I vecchi e i giovani – Parte II – Capitolo 1

I vecchi e i giovani – Parte Seconda- Capitolo 1

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 I.

1913 - I vecchi e i giovani            Seduto innanzi all’ampia scrivania, su cui stavano schierati tutt’intorno prospetti e relazioni irti di cifre, il segretario aspettava che S. E. il Ministro si ricordasse che doveva riprendere a dettare. Già era la terza notte che il cav. Cao… – ohè, lavorare, va bene; ma… ma… ma… – un’intera giornata a sgobbare al Ministero; poi la sera lì, al palazzo di Sua Eccellenza; di questo passo, non sarebbe venuta più a fine quella esposizione finanziaria. Eppure, tra pochi giorni, avrebbe dovuto esser letta alla Camera dei deputati. Non ne poteva più! Ma veramente non era tanto la stanchezza, quanto la sofferenza che da qualche tempo gli cagionava la vista di quell’uomo venerando, per cui sentiva ancora profondo e sincero affetto, se non più l’ammirazione di prima. Aveva già veduto tante cose il cav. Cao, prima da lontano, cert’altre ne vedeva adesso da vicino! Non si può vivere, è vero, settanta e più anni, commettendo sempre eroiche azioni. Per forza qualche sciocchezza, o piccola o grande, si deve pur commettere. E una oggi, una domani, tirando infine le somme… Si tirava, invece, così pensando, il cav. Cao un ispido pelo dei baffi, inverosimilmente lungo. Perbacco! Fin sul capo, gli arrivava… Un pelo solo. Nero. Per avvertir meno la stanchezza e la noja di quell’attesa, lavorava di fantasia. Un pajo di lenti di Sua Eccellenza, lì su la scrivania, eran diventate due laghetti gemelli; uno spazzolino da penne, un fitto boschetto di elei; il piano della scrivania, dov’era sgombro, una sterminata pianura, che forse primitive tribù migratrici attraversavano, sperdute. Sua Eccellenza passeggiava per lo scrittojo, aggrondato, a capo chino, con le mani dietro la schiena. E il cav. Cao, alzando gli occhi a guardarlo, con l’immagine di quello spazzolino da penne nella retina, pensò che Sua Eccellenza aveva la schiena pelosa. Pelosa la schiena e peloso il petto. Lo aveva veduto un giorno nel bagno. Pareva un orso, pareva. Ah quante cose, quante particolarità ridicole non aveva scoperto nella persona di Sua Eccellenza, da che non lo ammirava più come prima! Quella nuca, per esempio, così grossa e liscia e lucente, e tutti quei nerellini che gli pinticchiavano il naso, e quelle sopracciglia… là zi! e zi! – come due virgolette. Finanche negli occhi, negli occhi che gli incutevano un tempo tanta suggezione, aveva scoperto certe macchioline curiose, che pareva gli forassero la cornea verdastra. Proprio vero: minuit praesentia famam! E si meravigliava il cav. Cao e si rattristava insieme di poter vedere ora così quell’uomo che in altri tempi lo aveva addirittura abbagliato, acceso d’entusiasmo per le gesta eroiche che si raccontavano di lui garibaldino e poi per le memorabili lotte parlamentari «strenuamente combattute». Mah! Ormai Francesco D’Atri non pensava che a sporcarsi timidamente, d’una tinta gialligna, canarina, i pochi capelli che gli erano rimasti attorno al capo e l’ampia barba che sarebbe stata così bella, se bianca. Anche lui, è vero, il cav. Cao, da circa un anno, poco poco… i baffi soltanto. Ma per non averli, ecco, un po’ bianchi, un po’ neri. Gli seccava. E poi del resto, per lui quella tintura non avrebbe mai avuto le disastrose conseguenze che aveva avuto per Sua Eccellenza. Quantunque infine non avesse ancora quaran… ah già, sì, quarantanni, da tre giorni: ebbene, quaranta: non avrebbe mai preso moglie, lui. E Francesco D’Atri, invece, sì l’aveva presa, a ses-san-ta-set-te anni sonati; e giovane per giunta l’aveva presa. Segno evidentissimo di rammollimento cerebrale. Bisognava metterlo da parte – (la vita ha le sue leggi!) – da parte, senza considerazione e senza pietà. Pietà, tutt’al più, poteva averne lui, perché gli voleva bene, perché lo vedeva soffrire atrocemente, in silenzio, dell’enorme sciocchezza commessa; ma provava anche sdegno, ecco, per la remissione di cui gli vedeva dar prova di fronte a quella moglie che, quasi subito dopo le nozze, s’era messa a far pubblicamente strazio dell’onore di lui. Tutti, o quasi tutti, ammogliati tardi e male, questi benedetti uomini della Rivoluzione. Da giovani, si sa, avevano da pensare a ben altro! Amare, sì… la bella Gigogin… un bacio, e:

            Addio, mia bella, addio;
l’armata se ne va…

            In fondo, a voler dir proprio, non avevano potuto far nulla a tempo e bene, né studii, né altro. Nelle congiure, nelle battaglie erano stati come nel loro elemento; in pace, erano ora come pesci fuor d’acqua. In vista, e senza uno stato; anziani, e senza una famiglia attorno… Dovevan purtroppo commettere tardi e male tutte quelle corbellerie che non avevano avuto tempo di commettere da giovani, quando, per l’età, sarebbero stati più scusabili. E poi, anche…

