L’esclusa – Parte I – Capitolo 5

L’esclusa Parte I Capitolo 5
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V.

1901 - L'esclusa            Lungo lungo, sparuto, dalle gambe sperticate, dal volto sbiancato, pinticchiato di lentiggini, con ciuffetti di peli rossi su le gote e sul mento, Paolo Sistri veniva ora ogni sera a sottomettere all’approvazione dello zio Ajala il rapporto giornaliero dei lavori della concerìa.

            Dopo circa mezz’ora usciva abbattuto e sbalordito dalla stanza del rinchiuso, e alla zia Agata e a Maria che lo aspettavano ansiose rispondeva ogni volta, piegando da un lato la testa:

            – Ha detto che va bene.

            Ma dell’approvazione pareva non fosse né convinto né soddisfatto, come in sospetto che lo zio lo lodasse per beffa. Si abbandonava su una seggiola, tirava dentro quanto più aria poteva e la soffiava pian piano per le nari, tentennando il capo.

            Ormai, sotto l’imbrigliatura d’uomo d’affari, aveva rinunziato a ogni velleità amorosa. Nei primi giorni si mostrò impacciatissimo della presenza di Marta; poi, man mano, si rinfrancò un poco; parlando, però, si rivolgeva piuttosto a Maria o alla zia Agata. Narrava con garbuglio opprimente di parole tutte le peripezie della giornata, e si ripiegava in tutti i versi su la seggiola e girava gli occhi di qua e di là e sudava e inghiottiva. Ogni periodo di quel suo discorso avviluppato restava in aria o sfumava a un tratto in una esclamazione; se però qualcuno, per disgrazia, gli riusciva alla fine senza impuntature, lo ripeteva tre e quattro volte, prima di rimettersi alla fatica di figliarne un altro.

            La zia mostrava d’ascoltarlo con attenzione, assentiva col capo quasi a ogni parola e spesso, alla fine, sapendo ch’egli ormai non aveva più nessuno in casa, lo invitava a rimanere a cena.

            Paolo accettava quasi sempre. Ma erano ben tristi quelle cene in silenzio, interrotte dall’invio del cibo alla stanza del rinchiuso, gelate dall’aspetto di Maria, che ne ritornava ogni volta più oppressa.

            Marta osservava ogni cosa con una strana espressione negli occhi, ora quasi derisoria, ora sdegnosa. Quel dolore impresso negli altri non era un raffaccio a lei della presunta sua colpa? Spesso si alzava, abbandonava la tavola, senza dir nulla.

            – Marta!

            Non rispondeva: andava a chiudersi nella sua cameretta. Maria allora, dietro l’uscio, la pregava d’aprire, di ritornare a cena. Ascoltava con un misto di dolore e di godimento quelle preghiere insistenti della sorella, e non apriva, né rispondeva; poi, appena Maria, stanca di pregare inutilmente, andava via, si stizziva contro se stessa di non aver ceduto e si metteva a piangere. Ma subito il rimorso si cangiava in odio contro il marito. Ah, in quella rabbia di cuore, in quel momento, se avesse potuto averlo fra le mani! E se le torceva, le mani, piangendo, smaniando. E il frutto di quell’uomo, intanto, maturava in grembo a lei… Sarebbe stata madre, tra poco! Il suo stato le faceva orrore; si dibatteva, cadeva in convulsione; e quelle crisi violente la lasciavano disfatta.

            Talvolta Paolo Sistri rimaneva un po’, dopo cena, a tener compagnia. Sparecchiata la mensa, si rinfocolava timidamente, intorno a quella tavola, sotto la lampada, un po’ di vita familiare. Ma la voce usciva dolente da quelle labbra, quasi paurosa del silenzio imposto alla casa dalla sciagura. Di tratto in tratto Maria si recava in punta di piedi a origliare dietro l’uscio del padre.

            – Dorme, – rispondeva, rientrando, alla madre che la guardava in attesa.

            E la madre chiudeva gli occhi sul suo cordoglio e sospirava, rimettendosi al lavoro: al corredino per il nascituro.

            Bisognava far presto; poiché nessuno, finora, ci aveva pensato, a quel lavoro per il povero innocente che sarebbe venuto al mondo in quelle condizioni. Ci aveva pensato, da lontano, un’amica d’altri tempi, con la quale la signora Agata, per ordine del marito, aveva rotto ogni relazione.

