I vecchi e i giovani – Parte I – Capitolo 3



I vecchi e i giovani – Parte Prima – Capitolo 3

 Acquista questo libro scontato su Amazon

««« Capitolo 2      Capitolo 4 »»»

 III.

1913 - I vecchi e i giovani            – Di qua, di qua, mi segua, – disse al signore che gli veniva dietro il vecchio cameriere dalle piote sbieche in fuori, che lo facevano andare in qua e in là con le gambe piegate.

            Attraversarono su i soffici tappeti polverosi tre stanze morte in fila, in ognuna delle quali il cameriere, passando, apriva gli scuri dei vecchi finestroni tinti di verde. Le stanze tuttavia rimanevano in un’angustiosa penombra, sia per la pesantezza dei drappi, sia per la bassezza della casa sovrastata dagli edifizii di contro che paravano. Aperti gli scuri, il cameriere guardava la stanza e sospirava, come per dire: «Vede com’è arredata bene? E intanto non figura!».

            Pervennero così al salone in fondo, lugubre e solenne, dal palco scompartito, in rilievo, ornato di dorature.

            Il signore trasse da un elegante portafogli un biglietto da visita stemmato, ne piegò un lembo e lo porse al cameriere, il quale, indicando un uscio nel salone, disse:

            – Un momentino. C’è di là il cavalier Prèola.

            – Prèola padre?

            – Figlio.

            – E cavaliere per giunta?

            – Per me, – protestò il vecchio inchinandosi profondamente con la mano al petto, – tutti i padroni miei, cavalieri!

            E, andandosene su i piedi sbiechi, lesse sottecchi, sul biglietto da visita: Cav. Gian Battista Mattina.

            – (Costui, – dunque, – cavaliere autentico, pare.)

            Il Mattina rimase in piedi, cogitabondo in mezzo al salone; poi scrollò le spalle, seccato; volse uno sguardo distratto in giro; vide uno specchio alla parete di fronte e vi s’appressò. In quel vasto specchio, dalla luce tetra, la propria immagine gli apparve come uno spettro; e ne provò un momentaneo turbamento indefinito.

            Spirava da tutti i mobili, dal tappeto, dalle tende, quel tanfo speciale delle case antiche, d’una vita appassita nell’abbandono. Quasi il respiro d’un altro tempo. Il Mattina si guardò di nuovo attorno con una strana costernazione per la immobilità silenziosa di quei vecchi oggetti, chi sa da quanti anni lì senz’uso, e si accostò di più allo specchio per scrutarsi davvicino, movendo pian piano la testa, stirandosi fin sotto gli occhi stanchi le punte dei folti baffi conservati neri da una mistura, in contrasto coi capelli precocemente grigi che conferivano cotal serietà al suo volto bruno. A un tratto, un lunghissimo sbadiglio gli fece spalancare e storcere la bocca, e all’emissione del fiato fradicio contrasse il volto in un’espressione di nausea e di tedio. Stava per scostarsi dallo specchio, allorché sul piano della mensola, chinando gli occhi, scorse qua e là tanti bei mucchietti di tarlatura disposti quasi con arte, e si chinò a mirarli con curiosità. Avevano lavorato bene quelle tarme, e nessuno intanto pareva tenesse in debito conto la lor fatica… Eppure, il frutto, eccolo là, bene in vista, che diceva: «Questo è fatto. Portate via!». Stese una mano a uno di quei mucchietti, ne prese un pizzico e strofinò le dita. Niente! Neanche polvere… E, guardandosi i polpastrelli dell’indice e del pollice, andò a sedere su una comoda poltrona accanto al canapè. Seduto, la scosse un po’, come per accertarsi della solidità.

            «Neanche polvere… Niente!»

            Con una smorfia, trasse dal tavolinetto tondo innanzi al canapè un album, in capo al quale era il ritratto del padrone di casa, il canonico Agro.

            Era sempre parso al Mattina che il canonico Pompeo Agro avesse una strana somiglianza con un uccellaccio, di cui non rammentava il nome. Certo il naso, largo alla base, acuminato in punta, s’allungava in quel volto come un bécco. Era però negli occhietti grigi, vivi, sotto la fronte alta e angusta, tutta la malizia astuta, sottile e tenace, di cui l’Agrò godeva fama.

            Il Mattina esaminò quel viso, come se nei tratti di esso volesse scorgere la ragione dell’invito ricevuto la sera avanti. Che diamine poteva voler da lui l’Agrò? Il dissidio di questo canonico gran signore col partito clericale, dissidio che suscitava tanto scandalo in paese, era proprio proprio vero, o non piuttosto un atteggiamento concertato, insidioso, per tradir la buona fede dell’Auriti, penetrar nel campo avversario e sorprenderne le mosse? Eh, a fidarsi d’una volpe… Quel colloquio segreto col Prèola… Fosse tutto un tranello?

            Alzò gli occhi, volse di nuovo lo sguardo attorno e di nuovo dall’immobilità silenziosa di quei vecchi oggetti senz’uso e senza vita si sentì turbato, quasi che essi, per averne egli scoperto le magagne, lo spiassero ora più ostili.

            Udì per le tre stanze in fila la voce del vecchio cameriere, che ripeteva:

            – Di qua, di qua, mi segua.

            Posò l’album e guardò in direzione dell’uscio.

            – Oh! Verònica…

            – Caro Titta, – rispose Guido Verònica, fermandosi in mezzo al salone.

            Si tolse le lenti per pulirle col fazzoletto pronto nell’altra mano; strizzò gli occhi fortemente miopi, e con l’indice e il pollice della mano tozza si stropicciò il naso maltrattato dal continuo pinzar delle lenti; poi si appressò per sedere su la poltrona di fronte al Mattina; ma questi, alzandosi, lo prese sotto il braccio e gli disse piano:

            – Aspetta, ti voglio far vedere…

            E lo condusse innanzi alla mensola per mostrargli tutti quei mucchietti di polviglio.

            Il Verònica, non comprendendo che cosa dovesse guardare, miope com’era, si chinò fin quasi a toccar col naso il piano della mensola.

            – Tarli? – disse poi, ma senza farci caso, anzi guardando freddamente il Mattina, come per domandargli perché glieli avesse mostrati: e andò a sedere su la poltrona.

            – Tu quoque? – domandò allora il Mattina, rimasto male e volendo dissimular la stizza.