            Il cav. Cao, a questo punto, tornò a scuotersi come per un brivido alla schiena. Da alcuni giorni era veramente sbigottito della gravità e della tristezza del momento. Tutte le sere, tutte le mattine, i rivenditori di giornali vociavano per le vie di Roma il nome di questo o di quel deputato al Parlamento nazionale, accompagnandolo con lo squarciato bando ora di una truffa ora di uno scrocco a danno di questa o di quella banca. In certi momenti climaterici, ogni uomo cosciente che sdegni di mettersi con gli altri a branco, che fa? si raccoglie; pondera; assume secondo i proprii convincimenti una parte, e la sostiene. Così aveva fatto il cav. Cao. Aveva assunto la parte dell’indignato e la sosteneva. Non poteva tuttavia negare a se stesso, che godeva in fondo dello scandalo enorme. Ne godeva sopra tutto perché, investito bene della sua parte, trovava in sé in quei giorni una facilità di parola che quasi lo inebriava, certe frasi che gli parevano d’una efficacia meravigliosa e lo riempivano di stupore e d’ammirazione. Ma sì, ma sì: dai cieli d’Italia, in quei giorni, pioveva fango, ecco, e a palle di fango si giocava; e il fango s’appiastrava da per tutto, su le facce pallide e violente degli assaliti e degli assalitori, su le medaglie già guadagnate su i campi di battaglia (che avrebbero dovuto almeno queste, perdio! esser sacre) e su le croci e le commende e su le marsine gallonate e su le insegne dei pubblici uffici e delle redazioni dei giornali. Diluviava il fango; e pareva che tutte le cloache della città si fossero scaricate e che la nuova vita nazionale della terza Roma dovesse affogare in quella torbida fetida alluvione di melma, su cui svolazzavano stridendo, neri uccellacci, il sospetto e la calunnia. Sotto il cielo cinereo, nell’aria densa e fumicosa, mentre come scialbe lune all’umida tetra luce crepuscolare si accendevano ronzando le lampade elettriche, e nell’agitazione degli ombrelli, tra l’incessante spruzzolìo di una acquerugiola lenta, la folla spiaccicava tutt’intorno, il cav. Cao vedeva in quei giorni ogni piazza diventare una gogna; esecutore, ogni giornalajo cretoso, che brandiva come un’arma il sudicio foglio sfognato dalle officine del ricatto, e vomitava oscenamente le più laide accuse. E nessuna guardia s’attentava a turargli la bocca! Ma già, più oscenamente i fatti stessi urlavano da sé. Uomo d’ordine, il cav. Cao avrebbe voluto difendere a ogni costo il Governo contro la denunzia delle vergognose complicità tra i Ministeri e le Banche e la Borsa attraverso le gazzette e il Parlamento. Non voleva credere che le banche avessero largheggiato verso il Governo per fini elettorali, per altri più loschi fini coperti; e che, favore per favore, il Governo avesse proposto leggi che per le banche erano privilegi, e difeso i prevaricatori, proponendoli agli onori della commenda e del Senato. Ma non poteva negare che fosse stato aperto il credito a certi uomini politici carezzati, che in Parlamento e per mezzo della stampa avevano combattuto a profitto delle banche falsarie, tradendo la buona fede del paese; e che questi gaudenti avessero voluto occultare ciò che da tempo si sapeva o si poteva sapere; e che, ora che le colpe avventavano, si volesse percuotere, ma con la speranza che la percossa ai più deboli salvasse i più forti. Certo, lo sdegno del paese nel veder così bruttati di fango alcuni uomini pubblici che nei begli anni dell’eroico riscatto avevano prestato il braccio alla patria, si rivoltava acerrimo, adesso, anche contro la gloria della Rivoluzione, scopriva fango pur lì; e il cav. Cao si sentiva propriamente sanguinare il cuore. Era la bancarotta del patriottismo, perdio! E fremeva sotto certi nembi d’ingiurie che s’avventavano in quei giorni da tutta Italia contro Roma, rappresentata come una putrida carogna. In un giornale di Napoli aveva letto che tutte le forze s’erano infiacchite al contatto del Cadavere immane; sbolliti gli entusiasmi; e tutte le virtù, corrotte. Meglio, meglio quand’essa viveva d’indulgenze e di giubilei, affittando camere ai pellegrini, vendendo corone e immagini benedette ai divoti! Ne fremeva il cav. Cao, perché i clericali naturalmente, ne tripudiavano. Accompagnando talvolta Sua Eccellenza a Montecitorio, vedeva per i corridoi e le sale tutti i deputati, giovani e vecchi, novellini e anziani, amici o avversarii del Ministero, come avvolti in una nebbia di diffidenza e di sospetto. Gli pareva che tutti si sentissero spiati, scrutati; che alcuni ridessero per ostentazione, e altri, costernati del colore del loro volto, fingessero di sprofondarsi con tutto il capo in letture assorbenti. Per certuni, non ostante il freddo della stagione, i caloriferi erano mal regolati: troppo caldo! troppo caldo! Chi sa in quante coscienze era il terrore che da un momento all’altro gli occhi d’un giudice istruttore penetrassero in esse a indagare, a frugare, armati di crudelissime lenti. Al cav. Cao era sembrato, il giorno avanti, che alcuni deputati, i quali discutevano accalorati in una sala, avessero troncato a un tratto la discussione vedendo passare Sua Eccellenza D’Atri. S’era fermato un po’ a guardare, accigliato, e da uno di quei deputati, che aveva subito voltato le spalle, aveva sentito ripetere chiaramente più volte, sottovoce ma con accento vibrato e impeto di sdegno, il nome di Corrado Selmi che in quei giorni correva sulla bocca di tutti. Il cav. Cao sapeva bene che nessuno avrebbe osato mettere in dubbio l’illibatezza di Francesco D’Atri; ma poteva darsi che, per via della moglie, fosse coinvolto anche lui nella rovina del Selmi che pareva ormai a tutti irreparabile.

            Eppure, eccolo lì: passeggiando per lo scrittojo e non ricordandosi più evidentemente né di chi stava ad aspettarlo né dell’esposizione finanziaria, Sua Eccellenza pareva soltanto impensierito d’un pianto infantile angoscioso che, nel silenzio della casa, arrivava fin lì, da una camera remota, non ostanti gli usci chiusi. Già una volta si era recato di là a vedere che cosa avesse la figliuola. Il cav. Cao non seppe frenar più oltre la stizza – (perché, santo Dio, tutta Roma sapeva che quella bambina… quella bambina…) – si alzò come sospinto da una susta, soffiando per le nari uno sbuffo.

            Sua Eccellenza si fermò e si volse a guardarlo. Subito il cav. Cao contrasse la faccia, come per un fitto spasimo improvviso, e disse, sorridendo e stropicciandosi con una mano la gamba:

            – Crampo, eccellenza…

            – Già… lei aspettava… Scusi tanto, cavaliere. M’ero distratto… Basta per questa sera, eh? Lei sarà stanco; io non mi sento disposto. Saranno le undici, è vero?

            – Mezzanotte, eccellenza! Ecco qua: le dodici e dieci…

            – Ah sì? E… e questo teatro, dunque, quando finisce?

            – Che teatro, eccellenza?

            – Ma, non so; il Costanzi, credo. Dico per… per quella bambina… Sente come strilla? Non si vuol quietare. Forse, se ci fosse la mamma…

            – Vuole che passi dal Costanzi, ad avvertire?

            – No, no, grazie… Tanto, adesso, poco potrà tardare. Piuttosto, guardi: avrei bisogno urgente di parlare con l’Auriti.

            – Col cav. Giulio?

            – Sì. È con mia moglie. Può darsi che non venga sù, alla fine del teatro. Mi farebbe un gran piacere, se lo avvertisse.

            – Di venir sù? Vado subito, eccellenza.

            – Grazie. Buona notte, cavaliere. A domani.

            Il cav. Cao s’inchinò profondamente, tirando per il naso aria aria aria; appena varcata la soglia, la buttò fuori con un versaccio di rabbia, che mutò subito però in un sorriso grazioso alla vista del cameriere in livrea che gli si faceva incontro.

