il Covazza, – che voi, abbagliati, nel fervore della vostra sincera fede giovanile, credete che le vostre dimostrazioni e spiegazioni siano veramente comprese.

            – Sono! sono! sono! – gridarono molti a coro.

            – Non sono! Non possono essere! – negò energicamente il Covazza. – Come volete che siano, se non le comprendete bene neanche voi stessi?

            Una tempesta di urli si scatenò a questa affermazione. Il Bruno, Lando Laurentano, Lino Apes, i colleghi deputati stentarono un pezzo a domarla. Spiridione Covazza aspettò a capo chino, con gli occhi chiusi, che fosse domata; a un certo punto, giunse le mani e, tenendole alte, piegò di più il capo tra esse, curvò con fatica l’obesa persona; poi, aprendole in un ampio gesto e risollevandosi, pregò quasi piangente:

            – Non mi costringete, signori, per falsi riguardi al vostro malinteso amor proprio, non mi costringete ad attenuare d’un punto la verità, con concessioni che farebbero a me e a voi stessi vergogna, e che potrebbero essere perniciose in questo momento! Quanti tra voi conoscono veramente Marx? Quattro, cinque, non più! Siate franchi! Tutti gli altri non hanno coscienza vera di quel che si vuole: sì, sì, proprio così! né dei mezzi congrui per conseguirlo, infatuati d’un socialismo sentimentale, che s’inghirlanda delle magiche promesse di giustizia e d’uguaglianza. Ma sapete voi che cosa vuol dire giustizia per i contadini e i solfaraj siciliani? Vuol dire violenza! sangue, vuol dire! vuol dire strage! Perché alla giustizia legale, alla giustizia fondata sul diritto e sulla ragione essi non hanno mai creduto, vedendola sempre a loro danno conculcata! Li conosco io, molto meglio di voi, i contadini e i solfaraj siciliani… sì, sì, purtroppo, molto meglio di voi! Voi vi illudete! Voi dite loro collettivismo? ed essi traducono: divisione delle terre, tanto io e tanto tu! Dite loro abolizione del salario? ed essi traducono: padroni tutti, fuori le borse, contiamo il denaro, e tanto io tanto tu.

            – Non è vero! Non è vero! – gridarono alcuni.

            – Lasciatemi finire! – esclamò stanco, anelante, il Covazza. – L’altra illusione, che voi vi fate, è sul numero degli iscritti ai vostri Fasci: tremila qua, quattromila là, ottocento, mille, diecimila… Dove, come li contate? Son ombre vane, signori, filze di nomi e nient’altro! Sì, lo so anch’io: appena si aprono le iscrizioni, come le pecore: una dà l’esempio, tutte le altre dietro! Ma volete sul serio dar peso, fondarvi su questo, eh’è frutto d’un inevitabile contagio psichico? Quanti, sbollito il primo entusiasmo, restano effettivamente nei vostri Fasci? Basta ad allontanare il maggior numero la prima richiesta della misera quota settimanale! E quanti Fasci, sorti oggi, non si sciolgono domani? Lasciatevelo dire da uno che non s’inganna e che non vi inganna, signori! So che voi oggi qua volete stabilire se si debba, o no, secondare la tendenza delle moltitudini a un’azione immediata. So che parecchi tra voi sono contrarii, e io li stimo saggi e li approvo. Un movimento serio come voi l’intendete, non è possibile ancora in Sicilia! Se credete che già ci sia per opera vostra, v’ingannate! Per me non è altro che febbre passeggera, delirio di incoscienti!

            Spiridione Covazza sedette, asciugandosi il sudore dal volto congestionato, mentre dieci, quindici, tutt’insieme, si levavano a domandar la parola.

            Parlò Cataldo Sclàfani con voce tonante e col volto atteggiato più di dolore che di sdegno, giacché non l’accusa per se stessa poteva offenderlo, ma che uno potesse accusarlo e accusar con lui i suoi compagni.

            – Non mi difendo, – disse, – espongo!