            – Non so di che si tratti, – gli rispose il Verònica con l’aria di chi voglia nascondere un segreto.

            – Neanch’io, – s’affrettò a soggiungere il Mattina con indifferenza. – Ho ricevuto un invito…

            E posò gli occhi senza sguardo su la fronte del Verònica sconciata da tre lunghi raffrigni in vario senso: ferite riportate in duello.

            – Torni da Roma?

            – No. Da Palermo.

            – E ti trattieni molto?

            – Non so.

            Dimostrava chiaramente il Verònica con quelle secche risposte che voleva restar chiuso in sé, per non darsi importanza con ciò che – volendo – avrebbe potuto dire. Difatti il suo compito, adesso, era questo: mostrarsi seccato, anzi stanco e sfiduciato. Per sua disgrazia, egli – e tutti lo sapevano – aveva un ideale: la Patria, rappresentata, anzi incarnata tutta quanta nella persona di un vecchio glorioso statista, il Crispi, battuto alcuni anni addietro in una tumultuosa seduta parlamentare, dopo una lotta piccina e sleale. Per questo vecchio glorioso s’era cimentato in tanti e tanti duelli, riportandone quasi sempre la peggio; aveva respinto su i giornali con inaudita violenza di linguaggio le ingiurie degli oppositori. Ma ormai, caduto quel Vecchio, anche la patria per lui era caduta: trionfava la marmaglia; non era noja, la sua; era propriamente schifo di vivere. Non credeva affatto che Roberto Auriti potesse vincere, quantunque sostenuto dal Governo; ma quel suo Vecchio venerato – che ancora intorno all’avvenire della patria s’illudeva come un fanciullo – gli aveva imposto di recarsi a Girgenti a combattere per l’Auriti; sapeva che questi, più che per le premure del Governo, s’era piegato ad accettare la lotta per la spinta del vecchio statista; ed eccolo a Girgenti. Tanto per non venir meno al dovere, rispondeva ora all’invito dell’Agro, d’un canonico, lui che amava i preti quanto il fumo negli occhi. C’era; bisognava che s’adattasse. Non ostante però la sfiducia con cui s’era lasciato andare a quella impresa elettorale, si sentiva alquanto stizzito, nel vedersi messo ora alla pari con un Mattina qualunque, appajato con costui nella piccola congiura che il canonico Agro pareva volesse ordire.

            Il Mattina si mosse su la poltrona, sbuffando e prendendo un’altra positura.

            – Si fa aspettare…

            – Chi c’è di la? – domandò Guido Verònica, senz’ombra d’impazienza.

            Il Mattina si protese e disse sottovoce:

            – Prèola figlio, la lancia spezzata d’Ignazio Capolino. L’ho saputo dal cameriere. Che te ne pare? Domando e dico, che cosa ci stiamo a fare qua noi due?

            – Sentiremo… – sospirò il Verònica.

            – Non vorrei che…

            Il Mattina s’interruppe, vedendo aprir l’uscio ed entrare, lungo e curvo su la sua magrezza, il canonico Pompeo Agro.

            Facendo cenno con ambo le mani ai due ospiti di rimaner seduti, disse con vocetta stridente:

            – Chiedo vènia… Stieno, stieno seduti, prego. Caro Verònica; cavaliere esimio. Qua, cavaliere, segga qua, accanto a me; non ho paura de’ suoi peccatacci di gioventù.

            – Sì, gioventù! – sorrise il Mattina, mostrando il capo grigio.

            Il Canonico trasse dal petto un vecchio orologino d’argento.

            – Il pelo, eh, lei m’insegna, e non il vizio. Già le dieci, perbacco! Ho perduto molto tempo… Mah!

            S’alterò in volto; restò un momento perplesso, se dire o non dire; poi, come attaccando una coda al sospiro rimasto in tronco:

            – La gratitudine, un mito!

            Tentennò il capo, e riprese:

            – Sarebbero disposti lor signori a venire un momentino con me?

            – Dove? – domandò il Mattina.

            – In casa di Roberto Auriti… tanto amico mio, tanto… fin dall’infanzia, lo sanno. I nostri padri, più che fratelli, compagni d’arme; quello di Roberto a Milazzo, e il mio cadde al Volturno. Storia, questa. Se ne dovrebbe tener conto in paese, invece di menare tanto scalpore per la mia… come la chiamano? diserzione… eh? diserzione, già. La veste! Sissignori. Ma sotto la veste c’è pure un cuore; e ce l’ho anch’io per la santa amicizia, e anche… e anche…

            Il Canonico forse voleva aggiungere «per la patria»; lo lasciò intendere col gesto e pose un freno alla foga del sentimento generoso. Si sforzava di parlar dipinto, con un risolino arguto su le labbra, strofinandosi di continuo sotto il mento le mani ossute, come se le lavasse alla fontanella delle sue frasi polite, sì, non però fluenti e limpide e continue, ma quasi a sbruffi, esitanti spesso e con curiosi ingorghi esclamativi. Di tratto in tratto, nel sollevar le pàlpebre stanche, lasciava intravedere qualche obliquo sguardo fuggevole, così diverso dall’ordinario, che subito ciascuno immaginava quell’uomo dovesse, nell’intimità, non esser quale appariva, aver più d’una afflizione profondamente segreta che lo rendeva astuto e cattivo, e travagli d’animo oscuri.

            – Prima d’andare, – riprese cangiando tono, – due paroline per intenderci. Avrei meditato… messo sù, o mi sembra, un piccolo piano di battaglia. Non la pretendo a generale, veh! Lor signori combatteranno; io porterò il gamellino. Ecco. Ben ponderato tutto, il nostro più temibile avversario chi è? Il Capolino? No; ma chi gli fa spalla: il Salvo, già suo cognato, potentissimo. Ora io da buona fonte so che il Salvo fino a pochi giorni fa non voleva permettere in verun modo questa… questa comparsa del Capolino.

            – Sì, sì, – confermò il Mattina. – A causa delle trattative di matrimonio tra la sorella e il prìncipe di Laurentano.

            – Oh! Benissimo, – approvò il Canonico. – Ma il Salvo concesse la grazia di fargli spalla appena seppe che il principe non intendeva d’aver riguardo alla parentela dell’Auriti e ordinava non ne avesse parimenti il partito. Stando così le cose, le sorti del nostro Roberto sono quasi disperate. Non c’illudiamo.

            – Eh, lo so! – sbuffò il Verònica.