            Rimasto solo, Francesco D’Atri si premè forte le mani sul volto. Il lucido cranio gli s’infiammò sotto le lampadine elettriche della lumiera che pendeva dal soffitto. Si trattenne ancora un pezzo nello scrittojo a passeggiare col viso disfatto dalla stanchezza e alterato dai foschi pensieri in cui era assorto. Con la piccola mano grinzosa e indurita dagli anni si lisciava quella lunga barba canarina in contrasto così penoso e ridicolo con tutta l’aria del volto e la gravità della persona. Come mai non s’accorgeva egli stesso, che quella barba, così mal dipinta, nelle circostanze presenti, era una smorfia orrenda? Non se n’accorgeva, perché da un pezzo ormai Francesco D’Atri non aveva più la guida di sé, né più lui soltanto comandava in sé a se stesso. Non eran più suoi gli occhi con cui si guardava; eran d’un altro Francesco D’Atri che dallo specchio gli si faceva incontro ogni mattina con aria rabbuffata e di sdegnoso avvilimento nel vedergli gonfie e ammaccate le borse delle pàlpebre, e tutte quelle rughe e quel bianco attorno alla faccia. Né questo era il solo Francesco D’Atri che si rifacesse vivo in lui nella senile disgregazione della coscienza, e lo tirasse a pensare, a sentire, a muoversi, com’egli adesso non poteva, non poteva più, con quelle membra e il cervello e il cuore imbecilliti dall’età. Era ormaj un povero vecchio che volentieri si sarebbe rannicchiato in un cantuccio per non muoversene più; ma tanti altri lui spietati che gli sopravvivevano dentro, approfittando di quel suo smarrimento, non volevano lasciarlo in pace; se lo disputavano, se lo giocavano, gli proibivano di lamentarsi e di dirsi stanco, di dichiarare che non si ricordava più di nulla; e lo costringevano a mentire senza bisogno, a sorridere quando non ne aveva voglia, a pararsi, a far tante cose che gli parevano di più. E uno, ecco, gli tingeva in quel modo ridicolo la barba; un altro gli aveva fatto prender moglie, quando sapeva bene che non era più tempo; un altro ancora gli faceva tener tuttavia quel posto supremo, pur riconoscendolo di tanto superiore alle sue forze; un altro poi lo persuadeva ad amare con infinita pena quella bambina, che anch’egli sapeva non sua, adducendo una ragione quanto mai speciosa, che cioè, avendo egli avuto da giovine una figliuola a cui altri aveva dato e nome e amore e cure e sostanze, in compenso e in espiazione toccasse a lui ora di dare a questa il proprio nome e amore e cure e sostanze, come se questa fosse veramente quella sua povera piccina d’allora. Cedendo però a questo sentimento, riconoscendo davanti agli altri come sua la figliuola, «eh» lo avvertiva quello della barba, armato di pennello e di tintura «bisogna pure che tu, caro, per esser creduto padre, con codesta moglie giovine accanto, dia una mano di giallo a tutta la tua canutiglia!»; consiglio sciocco, a cui avrebbe voluto opporsi, per non profanare, non solo la sua figura veneranda, ma anche, in fondo, il suo vero sentimento verso quella bambina. Non sapeva però opporsi più, se non timidamente. E questa timidità penosa e ridicola si rispecchiava appunto nella tintura della barba. Preso in mezzo, tenuto lì come fra tanti, che ognuno pareva facesse per sé e lui non ci fosse per nulla, non sapeva dove voltarsi prima; niente gli piaceva; ma, a muoversi per un verso o per l’altro, temeva di far dispiacere a questo o a quello dei suoi crudeli padroni; e ogni risoluzione, anche lieve, gli costava pena e fatica. Vedeva purtroppo in qual gineprajo si fosse cacciato, contro ogni sua voglia; e non trovava più modo a uscirne. Tutto a soqquadro, tutto! Qua a Roma, l’abbaruffio osceno d’una enorme frode scellerata; in Sicilia, un fermento di rivolta. Tra gli urli delle passioni più abiette, scatenatesi nello sfacelo della coscienza nazionale, non s’era quasi avvertito un rombo di fucilate lontane, prima scarica d’una terribile tempesta che s’addensava con spaventosa rapidità. Una sola voce s’era levata nel Parlamento a porre avanti al Governo lo spettro sanguinoso di alcuni contadini massacrati in Sicilia, a Caltavutùro; ad agitare innanzi a tutti con fiera minaccia il pericolo, non si radicasse nel paese la credenza perniciosa che si potessero impunemente colpire i miseri e salvare i barattieri rifugiati a Montecitorio. Sì, aveva esposto la verità dei fatti quel deputato siciliano: quei contadini di Sicilia, trovando nella rabbia per l’ingiustizia altrui il coraggio d’affermare con violenza un loro diritto, s’erano recati a zappare le terre demaniali usurpate dai maggiorenti del paese, amministratori ladri dei beni patrimoniali del Comune: intimoriti dall’intervento dei soldati, avevano sospeso il lavoro ed erano accorsi a reclamare al Municipio la divisione di quelle terre; assente il capo, s’era affacciato al balcone un subalterno che, per allontanare il tumulto, li aveva consigliati di ritornar pure a zappare; ma per via la folla aveva trovato il passo ingombro dalla milizia rinforzata; accennando di voler resistere, s’era veduta prima assaltare alla bajonetta; poi, a fucilate, per avere agitato in aria le zappe a intimorir gli assalitori. Dodici, i morti; più di cinquanta, i feriti: tra questi, alcuni bambini, uno dei quali crivellato da ben sette bajonettate. Questo particolare orrendo s’era rappresentato agli occhi di Francesco D’Atri così vivo, che da tre giorni pur tra tante cure e tanto tumulto di pensieri, di tratto in tratto, riaffacciandosi, gli dava raccapriccio. Perché la ferocia di quel soldato, accanita sul corpo d’un bambino innocente, gli pareva l’espressione più precisa del tempo: la vedeva in tutti, quella stessa ferocia, e n’era sbalordito. Non più rispetto, né carità per le cose più sacre; una furia cieca, una rabbia d’odio, una selvaggia voluttà di basse vendette. S’aspettava d’esser preso per il petto da un forsennato qualunque, per dar conto di tutti i suoi errori, antichi e nuovi. Errori? E chi non ne aveva commessi? Ma era un momento, quello, che anche i più lievi, quelli a cui in altro tempo s’era soliti di passar sopra, saltavano a gli occhi di tutti, pigliavan dalla sinistra luce di quei giorni un certo ispido rilievo, un certo color misterioso, che subito aizzavano la smania di frugar sotto, per la soddisfazione atroce o la feroce consolazione di scoprire altre più gravi magagne nascoste. Il coraggio più difficile, quello della pubblica accusa, legato e persuaso con tanti argomenti a non rompere i freni della prudenza, ora che tutti si trovavan d’accordo, s’era svincolato, sferrato da tutti i ritegni e riguardi sociali; era diventato tracotanza inaudita; e nessuna coscienza poteva più sentirsi tranquilla e sicura. Quelle sue nozze tardive con una giovine; l’illusione che il prestigio del suo passato e degli altissimi onori a cui era venuto sarebbe valso a compensare, nella stima e nel cuore di lei, quanto di fervor giovanile doveva di necessità mancare al suo affetto grato e profondo; il lusso avventato; la relazione scandalosa della moglie col Selmi, quella bambina… potevano da un momento all’altro diventar pretesto d’accusa e di maligne insinuazioni, cagione di chi sa quali sospetti oltraggiosi. Tra i fantasmi dell’incertezza, in quella vuota, oscura realtà in cui gli pareva d’esser avviluppato, Francesco D’Atri sentiva di punto in punto crescere in sé la costernazione, ora che le grida rinfuriavano per il salvataggio violento, da parte del Governo, di alcuni parlamentari più in vista e più compromessi. Tra questi era il Selmi, che pure fino a quel giorno s’era lasciato esposto allo scandalo. Non glien’avevano detto nulla i suoi colleghi del Gabinetto; ma s’era accorto dalle loro arie che gli si voleva dare a intendere che il Selmi si salvava per lui. Non era vero! Non per lui, se mai; ma perché egli era con loro; e, in quel momento, la sua caduta avrebbe potuto determinare il crollo di tutti. Non era intanto peggiore del male quel rimedio? Non aveva saputo opporsi. Come proferir quel nome? Mondo d’ogni colpa, integro, per una sola debolezza, per quella illusione così presto perduta, si vedeva trascinato dalla moglie giù nel fango della piazza, ove una canea famelica di scandalo lo aspettava per farne strazio, accozzando in uno sconcio impasto il suo corpo e quello della moglie e del Selmi. Ora, con una nuova violenza si vedeva strappato dalla piazza, ma insieme col Selmi, aggrappato a lui e alla moglie, insieme con tutta la canaglia aggrappata al Selmi. Gli pareva che glielo rimettessero in casa, là, con tutta la folla urlante, beffarda e ingiuriosa. Tutti, ora, tutti avrebbero creduto che lo salvava lui il Selmi, non per generosità, ma per paura. E fors’anche il Selmi stesso… Ma qual paura, in fondo, poteva aver lui? Per generosità, se mai, avrebbe potuto farlo, perché lo ricordava prode e nobile, un giorno, sprezzante della vita tra i pericoli e tutto acceso dell’ideale santo della patria. Ma no, no, neanche per questa generosità lo avrebbe fatto: troppo, oltre all’odio e allo sdegno per il tradimento (quantunque ne facesse più carico alla moglie), troppo gli coceva il sospetto in lui di quella paura. Intanto, sottratte tutte le carte che avrebbero potuto perdere il Selmi, era rimasto esposto, senza difesa, e compromesso, un innocente: Roberto Auriti. S’era trovato a carico di lui un debito di circa quarantamila lire; e, quel ch’era peggio, più d’un biglietto laconico e misterioso, in cui si faceva allusione a un amico che assicurava il governatore della banca, o prometteva che avrebbe fatto o parlato o scritto secondo le istruzioni ricevute. Questi biglietti erano già in mano dell’autorità giudiziaria, e di questo egli doveva informare tra poco Giulio Auriti, fratello di Roberto.