            Si chiamava Anna Veronica, quest’amica. Quando la signora Agata l’aveva conosciuta la prima volta, ella viveva insieme con la madre, al cui mantenimento era orgogliosa di provvedere, insegnando nelle scuole elementari. Molti giovani in quel tempo s’erano messi a corteggiarla, sperando di trarre in inganno l’appassionata natura di lei; ma Anna, che veramente si consumava dentro nell’attesa d’un uomo a cui avrebbe consacrato il più ardente e devoto amore, s’era saputa sempre difendere. Qualche mazzolino di fiori, lo scambio di qualche letterina, discorsi e sogni, fors’anche qualche bacio carpito: e basta poi.

            Pure nell’insidia era caduta una volta, poco dopo la morte della madre, e vi era stata vilmente trascinata dal fratello d’una tra le sue più ricche amiche, in casa delle quali soleva spesso recarsi dopo le interminabili ore di scuola, sempre ben accetta, poiché ella le ajutava nei loro lavori di cucito, le rallegrava con le sue barzellette argute e pronte, e spesso rimaneva da loro a desinare e talvolta anche a dormire.

            Quella prima caduta era stata tenuta nascosta con interessata prudenza dai parenti del giovine, così che nulla di preciso n’era trapelato in paese. Anna aveva pianto segretamente la propria giovinezza sfiorita, l’avvenire spezzato, e aveva per qualche tempo sperato nel ravvedimento del giovine. Molte delle amiche, ignare o generose, le avevano conservato la loro amicizia, e fra queste Agata Ajala, allora da poco maritata.

            Dopo alcuni anni, però, Anna Veronica s’era imbattuta per disgrazia in un altro giovine, malato, malinconico, il quale era venuto ad abitare vicino a lei, in tre stanzette umili e ariose, con un terrazzino pieno di fiori. Costui l’aveva chiesta in moglie; ma Anna, onestamente, aveva voluto confessargli tutto; poi non aveva saputo, né forse potuto negargli quella stessa prova d’amore già concessa a un altro. Ma questa volta, dopo la disdetta e l’abbandono, era sopravvenuto lo scandalo, perché Anna s’era incinta del seduttore sentimentale, partito all’improvviso dal paese. Il bimbo, per fortuna, era morto appena nato; Anna, destituita da maestra, aveva per carità ottenuto una misera pensioncina, mercé la quale aveva potuto vivucchiare nella solitudine e nell’ignominia, in cui quel malinconico miserabile l’aveva gettata, e s’era rivolta a Dio per perdono.

            La signora Agata vedeva spesso in chiesa Anna Veronica, ma fingeva di non accorgersene; Anna intendeva e non se n’aveva per male: levava gli occhi in alto, e in essi e sulle labbra le ferveva più viva la preghiera, preghiera nutrita ormai d’amore per tutti, per gli amici e per i nemici, come se toccasse a lei dare prima esempio di perdono.

            Avvenuto lo scandalo di Marta, Anna Veronica aveva guardato con altri occhi la signora Agata, le domeniche, a messa.

            Sapeva che Marta era incinta; e un giorno, uscendo dalla chiesa, s’era accostata umilmente all’amica che pregava ancora e, deponendole in fretta un involtino in grembo, le aveva detto:

            – Questo per Marta.

            La signora Agata aveva voluto richiamarla; ma Anna s’era voltata appena a salutarla con la mano ed era scappata via. Nell’involtino la signora Agata aveva trovato alcune trine intrecciate all’uncinetto, tre bavaglini ricamati, due cuffiette. N’era rimasta intenerita fino alle lagrime.

            Delle molte amiche ch’ella contava, nessuna dopo lo scandalo era rimasta fedele; ma, ecco, in cambio, quest’antica amicizia ora si riannodava quasi furtivamente. Difatti, la domenica appresso, aveva riveduto Anna Veronica in chiesa, le si era seduta accanto e, dopo messa, avevano parlato a lungo, commovendosi ai ricordi della loro antica amicizia e alle vicende e ai tristissimi casi occorsi ad ambedue.

