L’esclusa – Parte I – Capitolo 4

L’esclusa Parte I Capitolo 4
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IV.

1901 - L'esclusa            Maria aveva ceduto a Marta la cameretta, in cui questa soleva dormire da ragazza. Nulla era mutato in essa, nulla di suo vi aveva messo Maria.

            Era ancora lì quel caro armadietto dalle antiche pitture villerecce su gli sportelli, alle quali la pàtina veramente aveva più aggiunto che tolto. Era ancora lì il tavolinetto da lavoro della nonna dall’impiallacciatura arsa e scoppiata da tanto tempo, da quella sera, in cui ella vi aveva lasciato cader sù il lume e per poco la fiamma non le si era appresa alle gonnelle. Ecco lì ancora, accanto al lettuccio d’ottone, l’acquasantiera di vetro e, sotto, la rametta di palma col nastro roseo, ora sbiadito.

            C’era acqua santa in quella piletta? Oh, certo sì: Maria era tanto divota!

            E al capezzale l’Ecce Homo d’avorio, riparato da una lastra concava dentro la cornice ovale, nera; l’Ecce Homo che una volta aveva chinato in segno d’assentimento il capo incoronato di spine a lei e a Maria accorse una dopo l’altra a supplicarlo per la madre colta da improvviso malore.

            Marta non era mai stata superstiziosa; pure quel segno non le era uscito mai più dalla memoria, con lo strano sgomento nel sapere dalla sorella, alquanto tempo dopo, che anche a lei era parso di vedere l’Ecce Homo chinare il capo in segno di assentimento.

            Allucinazioni, certo! Ma, tuttavia, perché non osava adesso alzar gli occhi a guardare quell’immagine sacra al capezzale?

            Non era davvero innocente? Aveva forse amato l’Alvignani? Ma via! Non le pareva neanche ammissibile che qualcuno potesse crederci sul serio. Tutto il suo torto consisteva nel non aver saputo respingere, come doveva, quelle lettere dell’Alvignani. Le aveva respinte, ma da inesperta, rispondendo… A ogni modo, non si sentiva in nulla, per nulla colpevole verso il marito.

            Della furtiva corrispondenza epistolare aveva letto con interesse solo quella parte che si riferiva al caso di coscienza tanto grave, quanto ingenuamente da lei esposto all’Alvignani in risposta alle prime lettere di lui troppo filosofiche, per disgrazia, nella loro composta sentimentalità.

            Delle frasi d’amore non s’era curata, o ne aveva riso, come di superfluità galanti e innocue. S’era insomma impegnata tra loro due una polemica puramente sentimentale e quasi letteraria, la quale era durata così circa tre mesi, e di cui forse, sì, si era un po’ compiaciuta, nell’ozio, nella solitudine in cui la lasciava il marito. Curando la forma, scegliendo le frasi come per un componimento scolastico, era orgogliosa di fronte a se stessa di quel segreto duello intellettuale con un uomo quale l’Alvignani, avvocato di grido, lodato, ammirato, corteggiato da tutta la città, che si preparava a eleggerlo deputato.

            L’irrompere del marito nella camera, mentr’ella leggeva la lettera, nella quale per la prima volta l’Alvignani s’era arrischiato a darle del tu, la scena violenta che n’era seguita, l’aveva stupita e spaventata tanto più, in quanto che si sentiva, leggendola, affatto calma e indifferente. Innocente, diceva lei.

            A ogni donna onesta, che non fosse brutta, poteva capitar facilmente di vedersi guardata con strana insistenza da qualcuno; e se colta all’improvviso, turbarsene; se prevenuta della propria bellezza, compiacersene. Ora a nessuna donna onesta, nel segreto della propria coscienza, sarebbe sembrato di commettere peccato in quell’istante di turbamento o di compiacenza, carezzando col pensiero quel desiderio suscitato, immaginando in uno sprazzo fuggevole un’altra vita, un altro amore… Poi la vista delle cose attorno richiamava, ricomponeva la coscienza del proprio stato, dei proprii doveri; e tutto finiva lì… Momenti! Non si sentiva forse ciascuno guizzar dentro, spesso, pensieri strani, quasi lampi di follia, pensieri inconseguenti, inconfessabili, come sorti da un’anima diversa da quella che normalmente ci riconosciamo? Poi quei guizzi si spengono, e ritorna l’ombra uggiosa o la calma luce consueta.

            Senza volerlo, senza sapere precisamente in qual modo, si era trovata presa, avviluppata in un intrico.