            S’era già abituato all’orrore della situazione; ne aveva acquistato il sentimento quasi d’una necessità fatale; e il suo sbalordimento era pieno d’uggia, di ribrezzo e greve d’una stanchezza dolorosa. Nessun conforto dalle memorie del passato: a richiamarle per un momento, non sarebbero valse ad altro che ad accrescere la vergogna e la miseria del presente. E in quell’uggia, la vista di tutte le cose, anche dei ninnoli della stanza, acquistava agli occhi suoi una insopportabile gravezza. Ah, il bujo, il bujo, un luogo di riposo: la morte, sì! Tutta quella guerra faceva vincere volentieri il ribrezzo della morte. Che crudeltà! Egli era uno che doveva presto morire… Serbargli quella feccia per gli ultimi giorni, da ingojare nel bicchiere della staffa…

            Francesco D’Atri si fermò, con gli occhi immobili e vani. Immaginò il tempo dopo la sua fine: il tempo per gli altri… Ecco tornata la calma… per gli altri! rabbonite quelle onde, squarciato l’orrore di quella tempesta; e nessuna pietà, nessun rimpianto, nessuna memoria di chi s’era trovato in quei frangenti e vi era perito.

            A un tratto, su la mensola, a cui teneva fissi gli occhi, gli s’avvistò una piccola bertuccia di porcellana, che gli rideva in faccia sguajatamente. Gli venne quasi la tentazione di romperla; voltò le spalle; avvertì di nuovo il pianto angoscioso della bambina e s’avviò a quella camera remota.

            Era la camera della bàlia. Un lumino da notte, riparato da una ventola litofana, sul cassettone, la rischiarava a mala pena. La vecchia governante, magra e linda, passeggiava con la bimba in braccio che, convulsa dagli spasimi, pareva volesse sguizzarle dalle mani; procurava di tenersela adagiata sul seno e:

            – Nooo… nooo… – le ripeteva, come in risposta ai vagiti angosciosi, dimenandosi in ritmo con tutta la persona e battendole di continuo, lievemente, una mano alle spalle.

            La bàlia, con un’enorme mammella tirata fuori del busto, piangeva anche lei: piangeva in silenzio e giurava alla cameriera che le sedeva accanto di non aver mangiato nulla che avesse potuto cagionare quella colica alla bambina.

            Francesco D’Atri si fermò un pezzo a guardarla con occhi assenti: e i tratti del volto espressero lo sforzo quasi istintivo ch’egli, col cervello altrove, faceva per intendere ciò che essa stava a dire tra le lagrime copiose. Intanto guardava nauseato quella sconcia mammella dal cui capezzolo paonazzo pendeva una goccia di latte. La cameriera pensò bene di tirar sù il corpetto della bàlia per nascondere quella vista. E allora Francesco D’Atri si volse a guardar la governante. Stordito dai vagiti della bimba trangosciata, strizzò gli occhi; poi si recò a prendere dal tavolino da notte un campanello e si mise a farlo tintinnire pian piano innanzi a gli occhi della piccina, per distrarla, andando dietro alla governante che seguitava a passeggiare, dondolandosi.

            Così lo trovò, poco dopo, donna Giannetta di ritorno dal teatro, tutta frusciante di seta. Alzò le ciglia e schiuse appena le labbra a un impercettibile sorriso canzonatorio dinanzi a quel notturno commovente quadro familiare, credendo che Sua Eccellenza si compiacesse, sotto gli occhi delle serve, di mostrare la sua ridicola tenerezza paterna dopo le gravi cure dello Stato. Ma la cameriera, accorsa a prendere il velo nero tutto luccicante di dischetti d’argento ch’ella si levava dal capo e a slacciarle la mantiglia, le spiegò, piano, che cosa era accaduto.

            – Ah sì? Poverina… – disse, ostentando indifferenza, ma con una voce calda, melodiosa, e si accostò alla governante, così tutta fragrante di profumo e di cipria e ampiamente scollata. Ma il D’Atri le fe’ cenno di tacere. La bambina si era finalmente quietata. Donna Giannetta allora con un lieve sbuffo di stanchezza s’avviò per la sua camera. Su la soglia si volse e disse al marito, quasi cantando:

            – Oh, Giulio Auriti è di là.

            Francesco D’Atri chinò il capo; le si avvicinò e le disse a voce bassa e grave, senza guardarla:

            – Aspettami. Ho da parlarti.

            – Discorso lungo? – domandò ella. – Non potresti domani? Temo d’esser troppo stanca e d’aver sonno. Mi sono orribilmente annojata.

            – Mi farai il piacere d’aspettarmi, – insistette egli.

            E andò allo scrittojo, ove lo attendeva l’Auriti.

            Ah, come volentieri, adesso, avrebbe fatto a meno di veder quel giovine a cui doveva dare una tremenda notizia! Se n’era già dimenticato… Si moveva, in quei giorni, dava ordini, istruzioni, imponeva a se stesso atti, parole, risoluzioni, di cui subito dopo non riusciva più a veder bene la ragione, l’opportunità, lo scopo. Chiuse gli occhi e sospirò profondamente, con le ciglia gravate da un’oppressione tenebrosa. Aveva or ora detto alla moglie che lo aspettasse perché doveva parlarle. Ma di che? a che scopo? E lui stesso, poc’anzi, aveva pregato il suo segretario d’avvertir l’Auriti, all’uscita dal teatro, che venisse sù da lui, perché aveva urgente bisogno di vederlo. Era necessario, sì, che quel povero giovine avesse al più presto notizia dell’orrenda sciagura che gli stava sopra. Non poteva comunicargliela altri che lui. Sollevata la tenda dell’uscio e vedendolo, provò intanto un certo rancore per la pietà e la commozione che colui già gli suscitava.

            Giulio Auriti non somigliava punto al fratello: alto, smilzo, elegantissimo, spirava dalla temprata agilità del corpo una energia vigorosa, che gli occhi, d’un bel grigio d’acciajo, attenuavano con un certo sguardo d’orgoglio svogliato. Si cangiò tutto, d’un subito, alla vista del vecchio Ministro che gli si faceva innanzi così scombujato. Uno dei guanti, che teneva in mano, gli cadde sul tappeto.

            – Ebbene? – domandò.