            Quanti erano i Fasci? Eran presenti i capi dei più importanti, e ciascuno poteva dire all’on. Covazza come erano contati i socii e quanti fossero. I Fasci, secondo gli ultimi dati del Comitato centrale, erano centosessantatré fermamente costituiti, trentacinque in via di formazione. C’era dunque davvero un grande esercito di lavoratori in Sicilia, nel quale non si sapeva se ammirar più il fervore, la coscienza, o la disciplina con cui obbediva a un cenno del Comitato centrale. Il capo d’ogni Fascio passava la parola d’ordine ai singoli capi di sezione, e questi a lor volta ai capi dei rioni e delle strade: in un batter d’occhio, sia di giorno, sia di notte, tutti i socii dei Fasci potevano ricevere un avviso. E se domani i lavoratori si fossero mossi, tutta la gente siciliana sarebbe stata travolta come da una corrente di fuoco. Perché già da lunghi anni covava il fuoco in Sicilia, da che essa cioè, nel mare, si era veduta come una pietra a cui lo stivale d’Italia allungava un calcio in premio di quanto aveva fatto per la così detta unità e indipendenza della patria. Perché dire che solo da un anno si parlava di socialismo in Sicilia? Non vi era già, diciott’anni addietro, una sezione dell’Internazionale? E da allora non vi si eran sempre pubblicati giornali del partito; e circoli, gruppi, nuclei non si erano formati qua e là, sicché appena sorta la prima idea dei Fasci, era stato un subito accorrere e un subito riaggregarsi di antichi compagni di fede? Non era vero dunque che la rapidissima formazione dei Fasci era dovuta solo all’assidua e vigorosa propaganda dei giovani: il terreno era già da lunga mano preparato; mancava l’unione, un indirizzo; e ai giovani era bastato soltanto dare una voce e indicar la via, la stessa via che da anni batteva il proletariato di altri paesi. I contadini e gli operaj di Sicilia erano accorsi ai giovani con le braccia tese, gridando: – Voi, voi siete i veri amici! – e si erano mossi a seguirli con la gioja nel cuore, con la piena coscienza di ciò che si disponevano a fare. E, a provar questa coscienza, Cataldo Sclàfani parlò, commosso, dei discorsi tenuti nell’ultimo congresso di Palermo da alcune donne di Piana dei Greci e di Corleone; discorsi che dimostravano, nel modo più lampante, come non il lume artificiale d’una coltura accademica, né teorie di scuola bisognavano a destar quella coscienza, ma la pratica quotidiana del dolore e dell’ingiustizia, e l’indicazione più semplice e più spontanea del rimedio a tanti mali: l’unione! Socialismo sentimentale? Ma la forza che crea è appunto il sentimento, non la fredda ragione, armata di dottrina! Che importava la nozione astratta d’un diritto, quando c’era il sentimento immediato e prepotente di un bisogno? Sentire il proprio diritto con la forza stessa con cui si sente la fame valeva mille volte più d’ogni precisa dimostrazione teorica di esso. Per altro, ora questo sentimento era già divenuto coscienza lucida e ferma, e si dimostrava in tutti i modi. Un vero spirito fraterno s’era diffuso tra i contadini e gli operaj, per cui nei numerosi arresti recenti s’eran veduti i compagni liberi mantenere i carcerati e le loro famiglie; nella disgrazia di qualcuno, il pronto soccorso di tutti e l’assistenza e la sorveglianza amorosa. Ecco la ronda dei decurioni, la sera, per le strade e le osterie delle città e delle campagne, perché i fratelli non trascendessero ad atti violenti, eccitati dal vino.

            – Questi sono gli arruffapopoli, on. Covazza! – esclamò a questo punto, concludendo, Cataldo Sclàfani con gli occhi lustri d’ebrezza e commozione. – Vergognatevi delle vostre accuse! Siamo qua oggi, a Roma, di fronte, due generazioni. Guardate allo spettacolo che dànno i vecchi, e guardate a noi giovani! Domani da qui il Governo, che protegge tutti coloro che dell’amor di patria affagottato e tolto in braccio si fecero scudo per tanti anni ai sassi del popolo censore, manderà in Sicilia l’esercito e l’armata per soffocare con la violenza questo gran palpito di vita nuova che noi giovani vi abbiamo destato! Fin oggi la maggioranza del Comitato centrale, di cui fo parte, è contraria a un’azione immediata. Ma presto verrà il giorno, lo prevedo, che le smanie dell’impazienza da tanto tempo represse scoppieranno, e noi capi non potremo più frenare il popolo senza immolare noi stessi.

            Lando Laurentano, seduto accanto a Lino Apes, ascoltò il lungo discorso dello Sclàfani a capo chino, stirandosi qua e là con le dita nervose la barba e lanciando occhiate a destra e a sinistra. Quell’adunanza in casa sua gli pareva la prova generale di una rappresentazione. Tutti quei giovani si erano anche loro assegnate le parti, e gli pareva che, a furia di ripeterle, se le fossero cacciate a memoria e le recitassero con artificioso calore. Mancava il coro innumerevole, che era in Sicilia. Oh sì, parlava bene, con bella enfasi apostolica, Cataldo Sclàfani; meritava in qualche punto l’applauso caldo e scrosciante, le lodi del coro, se fosse stato presente. Innamorato della sua parte, l’avrebbe rappresentata con perfetta coerenza anche davanti ai fucili dei soldati, in piazza; e, se tratto in arresto, davanti ai giudici, in una corte di giustizia. Perché lui solo non riusciva ancora a comporsi una parte? perché ancora, ancora dentro, esasperatamente, gli scattava la protesta: «No, non è questo»? Che volevano in fatti tutti quei suoi compagni? Ben poco, per il momento, in Sicilia. Volevano che, per l’unione e la resistenza dei lavoratori, venissero a patti più umani i proprietarii di terre e di zolfare, e cessasse il salario della fame, cessassero l’usura, lo sfruttamento, le vessazioni delle inique tasse comunali, per modo che a quelli fosse assicurato, non già il benessere, ma almeno tanto da provvedere ai bisogni primi della vita. Volevano, adattandosi modestamente alle condizioni locali, l’impianto di cooperative di consumo e di lavoro e la conquista dei pubblici poteri; fra qualche anno trionfare nelle elezioni comunali e provinciali dell’isola; riuscir vittoriosi in qualche collegio politico, per aver controlli e banditori delle più urgenti necessità dei miseri nei Consigli comunali e provinciali e nella Camera dei deputati. Questo volevano. Ed era giusto. Degne d’ammirazione la fede e la costanza con cui seguitavano quest’opera di protezione e di rivendicazione. Che altro voleva lui? Non c’era altro da volere, altro da fare, per ora. E tanta esaltazione, dunque, e tanto fermento per ottenere ciò che forse nessuno, fuori dell’isola, avrebbe mai creduto che già non ci fosse: che in ogni casolare sparso nella campagna la lucernetta a olio non mostrasse più ai padri che ritornavano disfatti dal lavoro lo squallido sonno dei figliuoli digiuni e il focolare spento; che fossero posti in grado di divenire e di sentirsi uomini, tanti cui la miseria rendeva peggio che bruti. Una buona legge agraria, una lieve riforma dei patti colonici, un lieve miglioramento dei magri salarii, la mezzadria a oneste condizioni, come quelle della Toscana e della Lombardia, come quelle accordate da lui nei suoi possedimenti, sarebbero bastati a soddisfare e a quietare quei miseri, senza tanto fragor di minacce, senza bisogno d’assumere quelle arie d’apostoli, di profeti, di paladini. Oneste, modeste aspirazioni, quasi evangelicamente disciplinate, da raggiungere grado grado, col tempo e con la chiara coscienza del diritto negato! Poteva egli pascersi di esse, e non pensare ad altro? No, no: troppo poco per lui! Se fosse bastato, magari avrebbe dato tutto il suo denaro, e chi sa, forse allora, da povero, avrebbe trovato in quelle aspirazioni un pascolo per l’anima irrequieta. Ma così, no, non potevano bastargli! All’improvviso, voltandosi a guardar Lino Apes, si sentì sonar dentro, come una feroce irrisione, i versi del Leopardi nella canzone all’Italia:

            L’armi, qua l’armi: io solo
Combatterò, procomberò sol io!

            E scattò in piedi agli applausi che in quel punto stesso scoppiavano nella sala a coronar l’eloquente discorso di Cataldo Sclàfani, e anche lui con tutti gli altri, senza volerlo, si recò a stringere la mano all’oratore.

            Ma Lino Apes, dal suo posto, col socratico sorriso su le labbra e negli occhi, domandò allora a gran voce:

            – Signori miei, e che si conclude?

            Pareva tutto finito; assolto il compito; e ciascuno si sentiva come sollevato e liberato da un gran peso. Al richiamo dell’Apes tutti si guardarono negli occhi, sorpresi, con pena, e ritornarono mogi mogi ai loro posti.

            – La natura, signori miei, – seguitò Lino Apes, appena li vide seduti, – la natura, nella sua eternità, può non concludere, anzi non può concludere, perché se conclude, è finita. Ma l’uomo no, deve concludere; ha bisogno di concludere; o almeno di credere che abbia concluso qualche cosa, l’uomo! Ebbene, signori miei, che concluderemo noi? Siamo uomini, e venuti qua per questo. Ma vi leggo negli occhi. Voi non avete nessuna voglia di concludere, pur non essendo eterni! Voi avete viaggiato. Molti tra voi seguiteranno il viaggio fino a Reggio Emilia. Qua a Roma, chi ci viene per la prima volta, ha da veder tante cose; e il tempo stringe. Scusatemi, se parlo così: sapete che io vedo per minuto, e parlo come vedo. Ho poca fiducia nelle conclusioni degli uomini, i quali tutti, a un certo punto, guardandosi dietro, considerando le opere e i giorni loro, scuotono amaramente il capo e riconoscono: «Sì, ci siamo arricchiti», oppure: «Sì, abbiamo fatto questo o quest’altro, – ma che abbiamo in fine concluso?». Veramente, a dir proprio, non si conclude mai nulla, perché siamo tutti nella natura eterna. Ma ciò non toglie che noi oggi qua, dato il momento, non dobbiamo venire a una qualsiasi, magari illusoria, conclusione. Io vi dico che questa s’impone, perché altrimenti ci verranno da sé, senza la vostra guida illuminata e il vostro consenso, gli operaj delle città, delle campagne, delle zolfare. E sarà cieco scompiglio, tumulto feroce, quello che potrebbe essere invece movimento ordinato, premeditato, sicuro. Le conseguenze? Signori, usa prevederle chi non è nato a fare. Credete voi che ci sia ragione d’agire? Avvisiamo ai modi e ai mezzi. Tutta la Sicilia è ora senza milizie. Tre, quattro compagnie di fantaccini vi fan la comparsa dei gendarmi offenbachiani, oggi qua, domani là, dove il bisogno li chiama. E contro ad essi, come voi dite, un intero, compatto esercito di lavoratori. Non c’è neanche bisogno d’armario; basterà disarmar quei pochi e si resta padroni del campo. No? Dite di no? Aspettate! Lasciatemi dire… santo Dio, concludere!

            Ma non potè più dire. Come i ranocchi quatti a musare all’orlo d’un pantano, se uno se ne spicca e dà un tonfo, tutti gli altri a due, a tre, tuffandosi, vi fanno un crepitìo via via più fitto; gli ascoltatori, incantati dapprima dall’arguto dire dell’Apes, cominciarono alla fine dietro un primo interruttore a interromperlo a due, a tre insieme, e quasi d’un subito, tra fautori e avversarii, schizzò da ogni parte violenta la contesa.

            Di qua Lando Laurentano quasi pregava:

            – Sì, ecco, se c’è da fare qualche cosa, amici…

            Di là Bixio Bruno e Cataldo Sclàfani gridavano:

            – No! no! Sarebbe una pazzia! Ma che! La rovina!

            E sfide, invettive, proposte, s’abbaruffarono per un pezzo nella sala. Alcuni, e tra questi il Covazza, scapparono via, indignati. A un certo punto, uno, tutto spaurito, si cacciò zittendo e con le braccia levate nel crocchio dove più ferveva la contesa e annunziò:

            – Signori miei, siamo spiati!

            Tutti gli occhi si volsero alle due finestre.

            Dietro la ringhiera del giardino due uomini stavano di fatti a spiare, cercando di farsi riparo delle piante. Celsina Pigna guardò alla finestra anche lei e, appena scorse quei due, diventò in volto di bragia.

            – Ma no! – saltò a dire irresistibilmente. – Li conosco io… Aspettano me.