            Subito il Canonico lo fermò con un gesto della mano, seguitando:

            – Ma se noi, ecco, pognamo che noi, signori miei, a dispetto della libertà concessa dal principe, riuscissimo a legar mani e piedi al colosso, al Salvo… eh? Come? Ecco: sarebbe questo il mio piano.

            Pompeo Agro, data così l’esca alla curiosità, stette un pezzo con le mani spalmate, sospese sotto il mento; poi le ritrasse, richiudendole; chiuse anche gli occhi per raccogliersi meglio; lasciò andar fuori un altro: – Ecco! –, come un gancio per sostener l’attenzione dei due ascoltatori, e rimase ancora un po’ in silenzio.

            – Lor signori sanno le condizioni con cui si effettuerà il matrimonio per espressa volontà del Laurentano. Ora queste condizioni, secondo che io ho divisato, dovrebbero diventare il punto… come diremo? vulnerabile del Salvo.

            – Il tallone d’Achille, – suggerì il Mattina, scotendosi, per dire una cosa nuova.

            – Benissimo! d’Achille! – approvò l’Agrò. – E mi spiego. Preme al Salvo certamente, avendole accettate, che il figlio del principe, residente a Roma (mi par che si chiami Gerlando, eh? come il nonno: Gerlandino, Landino) non sia,o almeno, non si mostri apertamente contrario a questo matrimonio del padre. Anzi so che il Salvo ha posto come patto la presenza del giovine alla cerimonia nuziale, per il riconoscimento del vincolo da parte sua e come impegno da gentiluomo per l’avvenire. Io non conosco codesto Gerlandino, ma so che è di pelo… cioè, diciamo, di stampa ben altra dal padre.

            – Opposta! – esclamò il Verònica. – Io lo conosco bene.

            – Oh bravo! – soggiunse l’Agrò. – Ammesso dunque che non abbia neppure le idee di Roberto Auriti, tra i due, voglio dire tra questo e un Capolino, dovrebbe aver più cara, m’immagino, la vittoria del parente.

            Guido Verònica, a questo punto, si scosse e sospirò a lungo, come per votarsi dell’illusione accolta per un momento, e disse:

            – Ah, no, non credo, sa! non credo proprio che Lando si impicci di codeste cose…

            – Mi lasci dire, – riprese il Canonico, con voce agretta. – A me non cale che se ne impicci: vorrei saper solamente da lei che è stato tanto tempo a Roma e conosce il giovine, se l’antagonismo, djciamo così, tra don Ippolito Laurentano e donna Caterina Auriti sussista anche tra i loro figliuoli.

            – No, questo no! – rispose subito il Verònica. – Sono anzi in buon accordo, amici.

            – Mi basta! – esclamò allora il Canonico picchiandosi col dorso d’una mano la palma dell’altra. – Mi strabasta! Se della parentela con l’Auriti non vuole tener conto il padre, può invece, o potrebbe, tener conto il figlio. Ed ecco legato il Salvo, il colosso!

            Pompeo Agro volle godere un momento di quella prima vittoria, guardando acutamente, con un sorrisino un po’ smorfioso, il Verònica, poi il Mattina, già accampati entrambi nel suo piano, stimato almeno meditabile. Quindi, come un generale non contento di vincere soltanto a tavolino, con le leggi della tattica, scese a osservare le difficoltà materiali dell’impresa.

            – Il punto, – disse, – sarà persuadere a quel benedetto Roberto di servirsi di questo spediente. Giacché, per lo meno, abbiamo bisogno di una lettera privata di Gerlandino, da far vedere o conoscere in qualche modo al Salvo, eccolo diretta al Salvo stesso, che sarà difficile, o a Roberto, o a qualche amico: a lei, per esempio, caro Verònica: insomma, una prova, un documento…

            Guido Verònica non volle dichiarare ch’egli non poteva attendersi una lettera da Lando, col quale non aveva alcuna intimità; stimò, sì, ingegnoso il piano dell’Agro, ma forse inattuabile per la troppa schifiltà di Roberto, il quale… il quale… sì, benemerenze patriottiche…

            – «Onestà immacolata!» – soggiunse l’Agrò.

            – Sì, – concesse il Verònica, – e anche ingegno, se vogliamo; ma… ma… ma… al dì d’oggi… e gli secca il Prefetto, e par che gli secchino anche gli amici… basta! Sarà un affar serio! Io, per me, mi metterei anche la pelle alla rovescia per ajutarlo; però…

            S’interruppe; si batté la fronte con una mano; esclamò:

            – Ho trovato! Giulio… c’è Giulio… il fratello di Roberto, giusto in questo momento nella segreteria particolare di S. E. il ministro D’Atri: eh, perbacco!a lui sì posso scrivere… è intimissimo di Lando. Da Giulio si otterrà facilmente quello che vogliamo, senza farne saper nulla a Roberto che opporrebbe chi sa quanti ostacoli. Ecco fatto!

            – Bravissimo! bravissimo! – non rifiniva più d’esclamare il Canonico, gongolante.

            Solo il Mattina era rimasto come una barca, la cui vela non riuscisse a pigliar vento. Vedendo quell’altre due barche filar così leste senza più curarsi di lui rimasto floscio indietro, si sentì umiliato; volle dir la sua e, non potendo altro, si provò a soffiare un po’ di vento contrario e a parar qualche secca o qualche scoglio.

            – Già, – disse, – ma non sarà troppo tardi, signori miei? Riflettiamo! Prima che la lettera arrivi, anche facendo con la massima sollecitudine, di qui a Roma, chiama e rispondi! Ci vorrà una settimana; dico poco. Il Salvo avrà tutto il tempo di compromettersi e non si potrà più tirare indietro.

            – Eh, lo vorrò vedere! – esclamò il Canonico con un sogghignetto, e alzando una mano, come per salutarlo da lontano. – No, sa! no, sa! Mai piùù, mai piùù, mai piùù… Vuole che gli stia poi tanto a cuore il Capolino?

            – Ma la propria dignità, scusi! – si risentì il cavaliere, come se fosse in ballo la sua. – Bella figura ci farebbe! Ma sa che oggi stesso nella sala di redazione dell’Empedocle si proclamerà ufficialmente la candidatura di Capolino con l’intervento del Salvo e di tutti i maggiorenti del partito? Non scherziamo!