            Francesco D’Atri socchiuse gli occhi per sottrarsi alla pena dell’ansia smaniosa che gli leggeva nel viso. Aprì le mani e mormorò scotendo il capo:

            – Non s’è trovata.

            – Ah, no! – scattò allora l’Auriti con una nuova subitanea alterazione del viso, che esprimeva sdegno, rabbia e insieme risoluzione fierissima di ribellarsi a un’iniquità, senza alcun riguardo più per nessuno. – Ah, no, mi perdoni, eccellenza? la carta c’è, e si deve trovare! Lei sa che mio fratello Roberto…

            – So, so… – cercò d’interromperlo, con durezza, il D’Atri.

            – Ma dunque! – incalzò l’Auriti. – Quella sola dichiarazione può salvarlo, e non deve sparire! O via anche tutto ciò che può compromettere Roberto!

            Il D’Atri sedette, tornò a premersi forte le mani sul volto e si lasciò cader dalle labbra:

            – Il guajo è questo: che l’autorità giudiziaria…

            – Ma no, eccellenza! – insorse di nuovo l’Auriti. – L’autorità giudiziaria ha in potere soltanto ciò che il Governo le ha voluto lasciare. Lo sanno tutti ormai!

            Il D’Atri lo guardò come se egli, intanto, non lo sapesse: si rizzò su la vita e, facendo viso fermo, parve lo ammonisse che non poteva permettere si desse corso, in sua presenza, a una voce così piena di scandalo. Ma l’Auriti, smaniando, torcendosi le mani, aggiunse:

            – E io… io che riposavo tranquillo…. Ma come, eccellenza? Io riposavo tranquillo perché c’era lei!

            Il D’Atri s’accasciò; ma subito, come se qualcosa dentro gli facesse impeto nello spirito, tornò a rizzarsi e gridò con rabbia, guardando odiosamente il giovine:

            – Che c’entro io? che posso io?

            – Come! – esclamò l’Auriti. – Il Selmi…

            – Il Selmi… – ruggì Francesco D’Atri, serrando le pugna, come se avesse voluto averlo fra le unghie.

            – Ma sì, lo salvino pure! – esclamò Giulio Auriti. – Per salvarlo però…

            – Già! ti figuri anche tu che lo salvi io… – disse lentamente il D’Atri, scrollando il capo con amarissimo sdegno.

            – Ma il Selmi stesso, eccellenza, – ripigliò subito, con diverso sdegno l’Auriti, – vedrà che il Selmi stesso non tollererà d’esser salvato a costo dell’assassinio morale di mio fratello. E poi, eccellenza, se non parla lui, se tacerà Roberto, griderò io! C’è mia madre di mezzo, eccellenza! L’arresto di Roberto? Mia madre ne morrebbe! E il nostro nome?

            A questo grido, il volto di Francesco D’Atri si scompose.

            – Tua madre… sì… tua madre… – mormorò; e, curvo, si portò di nuovo le mani sul volto; stette un pezzo così, finché non cominciò a sussultare violentemente come per un impeto di singhiozzi soffocati. Aveva conosciuto a Torino, giovane, donna Caterina Laurentano e Stefano Auriti che quel figliuolo gli ricordava in tutto; pensò a quegli anni lontani; vide se stesso com’era allora; vide Roberto ragazzo; pensò a una notte sul mare, con quel ragazzo su le ginocchia, un’ora dopo la partenza da Quarto… ah, da quella notte a questa, che baratro!

            Giulio Auriti, vedendo sussultare le spalle poderose del vecchio Ministro, allibì.

            Questi alla fine scoprì il volto e, rimanendo curvo, guardando verso terra, scotendo le mani a ogni parola:

            – Che gridi? che gridi? – gli disse. – La vergogna di tutti? Tutti impeciati! Vuoi dirmi che sai perché il Selmi prese quel denaro sotto il nome di tuo fratello? E griderai anche la mia vergogna!

            – No, eccellenza! – negò subito con sbalordimento d’orrore, l’Auriti.

            – Ma sì! – rispose Francesco D’Atri, levandosi. – Tutti impeciati, ti dico. Tutti… tutti… Muojo di schifo… Il fango, fino qua!

            E s’afferrò con le mani la gola.

            – M’affoga! Questo… dovevo veder questo! I più bei nomi… Tu vedi soltanto tuo fratello! Niente, sì, non glien’è venuto niente in mano; ma ha tenuto di mano a quello lì… E non è vergogna, questa? come lo scusi? che gridi? Tuo fratello promette, il tuo signor fratello assicura, in quei biglietti là, i laidi ufficii dell’amico…

            – E non lo nomina! – disse coi denti stretti, ridendo d’ira, d’onta, di dispetto, Giulio Auriti. – Ecco perché non sono stati sottratti!

            – Ma quando la paura ha preso possesso! – venne a gridargli in faccia, con voce soffocata, Francesco D’Atri. – Zuffa di ladri che rubano di notte con mani tremanti e come ciechi; rimestano, arraffano, ficcano dentro; e intanto di qua, di là, dal sacco, dalle tasche, il furto scappa via; e nella ressa, tra i piedi, c’è chi ruba ai ladri, chi ghermisce questa o quella carta caduta e corre a far bottega su la vergogna: «Ecco, signori, i più bei nomi d’Italia! Ecco l’onore! ecco le glorie della patria!». Non mi far parlare… So a chi parlo! Ma ormai… tanto, n’ho fino alla gola… Non è umano, capisco che non è umano pretendere da Roberto il silenzio: per sé, per sua madre, per te, per il nome che portate…

            – Roberto? – fece l’Auriti. – Ma Roberto, Vostra Eccellenza lo conosce, sarà anche capace di tacere. Il Selmi stesso…

            – Se Roberto tacerà? – domandò il D’Atri, come se ne dubitasse.

            – Ma io no, eccellenza! – s’affrettò allora a ripetere l’Auriti. – Glielo dico avanti: io no, per mia madre!

            – Aspetta! – riprese il D’Atri, quasi imponendogli di tacere. – Se ho voluto vederti, è segno che ho da dirti qualche cosa.

            Giulio Auriti lo guardò ansiosamente negli occhi. Ma il D’Atri non sostenne quello sguardo; n’ebbe fastidio, anzi dispetto; scorse per terra il guanto caduto fin da principio dalle mani del giovine e riebbe fortissima l’impressione di gravezza insopportabile, che in quei giorni gli faceva la vista di tutto. Ne distrasse gli occhi e disse, cupamente:

            – Tu intendi che in tutta questa faccenda… io non posso cacciar le mani…

            Si guardò le mani e le ritirò con atto di schifo.

            – Pure, – seguitò, – per Roberto, ho parlato… questa sera stessa; ho detto… ho… ricordato… ricordato le sue benemerenze… Forse – ascolta bene – quei biglietti compromettenti, per cui è già spiccato il mandato di cattura… sì! Ma – ascolta bene – quei biglietti…

            Non volle dire: significò con un rapido gesto espressivo della mano: via!

            – Però, – riprese subito, – tu sai che i giornali hanno già pubblicato il nome di tuo fratello. Bisognerà, per togliere ogni sospetto di compromissione losca e per non lasciare nessuna traccia, nessuno strascico…

            – Pagare? – domandò, smorendo, l’Auriti. – E dove… come?

            Il D’Atri si strinse rabbiosamente nelle spalle.

            – Sono quarantamila lire, eccellenza…

            – Io non posso dartele… Procura… E presto! Tu intendi, è l’unico mezzo…

            – Un denaro preso da altri… – gemette l’Auriti.