            Innanzi al vermiglio sorriso e agli occhi sfavillanti di lei, la contesa cadde,come se a nessuno paresse più possibile seguitarla, quando quel fior di giovinetta, a cui s’era fatto le viste di non badare, si faceva avanti d’un tratto, quasi ad ammonire: «Ci sono io, finitela: sono aspettata!».

            Poco dopo, come tutti, tranne Lino Apes, furono andati via, Celsina si accostò a Lando Laurentano e gli domandò, alludendo a uno di quei due che stavano dietro la ringhiera ad aspettarla:

            – Non lo conosce? È suo nipote…

            – Mio nipote? – disse con meraviglia Lando che ignorava affatto d’averne uno.

            – Ma sì, Antonio Del Re, – affermò Celsina. – Figlio di sua cugina Anna, sorella del signor Roberto Auriti.

            – Ah! – sciamò Lando. – E perché non è entrato?

            Celsina notò sul volto del Laurentano un improvviso turbamento subito dopo la domanda, e lo interpretò a suo modo, che egli cioè, sospettando qualche intrigo fra lei e il nipote, si fosse pentito della domanda inopportuna, e si affrettò a rispondere:

            – Non è dei nostri, sa! Sta qui a Roma in casa del signor Roberto, all’Università… Ma temo che…

            S’interruppe, accorgendosi che il Laurentano, astratto, assorto, non le badava; e subito riprese:

            – Le reco i saluti del Lizio, presidente del Fascio di Girgenti, e i saluti di mio padre. Anch’io credo, se posso esprimere il mio parere, che non sia tempo d’agire. Abbiamo nelFascio di Girgenti circa ottocento iscritti… Ma sono nomi soltanto: pochi vengono, pochi pagano…

            – Ma sì, ma sì, ma sì… – le disse allora, graziosamente ridendo con tutto il volto bruttissimo, Lino Apes, quasi per farle intendere che egli aveva parlato a quel modo col solo intento di cacciar via tutti. – Agire? Ma sarebbe una pazzia! L’ho detto per celia, signorina!

            Gli occhi di Celsina schizzarono fiamme. Lo avrebbe schiaffeggiato. Gli sorrise. Tese la mano a Lando Laurentano e:

            – Mi permettano – disse. – Li lascio in libertà.

            Il quondam tenore Olindo Passalacqua, marito onorario della maestra di canto signora Lalla Passalacqua-Bonomè, nonché censore effettivo del Privato Conservatorio Bonomè, da circa due ore cercava in tutti i modi di tenere a freno la muta rabbiosa impazienza di Antonio Del Re. Parlava sottovoce, e ogni tanto, di nascosto, se Antonio Del Re sbuffando guardava altrove, cavava fuori lesto lesto l’orologino della moglie e «Poveretto, ha ragione!», diceva prima con la mimica degli occhi, delle ciglia, della bocca, e subito dopo, con altra mimica: «Qua sono: avanti; seguitiamo!». E seguitava a parlare, a parlare quasi per commissione; ma in una particolar maniera comicissima e quasi incomprensibile, perché a voli a salti a precipizii per sottintesi che si riferivano a lontane e bizzarre vicende della sua scompigliata esistenza. E a ogni salto, a ogni volo, eran subitanee alterazioni di viso e di voce, esclamazioni e ghigni e gesti o di rabbia o di gioia o di minaccia o di commiserazione o di sdegno, che facevano restare intronato, a bocca aperta chi, ignorando quelle vicende, riuscisse per un po’, senza ridere, a prestargli ascolto. Olindo Passalacqua, di fronte a questo intronamento, restava soddisfatto; era per lui la misura dell’effetto; e con le mani aperte a ventaglio si tirava sù, sù, sù, da ogni parte i lunghi grigi capelli riccioluti per modo che gli nascondessero la radura sul cocuzzolo, e quindi coi due indici tesi si toccava gli aghi incerati dei baffetti ritinti, quasi per mettere il punto a quel gesto abituale o per accertarsi che nella foga del parlare, non gli fossero cascati.

            – Una miseria, basterebbe una miseria! – diceva. – Guarda, che sono due lirette al giorno, che sono? E vorrei dire anche meno! Una miseria… Sciagurato! Quanti ne butta via con quei farabutti là che gl’insudiciano il come si chiama… sicuro… lo stemma avito! Porci! E mio suocero per l’Italia rovina l’impresa del Carolino a Palermo… Tesori! Bastava la sempliceJone… povero Petrella! … mio cavallo di battaglia… Là, tutto a catafascio… per questi porci qua! Senti come strillano? Ed è principe, sissignore… Vergognosi… Dico io, due lirette al giorno per un’opera meritoria… Dio dei cieli, una fortuna come questa! Tutto gratis… E tu che ne sai? Certi patti infernali… schiavitù per tutta la vita… Io, io, per più di dieci anni, trionfatore e schiavo… Qua, invece, solo ch’egli dicesse di sì… M’impegnerei io, Nino, m’impegnerei io di portarla in meno d’un anno su i primari palcoscenici d’Italia. Tu mi conosci; mi spezzo, non mi… non mi… frangar… come si dice? lo sapevo pure in latino, mannaggia! La parola… se do la parola! E che mi resta? Unico patrimonio. Bisognerà nutrirla un tantino meglio nei primi tempi: questo sì! Ma se ne viene… se ne viene… oh se se ne viene… E la bastarda musica moderna…

            Aveva scoperto, Olindo Passalacqua, una portentosa voce di soprano nella gola di Celsina Pigna, subito, appena l’aveva sentita parlare.

