Il turno – Capitolo 17

Il turno – Capitolo 17
Acquista questo libro scontato su Amazon

«««  Capitolo 16      Capitolo 18 »»»

 XVII.

1902 - Il turno            Burrasca, anzi tempesta, quel giorno, in casa di don Diego.

            Stellina aveva avuto, la mattina, un violento scoppio d’ira contro il marito, il quale, da che era entrato in convalescenza, era diventato, poverino, insopportabile. Aveva scritto al padre ingiungendogli di venire subito subito a prendersela, altrimenti si sarebbe buttata giù dal balcone. Don Marcantonio era accorso in gran furia insieme con la moglie, e col deliberato proposito d’imporre alla figlia il rispetto più devoto al marito, e a Pepè Alletto il divieto assoluto di frequentar la casa del genero.

            Ciro Coppa e Pepè, entrando nel salotto, trovarono Stellina in lagrime, abbandonata su la spalliera del divano. La si-donna Rosa le sedeva accanto con gli occhi bassi, le labbra strette e le mani intrecciate sul pacifico ventre. Don Marcantonio passeggiava, con le mani dietro la schiena, gridando rimproveri alla figlia, per modo che li udisse don Diego tappato in camera da letto. Nel vedere il Coppa, smise subito di gridare, e gli andò innanzi, premuroso:

            – Pregiatissimo signor avvocato! Quant’onore, quest’oggi… Baciamo le mani, don Pepè… Rosa, c’è il signor avvocato Coppa… Mi duole che… Stellina, su, figlia mia, guarda: c’è il signor avvocato, che ci degna d’una sua visita… Mi duole, avvocato, che lei càpiti giusto in un momento… Dispiaceri, sa! soliti dispiaceri di famiglia… Nuvola passeggera… Si accomodi, si accomodi.

            Colpito da quell’accoglienza lagrimosa, il Coppa disse, sedendo:

            – Ma… se io c’entro… anche indirettamente… prego la signora di scusarmi.

            – Lei? E come può entrarci lei? – riprese, sorridendo, il Ravì.

            Ciro lo interruppe, guardandolo con fredda severità:

            – Lasciatelo dire, vi prego, alla signora, che ne sa forse più di voi.

            Stellina si tolse il fazzoletto dal volto e guardò smarrita, con gli occhi rossidal pianto, il Coppa. Poi disse, esitante:

            – Io non so…

            – Ma nossignore… – si provò a intromettersi di nuovo don Marcantonio.

            – Lasciatemi spiegare! – riprese forte il Coppa, seccato. – Io mi son fidato di Pepè, e ho avuto forse torto. Certo però ho impedito che si facesse qualche schiamazzo sotto le finestre… Non supponevo che, interponendomi, avrei cagionato un dispiacere alla signora.

            Pepè, comprendendo finalmente l’equivoco in cui era caduto il cognato, si agitò su la seggiola, rosso come un papavero, e disse:

            – No, Ciro… Noi non c’entriamo… Quello è affar mio soltanto…

            – Si lasci servire da me, signor avvocato! – entrò a dire risolutamente don Marcantonio. – Lei non c’entra… È una piccolissima sciocchezza avvenuta questa mattina tra marito e moglie. Sa, cose che succedono: «io voglio questo… io non lo voglio…» e allora… mi spiego? E il tòrto è tutto di mia figlia, torto sfacciato… Sì, sì, cento volte sì! è inutile che tu pianga, figlia mia! Puoi ,pur piangere fino a domattina: io son tuo padre, e debbo dirti il bene e il male. Parlo giusto, signor avvocato? Mi pare che, fin qui, parlo giusto. E dico: Prudenza e obbedienza: ecco la buona moglie! E poi, un po’ di considerazione, santo Dio! Pregiatissimo signor avvocato, mio genero esce adesso da una malattia mortale: non è morto, proprio perché non ha voluto morire! Ora se ne sta di là, convalescente, ed è un po’ fastidiosetto, si sa! Bisogna compatirlo!

            – Io non parlo… – disse Stellina singhiozzando, senza scoprir la faccia. – Parli tu e chi sa che fai credere di me… Ma se la gente sapesse… Dio, Dio! Non ne posso più…

            Ciro Coppa, a queste parole, si levò da sedere gonfio e quasi sbuffante dalla stizza e dalla commozione.

            – Ma parla, parla… Perché non parli? – gridò alla figlia, irritato, il Ravì.

            – Perché non sono come te! – rispose, pronta, Stellina con voce rotta dal pianto.

            – E come sono io, ingrata, come sono? – scattò don Marcantonio. – Ho pensato forse a me? Che n’è venuto, di’, a me? Non ho pensato al tuo bene? Rispondi!

            – Sì, sì… – singhiozzò Stellina. – E la gente se ne accorgerà, che hai pensato al mio bene, quando verrà qualche giorno a raccogliermi giù in istrada, sfracellata!

            – La sente, signor avvocato? La sente? Son cose, codeste, da dire a un padre, che per lei…

            – Per me? che cosa? – lo interruppe Stellina, puntando i due pugni sul divano e mostrando finalmente il volto inondato di lagrime. – Tu mi hai incarcerata, a pane e acqua.