            – Ma come preso? – domandò con ira il D’Atri. – Questo devi vedere!

            – Per altri! – protestò Giulio.

            – Sei un ragazzo?

            – No, eccellenza: è la difficoltà… Dove lo trovo? come lo trovo?

            – Cerca… tu hai parenti ricchi… tuo cugino…

            – Lando?

            – O i tuoi zii…

            Giulio Auriti rimase pensieroso, a considerare quale, quanta probabilità di riuscita gli offrisse quella via indicata tra gli ostacoli che già gli si paravano davanti: per Lando, l’ombra odiosa del Selmi; per gli zii, la fierezza incrollabile della madre. Come si sarebbe piegata questa a chiedere ajuto di danaro, per quel debito non netto del figlio, a quel fratello? A piegarla, si sarebbe certo spezzata! Decise senz’altro di tentar lui presso Lando: lui, a costo di tutto, per risparmiare quel sacrifizio estremo della madre.

            – Che tempo? – domandò.

            – Presto… – ripetè il D’Atri. – Vedi tu… cinque, sei giorni…

            Giulio Auriti, perduta lì per lì la nozione dell’ora, compreso già della parte che doveva sostenere, si licenziò e s’avviò in fretta, accigliato, come se dovesse subito correre a casa del cugino.

            Francesco D’Atri lo seguì con gli occhi fino alla soglia dell’uscio; poi rimase perplesso, aggrondato, a stropicciarsi con una mano il dorso dell’altra, quasi cercasse nella memoria ciò che ancora gli restava da fare. A un tratto, scorse di nuovo per terra, sul rosso del tappeto, il guanto bianco, caduto di mano all’Auriti. Quel guanto, lasciato lì, gli parve il segno che egli ormai non avrebbe potuto più allontanare del tutto da sé le cose, la gente, i pensieri da cui si sentiva soffocare; sempre una traccia, sempre un’orma, un vestigio, ne sarebbero rimasti, risorgenti o incancellabili, come nell’incubo d’un sogno. E come se in quel guanto si potesse scorgere una sua compromissione, Francesco D’Atri si chinò guardingo a raccattarlo con ribrezzo e se lo cacciò in tasca, furtivamente.

            Donna Giannetta, in accappatoio, con una graziosa cuffia di trine e di nastri in capo, aspettava intanto nella sua camera su un’ampia e bassa poltrona massiccia di cuojo grigio; una gamba su l’altra, tormentandosi il labbro inferiore con le dita irrequiete. Teneva gli occhi fissi acutamente alla punta della babbuccia di velluto rosso, che compariva e spariva dall’orlo della veste al lieve dondolìo della gamba accavalciata.

            Era la prima volta che il marito con quell’aria e quel tono le annunziava di voler parlare con lei. Non le aveva detto mai nulla, prima, quando avrebbe avuto ragione di parlare. Che poteva più dirle, ora?

            Aveva notato che, da alcuni mesi, era più cupo e più oppresso del solito; ma, certo, non per lei; forse, per difficoltà parlamentari. Non aveva mai voluto saper di politica, lei: aveva sempre proibito assolutamente a gli amici che ne parlassero davanti a lei; non leggeva giornali e si gloriava della sua ignoranza, si compiaceva delle risate con cui erano accolte certe sue confessioni, come ad esempio quella di non sapere chi fossero i colleghi del marito. Che ora egli volesse annunziarle, come aveva già fatto una volta, dopo il primo anno di matrimonio, che aveva in animo di lasciare il «potere»? Oh, non le avrebbe fatto più né caldo né freddo, ormai.

            Ma eccolo… Subito donna Giannetta si sgruppò, si abbandonò con gli occhi chiusi su la spalliera della poltrona, volendo fingere di dormire; come però il D’Atri aprì l’uscio, riaprì gli occhi con molle stanchezza, quasi veramente avesse dormito.

            – Domani, no? – gli domandò di nuovo, con grazia languida. – Ho proprio sonno, Francesco! Temo di perdere il filo del discorso.

            – Non lo perderai, – diss’egli aggrondato, lisciandosi la barba con la mano tremolante. – Del resto, se vuoi, il mio discorso potrà anche essere breve.

            – Ti dimetti? – domandò lei, placidamente.

            Francesco D’Atri la guardò, stordito.

            – No… – disse. – Perché?

            – Credevo… – sbadigliò donna Giannetta, portandosi una mano alla bocca.

            – No, qui, qui, di cose nostre, della casa, devo parlarti, – riprese egli. – Abbi un po’ di pazienza. Sono anch’io tanto stanco! Se vuoi del resto che il mio discorso sia breve, non offenderti.

            Donna Giannetta sgranò gli occhi:

            – Offendermi? perché?

            – Ma perché, se dev’esser breve, sarà pure per conseguenza un po’ rude, senza frasi, – rispose egli. – Mi lascerai dire; poi farai, spero, quel che ti diròio, e basterà così. Dunque, senti.

            – Sento, – sospirò ella, richiudendo gli occhi. Francesco D’Atri agitò più volte con stento due dita:

            – Due sciagure ti sono capitate, – cominciò.

            Donna Giannetta torno a scuotersi:

            – Due? a me?

            – Una, l’hai proprio voluta, – seguitò egli. – Vecchia sciagura. Sono io.

            – Oh, – sciamò ella, abbandonandosi di nuovo su la poltrona. – Mi hai spaventata!

            Sorridendo e intrecciando le mani sul capo, soggiunse:

            – Ma no…. perché?

            Le larghe maniche dell’accappatojo scivolarono e le scoprirono le braccia bellissime.

            – Finora, no, – riprese egli. – Non te ne sei accorta bene, perché al fastidio che ho potuto recarti di quando in quando…

            – Francesco, ho tanto sonno, – gemette lei.

            – Permetti… permetti… permetti… – diss’egli con stizza. – Voglio dirti, che al fastidio hai trovato un compenso assai largo nella mia… nella mia… dirò, filosofia…

            – Dimmi subito l’altra sciagura, ti prego! – sospirò quasi nel sonno donna Giannetta.

            Francesco D’Atri si mise a sedere. Veniva adesso il difficile del discorso, e voleva esprimersi quanto meno crudamente gli fosse possibile. Poggiò i gomiti su i ginocchi, si prese la testa tra le mani per concentrarsi meglio, e parlò, guardando verso terra.

            – Eccomi. Aspetta. Io ho dovuto… ho dovuto scontare… Ma già tu, in questo, non hai nessuna colpa. Era naturale che, tra i diritti della tua gioventù e i tuoi doveri di moglie, tu seguissi piuttosto quelli che questi. Avrei potuto farti osservare da un pezzo che tu stessa, accettando spontaneamente, anzi con… con giubilo, un giorno, questi doveri verso un vecchio, avevi implicitamente rinunciato a quei diritti; ma neanche di ciò ti fo colpa perché forse anche tu, allora, ti facesti l’illusione che…

            A questo punto Francesco D’Atri sollevò il capo e s’interruppe. Donna Giannetta dormiva, con un braccio ancora sul capo e l’altro proteso verso di lui, come per implorar misericordia.

            – Gianna! – chiamò, ma non tanto forte, frenando la stizza e lo sdegno, come se al suo amor proprio dolesse che ella, destandosi a quel richiamo, dovesse riconoscere d’aver ceduto così presto al sonno mentr’egli le parlava di cosa tanto grave. Riabbassò il capo e terminò a voce alta il discorso rimasto sospeso:

            – Ti facesti l’illusione che… sì, che avresti potuto facilmente adempiere ai tuoi doveri.