            – E con quella figurina là, che scherzi? Furore, m’impegno io: farà furore! Basterebbe a mio cognato, per rispetto a Roberto e a te, un misero assegnino, anche di una lira e cinquanta al giorno, per le spese del vitto… Nutrirla bene… e in meno di un anno… dici di no?

            Antonio Del Re tornava a scrollarsi tutto, rabbiosamente, appena una parola del Passalacqua riusciva a cacciarsi tra il tumulto dei pensieri violenti .a cui era in preda. Il giorno avanti, Celsina gli s’era presentata all’improvviso in casa dello zio Roberto, durante il desinare. Frastornato, stordito dalla vita rumorosa della grande città, dagli aspetti nuovi, dalle nuove e strane abitudini, non aveva potuto attendere in alcun modo alla promessa che le aveva fatto prima di partire, di trovarle subito, cioè, un collocamento a Roma. Le aveva scritto tuttavia che presto, appena un po’ rassettato, si sarebbe messo a cercare; con la certezza però, dentro di sé, che non solo non sarebbe riuscito, ma che non avrebbe avuto né animo né modo di provarcisi, sospeso come si sentiva, e come per un pezzo avrebbe seguitato a sentirsi, in uno smarrimento che quasi gli toglieva il respiro e gli faceva apparir tutto intorno vacillante e inconsistente. Questo smarrimento, difatti, non solo gli era durato, ma gli era via via cresciuto, in mezzo a quella precarietà d’esistenza eccentrica, scombussolata, in casa dello zio. Come mai aveva potuto questi adattarsi a vivere così, comporsi in un certo suo ordine meticoloso, in mezzo a tanto disordine, trovarvi un po’ di terra da gettarvi le radici? Capiva Olindo Passalacqua, la signora Lalla (Nanna, come la chiamavano) e il fratello di lei, Pilade Bonomè: zingari; il primo, chi sa donde venuto; gli altri due, figli d’un impresario teatrale, capitato prima del 1860 a Palermo e travolto nella corrente liberale dai giovani signori dell’aristocrazia palermitana, frequentatori assidui del palcoscenico del teatro Carolino. Fallita dopo alcuni anni l’impresa, poveri, vittime della rivoluzione, come diceva ancora Olindo Passalacqua, il quale, subito dopo avere sposato la figlia dell’impresario, aveva perduto la voce; erano venuti a Roma, poco dopo il ’70, e s’erano rovesciati addosso a zio Roberto, raccomandati da un amico di Palermo. Avventurarsi nel bujo della sorte, gettarsi alle più stravaganti imprese, prendere da un momento all’altro le più strampalate risoluzioni, era per essi come bere un bicchier d’acqua. Oggi qua, domani là; oggi abbondanza, domani carestia; bastava loro ogni giorno arrivare alla sera, comunque, senza indietreggiare di fronte a tutti i possibili ostacoli, ai sacrifizii più duri, buttando in mare le cose più care e più sacre pur di salvar la barca, barca senza più né bussola, né àncora, né timone, assaltata dalle onde incessanti in quella perpetua bufera ch’era stata la loro vita. Ma tuttavia questo era in essi meraviglioso e pietoso e comico a un tempo, che pur avendo fatto getto di tutto senza alcun ritegno, eran rimasti nell’anima schietti, d’una ingenuità vivida e tutta alata di palpiti gentili, eran rimasti affettuosi, generosi, pronti sempre a spendersi per gli altri, a confortare, a soccorrere, ad accendersi d’entusiasmo per ogni nobile azione. Quel che di scorretto, di male, di vergognoso era nella loro vita, forse stimavano sinceramente non imputabile a essi. Necessità su cui bisognava chiudere un occhio, e se uno non bastava, tutt’e due. Con quanta dignità, per esempio, Olindo Passalacqua, dopo aver mangiato alla tavola di zio Roberto e aver raccomandato a questo di non dimenticarsi di far prendere a Nanna le gocce per il mal di cuore o di far toglier subito dalla tavola il trionfino delle frutta per paura che, toccando inavvertitamente la buccia di qualche pesca, non le si avesse a rompere, Dio liberi, il sangue del naso come tante volte le soleva avvenire; lasciava a lui il letto maritale e, augurando alla moglie la buona notte, felicissimi sogni a tutti; anche ai canarini e al merlo nelle gabbie, al pappagallo Cocò sul tréspolo; a Titì, la scimmietta tisica, su l’anello; aRagnetta, la gattina in colletto e cravatta; ai due vecchi cani Bobbi e Piccini, invalidi entrambi in una cesta, quello cieco e questo con la groppa impeciata; se n’andava coi due indici su le punte dei baffi, impalato già nella rigida severità di censore inflessibile, a dormire nel Privato Conservatorio del cognato Bonomè in via dei Pontefici! E che barca di matti quella tavola, a cui sedevano ogni sera quattro o cinque estranei, invitati lì per lì, o che venivano a invitarsi da sé, deputati amici di zio Roberto e di Corrado Selmi, maestri di musica chiomati, cantanti d’ambo i sessi! Che discorsi vi si tenevano, a quali scherzi spesso si trascendeva! E che pena vedere zio Roberto lì in mezzo, zio Roberto ch’egli da lontano s’era immaginato con le stesse idee e gli stessi sentimenti della nonna e della mamma (e non a torto, ché ogni giorno poi glieli dimostrava con le più squisite attenzioni e le cure paterne), che pena vederlo lì in mezzo, partecipare a quei discorsi, a quegli scherzi, e di tratto in tratto sorprendergli nel volto uno sguardo, un sorriso afflitto, di mortificazione, se incontrava gli occhi suoi che lo osservavano stupiti e addolorati! Qual guida più poteva dargli quello zio? Avrebbe potuto permettersi tutto, sicuro di non potere aver da lui né un richiamo, né un rimprovero. S’era iscritto alla facoltà di scienze; ma come studiare in quella casa che cinfolava, gargarizzava, guagnolava dalla mattina alla sera di trilli e scivoli e solfeggi e vocalizzi? Del resto, l’Università così lontana, i numerosi studenti gaj e spensierati, gli avevano destato fin dal primo giorno un’avversione invincibile, uggia, scoramento, sdegno, dispetto; e, pigliando scusa da ogni cosa, non era più andato. S’era figurato, e subito aveva ritenuto per certo, che a qualcuno di quei ragazzacci potesse venire la cattiva ispirazione di farsi beffe di lui così serio e diverso: e che sarebbe allora accaduto? Solo a pensarci, gli s’artigliavano le mani. Un incentivo qualunque, in quel punto, una favilla, e il furore, represso con tanto sforzo, sarebbe divampato terribile. Aveva l’impressione che la vita gli si fosse come ingorgata dentro e gli ribollisse, fomentata dal rimorso di quell’ozio e dal bisogno prepotente di darsi comunque uno sfogo. Ma come sottrarsi a quell’ozio, se aveva ormai acquistato la certezza di non poter più far nulla, poiché tutto gli si era come intralciato e confuso nel cervello? e dove trovar lo sfogo? Aveva corso Roma da un capo all’altro, come un matto, quasi senza veder nulla, tutto assorto in sé, in quella cupa scontentezza di tutto e di tutti, in quel ribollimento continuo di pensieri impetuosi che, prima di precisarsi, gli svaporavano dentro, lasciandolo vuoto e come stordito, coi lineamenti del vólto alterati, le pugna serrate, le unghie affondate nel palmo della mano.

