L’esclusa – Parte II – Capitolo 15

L’esclusa Parte II Capitolo 15
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XV.

1901 - L'esclusa            Man mano che le ore si trascinavano lentissime, cresceva l’ansia di Marta. L’aspettazione diveniva di punto in punto più angosciosa.

            Finalmente, nelle prime ore del pomeriggio, arrivò Rocco Pentàgora. Si presentò ansante, quasi smarrito, su la soglia.

            Parve a Marta più alto nella magrezza lasciatagli dalla malattia, durante la quale gli erano caduti i capelli, che già rispuntavano lievi, quasi aerei, finissimi e un po’ ricciuti; e la fronte gli si era allargata, e schiarita la pelle, sebbene fosse tuttavia pallidissimo. Negli occhi aveva un’espressione nuova, ridente, quasi infantile.

            – Marta! – esclamò, scorgendola, accorrendo a lei.

            Turbata dalla vista del marito così trasfigurato e ingentilito dalla convalescenza, turbata dallo slancio appassionato, Marta, senza volerlo, lo rattenne con un cenno confidenziale di tacere, e gli additò il letto e la madre in agonia.

            Subito il figlio si rivolse al letto, si curvò sulla madre, chiamando:

            – Mamma! mamma! Non mi senti, mamma? Guardami… sono venuto!

            La moribonda aprì gli occhi e lo guardò attonita, come se non lo riconoscesse.

            Egli soggiunse:

            – Non mi vedi? Sono io… sono venuto… Adesso guarirai…

            La baciò piano in fronte, e si portò via con un rapido atto della mano le lagrime dagli occhi.

            La madre moribonda continuò a guardarlo, fisso, richiudendo di tanto in tanto, con lenta pena, le pàlpebre, come se il corpo ormai non avesse più forza da dare alcun altro segno di vita. O era un cenno ultimo, quasi lontano, dello spirito già inoltrato nella morte, quel lento moto delle pàlpebre?

            Marta frenava a stento le lagrime per pudore davanti alla Juè, che ostentava smorfiosamente il suo pianto.

            Man mano però gli occhi della moribonda s’animarono, s’animarono alquanto, come se dal fondo della morte un estremo residuo di vita le tornasse a galla. Schiuse e mosse le labbra.

            – Che dici? – domandò con viva ansia il figlio, curvandosi vie più su lei.

            – Muojo… – alitò la madre, quasi impercettibilmente.

            – No, no… – la confortò egli. – Se stai meglio, ora… Ci sono qua io… E c’è anche Marta… Non l’hai veduta? Marta, qua… vieni qua…

            Marta andò all’altro lato del letto, e la moribonda si volse a guardarla, come prima aveva guardato il figlio.

            – Eccola… La vedi? – soggiunse egli. – Eccola Marta… È questa… Ti ricordi quanto ti parlai di lei, l’ultima volta?

            La moribonda trasse un sospiro, a stento. Pareva non intendesse, e guardava con gli occhi invagati. Poi le ceree guance le si colorirono un po’ d’una tenuissima tinta rosea, e mosse una mano sotto le coperte. Subito Marta le sollevò e pose la mano in quella di lei, che agitò l’altra, guardando il figlio. Questi seguì l’esempio di Marta e la madre allora congiunse con uno sforzo le loro due mani, traendo un altro sospiro.

            – Sì, sì… – fece, commosso, Rocco alla madre, stringendo forte la mano di Marta, che non potè più frenare le lagrime.

            I due Juè guardavano sbalorditi dalla sponda del letto ora Marta ora Rocco.

            Poco dopo, la moribonda richiuse gli occhi, rientrando quasi nella profondità misteriosa, ove la morte l’aspettava.

            Marta ritrasse timidamente la mano dalla mano del marito.

            – Riposa di nuovo, – fece sottovoce la Juè. – Lasciamola riposare… Senta, signora Marta, io e Fifo approfittiamo di questo momento di calma per scappare un po’ a casa. Bisogna pensare a tutto. Non fo per vantarmi, ma nelle occasioni so trovarmi… Fifo, dillo tu… La pena c’è, si capisce; ma come si dice? sacco vuoto non si regge… Il povero signor Rocco, dopo tante ore di ferrovia, avrà certo bisogno di qualche ristoro…

            – No… no… io no…

            – Lascino fare a me… – lo interruppe la Juè.

            – Marta piuttosto, – disse Rocco.