            – In questo caso, – saltò a dire il Verònica, – per far più presto, si spedirà a Giulio ora stesso, d’urgenza, un telegramma in cifre. Roberto ha un cifrario particolare col fratello. Non perdiamo più tempo… Piuttosto… aspetti!… ora che ci penso… il Selmi… perdio!

            – Selmi? – domandò il Canonico, stordito da quel nome che cadeva all’improvviso come un ostacolo insormontabile su la via così bene spianata. – Il deputato Selmi?

            – Corrado Selmi, sì, – rispose il Verònica. – L’ho visto a Palermo… Ha promesso a Roberto di venire qua, per lui, e che anzi avrebbe tenuto un discorso…

            – Ebbene? – fece l’Agro. – Anzi, un parlamentare di tanta autorità… vero patriota…

            – Lasci andare! lasci andare! – lo interruppe il Verònica, socchiudendo gli occhi, scotendo una mano. – Patriota… va bene! Bacato, bacato, bacato, caro Canonico… Debiti… compromissioni… storie… e Dio non voglia che il povero Roberto per causa di lui… Basta. Non è per questo, adesso… Ma per Lando Laurentano…

            E Guido Verònica fece più volte schioccar le dita, come per strigarsele dell’impiccio che gli dava il pensiero del Selmi.

            – Non capisco… – osservò il Canonico. – Forse tra il Laurentano e il Selmi?…

            – Eh, altro! – esclamò il Verònica. – Nimicizia mortale!

            – Affar di donne, – aggiunse il Mattina, serio, socchiudendo gli occhi, soddisfattissimo di quella contrarietà.

            E il Canonico, incuriosito:

            – Ah sì? Di donne?

            – Storia vecchia, – rispose il Verònica. – Finita, a quanto pare; ma, fino a un anno fa, Corrado Selmi – lo dico perché tutta Roma lo sa – fu l’amante di donna Giannetta D’Atri, moglie del Ministro d’oggi.

            Il Canonico levò una mano:

            – Uh, che cose! E questa… e questa donna Giannetta chi sarebbe?

            – Ma una Montalto! – disse il Verònica. – Cugina di Lando… Lei sa che la prima moglie del principe fu una Montalto.

            – Ah, ecco! E forse il giovine…?

            – Da ragazzo, tra cugini… Questo non lo so bene. Il fatto è che Lando Laurentano provocò due volte il Selmi… Ora, capirà, se questi viene qua a sostenere la candidatura di Roberto…

            – Già, già, già… ora comprendo! – esclamò il Canonico. – Si dovrebbe impedire! Ah, si dovrebbe impedire!

            – Forse non sarà difficile, – concluse il Verònica. – Perché Corrado Selmi avrà da combattere per sé nel suo collegio. Basta, vedremo. Adesso andiamo subito da Roberto.

            Il Canonico si alzò.

            – Pronti, – disse. – La vettura è giù. Un momentino, col loro permesso. Prendo il cappello e il tabarro.

            Poco dopo, il Verònica e il Mattina rividero il vecchio cameriere dai piedi sbiechi, parato da automedonte, e salirono in vettura con l’Agrò.

            Venendo su dal Ràbato, per piazza San Domenico notarono subito un movimento insolito lungo la via maestra. Quattro, cinque monellacci, correndo e fermandosi qua e là, strillavano il giornaletto clericale Empedocle, che pareva andasse a ruba.

            – L’Impìducli! L’Impìducli!

            E per tutto si formavano capannelli, qua a leggere, là a commentar vivamente qualche articolo, certo violento, stampato in quel foglio.

            Il Verònica, vedendo passare presso la vettura uno di quegli strilloni, non seppe resistere alla tentazione, e mentre il Canonico – che per le vie della città, in quei giorni, si sentiva in mezzo a un campo nemico – consigliava: – Meglio a casa! meglio a casa! – si fece buttare nella vettura una copia del giornale. La prese il Mattina.

            – Leggo io?

            E cominciò a leggere sottovoce l’articolo di fondo, quello che, indubbiamente, suscitava tanto fermento nel pubblico.

            Era intitolato Patrioti per bisogni di famiglia, e si riferiva – senza far nomi, ma con turpe evidenza – alla memoria di Stefano Auriti, padre di Roberto, alterando con vilissima calunnia la storia romanzesca del suo amore per Caterina Laurentano; la fuga dei due giovani poco prima della rivoluzione del 1848; la parte presa da Stefano Auriti a questa rivoluzione «non già per amor di patria, ma appunto per bisogni di famiglia, cioè per la conquista d’una dote insieme con le grazie del suocero per forza, ricco, liberale, sì, ma, ahimè, d’una inflessibilità superiore a ogni previsione».

            Man mano, leggendo, la voce del Mattina si alterava dallo sdegno, acceso maggiormente dall’indignazione dell’Agro, che prorompeva di tratto in tratto, accennando di turarsi le orecchie e buttandosi indietro:

            – Oh vigliacchi! oh vigliacchi!

            A un certo punto il Mattina si vide strappar di mano il giornale. Guido Verònica, pallidissimo, col volto scontraffatto dall’ira, aprì lo sportello della vettura, ne balzò fuori e, senza sentire i richiami del Canonico, tanto per cominciare, si lanciò di furia tra un crocchio di gente, in mezzo al quale stava il Capolino, a cui schiaffò in faccia il giornale, stropicciandoglielo sul muso. L’aggressione fu così fulminea, che tutti restarono per un momento storditi e sgomenti, poi s’avventarono addosso all’aggressore: accorse gente, vociando, da tutte le parti: nel mezzo era la mischia, fitta: volavano bastonate, tra urli e imprecazioni. Il Mattina non ebbe tempo né modo di cacciarsi in difesa del Verònica; ma, poco dopo, l’abbaruffìo, lì nel forte, si allargò: la rissa era partita. Il Canonico chiamava il Mattina, smaniando, dalla vettura. Questi udì alla fine e si volse; ma vide in quella il Verònica, senza cappello, senza lenti, strappato, ansimante tra una frotta di giovani che evidentemente lo difendevano, e accorse. Ritornò, poco dopo, alla vettura del Canonico:

            – Niente – dice; – stia tranquillo; andiamo pure; è tra amici; se l’è cavata bene.

            Il Canonico tremava tutto.

            – Signore Iddio, Signore Iddio… che scandalo… Ma perché?… Schifosi… Non conveniva sporcarsi le mani… E ora che avverrà?

