Il turno – Capitolo 19

Il turno – Capitolo 19
Acquista questo libro scontato su Amazon

«««  Capitolo 18      Capitolo 20 »»»

 XIX.

1902 - Il turno            Studiava ancora, quando, insolitamente, si vide davanti Ciro in persona: Ciro in casa sua!

            Donna Bettina era rimasta come fulminata, nel vederselo davanti, e non gli aveva saputo dir nulla. Ciro s’era introdotto senza neppur salutarla.

            – Tu qua! – esclamò Pepè, stupito, vedendolo. – Chi t’ha aperto la porta?

            – Tua madre, ed è restata là, come se avesse visto un brigante, – gli rispose Ciro, cupo.

            – No… ma siccome… – cercò di scusar la madre Pepè.

            Ciro lo interruppe.

            – Lei è una vecchia, e perciò la compatisco; tu sei uno sciocco, e perciò ti meravigli della mia venuta. Basta. Non sei ancora vestito? Che aspetti? Vèstiti, e andiamo.

            – Dalla signora Alcozèr? Non ti par presto?

            – No. Andiamo per affari, non per visita. Vèstiti sotto gli occhi miei; se no, sei capace di metterci due ore.

            – Cinque minuti, – disse Pepè. – Andiamo di là.

            Entrarono nella camera da letto, e Ciro, alla vista dei due lettini gemelli, sogghignò, tentennando il capo.

            – Eh, lo so… – sospirò Pepè. – Ma se la mamma… Hai detto, per affari? Non ho capito…

            – Affari, affari! – replicò brusco Ciro. – Ci ho pensato tutta stanotte e quest’oggi…

            – Alla signora Alcozèr? – domandò Pepè, timido, di tra lo sparato della camicia, nell’infilarsela.

            – A lei precisamente, no. Ho pensato al suo caso. È un’infamia che bisogna riparare a ogni costo.

            – Certissimo. Ma… e come? scusa…

            – Vèstiti! Non perder tempo.

            – Sì sì… ma non hai sentito il padre, jersera?

            – Me n’infischio, del padre, – rispose il Coppa. – Lo schiaccio come un rospo. Con la legge.

            – Sarà, – concesse Pepè. – Ma… scusa, permetti? Vorresti forse che il matrimonio si annullasse?

            – Quest’è affar mio! E, a ogni modo, dipenderà da lei, dalla signora.

            – Va bene, – consentì di nuovo Pepè. – Ma… e dopo?

            – È affar mio, ti ripeto! Vèstiti!

            Pepè fu abbagliato a un tratto da un’idea luminosa, e guardò, gongolante, il cognato; poi riprese a vestirsi in fretta, disordinatamente, come non gli era mai avvenuto. «Perché no?», pensava. «È capace anche di questo; è capace di tutto, pur di prendersi una soddisfazione, pur di schiacciare, come lui dice, il Ravì e Mauro Salvo. Ha preso a difendermi? mi difenderà fino all’ultimo. Non è uomo da far le cose a mezzo; anzi, non gli basta vincere, vuole stravincere. Oh Dio, Stellina così sarebbe mia! E poi… poi per me ci penserà lui…»

            Come in risposta al tacito pensiero di Pepè, Ciro disse:

            – Il padre non la vorrà più in casa? Poco male! Per il momento, c’è quella testa fasciata di mia sorella Rosaria, che è superiora a Sant’Anna, e potrà prendersela con sé nel Collegio, fino a cose fatte. Poi si provvederà. Se vuole, c’è casa mia.

            – A casa tua? – domandò Pepè, tutto ridente.

            – Caro mio, se ti dispiace, non so che farti.

            – Ma no! Ma no! – s’affrettò a negar Pepè. – Per me, figùrati!

            – Dici allora per tua madre?

            – Ma neppure! Vedrai che la mamma, poverina, s’acquieterà alla necessità delle cose.

            – Tanto meglio! – esclamò il Coppa. – Comprendi anche tu che io ho bisogno assoluto di una donna in casa? Non ti facevo capace di tanto. Ti ripeto, ci ho pensato tutta questa notte… Mi è assolutamente necessaria una donna in casa, che badi, se non altro, ai ragazzi. Io non posso condannarmi a rimanere il loro ajo per tutta la vita; già la mia salute ne soffre; ho poi da attendere alla professione. Così piglio, se lei vorrà, due piccioni a una fava; farò una buona azione e provvederò un poco anche a me.

            – Ma sì, ma sì – approvò Pepè, raggiante di gioja. – Vedrai, Ciro mio, che donna! che bontà!

            – Tu approvi dunque?

            – E come no? scusa! Ma un’altra preghiera, Ciro mio, – s’arrischiò ad aggiungere. – Vorrei che tu, dopo, pensassi un poco anche a me: un posticino… per non restare su le tue spalle del tutto. Vedi, io sarei allora addirittura felice!

            – Ci penserò, ci penserò, non dubitare, – rispose Ciro, astratto. – Ora, andiamo.