            – Lascino fare a me! – ripetè donna Maria Rosa. – Penso io a tutto… E penserò un pochino anche a me e quest’anima di Purgatorio… Non abbiamo assaggiato neppur l’acqua, da stanotte. Ma, come si fa? Bisogna aver pazienza… Arrivederli, arrivederli… E stiano di buon animo, eh?

            I due Juè andarono via. Da un canto Marta avrebbe voluto trattenerli ancora, a viva forza, per non restare sola col marito; dall’altro, per quanta agitazione le cagionasse il pensiero dell’estrema confessione, considerandola ormai inevitabile, anelava che avvenisse al più presto.

            – Oh Marta! Marta mia! – esclamò Rocco, aprendo le braccia e chiamandola a sé.

            Marta si levò da sedere in preda a un tremito convulso, e gli disse:

            – Di là… di là… No… aspetta… Voglio dirti subito tutto… Vieni…

            – Come? Non mi perdoni? – le chiese egli, seguendola nell’altra stanza quasi al bujo.

            – Aspetta… – ripetè Marta, senza guardarlo. – Io… io non ho nulla da perdonarti, se tu…

            S’interruppe; contrasse tutto il volto, chiudendo gli occhi, come per un interno spasimo insopportabile. Poi volse uno sguardo di cordoglio al marito, e riprese, risolutamente:

            – Senti, Rocco: tu lo sapevi…

            S’interruppe di nuovo, a un tratto, notando su la guancia di Rocco la lunga cicatrice rimastagli della ferita riportata nel duello con l’Alvignani. Sentì cadérsi l’animo, e si strinse il volto, forte, forte, con ambo le mani.

            – Perdonami! Perdonami! – insistette, supplicò egli, posandole amorosamente le mani su le braccia.

            – No, Rocco! Senti: io non ti chiedo nulla per me… – riprese Marta, scoprendo il volto. – Voglio dirti soltanto questo: pensa che il babbo ci lasciò nella miseria: la mamma, Maria… senza colpa… per causa tua. Sole… tre povere donne, in mezzo alla strada, tra la guerra infame di tutto il paese…

            – Dunque non mi perdoni? Non vuoi? Vedrai, Marta, vedrai come ti compenserò… Tua madre, Maria, verranno con noi… in casa nostra… Non è già inteso? C’è bisogno di dirlo? Con noi, per sempre! Volevi dirmi questo? Via, per carità, Marta, non ritorniamo più sul passato… Piangi? Perché?

            Marta, con la faccia di nuovo nascosta tra le mani, scoteva il capo, piangendo; e invano Rocco la stringeva a dir la ragione del pianto e del muto negare.

            – Ah, per la mamma… per Maria… – scoppiò a dire finalmente, scoprendo di nuovo il volto in fiamme, inondato di lagrime. – Sentimi, Rocco…

            – Ancora? – domandò egli, perplesso, confuso, afflitto.

            – Sì: io ti lascio libero, libero, da questa sera stessa… Non puoi pretendere di più, da me…

            – Come!

            – Ti lascio, sì… ti lascio la via libera, perché tu possa fare quello che devi verso mia madre, verso mia sorella, da uomo onesto… Non chiedo nulla per me! Intendimi… intendimi…

            – Non t’intendo! Che vuoi da me? Mi lasci libero? Io non ti capisco… Ma comanda, farò tutto quello che vorrai… Non piangere! Dovrei piangere io… Perdonami a qualsiasi patto; accetto tutto, purché mi perdoni…

            – Oh Dio! Ora no, Rocco! ora no… Prima, prima dovevi chiedermi perdono, con codesta voce, e non te l’avrei negato… Ora no, non posso accordare più nulla, io!

            – Perché?

            – Debbo morire. Sì… E morrò. Ma… Dio… Dio! Se non ho potuto difendermi… e la rabbia mi è rimasta nel cuore… Che sono io ora? Mi vedi? Che sono?… Sono ciò che la gente, per causa tua, m’ha creduta e mi crede ancora e sempre mi crederebbe, anche se io accettassi ora il tuo pentimento. È troppo tardi: lo intendi? Sono perduta! Vedi che n’hai fatto di me? Ero sola… mi avete perseguitata… ero sola e senza ajuto… Ora sono perduta!

            Egli restò a guardarla attonito, quasi temendo di comprendere, d’aver compreso:

            – Marta! E come… tu… Ah, Dio!… Tu…

            Marta piegò il volto tra le mani, e chinò ripetutamente il capo, tra i singhiozzi.