            Donna Giannetta non si destò; anzi, pian piano l’altro braccio le scivolò dal capo, le cadde in grembo con pesante abbandono. Allora Francesco D’Atri sorse in piedi, fremente; fu lì lì per afferrarle quel braccio nudo proteso e scoterglielo con estrema violenza, gridandole in faccia le ingiurie più crude. Ma la calma incosciente del sonno di lei, per quanto gli paresse spudorata e quasi una sfida, lo trattenne. Sembrava che così giacente nel sonno, gli dicesse: «Guardami come son giovane e come son bella! Che pretendi, tu vecchio, da me?».

            Ah, che pretendeva! Ma di quella sua bellezza che ne aveva fatto? e che ne stava facendo della sua gioventù? Scempio vergognoso! Sì, dandosi a lui, a un vecchio, dapprima! Ma egli almeno, quei tesori li avrebbe adorati con animo tremante e traboccante di gratitudine, come un premio divino! Ella, invece, con obbrobrioso disprezzo, con incosciente crudeltà, li aveva violati! E nulla più poteva ormai rifar sacre quella bellezza e quella gioventù così indegnamente profanate!

            Scosse il capo e uscì pian piano dalla camera.

            Subito donna Giannetta balzò in piedi, sbuffando.

            Auff! sul serio, a quell’ora, una spiegazione? E perché? Quando avrebbe dovuto parlare, zitto; ora che lei s’annojava soltanto, mortalmente, pretendeva una spiegazione? Eh via! Troppo tardi. Se lui stesso, del resto, col suo contegno, tra le inevitabili relazioni della nuova vita in cui l’aveva messa, di fronte alle tentazioni a cui questa vita la esponeva, agli esempii che di continuo le poneva sotto gli occhi, l’aveva indotta, certo senza volerlo, a stimar troppo ingenuo, puerile e tale da attirar l’altrui derisione il bel sogno da lei accarezzato, sposandolo?

            Con la massima sincerità aveva sognato di rallegrare col riso della sua giovinezza gli ultimi anni della vita eroica di Francesco D’Atri, vecchio amico e fratello d’armi del padre.

            Gli era forse sembrato che con troppà avventatezza ella avesse preso la risoluzione di sposarlo, quella sera ormai lontana, in cui, discorrendosi in casa del padre di donne, di vecchi, di matrimonii, a una domanda di lei egli aveva risposto per ischerzo, sorridendo malinconicamente: – Eh, bellina mia, se mi sposi tu… –?

            Ma fors’anche aveva sospettato in lei l’ambizione di diventar moglie d’un ministro! Per il parentado, per le condizioni della sua nascita, era quasi povera.

            Avrebbe dovuto saper bene però che in casa di lei, sempre, le risoluzioni più serie erano state prese così; e che la precipitazione nel prenderle non era stata mai a scàpito della fermezza nel mantenerle. Suo padre, Emanuele Montalto, giovine, nella compagnia spensierata e gioconda di tant’altri giovani dell’aristocrazia palermitana, quasi per una picca da un giorno all’altro s’era ribellato alla famiglia devota ai Borboni; e non solo per quella ribellione aveva sofferto persecuzioni, prigionia, esilio dal governo oppressore, ma era stato anche diseredato dal padre a beneficio del fratello maggiore e della sorella Teresa, moglie di don Ippolito Laurentano e madre di Lando. E anche lei, già una volta, proprio per una picca, da un giorno all’altro s’era guastata col cugino Lando, il quale, vivendo a Palermo in casa dello zio principe di Montalto, veniva di furto ad amoreggiar con lei, cuginetta eretica, figlia dello zioeretico, a cui quello (il principe) come per un’elemosina della quale si dovesse vergognare, faceva passar sotto mano un assegno appena appena decente. Da un giorno all’altro, tutto finito, per sempre: non aveva più voluto sapere del cugino e aveva indotto il padre a lasciar Palermo per Roma, con la speranza che, allontanando il padre dall’isola, in una più larga cerchia e meno oppressa da pregiudizii, egli avesse alla fine condisceso a lasciarle prendere la via per cuiil sangue materno la chiamava. Sua madre era stata un’attrice piemontese, la Berio, conosciuta dal padre a Torino, durante l’esilio, e sposata colà. Il sangue, proprio il sangue, non l’esempio la chiamava, perché la mamma lei non l’aveva nemmeno conosciuta: morta nel darla alla luce; e tutti, a Palermo, e più di tutti il padre, s’erano sempre guardati dal farle sapere ciò che la madre era stata. Ma una Montalto sul palcoscenico? Orrore! E anche lei, sì, doveva riconoscerlo, provava tra sé e sé un certo segreto ribrezzo. Tuttavia, per lanciare una sfida al cugino Lando e far onta a quello zio che si vergognava finanche di mantenerli di nascosto, oh, non solo questo ribrezzo avrebbe saputo vincere facilmente, ma qualunque altro! Lando, poco dopo, era venuto anche lui a stabilirsi a Roma, e insieme col padre aveva cercato di ammansarla, di rabbonirla. No, no e no. Già s’era innamorata di quel suo sogno per Francesco D’Atri, che, fin dal primo vederla, era rimasto come abbagliato di lei. Perché poi non l’aveva ritenuta capace Francesco D’Atri di serbarsi fedele a quel sogno? come non aveva compreso che un tal dubbio, un tal timore, manifestati con certi sguardi pietosi, con certi mezzi sorrisi afflitti, l’avrebbero offesa acerbamente, al pari della libertà concessa, anzi quasi imposta, non ostanti quel dubbio e quel timore? Dunque per lui una sua caduta era inevitabile e ci si rassegnava? E se lui non credeva, qual merito, qual premio, a non cadere? Per se stessa? Ah sì, per se stessa! Le era morto il padre, da poco. Addolorata, amareggiata profondamente, eppur costretta a far buon viso a tutti, s’era veduta, pure in quei giorni di lutto, vigilata da Lando con occhi freddamente sdegnosi. In un momento d’angoscia, di esasperazione, in un momento di vera pazzia, perché lo sdegno di quegli occhi si ritorcesse anche contro di lui, gli s’era offerta. Probo, intemerato, incorruttibile, Lando l’aveva respinta. Oh, e allora, più per vendicarsi di lui che della triste e muta sconfidenza del vecchio marito, s’era buttata in braccio di Corrado Selmi, e giù, giù, giù… orribilmente, sì… come un’ubriaca, come una pazza aveva sguazzato un anno nello scandalo.

            Ma via! Non le aveva detto anche or ora il vecchio, che non trovava nulla da ridire? Perché dunque avrebbe dovuto farsene un rimorso? Oh, non si era davvero divertita in quell’anno della sua relazione col Selmi. Che voleva da lei, ora, il marito?