            Infine, dalla sorda rabbia che lo divorava, da quell’agra inerzia fosca, un’idea truce, mostruosa, aveva cominciato a germinargli nel cervello, la quale subito aveva preso a nutrirsi voracemente di tutto il rancore contro la vita, fin dall’infanzia accolto e covato. L’idea gli era balenata, sentendo una sera a tavola discorrere del modello delle bombe recate da Francesco Crispi in Sicilia alla vigilia della Rivoluzione del 1860 e della preparazione di esse. Corrado Selmi aveva detto che ne aveva preparate alcune anche lui, di notte, nel magazzino preso in affitto da Francesco Riso presso il convento della Gancia. Forte delle sue nozioni di chimica moderna, s’era messo a ridere e aveva dimostrato quanto fosse puerile quella preparazione, e come adesso si sarebbero potuti ottenere effetti più micidiali con ordigni di molto più piccolo volume.

            – Ecco! – aveva esclamato allora Corrado Selmi. – Per fare un po’ di festa, bisognerebbe buttare dalle tribune uno di questi giocattolini nell’aula del Parlamento!

            D’improvviso s’era sentito prendere e predominar tutto da quest’idea. Gli urli d’indignazione della piazza per la frode scoperta delle banche, e prima il sospetto e poi la certezza che anche zio Roberto col Selmi era coinvolto nello scandalo di quella frode, le notizie sempre più gravi che arrivavano dalla Sicilia, lo avevano deciso a cercare i mezzi e il modo d’attuare al più presto quell’idea. Tanto, ormai, era finita per lui! Se zio Giulio, partito a precipizio per Girgenti, non riusciva a ottenere dal fratello della nonna il denaro, zio Roberto sarebbe stato arrestato; e allora il crollo, il baratro… Ah, ma prima! Sì, sì, questa sarebbe la giusta vendetta, questo lo sfogo di tutte le amarezze, che avevano attossicato la sua vita e quella dei suoi; e a quei suoi compagni là, di Sicilia, cianciatori, avrebbe dimostrato che lui solo sapeva far quello che loro tutti insieme non avrebbero mai saputo.