            – Oh, – fece con una certa sprezzatura il Mattina. – Un duello; è semplicissimo… o una querela, se la santa religione non consentirà a quel farabutto di dar conto delle turpitudini che pure gli ha permesso di sfognare.

            – La religione, scusi, lasciamola stare, cavaliere, – disse Pompeo. Agro pacatamente. – Non c’entra e… mi lasci dire! non c’entra neppure il Capolino.

            – Come no?

            – Mi lasci dire. Io so chi ha scritto l’articolo, quella sozzura. Il Prèqla, il Prèola venuto stamani da me, non so da chi spedito… Brutto ingrato! feccia d’uomo!

            – Ma il Capolino, – obbiettò il Mattina, – è direttore del giornale e ha lasciato passar l’articolo.

            – Giurerei, metterei le mani sul fuoco, – rispose il Canonico, – che non lo lesse prima. È mio avversario, veda, eppure lo riconosco incapace, d’una siffatta bassezza… E ora, che troveremo in casa di Roberto?

            Donna Caterina Auriti-Laurentano abitava con la figlia Anna, vedova anch’essa, e col nipote, una vecchia e triste casa sotto la Badìa Grande.

            La casa era appartenuta a Michele Del Re, marito di Anna, che nuli’altro aveva potuto lasciare in eredità alla vedova giovanissima, all’unico figliuolo, Antonio, che ora aveva circa diciott’anni.

            Vi si saliva per angusti vicoli sdruccioli, a scalini, malamente acciottolati, sudici spesso, intanfati dai cattivi odori misti esalanti dalle botteghe buje come antri, botteghe per lo più di fabbricatori di pasta al tornio, stesa lì su canne e cavalletti ad asciugare, e dalle catapecchie delle povere donne, che passavano le giornate a seder su l’uscio, le giornate eguali tutte, vedendo la stessa gente alla stess’ora, udendo le solite liti che s’accendevano da un uscio all’altro tra due o più comari linguacciute per i loro monelli che, giocando, s’erano strappati i capelli o rotta la testa. Unica novità, di tanto in tanto, il Viatico; il prete sotto il baldacchino, il campanello, il coro delle divote:

            Oggi e sempre sia lodato
Nostro Dio Sacramentato…

            Morto il marito, dopo appena tre anni di matrimonio, Anna Auriti era quasi morta anch’essa per il mondo. Fin dal giorno della sciagura non era uscita mai più di casa, neanche per andare a messa le domeniche; né s’era mai più mostrata, nemmeno attraverso i vetri delle finestre sempre socchiuse. Soltanto le monache della Badìa Grande, affacciandosi alle grate a gabbia, avevano potuto vederla dall’alto, quand’ella veniva a prendere, sul vespro, un po’ d’aria nell’angusto giardinetto pensile della casa, ch’era addossata alla tetra, altissima fabbrica di quella badìa, già antico castello baronale dei Chiaramonte. Né certo quelle monache avevano potuto sentire alcuna invidia di lei, reclusa come loro. Come loro, se non più semplicemente, vestiva di nero, sempre; come loro nascondeva, sotto un fazzoletto nero di seta annodato al mento, i capelli, se non recisi, non più curati affatto, appena ravviati in due bande e attorti alla lesta dietro la nuca; que’ bei capelli castani, voluminosi, che tanta grazia un giorno, acconciati con arte, avevano dato al suo pallido, mite, soavissimo volto.