            Dalla paurosa sorpresa nel vedersi buttare dall’Alvignani la prima lettera e dalla incertezza tormentosa sul partito da prendere per impedire che colui seguitasse, non sapeva più come, ella – onesta, onesta, figlia di gente onesta – ecco qua, era potuta man mano arrivare fino a quel punto, senza alcun sospetto. Ah, quante imprudenze aveva commesso quell’uomo avanti che le buttasse la prima lettera e dopo! Ora le notava; ora se ne sentiva offesa. Quelle tendine delle finestre dirimpetto non avevano requie: sollevate da una parte o dall’altra, poi d’un tratto abbassate; e certe subitanee scomparse dalla finestra, e certi segni del capo e delle mani… E aveva potuto ridere, allora, ridere di quell’uomo già maturo, rispettabile, che si rendeva davanti a lei così ridicolo, imbambolito… Ma a qual mezzo avrebbe dovuto appigliarsi per fare che colui smettesse dal tormentarla? Compromettere il padre? il marito? N’era esasperata, avvilita; e pur non di meno gli occhi le andavano sempre lì, alle finestre dirimpetto, involontariamente, quasi per forza di legamento, lì… Usciva sovente, per sottrarsi a quella tentazione puerile; si recava per intere giornate alla casa paterna; e qua costringeva Maria a sonare, a sonar sempre la stessa cosa, una vecchia e mesta barcarola.

            – Marta, ebbene?

            E lei, sprofondata sul divano, rispondeva con voce flebile e gli occhi invagati:

            – Sono lontano… lontano…

            Maria rideva, e a Marta risonavano ora negli orecchi le risate schiette della sorella. E seguitava a ricordare, a rivedere col pensiero. Nel salotto entrava la madre, che le domandava del marito.

            – Al solito… – le rispondeva lei.

            – Sei contenta?

            – Sì.

            E mentiva. Non che avesse da ridire su la condotta di lui; ma ecco, le rimaneva in fondo all’anima un sentimento ostile, non ben definito; e non da ora: fin dal primo giorno della promessa di matrimonio, allor che a lei, ragazza di sedici anni appena, tolta dal collegio, agli studii seguiti con tanto fervore, Rocco Pentàgora era stato presentato come promesso sposo. Era un sentimento di vaga oppressione ricacciato dentro e soffocato dalle savie riflessioni dei genitori, che nel Pentàgora avevano veduto un partito conveniente, un buon giovine, ricco… Sì, sì; e lei aveva ripetuto come sue queste savie considerazioni della madre e del padre alle compagne di collegio dalle quali aveva voluto prendere commiato; come se da bambina tutt’a un tratto fosse diventata vecchia, provata e sperimentata nel mondo.

            Qua e là le pareti della cameretta serbavano tuttavia alcune date scritte da lei: ricordi, certo, di antichi trionfi di scuola o d’ingenue feste tra amiche o di famiglia. E su quelle pareti e su tutti quegli oggetti umili semplici e cari pareva che il tempo si fosse addormentato e che ogni cosa là dentro serbasse l’odore del suo respiro. E Marta col pensiero rifrugava nella sua vita di fanciulla.

            Quante volte non aveva udito, standosene con gli occhi intenti e lo spirito vagante, quel crepitìo delle prime piogge su i vetri delle finestre; quante volte non aveva veduto quella luce scialba, malinconica, nella cameretta raccolta, con la sensazione dolce nell’anima dei prossimi freddi, al declinare dell’autunno nuvoloso, dei brividori che fan le notti invernali, innanzi al mattutino?

            Maria guardava la sorella, stupita di quella calma, e quasi non credeva agli occhi suoi, offesa nel cuore dall’indifferenza con cui Marta pareva si fosse ora acchetata alla sciagura, come se la tempesta non le fosse passata or ora sul capo. «Eppure non ignora», pensava Maria, «in quale stato s’è ridotto il babbo per causa sua!» E quasi piangeva dalla pena di non veder la sorella come avrebbe voluto, umile cioè, desolata, vinta nel suo cordoglio e inconsolabile, come nei primi giorni dopo il ritorno in casa.

            Marta infatti non piangeva più. Dopo aver confessato tutto alla madre, tutto, fin nei minimi particolari, nei più intimi e segreti sentimenti, aveva sperato che il padre almeno, se non più il marito, le rendesse giustizia, e si rimovesse da quel proposito di non uscire più di casa, ch’era per lei, di fronte a tutto il paese, una condanna anche più grave di quella che il marito con sì poca ragione aveva voluto infliggerle, scacciandola dal tetto coniugale.

            Così egli, suo padre, confermava l’accusa del marito e la infamava irrimediabilmente. Come non lo intendeva?

            Aveva domandato con ansia alla madre se avesse riferito al padre la confessione, e la madre le aveva detto di sì.

            Ebbene? Irremovibile?

            Da quel momento, non aveva più versato una lagrima. Si era sentita tutta rimescolare, e la rabbia raffrenata s’era irrigidita in lei in un disprezzo freddo, in quella maschera d’indifferenza dispettosa di fronte all’afflizione della madre e della sorella, le quali, anziché condannare il padre per la sua cieca, testarda ingiustizia, si mostravano costernate per lui, per il male che certo gliene sarebbe venuto alla salute, come se n’avesse colpa lei.