            Rocco le afferrò allora le braccia per staccarle le mani dal volto, e la scosse, ancora stupito, ancor quasi incredulo:

            – Tu dunque… dunque, dopo… con lui? Parla! Spiègati! Ah, dunque è vero? è vero? Parla! Guardami in faccia! Quel miserabile… Non dici nulla? Ah miserabile, – proruppe allora. – È vero! E io ho potuto credere… e io sono venuto qua, a chiedere perdono… E ora… di’, fors’anche prima… di’, con lui?

            – No! – gridò Marta, infiammata di sdegno. – Non lo intendi che tu, tu stesso, con le tue mani, e tutti, tutti con te, m’avete ridotta fino al punto d’accettare ajuto da lui; avete fatto in modo che da lui soltanto venisse alla vita mia, tra le amarezze e le ingiustizie, una parola di conforto, un atto di giustizia? Ah tu no, tu solo non puoi rinfacciarmi nulla! So bene quel che mi resta da fare: sono caduta sotto la guerra vostra, non m’importa! non si parli più di me! Ma tu, tu fa’ pure quello che devi: ripara! Tu sai che per causa tua, mia madre e mia sorella sono ridotte a vivere di me soltanto. Chi resterà per loro? Come vivranno? Voglio prima saper questo… Per questo t’ho confessato tutto… Potevo tacere, ingannarti. Siimi almeno grato di questo… e in compenso, ajuta… ajuta la mia famiglia, perché non io, ma tu, tu l’hai ridotta nello stato in cui ora si trova!

            Rocco si era seduto, e coi gomiti su i ginocchi e la faccia tra le mani ripeteva piano, tra sé, senza espressione, come se il cervello non gli reggesse più:

            – Miserabile… miserabile…

            Nel silenzio momentaneamente sopravvenuto, Marta colse dalla camera attigua come un rantolo cupo, profondo, e usci dalla stanza per accorrere al letto della moribonda.

            Egli la seguì e là, affatto dimentico della madre morente, domandò, sotto gli occhi di lei, furibondo:

            – Dimmi, dimmi tutto! Voglio saperlo… voglio saper tutto! Dimmelo…

            – No! – rispose Marta con ferma fierezza. – Se debbo morire.

            E si chinò a rassettare i guanciali sotto il capo della giacente, che seguitava a mandare, dalla profondità del coma in cui era caduta, il sordo rantolo mortale.

            – Morire? – domandò egli con scherno. – E perché? perché non vai da lui? T’ha ajutata? continui ad ajutarti…

            Marta non rispose all’amaro oltraggio; chiuse soltanto gli occhi lentamente, poi terse con un fazzoletto il sudor ghiaccio dalla fronte della moribonda.

            Rocco seguitò:

            – Ecco una via per te! Vattene a Roma! Perché morire?

            – Oh Rocco! – fece Marta. – Tua madre è ancora qui… Fallo per lei…

            Egli tacque, impallidì, contemplando la madre. L’idea della morte, manifestata da Marta, assunse allora, subito, dentro di lui una terribile immagine. Premendosi le tempie con le mani, uscì dalla camera.

            Era già quasi sera. Marta guardò macchinalmente nell’ombra sopravvenuta il lume vuoto sul tavolino: chi poteva pensare che l’agonia si sarebbe protratta fino a tanto? Sedette presso la sponda del letto con gli occhi intenti nell’ombra sul volto dell’agonizzante, quasi aspettando dal proposito a lungo meditato e maturatosi in lei sordamente la spinta per alzarsi e andarsene.

            Più del rantolo della moribonda sentiva il suono cadenzato dei passi del marito nell’altra stanza, e aspettava, come se il suono di quei passi le indicasse la traccia dei pensieri di lui. Intuiva, sentiva, che in quel momento egli risaliva angosciosamente col pensiero agli anni passati, assalito in quel bujo dalle memorie e dai rimorsi… Ah, i rimorsi erano per tutti: per due soltanto, no: Maria e la madre. E Marta aspettava dal marito giustizia per esse: non aspettava altro, seguendo con gli orecchi i passi di lui.

            A un tratto, silenzio, nell’altra stanza. Aveva egli deciso? Marta sorse in piedi e cercò a tentoni lo scialle; trovatolo, stava per farsi su la soglia a chiamarlo, quando udì picchiare alla porta. Erano i due Juè di ritorno, seguiti da un guattero con una cesta di vivande.

            – Oh, al bujo? – esclamò donna Maria Rosa, entrando.

            – Ho portato la candela… Scusino…. oh, dov’è il signor Rocco?… Fifo, accendi!

            Don Fifo accese la candela e apparve nella camera tutto smarrito, col lungo involto di quattro torce mortuarie tra le braccia.

            Marta s’era curvata sul letto a spiare il volto della morente.