            Donna Caterina aveva condiviso strettamente questa clausura della figlia, vestita anch’essa di nero, fin dal 1860, data della morte eroica del marito, a Milazzo. Rigida, magra, non aveva l’aria di mesta rassegnazione della figlia. La macerazione cupa dell’orgoglio, la fierezza del carattere che, a costo d’incredibili sacrifizii, non s’era mai smentita di fronte alle più crudeli avversità della sorte, le avevano alterato così i lineamenti del volto, che nessuna traccia esso ormai serbava più dell’antica bellezza. Il naso le si era allungato, affilato e teso sulla bocca vizza, qua e là rientrante per la perdita di alcuni denti; le gote le si erano affossate; aguzzato il mento. Ma soprattutto gli occhi, sotto le folte sopracciglia nere, mostravano la rovina di quel volto: le pàlpebre s’eran rilassate, una più, l’altra meno, e quell’occhio più dell’altro socchiuso, dallo sguardo lento, velato d’intensa angoscia, conferiva a quella faccia spenta l’aspetto d’una maschera di cera, orribilmente dolorosa. I capelli, intanto, le erano rimasti nerissimi e lucidi, quasi per dileggio, per far risaltare meglio lo scempio di quelle fattezze e smentir la credenza che i dolori facciano incanutire. Aveva sofferto tutto donna Caterina Laurentano, anche la fame, lei nata nel fasto, allevata e cresciuta fra gli splendori d’una casa principesca: la fame, quando, domata la rivoluzione del 1848, a diciotto anni, col primo figliuolo neonato, Roberto, aveva dovuto seguire nell’esilio, in Piemonte, il marito, escluso con altri quarantatré dall’amnistia, e condannato alla confisca dei pochi beni. Il padre, don Gerlando Laurentano, anch’egli tra quei quarantatré esclusi, la aveva allora invitata ad andare con lui a Malta, suo luogo d’esilio, a patto però che avesse abbandonato per sempre Stefano Auriti. Lei? Aveva rifiutato sdegnosamente; e con più sdegno aveva poi rifiutato l’elemosina del fratello Ippolito, il quale con altri pochi indegni della nobiltà siciliana era andato a ossequiar Satriano a Palermo, e ne aveva ottenuto la restituzione dei beni confiscati al padre. Ed era andata a Torino col marito, tutti e due sperduti e come ciechi, a mendicare per quel figlioletto la vita. Nessuno degli esuli, dei fuorusciti siciliani colà, aveva voluto credere dapprima che ella, di così cospicui natali, unica figliuola femmina del principe di Laurentano, non avesse portato nulla con sé, né ricevesse soccorsi dalla famiglia; e Stefano Auriti era stato perciò in tutti i modi ostacolato dagli stessi compagni di sventura nella ricerca affannosa d’un posticino che gli avesse dato pane, solo pane per la moglie e per sé. E allora ella s’era gravemente ammalata e per cinque mesi era stata in un ospedale, ricoverata per carità dopo infiniti stenti, e per carità il piccolo Roberto era stato allevato in un altro ospizio. S’erano ravveduti finalmente e commossi i compagni d’esilio e avevano ajutato a gara Stefano Auriti. Uscita dall’ospedale, ella aveva ricevuto la notizia che il padre, don Gerlando Laurentano, era morto volontariamente a Bùrmula, di veleno. Dei dodici anni passati a Torino, fino al 1860, donna Caterina serbava ormai una memoria vaga, confusa, come di una vita non vissuta propriamente da lei, ma piuttosto immaginata in un sogno strano e violento, in cui tuttavia sprazzavano visioni liete, qualche momento felice e ardente, d’entusiasmo patriottico. Incancellabilmente impressa nel cuore aveva invece l’ora del risveglio da questo sogno: allorché le era pervenuta la notizia che Stefano Auriti, partito col figliuolo appena dodicenne da Quarto con Garibaldi per la liberazione della Sicilia, era caduto nella battaglia campale di Milazzo. Neanche la grazia di farla impazzire aveva voluto concederle Iddio in quel momento! E aveva dovuto sentire, vedere quasi, il suo cuore di moglie straziato, colpito a morte, là in Sicilia, trascinarsi sanguinando dietro al figliuolo giovinetto, rimasto ora senza il presidio del padre a seguitare la guerra. Le avevano fatto a Torino una colletta, e coi due orfanelli, Giulio e Anna, nati colà, era ritornata in Sicilia, nella patria già liberata; ma da vedova, in gramaglie, e più misera di come ne era partita: tra l’esultanza di tutti, lei, con quei due piccini, vestiti anch’essi di nero. Roberto era già entrato a Napoli con Garibaldi, e ora combatteva sotto Caserta, accanto a Mauro Mortara. Era stata accolta in casa degli Alàimo, parenti poveri di Stefano Auriti. Novamente il fratello Ippolito, ora riparato a Colimbètra, le aveva profferto ajuto; e novamente, con pari sdegno, ella lo aveva rifiutato, meravigliando e gettando nella costernazione gli Alàimo, che la ospitavano. Povera gente, anche d’intelletto povera e di cuore, quante amarezze non le aveva cagionate! S’era dovuta guardare da loro, come da nemici acerrimi della sua dignità, eh’essi non intendevano; capacissimi com’erano di chiedere e d’accettare di nascosto quell’ajuto che ella aveva rifiutato, non contenti del lavoro che faceva in casa e che si procacciava da fuori per cavarne un giusto compenso al poco dispendio che dava loro. S’era rialzata per poco da quell’orribile avvilimento al ritorno di Roberto, accolto da tutto il paese quasi in delirio. Ancora, ricordando quel giorno, quel momento, le sue misere carni eran corse da brividi. Ah con quale esultanza, con che spasimo d’amore e di dolore s’era serrato al seno il figliuolo, che ritornava solo, senza il padre, l’eroe giovinetto dalla camicia rossa, che il popolo le aveva recato su le braccia in trionfo! Il Governo provvisorio le aveva accordato un sussidio mensile, e a Roberto – non potendo altro, per l’età – aveva accordato una borsa di studio in Palermo. L’aveva perduta pochi anni dopo, questa borsa, Roberto, per seguir Garibaldi alla conquista di Roma. Ma al torrente di sangue giovanile, che avrebbe ristorato le vene esauste di Roma, la ragion di Stato aveva opposto, ad Aspromonte, un argine di petti fraterni; e Roberto, con gli altri, era stato preso e imprigionato, prima alla Spezia, poi al forte Monteratti a Genova. Liberato, aveva ripreso gli studii, per poco. Nel 1866, dietro a Garibaldi, di nuovo. Solo nel 1871 gli era venuto fatto di laurearsi in legge; e subito era andato a Roma per provvedere, dopo tante vicende tumultuose, alla propria esistenza e a quella dei suoi. Qualche anno dopo, lo aveva raggiunto il fratello Giulio. Anna, a Girgenti, aveva già trovato marito, e donna Caterina – aspettando che Roberto a Roma si facesse largo e si preparasse un avvenire degno del suo passato, e la consolasse infine di tutte le amarezze patite e dell’avvilimento per cui maggiormente aveva sofferto – era andata a vivere in casa del genero Michele Del Re. La morte di questo, tre anni dopo, la sciagura della figlia, la miseria sopravvenuta di nuovo, quasi non avevano avuto potere di scuoterla da un dolore più cupo e profondo, in cui era caduta. Il figlio, il figlio da cui tanto si aspettava, il suo Roberto, fra il trambusto violento della nuova vita nella terza Capitale, tra la baraonda oscena dei tanti che vi s’abbaruffavano reclamando compensi, carpendo onori e favori, il suo Roberto s’era perduto! Stimando semplicemente come suo dovere quanto aveva fatto per la patria, non aveva voluto né saputo accampare alcun diritto a compensi; aveva forse sperato e atteso che gli amici, i compagni, si fossero ricordati di lui dignitoso e modesto. Poi forse lo schifo lo aveva vinto e tratto in disparte. E qual rovinìo era sopravvenuto in Sicilia di tutte le illusioni, di tutta la fervida fede, con cui s’era accesa alla rivolta! Povera isola, trattata come terra di conquista! Poveri isolani, trattati come barbari che bisognava incivilire! Ed eran calati i Continentali a incivilirli: calate le soldatesche nuove, quella colonna infame comandata da un rinnegato, l’ungherese colonnello Eberhardt, venuto per la prima volta in Sicilia con Garibaldi e poi tra i fucilatori di Lui ad Aspromonte, e quell’altro tenentino savojardo Dupuy, l’incendiatore; calati tutti gli scarti della burocrazia; e liti e duelli e scene selvagge; e la prefettura del Medici, e i tribunali militari, e i furti, gli assassinii, le grassazioni, orditi ed eseguiti dalla nuova polizia in nome del Reai Governo; e falsificazioni e sottrazioni di documenti e processi politici ignominiosi: tutto il primo governo della Destra parlamentare! E poi era venuta la Sinistra al potere, e aveva cominciato anch’essa con provvedimenti eccezionali per la Sicilia; e usurpazioni e truffe e concussioni e favori scandalosi e scandaloso .sperpero del denaro pubblico; prefetti, delegati, magistrati messi a servizio dei deputati ministeriali, e clientele spudorate e brogli elettorali; spese pazze, cortigianerie degradanti; l’oppressione dei vinti e dei lavoratori, assistita e protetta dalla legge, e assicurata l’impunità agli oppressori…

            Da due giorni – dacché Roberto era arrivato a Girgenti – usciva dalla bocca amara di donna Caterina Auriti questo fiotto veemente di crudeli ricordi, d’acerbe rampogne, di fiere accuse. Guardando il figlio, a traverso le pàlpebre rilassate, con quell’occhio quasi spento, si votava il cuore di tutte le amarezze accumulate in tanti anni, di tutto il dolore, di cui l’anima sua s’era nutrita e attossicata.