            E ora Marta domandava apposta a Maria notizie di qualche amica che prima veniva a visitare la madre; e, poiché Maria rispondeva impacciata, ella, sorridendo stranamente, esclamava:

            – Adesso, si sa, nessuno vorrà più venire in casa nostra…

            Tutto, dunque, doveva finire così? Si doveva rimanere come in prigione, in quell’afa, in quel bujo, in quel lutto, quasi che il mondo fosse crollato?

            La famiglia s’era ritirata nelle stanze più remote da quella ove Francesco Ajala se ne stava rinchiuso. Nessuna voce, nessun rumore giungevano agli orecchi di lui, che, seduto su la poltrona a piè del letto, guardava la soglia illuminata sotto l’uscio nero, spiava il lieve, cauto scalpiccio su l’assito della stanza attigua e si sforzava d’indovinare chi vi passasse in punta di piedi. Non lei, certo: era Agata… era Maria… era la serva…

            – La concerìa, – volle un giorno rammentargli la moglie. – Vuoi che proprio tutto si perda così?

            – Tutto! tutto! – le rispose egli. – Morremo di fame.

            – E Maria? Non è figlia tua anche lei? Che colpa ha la povera Maria?

            – E io? – gridò l’Ajala, levandosi torbido davanti alla moglie. – Che colpa avevo io? Tu l’hai voluto!

            Si frenò, sedette di nuovo; poi riprese con voce cupa:

            – Fa’ che venga da me tuo nipote, Paolo Sistri. Affiderò a lui la direzione della concerìa. Non c’è più da aver superbia, ora. Voleva Marta in moglie? Se la pigli! Ormai può essere di tutti.

            – Oh Francesco!

            – Basta così! Manda a chiamare Paolo. Andate via!

            Da questo Paolo Sistri, figliuolo d’una sorella defunta della signora Agata, ebbero le tre donne notizia delle prodezze di Rocco Pentàgora, ch’era partito veramente, il giorno dopo lo scandalo, in cerca dell’Alvignani, col professor Blandino e col Madden. A Palermo, Gregorio Alvignani non aveva voluto dapprima accettare la sfida; era anzi riuscito a persuadere al Blandino d’indurre il Pentàgora a ritirarla; ma allora questi lo aveva pubblicamente investito per costringerlo a battersi con lui. E s’era fatto il duello e Rocco aveva riportato una lunga ferita alla guancia sinistra. Ora, da tre giorni, era ritornato in paese in compagnia d’una donnaccia venduta; se l’era portata nella casa maritale, l’aveva costretta a indossare le vesti di Marta e, sollevando l’indignazione di tutto il paese, si offriva spettacolo alla gente, conducendosela a passeggio, in carrozza, così parata.

            Ebbene, dopo tali notizie, non riconosceva ancora il padre l’indegnità di quel vile? non si vergognava di sottostare alla condanna infame di colui?

            Marta fremeva di sdegno e di rabbia, faceva un continuo violento sforzo su se stessa per contenersi di fronte alla madre e alla sorella, che si mostravano sempre più afflitte e abbattute.

            – Piangi, Maria, ma perché? – domandò una mattina, con fare derisorio alla sorella che entrava nella sua cameretta con gli occhi rossi.

            – Il babbo… lo sai! – rispose Maria, a stento.

            – Eh, – sospirò Marta. – Che vuoi farci? Forse si riposa. Non fa male a nessuno…

            Era senza corpetto, davanti allo specchio, in piedi: trasse dal capo le forcinelle di tartaruga, e il nero volume dei capelli le cascò fragrante su le spalle, su le braccia nude. Rovesciò indietro il capo e scosse così più volte la bella chioma pesante; poi sedette, e l’omero tondo, candidissimo, levigato, le emerse tra i capelli che s’erano partiti tra il seno e le terga. Su l’omero, il neo di viola, venuto sù con gli anni lentamente, come una stella, dalla scapola, dove prima Maria lo aveva scoperto, quando ancora entrambe dormivano insieme.

            – Su, pèttinami, Maria.

Parte I

 

Parte II

 
IntroduzioneCapitolo 8Capitolo 1Capitolo 8
Capitolo 1Capitolo 9Capitolo 2Capitolo 9
Capitolo 2Capitolo 10Capitolo 3Capitolo 10
Capitolo 3Capitolo 11Capitolo 4Capitolo 11
Capitolo 4Capitolo 12Capitolo 5Capitolo 12
Capitolo 5Capitolo 13Capitolo 6Capitolo 13
Capitolo 6Capitolo 14Capitolo 7Capitolo 14
Capitolo 7Capitolo 15

Elenco Romanzi 
Introduzione ai romanzi1911 - Suo marito
1901 - L'esclusa1913 - I vecchi e i giovani
1902 - Il turno1915/1925 - Quaderni di Serafino Gubbio, operatore (Si gira!)
1904 - Il fu Mattia Pascal1926 - Uno, nessuno e centomila

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