            Ebbene, proprio in quel momento, era capitata Celsina a Roma. Nel vedersela comparir dinanzi tutta accesa in volto e ridente nell’imbarazzo, aveva provato un fierissimo dispetto. Gli pareva ormai che nulla più potesse accadere, nulla più muoversi senza una sua spinta; che tutti dovessero stare al loro posto, immobili e come sospesi nell’attesa dell’atto grandioso e terribile ch’egli doveva compiere. Donde, come era venuta Celsina, se egli non aveva fatto nulla per farla venire? I denari di Lando… già! quei denari negati a zio Roberto… Il Fascio di Girgenti… Buffonate! E che rabbia nel veder Celsina accolta con tanta festa da quei Passalacqua, per i quali era la cosa più naturale del mondo che una ragazza si avventurasse sola fino a Roma con un pretesto come quello, e si presentasse lì in cerca dell’innamorato, ferma nel proposito di non ritornar più in Sicilia. S’era fatto di tutti i colori nel vedersi guardato da quelli con certi occhi ridenti di malizia e di indulgenza, che gli dicevano chiaramente: «Via, che c’è di male? abbiamo capito! Non ti vergognare!». E anche zio Roberto era rimasto lì, col suo solito sorriso afflitto, sotto al quale voleva nascondere il fastidio che gli recava ogni novità: soltanto il fastidio. Anche per lui nulla di male che una ragazza fosse venuta a trovare il nipote in casa sua, in un momento come quello, col baratro aperto in cui stavano per precipitare tutti. Per quei Passalacqua quel baratro era niente: una delle tante difficoltà della vita da superare; e per superarla fidavano ciecamente in Corrado Selmi. Bastava poi a tranquillarli la calma che zio Roberto s’imponeva per non agitar la sua Nanna malata di cuore. Via, via quel signor Antonio e quel lei, con cui Celsina s’era messa a parlargli! a chi voleva darla a intendere? ma si dessero pure del tu! Oh, cara… Ma sì, brava, ridere… Se non si rideva di cuore a quell’età, e con quegli occhi e con quel musino… Uh, che voce! ma senti?… un campanello! Non s’era mai provata la voce? Non aveva mai cantato, neanche così per ischerzo? mai mai? Ma bisognava provare, subito subito… Impossibile che non ci fosse la voce, con quelle inflessioni, con quelle modulazioni… Via, sù, una canzoncina qualunque, là, nel salottino, subito subito… Ecco il terno! Nulla meglio di questo espediente per non ritornar più in Sicilia! I mezzi per studiare? Ma c’era lei, la signora Lalla, e il Privato Conservatorio Bonomè. Lezioni gratis, carte e pianoforte gratis: soltanto un piccolo assegno per il vitto. E Olindo Passalacqua, saputo che Celsina era compagna di fede socialista di Lando Laurentano, subito aveva suggerito di chiedere a lui quell’assegno. No? perché no? Opera meritoria! Maledetti certi scrupoli, certi pudori che impediscono alla coscienza di fare il bene! Si sarebbe potuto proporre al Laurentano la restituzione di quel piccolo assegno coi primi guadagni; ma, nossignori, queste cose le fanno gli sfruttatori, gli strozzini, ragion per cui un gentiluomo deve astenersi dal farle… Stupidaggini! Miserie! S’era contorto su la seggiola, Antonio, udendo questi discorsi. Avrebbe voluto strappare per un braccio Celsina e gridarle sul volto: «Va’, tornatene donde sei venuta! Costoro son pazzi che danzano su l’abisso. Va’! va’! L’abisso lo spalancherò io! Non c’è più nulla; io stesso non sono più: tutto è finito!». Ma pure, eccolo lì, aveva col Passalacqua accompagnato Celsina fino al villino di Lando, e ora stava ad aspettare che l’adunanza si sciogliesse ed ella ne uscisse. Celsina gli aveva promesso in confidenza che non avrebbe neppur fatto cenno al Laurentano di quella ridicola proposta dell’assegno; sololo avrebbe pregato d’interessarsi in qualche modo per farle trovare, con le sue tante aderenze, un posticino a Roma. L’assegno, Celsina si era proposto di domandarlo invece per lui, per Antonio. Egli le aveva confidato la sera avanti la terribile condizione in cui si trovava lo zio.

            – E tu? – gli aveva domandato lei.

            Non aveva avuto altra risposta che un gesto furioso, di disperazione. Le era balenato il sospetto ch’egli covasse un proposito violento, ma contro sé; e aveva cercato di scuoterlo, di rincorarlo. Era venuta con l’animo tutto acceso di sogni e di speranze, piena di fiducia in sé, e pronta e preparata a vincere tutti gli ostacoli. Ebbene, sarebbero stati in due, ora, a dividerli e ad affrontarli; ella lo avrebbe trascinato nella sua foga. Possibile ch’egli, col suo parentado, perisse? E non c’era poi l’altro zio? Via, via! Le difficoltà sarebbero state per lei. Ma ecco, ne rideva!

            Uscì dal villino, su le furie.

            – Niente! Buffoni… Andiamo! andiamo! – disse, spingendo i due compagni.

            – Non ha parlato? – domandò, sospeso e afflitto, il Passalacqua.

            – Ma che parlare! – si scrollò Celsina. – Sono tanti pazzi, scemi, stupidi, imbecilli… Chiacchiere, chiacchiere, declamazioni o ciance insipide che vorrebbero parere spiritose… Via, via, via! Ma ci ho guadagnato questo almeno, che sono qua, a Roma! Nino, per carità, Nino, non mi far quella faccia! Vattene… sì, sì… è meglio che te ne vada, se mi devi affliggere così!

            Olindo Passalacqua corse dietro ad Antonio che, gonfio di rabbia, tutto rabbuffato, aveva allungato il passo; lo trattenne, invitò con la mano Celsina ad avvicinarsi subito, raccomandando con cenni calma e prudenza. Ma Celsina, sorridendo e avvicinandosi pian piano, gli accennò col capo che lo lasciasse pure andare.

            – Ma pazzie, scusate… calma, ragazzi! Così v’accecate… E il rimedio? il rimedio così, accecandovi con le furie, non lo trovate più. Il rimedio c’è sempre, cari amici; a tutto c’è rimedio; più o meno duro, più o meno radicale… ma c’è! Non bisogna spaventarsi… In prima, come! dice, questo? Questo no! questo mai!… Poi… eh, cari miei, l’avrei a sapere! Questo e altro!… Però, però, però… dico, intendiamoci, rispettando sempre le leggi del… del… della… Siamo gentiluomini! Nino, tu lo sai, mi spezzo, non mi… non mi…

            – Che fai? che vuoi? che ti stilli così? – domandò Celsina a Nino, rimasto ansante in atteggiamento truce. – Finiscila! Sono proprio furie sprecate… Io mi sento così tranquilla e contenta! Sù, sù, per dove si prende, signor Olindo? Tu… tu guardami… no, no, guardami bene negli occhi… qua, dentro gli occhi… Prima di partire, ti ricordi?

            Nino contrasse tutto il volto, nel tremendo orgasmo, e singulto nel naso, premendosi forte un pugno su la bocca.

            – Via! basta, ora! Andiamo! – riprese Celsina. – Lei, signor Olindo, mi deve dir questo soltanto, ma me lo deve dire proprio in coscienza: – Ho la voce?