            – Come va? come va? – domandò forte la Juè.

            Marta, impaurita da un gorgoglìo lungo, strano, raschioso nella gola della moribonda, levò la faccia sconvolta, guardò perplessa la Juè, poi risolutamente si recò fino alla soglia dell’altra stanza, e chiamò nel bujo:

            – Vieni… vieni… muore…

            Rocco accorse e tutti e due si chinarono sul letto. Don Fifo uscì dalla camera in punta di piedi, con l’involto delle torce, chiamandosi dietro con un cenno della mano il guattero.

            Rocco levò gli occhi dal volto della madre a quello di Marta, vicino al suo, e stette un po’ a guatarla, prima con le ciglia aggrottate, poi attonito, quasi istupidito. Marta teneva tra le sue una mano della morente, su cui stava protesa, come se volesse infonderle il suo alito.

            A un tratto la Juè disse piano, impallidendo:

            – Venga, signor Pentàgora…

            – È morta? – domandò Rocco, vedendo Marta lasciar la mano della madre e rialzarsi sul busto. E chiamò forte, con voce convulsa: – Mamma! Oh mamma! Mamma mia! – gridò poi, rompendo in singhiozzi e chinando il volto sul guanciale, accanto al volto della morta.

            – Fifo, Fifo, – chiamò la Juè. – Sù, Fifo: portalo con te… con te, di là… Coraggio, figliuolo mio… Ha ragione… ha ragione… Venga… Vada con Fifo…

            E con l’ajuto del marito riuscì a strappare Rocco dal corpo esanime della madre. Don Fifo lo condusse con sé nell’altra stanza.

            – Ho pensato a tutto… – disse sotto voce la Juè a Marta, appena rimaste sole. – Non poteva durare, me l’aspettavo… Ho comperato quattro belle torce… Prima la lasciamo rassettare; poi la vestiremo…

            Marta non staccava gli occhi sbarrati dal volto del cadavere, senza cogliere alcuna parola delle tante e tante che la Juè le diceva, e che forse don Fifo, nell’altra stanza, ripeteva a Rocco.

            – Si scosti un po’… Adesso la vestiamo.

            Marta si scostò dal letto, macchinalmente. E la Juè, mentre vestiva la morta, sotto gli occhi di Marta tremante di ribrezzo, non cessò di parlare velatamente delle spese fatte, senza dimenticare nulla, né le medicine, né il medico, né i vetri rotti della finestra, né la cena, né le torce, né la pigione non pagata dalla defunta, affinché Marta poi riferisse tutto al figlio. Terminata la vestizione, coprì con un lenzuolo il cadavere e accese ai quattro angoli del letto le torce.

            – Ecco fatto, – poi disse. – Tutto pulito! Non fo per vantarmi, ma…

            E sedette accanto a Marta, ad ammirar la sua opera.

            Passarono così parecchie ore. In quella camera le quattro torce soltanto pareva vivessero, struggendosi a lento. Di tratto in tratto, donna Maria Rosa s’alzava, staccava i gocciolotti dal fusto e ne nutriva le fiammelle.

            Finalmente don Fifo si presentò su la soglia e fece alla moglie un cenno, che Marta non vide. La Juè rispose al cenno del marito, e poco dopo disse piano a Marta:

            – Noi ora ce n’andiamo. Le lascio qui sul tavolino questo pajo di forbici per smoccolare le torce di tanto in tanto… Se non le smoccola, badi, le torce scoppiano e il lenzuolo può prendere fuoco… Mi raccomando. E, a rivederla. Ritorneremo domattina…

            – Dica, la prego, alla mamma di non venire… – le disse Marta, come trasognata. – Le dica che restiamo qua noi, io e il figlio… dica così, a vegliare la morta… e che stieno tranquille… e… che io le saluto…

            – Sarà servita, non dubiti. Oh, senta… se per caso, più tardi, il signor Rocco… e anche lei… la cesta è qui, nella saletta… dico, se per caso… Io non ho affatto appetito. Mi creda, signora mia: ho come una pietra qua, su la bocca dello stomaco. Sono molto sensibile… Basta, la saluto. Chiamo adagino adagino Fifo e ce ne andiamo. Coraggio, e la saluto.

            Rimasta sola, Marta tese l’orecchio per ascoltare che cosa il marito facesse nell’altra stanza. Piangeva in silenzio? pensava?