            Donna Giannetta scrollò le spalle, e subito vide quel suo gesto, come se l’avesse fatto un’altra davanti a lei. Aveva spiccatissima la facoltà strana di osservarsi così, quasi da fuori, anche nei momenti di maggior concitazione, di vedersi muovere, di sentirsi parlare o ridere; e ne aveva quasi sgomento, talvolta, e spesso fastidio; temeva che i suoi atteggiamenti, i suoi gesti, il suono della sua voce, gli scatti dei suoi sorrisi potessero apparire studiati; soffriva di quel raggelarsi improvviso dei moti più spontanei e men pensati del suo essere, sorpresi in sul nascere da lei stessa in sé. Si passò parecchie volte la mano su la fronte e cercò d’affondarsi in un pensiero che le togliesse la visione di sé, così costernata. Ecco. L’altra sciagura… Quale poteva essere l’altra sciagura di cui il marito avrebbe voluto parlarle? Il volto le si fece scuro. Davanti a gli occhi le sorse l’immagine del Selmi, che, o sbigottito, per romper quella furia di scandalo, o per timore di perderla, cominciando ella a essere stufa, o con la speranza di legarla a sé maggiormente, o forse anche per vendetta, non aveva saputo impedire che divenisse madre. Sì, non c’era dubbio: l’altra sciagura, a cui il vecchio alludeva, era la figlia, quella bambina…

            – Due sciagure ti sono capitate… Una, l’hai proprio voluta.

            L’altra, dunque, no. E aveva ragione: quest’altra sciagura, non l’aveva proprio voluta.

            Ma se egli sapeva tutto, e sapeva che lei non poteva sentire alcun affetto per quella creatura che le ricordava l’amante odiato, perché poc’anzi s’era fatto trovare presso quella bambina piangente, con un campanello in mano? Perché tanta ostentazione di tenerezza per quella creatura? Perché aveva voluto accomunarla a sé, come per mettersi con essa di fronte a lei, dicendo che entrambi – lui e la bambina – rappresentavano per lei due sciagure? Che voleva concludere?

            Donna Giannetta si pentì d’aver finto di dormire. Rimase ancora un pezzo a riflettere; poi uscì dalla camera in punta di piedi e, al bujo, trattenendo il respiro, si recò fino all’uscio della camera del marito. Origliò, poi si chinò a guardare attraverso il buco della serratura.

            Francesco D’Atri, seduto lì nella sua camera, come dianzi nella camera di lei, coi gomiti sui ginocchi e la testa tra le mani, piangeva.

            Donna Giannetta si sentì fendere la schiena da un brivido e si ritrasse sconvolta, in preda a uno stupore che era anche sgomento.

            – Piange…

            Restò lì, tremante, senza riuscire a formare un pensiero. Poi, improvvisamente, temendo ch’egli aprisse l’uscio e la scoprisse lì in agguato, si mosse per rientrare nella sua camera. Ma, passando come una ladra davanti all’uscio della camera ove dormiva la bambina, si fermò.

            Anche la bambina, qua, piangeva! Tutt’e due…

            Inconsciamente, quasi per trovare un rifugio che la nascondesse a se medesima in quel momento, schiuse quell’uscio, entrò.

            La bàlia, seduta in mezzo al letto, smaniava, disperata. La bambina, dopo un breve sonno inquieto, aveva ripreso a contorcersi per le doglie e a vagire così.

            Donna Giannetta non intese bene dapprima ciò che la bàlia diceva; allungò una mano su la bambina trangosciata e subito la ritrasse, quasi per ribrezzo. Com’era fredda! Ma bisognava farla tacere… Quel pianto era insopportabile… Non voleva latte? Era fasciata forse troppo stretta? Volle sfasciarla lei, con le sue mani. Oh che gambette misere, paonazze… e come tremavano, contratte dallo spasimo… Si provò a tenergliele; ma erano gelate! Era tutta gelata, quella povera piccina… Fosse stato almeno un maschio; ma no, ecco, femminuccia… Con che ravvolgerla? Ecco là, la copertina della culla… Sù, sù. Donna Giannetta se la prese in braccio, se la strinse contro il seno, forte e delicatamente, e si mise a passeggiare per la camera, cullando la figlioletta col dondolìo della persona, come non aveva mai fatto. E stupì di saperlo fare. Sentiva sul seno le contrazioni del piccolo ventre addogliato e quasi il gorgoglio del pianto dentro quel corpicciolo tenero e freddo. Quasi senza volerlo, allora, si mise a piangere anche lei, non per pietà della piccina, no… o fors’anche, sì, perché la vedeva soffrire… ma piangeva anche perché… perché non lo sapeva neppur lei.

            A poco a poco la piccina, come se sentisse il calore dell’amor materno che per la prima volta la confortava, si quietò di nuovo. Donna Giannetta era già stanca, tanto stanca, e pur non di meno seguitò ancora un pezzo a passeggiare e a batter lievemente, a ogni passo, una mano sulle spallucce della piccina. Poi si fermò; con la massima cautela, per non farla svegliare, se la tolse dal seno; si mise a sedere e se la adagiò su le ginocchia; fe’ cenno alla bàlia di rimanersene a letto e, al lume del lampadino da notte, si diede a contemplare la figliuola. Vide quella creaturina, tranquilla ora per opera sua, lì in grembo a lei, come non l’aveva mai veduta. Forse perché non aveva mai fatto nulla per lei, povera piccina, cresciuta finora senz’affetto, senza cure… E che colpa aveva lei? Strizzò gli occhi, come per ricacciare indietro un sentimento odioso… Ma no! Che colpa aveva la piccina d’esser nata? E a un tratto, guardando così la figlia, comprese quel che il marito voleva dirle. Egli era e si sentiva vecchio, e sapeva di non poter riempire la vita di lei; ma ella aveva una figlia, ora; e una figlia può e deve riempir la vita d’una madre. Egli poteva fare uno scandalose non l’aveva fatto; non solo, ma aveva dato anzi a quella bambina, che non era sua, il prestigio del nome, del grado, e anche… sì, anche la sua tenerezza. Orbene, lei, madre, poteva dar bene alla propria figlia l’affetto, le cure, l’esempio d’una condotta illibata.

            Ecco, sì, questo, questo senza dubbio, egli voleva dirle. E lei aveva fatto finta di dormire…

            A lungo donna Giannetta rimase lì quella notte a pensare, con la bambina in grembo. Pensò con amarissimo rimpianto al suo sogno giovanile; e, con nausea, a quel che gli uomini le avevano offerto in cambio di quel sogno… Stupide finzioni, volgarità schifose… Poi, a poco a poco, cedette al sonno.

            Prima dell’alba, Francesco D’Atri, attraversando il corridojo per recarsi allo studio, vide aperto l’uscio della camera della bàlia e sporse il capo a guardare. Rimase stupito nel trovare la moglie lì addormentata su una poltrona, con la bambina in braccio. Le s’accostò pian piano per contemplarla e sentì lo stupore sciogliersi, con un tremore per le vene, in una tenerezza infinita. Si chinò e le sfiorò con un bacio la fronte.

            Donna Giannetta si destò; provò anche lei stupore, dapprima, nel ritrovarsi lì, con la piccina su le ginocchia; poi sorrise – vide quel suo sorriso – e, tendendo una mano al marito e guardandolo con gli occhi pieni d’una gioja nuova, gli domandò:

            – Va bene così?

I vecchi e i giovani

   
Introduzione

Parte I

Parte II

Capitolo 1Capitolo 5Capitolo 1Capitolo 5
Capitolo 2Capitolo 6Capitolo 2Capitolo 6
Capitolo 3Capitolo 7Capitolo 3Capitolo 7
Capitolo 4Capitolo 8Capitolo 4Capitolo 8

Elenco Romanzi 
Introduzione ai romanzi1911 - Suo marito
1901 - L'esclusa1913 - I vecchi e i giovani
1902 - Il turno1915/1925 - Quaderni di Serafino Gubbio, operatore (Si gira!)
1904 - Il fu Mattia Pascal1926 - Uno, nessuno e centomila

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