            – Che speri? che vuoi? – gli domandava. – Che sei venuto a far qui?

            E Roberto Auriti, investito dalla furia della madre, taceva aggrondato, a capo chino, con gli occhi chiusi.

            Aveva ormai quarantatré anni: già calvo, ma vigoroso, col volto fortemente inquadrato dalle folte sopracciglia nere, quasi giunte, e dalla corta barba pur nera, se ne stava avvilito e addogliato, come un fanciullo debole al cospetto di quella madre che, pur così debellata dai dolori e dagli anni, serbava tanta energia e così fieri spiriti. Si sentiva veramente sconfitto. L’animo, troppo teso negli sforzi della prima gioventù, gli era venuto meno a poco a poco, di fronte alla nuova, laida guerra, guerra di lucro, guerra per la conquista indegna dei posti. E ne aveva chiesto uno anche lui, non per sé, per il fratello Giulio, e lo aveva ottenuto al Ministero del tesoro. Egli s’era affidato agli scarsi, incerti proventi della professione d’avvocato: proventi che tuttavia, tal volta, non gli lasciavano al tutto tranquilla la coscienza, non già perché non li credesse meritato compenso al proprio lavoro, allo zelo; ma perché la maggior parte delle liti gli venivano per il tramite dei deputati siciliani suoi amici, di Corrado Selmi specialmente, e per parecchie aveva il dubbio che le avesse vinte, non tanto per la sua bravura, quanto per l’indebita e non gratuita ingerenza di quelli. Ma, morto il cognato Michele Del Re, aveva la madre e la sorella vedova e il nipote da mantenere a Girgenti; oltre che a Roma, da parecchi anni, non era più solo. Certo la madre non ignorava la convivenza di lui a Roma con una donna, di cui per antichi pregiudizii e per la puritana rigidezza dei costumi non poteva avere alcuna stima; non glien’aveva mai fatto parola; ma egli sentiva l’aspra condanna nel cuore materno, un’altra amarezza – secondo lui ingiusta – che la madre non gli mostrava per non avvilirlo, per non ferirlo vieppiù. Ma forse donna Caterina, in quei momenti, non ci pensava nemmeno, tutt’intesa com’era a mettere innanzi al figlio, con foga inesausta, insieme coi ricordi luttuosi della famiglia, le condizioni tristissime del paese. E durante quest’esposizione, la sorpresero il canonico Pompeo Agro e il Mattina.

            Dalla cordialità vivace, con cui Roberto Auriti lo accolse, l’Agrò comprese subito ch’egli ignorava ancora la pubblicazione di quel turpe articolo. Presentò il Mattina, ossequiò la signora.

            Donna Caterina aspettò che i primi convenevoli fossero scambiati e che i due amici esprimessero la gioja di rivedersi dopo tanti anni; e riprese, rivolta all’Agro:

            – Per carità, Monsignore, glielo faccia intendere anche lei, che è amico sincero. Qua siamo tra noi. Anche questo signore, se l’ha condotto lei, sarà un amico. Io voglio persuadere mio figlio a non accettare questa lotta.

            – Mamma… – pregò Roberto, con un sorriso afflitto.

            – Sì, sì, – incalzò la madre. – Lo dicano loro. Che ha fatto Roberto, e perché, in nome di che cosa viene oggi a chiedere il suffragio del suo paese? Forse in nome di tutto ciò che fece da giovinetto, in nome del padre morto, dei sacrifizii e degli ideali per cui quei sacrifizii furono fatti e quello strazio sofferto? Farà ridere!

            – Oh, no, perché, donna Caterina? – si provò a interrompere il canonico Agro, portandosi una mano al petto, quasi ferito. – Non dica così.

            – Ridere! ridere! – incalzò quella con più foga. – Lo sa bene anche lei come quegli ideali si sono tradotti in realtà per il popolo siciliano! Che n’ha avuto? com’è stato trattato? Oppresso, vessato, abbandonato e vilipeso! Gli ideali del Quarantotto e del Sessanta? Ma tutti i vecchi, qua, gridano: Meglio prima! Meglio prima! E lo grido anch’io, sa? io, Caterina Laurentano, vedova di Stefano Auriti!

            – Mamma! mamma! – supplicò Roberto, con le mani agli orecchi.

            E subito la madre:

            – Sì, figlio: perché prima almeno avevamo una speranza, quella che ci sostenne in mezzo a tutti i triboli che tu sai e non sai, là, a Torino… Nessuno vuol più saperne, ora, credi. Troppo cari si son pagati, quegli ideali; e ora basta! Ritornatene a Roma! Non voglio, non posso ammettere che tu sia venuto qua in nome del Governo che ci regge. Tu non hai rubato, figlio, non hai prestato man forte a tutte le ingiustizie e le turpitudini che qua si perpetrano protette dai prefetti e dai deputati, non hai favorito la prepotenza delle consorterie locali che appestano l’aria delle nostre città come la malaria le nostre campagne! E allora perché? che titoli hai per essere eletto? chi ti sostiene? chi ti vuole?

            Entrò, in questo punto, Guido Verònica, rassettato e ricomposto. Era salito all’albergo dopo la rissa per cambiarsi d’abito, e vi aveva lasciato detto che se qualcuno fosse venuto a cercar di lui, egli sarebbe ritornato alle ore tre del pomeriggio. Subito l’Agro e il Mattina gli fecero cenno con gli occhi, che Roberto non sapeva nulla. Donna Caterina Auriti s’era levata in piedi, per incitare il figlio a rifiutare l’ajuto del Governo, che del resto non avrebbe avuto alcun valore nell’imminente lotta, e ad accettar questa, invece, in nome dell’isola oppressa. Non avrebbe vinto, certamente; ma la sconfitta almeno non sarebbe stata disonorevole e sarebbe servita di mònito al Governo.

            – Perché voi lo vedrete, – concluse. – Faccio una facile profezia: non passerà un anno, assisteremo a scene di sangue.