            «Non gì’importa più nulla di me…», disse tra sé Marta. «Non gli nasce neppure la curiosità di sapere se io sia o no andata via… Eppure sa dove debbo andare… Ora andrò… Gli ho detto tutto… Solo del figlio, no. Ma il figlio è mio… mio soltanto… com’era mio soltanto quell’altro che mi morì per lui… Ah, se io l’avessi avuto…»

            Volse gli occhi al letto, su cui le quattro torce aduggiavano la giallezza del caldo lume. Alcune rigide pieghe del lenzuolo accusavano il cadavere nella pesante immobilità.

            Paurosamente, con una mano, Marta scoprì il volto della defunta già trasfigurato; cadde in ginocchio accanto al letto e sciolse l’enorme cordoglio in uno sgorgo infinito di lagrime, costringendosi con una mano su la bocca a non gridare, a non urlare.

            Stette così a piangere, finché Rocco non venne dall’attigua stanza; allora sorse in piedi con lo scialle sotto il braccio, la faccia tra le mani, e si mosse per uscire.

            Rocco la trattenne per un braccio, e le domandò con voce cupa:

            – Dove vai?

            Marta non rispose.

            – Dimmi dove vai, – ripetè lui e, indeciso, stese l’altra mano e l’afferrò per le due braccia.

            Allora Marta scoprì appena il volto:

            – Vado… Non lo so… Ti raccomando…

            Non la lasciò proseguire: in un impeto, quasi di paura, accostò il volto al volto di lei, e proruppe in lagrime, abbracciandola:

            – No, Marta! No! No! Non mi lasciar solo! Marta! Marta! Marta mia!

            Ella tentò di scostarsi con le braccia; trasse indietro il capo; ma non riuscì a sciogliersi dall’abbraccio e tremò, così stretta da lui.

            – Rocco, no, è impossibile… Lasciami… È impossibile…

            – Perché?… Perché?… – chiese egli, tenendola sempre a sé, più stretta, e baciandola perdutamente. – Perché, Marta? Perché me l’hai detto?

            – Lasciami… No… lasciami… Non mi hai voluta… – seguitò Marta, soffocata dalla commozione, nell’ardente amplesso. – Non mi hai voluta più.

            – Ti voglio! ti voglio! – gridò lui, esasperato, accecato dalla passione.

            – No… lasciami… – scongiurò Marta, schermendosi, già quasi abbandonata di forze. – Fammi andar via… te ne supplico…

            – Marta, dimentico tutto! e tu pure, dimentica! Sei mia! Sei mia! Non mi vuoi più bene?

            – Non è questo, no! – disse Marta in un gemito, affogata dall’angoscia. – Ma non è più possibile, credimi, non è più possibile!

            – Perché? Lo ami ancora? – gridò Rocco fieramente, sciogliendola dall’abbraccio.

            – No, Rocco, no! Non l’ho mai amato, ti giuro! mai! mai!

            E ruppe in singhiozzi irrefrenabili; sentì mancarsi; s’abbandonò tra le braccia di lui, che istintivamente si tesero di nuovo a sorreggerla. Fiaccato dal cordoglio, a quel peso, egli fu quasi per cadere con lei: la sostenne con uno sforzo quasi rabbioso, nella tremenda esasperazione: strinse i denti, contrasse tutto il volto e scosse il capo disperatamente. In quest’atto, gli occhi gli andarono sul volto scoperto della madre sul letto funebre, tra i quattro ceri. Come se la morta si fosse affacciata a guardare.

            Vincendo il ribrezzo che il corpo della moglie pur tanto desiderato gl’incuteva, egli se la strinse forte al petto di nuovo e, con gli occhi fissi sul cadavere, balbettò, preso di paura:

            – Guarda… guarda mia madre… Perdono, perdono… Rimani qui. Vegliamola insieme…

            Monte Cavo, 1893

Parte I

 

Parte II

 
IntroduzioneCapitolo 8Capitolo 1Capitolo 8
Capitolo 1Capitolo 9Capitolo 2Capitolo 9
Capitolo 2Capitolo 10Capitolo 3Capitolo 10
Capitolo 3Capitolo 11Capitolo 4Capitolo 11
Capitolo 4Capitolo 12Capitolo 5Capitolo 12
Capitolo 5Capitolo 13Capitolo 6Capitolo 13
Capitolo 6Capitolo 14Capitolo 7Capitolo 14
Capitolo 7Capitolo 15

Elenco Romanzi 
Introduzione ai romanzi1911 - Suo marito
1901 - L'esclusa1913 - I vecchi e i giovani
1902 - Il turno1915/1925 - Quaderni di Serafino Gubbio, operatore (Si gira!)
1904 - Il fu Mattia Pascal1926 - Uno, nessuno e centomila

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