            Trovarono, questa volta, in casa Alcozèr Mauro Salvo e Fifo Garofalo, loro due soli, in rappresentanza di tutti gli altri, venuti apposta prima dell’ora solita, con la scusa di fare una visita al convalescente. Così Stellina, all’arrivo del Coppa e di Pepè, potè sbarazzarsi di loro, conducendoli in camera di don Diego.

            – Eccoci soli! – disse poi, ritornando, con un sorriso. – Si accomodi, avvocato, e voi pure, don Pepè…

            Pareva che Ciro avesse perduto la lingua: guardava Stellina che gli si presentava così diversa dal giorno avanti; e, come se le proprie mani in quel momento gli cagionassero un grande impaccio, non trovava dove cacciarsele prima: dalle tasche dei calzoni se le passò in quelle del panciotto, poi in quelle della giacca; quindi, inchinatosi, balbettando un grazie, e sedutosi, se le posò su i ginocchi e cominciò a parlare con gli occhi bassi:

            – Senta, signora: non ho il bene di conoscere qual concetto ella abbia di me, del mio carattere. La fama che mi son fatta, creda, non corrisponde per nulla alla mia vera natura: sembro a tutti un prepotente, perché non ammetto prepotenze né dai miei simili, né dai pregiudizii del paese, né dalle abitudini che ciascun uomo tende a contrarre; nessuna prepotenza, neanche da Dio; sembro, per conseguenza, anche strano, solo perché voglio esser libero, in mezzo a tanta gente che è schiava o di se stessa o degli altri, come per esempio, mio cognato Pepè.

            – Io? – esclamò questi, quasi destandosi di soprassalto, mentre seguiva intentamente la elaborata spiegazione, di cui non iscorgeva né l’opportunità né lo scopo, pur ammirando il modo di parlare del cognato.

            – Schiavo di te stesso e degli altri, – raffermò Ciro con pacata, tranquilla fermezza, mentre Stellina rideva. – Si può esser poveri e liberi nello stesso tempo. Non la pensa così, o sembra, il padre della signora. Ma ognuno intende a suo modo la vita. Io, per me, non sono prepotente, ripeto: faccio anzi sempre ciò che devo, e so sempre quello che faccio. Questo per dirle che, impressionato fortemente dalla scena di jeri e dalle sue parole, ho riflettuto a lungo, signora, e considerato da ogni parte il suo caso.

            – Io la ringrazio, – disse Stellina, chinando il capo.

            – Mi ringrazierà dopo – riprese Ciro. – Intanto le raffermo ciò che ebbi l’onore di dirle jeri: che ella può, quando voglia, sciogliersi dal matrimonio, a cui fu costretta con sevizie. Possiamo produrre le prove: abbiamo, se non ho frainteso, molti testimonii; ma, quand’anche non ne avessimo alcuno, basterà,io credo, mostrare ai giudici il suo signor marito, scusi sa! testimonianza lampantissima della violenza usatale. Quel che jeri lei stessa ne ha detto e quel che me n’ha detto Pepè, mi abilita a parlare così. Insomma, io le do per fatto, senza alcun dubbio, lo scioglimento, e mi metto di nuovo, dopo matura riflessione, in tutto e per tutto, ai suoi ordini. Non la scoraggino le minacce del padre: ho, lei lo sa, una sorella monaca, la superiora del Collegio di Sant’Anna: bene, ella potrebbe andare da questa mia sorella e star temporaneamente nel Collegio; quindi, a fatti compiuti, decidere sul da fare.

            Pepè approvava col capo, guardando Stellina che ascoltava con gli occhi fissi sul pavimento, pensierosa.

            – Naturalmente, – concluse Ciro, – io non posso attendermi da lei una pronta risposta: non sarebbe prudente da parte sua. Ci pensi su, e poi, da qui a un mese o che so io, quando insomma avrà ben considerato il prò e il contro, mi dica o sì o no. Io, se lei permette, avrò l’onore di frequentar la sua casa in compagnia del nostro Pepè; o se no, un bigliettino, due parole: «Signor Coppa, sì», e io mi metterò subito all’opera. Siamo intesi?

Il turno

   
IntroduzioneCapitolo 8Capitolo 16Capitolo 24
Capitolo 1Capitolo 9Capitolo 17Capitolo 25
Capitolo 2Capitolo 10Capitolo 18Capitolo 26
Capitolo 3Capitolo 11Capitolo 19Capitolo 27
Capitolo 4Capitolo 12Capitolo 20Capitolo 28
Capitolo 5Capitolo 13Capitolo 21Capitolo 29
Capitolo 6Capitolo 14Capitolo 22Capitolo 30
Capitolo 7Capitolo 15Capitolo 23

Elenco Romanzi 
Introduzione ai romanzi1911 - Suo marito
1901 - L'esclusa1913 - I vecchi e i giovani
1902 - Il turno1915/1925 - Quaderni di Serafino Gubbio, operatore (Si gira!)
1904 - Il fu Mattia Pascal1926 - Uno, nessuno e centomila

Se vuoi contribuire, invia il tuo materiale, specificando se e come vuoi essere citato a
pirandelloweb.com@gmail.com