            Guido Verònica parò le mani grassocce.

            – Per carità, signora mia, per carità, non dica codeste cose, che sono orribili in bocca a lei! Le lasci dire ai sobillatori che, senza volerlo, fanno il giuoco dei clericali! Scusi, Canonico; ma è proprio così! Quattro mascalzoni ambiziosi che seminano la discordia per assaltare i Consigli comunali e provinciali e anche il Parlamento; altri quattro ignobili nemici della patria che sognano la separazione della Sicilia sotto il protettorato inglese, uso Malta! E c’è poi la Francia, la nostra cara sorella latina, che soffia nel fuoco e manda denari per trar partito domani di qualche sommossa brigantesca, ispirata dalla mafia!

            – Ah sì? – proruppe donna Caterina, che s’era tenuta a stento. – Lei si conforta così? Sono tutte calunnie, le solite, quelle che ripetono i ministri, facendo eco ai prefetti e ai tirannelli locali capielettori; per mascherare trenta e più anni di malgoverno! Qua c’è la fame, caro signore, nelle campagne e nelle zolfare; i latifondi, la tirannia feudale dei cosiddetti cappelli, le tasse comunali che succhiano l’ultimo sangue a gente che non ha neanche da comperarsi il pane! Si stia zitto! si stia zitto!

            Guido Verònica sorrise nervosamente, aprendo le braccia; poi si rivolse a Roberto:

            – Oh senti… (col suo permesso, signora!): avrei bisogno del tuo cifrario, per spedire un telegramma d’urgenza a Roma.

            – Ah già, bravo, bravo! – esclamò il canonico Agro, riscotendosi dal doloroso atteggiamento preso durante la violenta intemerata di donna Caterina.

            Roberto si recò di là per il cifrario. La conversazione cadde fra i tre amici e la vecchia signora; poi l’Agro per rompere il silenzio penoso sopravvenuto, sospirò:

            – Eh, certo sono tristi assai le condizioni del nostro povero paese!

            E la conversazione fu ripresa un po’, ma senza più calore. I tre avevano un’intesa segreta tra loro ed erano anche gonfii e costernati dello scandalo di quell’articolo: si scambiavano occhiate d’intelligenza, avrebbero voluto rimanere soli un momento per accordarsi sul miglior modo di preparare Roberto. Ma donna Caterina non se n’andava.

            – Sa se Corrado Selmi, – le domandò Guido Verònica, – ha scritto a Roberto che verrà?

            – Verrà, verrà, – rispose ella, scrollando il capo con amaro sdegno.

            – Ci ho pensato, – disse piano il Verònica all’Agrò e al Mattina. – Tanto meglio, se viene. Anzi gli spedirò io stesso un telegramma perché venga subito, per me, capite? Così Lando… zitti, ecco Roberto.

            Ma non era Roberto: entrò invece nella sala un giovinotto alto, smilzo, a cui le lenti serrate in cima al naso, congiungendo le folte sopracciglia, davano un’aria di cupa e rigida tenacia. Era Antonio Del Re, il nipote. Pallidissimo di solito, appariva in quel momento quasi cèreo.

            – Hanno letto nell’Empedocle? – domandò con un fremito nelle labbra e nel naso.

            Il canonico Agro e il Mattina alzarono subito le mani per impedire che seguitasse.

            – Contro Roberto? – domandò donna Caterina.

            – Contro il nonno! – rispose, vibrante, il giovinotto. – Una manata di fango! E contro te!

            – Sozzure! sozzure! – esclamò l’Agrò. – Per carità, non ne sappia nulla il povero Roberto!

            – Già sta a leggerlo, – disse il nipote, sprezzante.

            – No! no! – gridò allora l’Agrò, levandosi in piedi. – Oh Signore Iddio, bisogna prevenirlo! Già questi farabutti hanno avuto la lezione che si meritavano dal nostro Verònica! Per carità, vada lei, donna Caterina… Imprudenza, imprudenza, ragazzo mio!

            Donna Caterina accorse; ma troppo tardi. Roberto Auriti, ignorando quel che poc’anzi aveva fatto il Verònica, era corso – pallido, col volto contratto da un sorriso spasmodico, e come un cieco – alla redazione di quel giornalucolo, presso Porta Atenèa. Vi aveva trovati già raccolti i maggiorenti del partito, con Flaminio Salvo alla testa, per proclamare, subito dopo l’aggressione, la candidatura di Ignazio Capolino. Al vecchio usciere, che stava di guardia nella saletta d’ingresso innanzi all’uscio a vetri della sala di redazione, aveva dettoancor sorridendo a quel modo – che Roberto Auriti voleva parlare col direttore. Nella sala di redazione s’era fatto un improvviso silenzio; poi agli orecchi di Roberto eran venute queste parole concitate:

            – Nossignori! Vado io, tocca a me; l’articolo l’ho scritto io, e io ne rispondo!

            Non aveva neppur visto chi gli s’era fatto innanzi: gli s’era lanciato addossocome una belva, lo aveva levato di peso e scagliato con tale impeto contro l’uscio, che questo s’era sfondato, sfasciato, con gran fracasso e rovinìo di vetri infranti.

            Quando il Verònica, il Mattina e il nipote Del Re sopraggiunsero a precipizio, tra la ressa della gente accorsa da ogni parte agli urli che s’eran levati altissimi dalla sala di redazione, Marco Prèola col volto insanguinato e un coltello in mano si dibatteva ferocemente sbraitando:

            – Lasciatemi, maledetti, lasciatemi! Se lo liberate adesso, l’ammazzo più tardi! Lasciatemi! Lasciatemi!

I vecchi e i giovani

   
Introduzione

Parte I

Parte II

Capitolo 1Capitolo 5Capitolo 1Capitolo 5
Capitolo 2Capitolo 6Capitolo 2Capitolo 6
Capitolo 3Capitolo 7Capitolo 3Capitolo 7
Capitolo 4Capitolo 8Capitolo 4Capitolo 8

Elenco Romanzi 
Introduzione ai romanzi1911 - Suo marito
1901 - L'esclusa1913 - I vecchi e i giovani
1902 - Il turno1915/1925 - Quaderni di Serafino Gubbio, operatore (Si gira!)
1904 - Il fu Mattia Pascal1926 - Uno, nessuno e centomila

Se vuoi contribuire, invia il tuo materiale, specificando se e come vuoi essere citato a
pirandelloweb.com@gmail.com