            E ora che Francesco Ajala se ne stava sempre rinchiuso, non poteva Anna Veronica venire di nascosto a tener compagnia, ad ajutare come un tempo l’amica nei suoi lavori di cucito?

            Poteva, sì. Ed ecco, Anna Veronica attraversava in punta di piedi la stanza attigua a quella del rinchiuso; si liberava del lungo scialle nero da penitente; e sorridendo a Marta e a Maria con due diversi sorrisi:

            – Eccomi qua, figliuole mie, – diceva sottovoce. – Che c’è da fare?

            Marta assisteva la sera a quel lavoro amoroso della madre e dell’amica; e spesso, fissando quelle fasce, quelle carnicine, quei corpettini, quelle cuffiette nel canestro, gli occhi le s’infoscavano o le si riempivano di lagrime silenziose.

            Intanto Paolo a bassa voce si sforzava di fare intendere a Maria il congegno della concerìa: la macina ritta per schiacciare le bucce di mortella o di sommacco, le trosce per l’addobbo dei cuoj, il mortajo… – o le rifaceva la cronaca del paese. Si era sossopra per le imminenti elezioni politiche. Gregorio Alvignani aveva posato la candidatura. I Pentàgora spendevano un banco di denari per combatterlo. Manifesti, galoppini, comizii, giornaletti d’occasione… Lui, Paolo, non sapeva da qual parte tenere, come regolarsi; per non essere coi Pentàgora, non voleva parteggiare per l’avversario dell’Alvignani; a questo intanto non avrebbe mai dato il suo voto; per l’autorità che gli veniva dalla direzione della concerìa, in cui lavoravano più di sessanta operai, non gli pareva ben fatto appartarsi dalla lotta.

            La povera Maria fingeva di prestar ascolto, per non dargli dispiacere; e quel supplizio durava per lei una e due ore, spesso.

            – Vuoi scommettere, – le disse Marta sorridendo, una sera, prima d’andare a letto, – che Paolo è innamorato di te?

            – Marta! – esclamò Maria, arrossendo fin nel bianco degli occhi. – Come puoi pensare a codeste cose?

            Marta scoppiò in una stridula risata:

            – Che vuoi? Non lo sai? Sono una donna perduta, io!

            – Marta! oh Marta mia, per carità! – gemette Maria, nascondendosi il volto con le mani.

            Marta allora le afferrò le braccia, e, scotendola con violenza, le gridò, accesa d’ira:

            – Volete farmi impazzire con codesta tragedia che mi rappresentate attorno? L’avete giurato? Volete farmi andar via? Ditelo una buona volta! Me n’andrò, me ne vado subito via, ora stesso… Lasciami, lasciami…

            Si lanciò verso l’uscio, trattenuta da Maria. Accorse la madre.

            – Zitta, Marta, per carità! Piano… Sei pazza? Dove vuoi andare?

            – Giù! Per istrada, a gridar giustizia… Pazza, sì, pazza!

            – Non gridar così… Tuo padre ti sentirà!

            – Tanto meglio! Mi senta! Perché se ne sta lì rinchiuso? Non per nulla s’è chiuso al bujo: così, come un cieco, mi condanna… Non voglio, non voglio più stare con voi… Così sarete contenti e felici…

            Il pianto a un tratto la vinse; si dibatté fino a tarda notte in una tremenda convulsione di nervi, vegliata dalla madre e dalla sorella.

Parte I

 

Parte II

 
IntroduzioneCapitolo 8Capitolo 1Capitolo 8
Capitolo 1Capitolo 9Capitolo 2Capitolo 9
Capitolo 2Capitolo 10Capitolo 3Capitolo 10
Capitolo 3Capitolo 11Capitolo 4Capitolo 11
Capitolo 4Capitolo 12Capitolo 5Capitolo 12
Capitolo 5Capitolo 13Capitolo 6Capitolo 13
Capitolo 6Capitolo 14Capitolo 7Capitolo 14
Capitolo 7Capitolo 15

Elenco Romanzi 
Introduzione ai romanzi1911 - Suo marito
1901 - L'esclusa1913 - I vecchi e i giovani
1902 - Il turno1915/1925 - Quaderni di Serafino Gubbio, operatore (Si gira!)
1904 - Il fu Mattia Pascal1926 - Uno, nessuno e centomila

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