            Olindo Passalacqua si tirò un passo indietro, con le due mani sul petto:

            – Ma io ho cantato con la Pasta, sa lei? con la Lucca ho cantato; io ho cantato con le due Brambilla…

            – Va bene, va bene, – lo interruppe Celsina. – E lei è certo dunque che io abbia la voce?

            – Ma d’oro! – esclamò il Passalacqua. – D’oro, d’oro, d’oro, glielo dico io! E in meno d’un anno lei…

            – Va bene, – tornò a interromperlo Celsina. – E allora senta… un altro favore! A procurarmi l’assegnino, come dice lei, ci penso io. Son capace di presentarmi in tutte le botteghe che vedo, in tutti gli alberghi, ufficii, banche, caffè, se han bisogno d’una contabile, giovane di negozio, interprete, quel che diavolo sia! Ho il diploma in ragioneria, licenza d’onore; possiedo due lingue, inglese e francese… Ma anche per sarta mi metto, per modista… Non so neppur tenere l’ago in mano; imparerò!… Maestra, governante, istitutrice… Lasci fare a me! Lei ora se ne vada! Mi lasci sola con questo bel tomo! A rivederla.

            E, preso Antonio sotto il braccio, scappò via.

            – Fammi veder Roma!

            Ma che vedere! Non poteva veder nulla, col cervello in subbuglio. Parlava, parlava, e gli occhi le sfavillavano ardenti, sotto quel cappellino dalla piuma spavalda; le labbra accese le fremevano, e rideva senz’ombra di malizia a tutti quelli che si voltavano a mirarla.

            – Nino, senti, – gli disse a un certo punto, piano, in un orecchio. – Portami lontano… in un punto solitario… lontano… voglio cantare!… Ho bisogno di sentire come canto… Se fosse vero! Tu ci pensi? Ah, se fosse vero, Nino mio! Andiamo, andiamo…

            Seguitò a cinguettare per tutta la via. Gli disse che per forza lei, prima di diventare un soprano, un contralto celebre, per forza doveva trovar marito, dato quel brutto cognome che l’affliggeva.

            – Celsa, va bene; ma Pigna! ti pare possibile? Vediamo un po?, mettiamo… Celsa… come? Celsa Del Re? Oh Dio, no! Le mie opinioni politiche… Del re? Impossibile, Nino! non posso diventare tua moglie, è fatale! Ma tu del resto non mi vuoi… Ahi, ahi no! mi hai fatto un livido nel braccio… Mi vuoi? E allora Celsina Del Re, e non se ne parli più! Celsina di Sua Maestà, è buffo, sai? di Sua Maestà Antonio I.

            Arrivarono, ch’era già il tramonto, di là dal recinto militare, in prossimità del Poligono, su la sponda destra del Tevere. Monte Mario drizzava il suo cimiero di cipressi nel cielo purpureo e vaporoso, e la vasta pianura, che serve da campo di esercitazione alle milizie, e le sponde erbose del fiume, nell’ombra soffusa di viola, parevano smaltate. Nel silenzio quasi attonito, più che la voce si sentiva il movimento delle acque dense, d’un verde morto, tinte dai riflessi rosei del cielo e qua e là macchiate da qualche cuora nera.

            – Bello! – sospirò Celsina, guardandosi intorno. E con l’impressione che la vita vera se ne fosse come andata via di là, e ne fosse rimasta quasi una larva, nel ricordo o nel sogno, dolce e malinconica, aggiunse piano:

            – Dove siamo qua?

            Poi, volgendosi ad Antonio, che si era seduto su un masso e guardava verso terra, curvo, con le mani strette tra le gambe:

            – Ma che fai? – gli domandò. – Ma tu non vedi, tu non senti più nulla? Alza il capo, guarda, senti… questo silenzio qua… il fiume… e là Roma… e io che sono qua con te!

            Gli s’accostò, gli posò una mano sui capelli, si chinò a guardarlo in faccia, e:

            – Tu non hai ancora vent’anni! – gli disse. – E io ne ho diciotto…

            Antonio si scrollò rabbiosamente, per respingerla, e allora ella, sdegnata, alzò una spalla e si allontanò. Poco dopo, da lontano, giunse ad Antonio il suono della voce di lei che cantava, in quel silenzio, limpida e fervida.

            Disperato, serrando le pugna nella furia della gelosia, la vide parata da attrice, in un vasto teatro, davanti ai lumi della ribalta. Si alzò, fremente; andò a raggiungerla.

            – Andiamo! andiamo! andiamo!

            – Che te ne pare? – gli domandò lei, con un fresco sorriso di beatitudine.

            Antonio le strinse un braccio e, guardandola odiosamente negli occhi:

            – Tu ti perderai! – le gridò tra i denti.

            Celsina scoppiò a ridere.

            – Io? – disse. – Ma se tu non mi vuoi, si perderanno quelli che mi verranno appresso, caro mio! Io ho le ali… le ali… Volerò!

I vecchi e i giovani

   
Introduzione

Parte I

Parte II

Capitolo 1Capitolo 5Capitolo 1Capitolo 5
Capitolo 2Capitolo 6Capitolo 2Capitolo 6
Capitolo 3Capitolo 7Capitolo 3Capitolo 7
Capitolo 4Capitolo 8Capitolo 4Capitolo 8

Elenco Romanzi 
Introduzione ai romanzi1911 - Suo marito
1901 - L'esclusa1913 - I vecchi e i giovani
1902 - Il turno1915/1925 - Quaderni di Serafino Gubbio, operatore (Si gira!)
1904 - Il fu Mattia Pascal1926 - Uno, nessuno e centomila

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