            – Io?

            – Tu: per costringermi a sposare uno più vecchio di te. E qui c’è la mamma che può attestarlo. Di’, di’ tu, mamma, se non è vero! E ci son le vicine, tutto il vicinato: tante bocche, che tu non puoi chiudere… E io t’ho pregato, scongiurato ogni giorno di portarmi via di qua. Non voglio più starci! E se non mi porti via, vedrai quello che farò!

            – Don Pepè, la sentite? – esclamò don Marcantonio, mezzo stordito. – Questa è la ricompensa! Parlate voi…

            Pepè si agitò di nuovo sulla seggiola, imbarazzatissimo. Venne intanto dalla camera di don Diego lo scoppio di due strepitosi starnuti.

            – Salute e prosperità! – gli gridò don Marcantonio, con un gesto di comicissima ira, aggiungendo a bassa voce: – Vi possa schiattare la vescichetta del fiele!

            Sorrisero tutti, tranne il Coppa, allo scatto strano, improvviso.

            – Signori miei, – prese a dire Ciro con aria grave, – senza propositi violenti, c’è rimedio a tutto: la legge.

            – Ma che legge e legge, pregiatissimo signor avvocato! – esclamò don Marcantonio.

            – Vi dico che c’è la legge, e basta! – gridò Ciro, che non ammetteva repliche, nemmeno in casa altrui.

            – C’è la legge, lo so, – riprese, umile, don Marcantonio. – Ma queste son cosucce che si aggiustano in famiglia, signor avvocato mio; se non oggi, domani…

            – Questo, – ribattè Ciro, – non spetta a voi di dirlo.

            – Come non spetta a me? Io sono il padre!

            – La legge non ammette padri che fan sevizie alle figlie, per costringerle a sposare contro la loro volontà e la loro inclinazione. Questo, se non lo sapete, ve lo insegno io. Signora, se ella vuol servirsi di me, io mi metto in tutto e per tutto a sua disposizione. Ella, volendo, può sciogliersi dal nodo che le riesce odioso e ricuperar la libertà.

            – Dove? – domandò, perdendo la bussola, il Ravì. – In casa mia? È pazza! Una causa in Tribunale? Uno scandalo pubblico? Il discredito sul mio nome onorato? È pazza! Io le chiudo la porta in faccia. E avrà la libertà di morire di fame!

            – In questo caso, – tuonò Coppa, – ci penserei io! Di fame non muore nessuno; e prepotenze, neanche Dio!

            – Ma come sarebbe a dire?… – si provò a soggiungere don Marcantonio.

            Il campanello della porta squillò a lungo, come tirato da una mano nervosa. Il Ravì s’interruppe. Stellina scappò via dal salotto, seguita dalla madre. E Pepè, recatosi ad aprire, si trovò di fronte Mauro Salvo con la combriccola.

            Il Ravì si fece loro incontro.

            – Domando scusa, signori miei… Se volete entrare, favorite pure… ma, ecco…

            – No, caro don Marcantonio, grazie! – disse Mauro. – Siamo venuti per domandar notizie della salute di don Diego…

            – Sano, sano e pieno di vita! – s’affrettò a rispondere don Marcantonio.

            – Volevamo anche ossequiar la signora, – riprese il Salvo. – Ma se non si può…

            – Non si può! – disse il Coppa, con un tono che tagliava netto, guardando fisso negli occhi Mauro. – Andiamo via tutti e togliamo l’incomodo.

            Poi, rivolgendosi a Pepè, aggiunse:

            – Va’ dalla signora: dille che avrò l’onore di venire a trovarla qui, domani, in tua compagnia.

            Pepè ubbidì, e poco dopo andarono via tutti, senza neppur salutare il Ravì, che rimase sul pianerottolo, come un ceppo.

            Appena fuori del portoncino, Mauro Salvo, avviandosi coi fratelli e i cugini, disse, pigiando su le parole:

            – Pepè, a rivederci!

            – Non rispondere! – impose forte a Pepè Ciro Coppa, in modo che i Salvo e i Garofalo udissero.

Il turno

   
IntroduzioneCapitolo 8Capitolo 16Capitolo 24
Capitolo 1Capitolo 9Capitolo 17Capitolo 25
Capitolo 2Capitolo 10Capitolo 18Capitolo 26
Capitolo 3Capitolo 11Capitolo 19Capitolo 27
Capitolo 4Capitolo 12Capitolo 20Capitolo 28
Capitolo 5Capitolo 13Capitolo 21Capitolo 29
Capitolo 6Capitolo 14Capitolo 22Capitolo 30
Capitolo 7Capitolo 15Capitolo 23

Elenco Romanzi 
Introduzione ai romanzi1911 - Suo marito
1901 - L'esclusa1913 - I vecchi e i giovani
1902 - Il turno1915/1925 - Quaderni di Serafino Gubbio, operatore (Si gira!)
1904 - Il fu Mattia Pascal1926 - Uno, nessuno e centomila

Se vuoi contribuire, invia il tuo materiale, specificando se e come vuoi essere citato a
pirandelloweb.com@gmail.com