L’esclusa – Parte I – Capitolo 11

L’esclusa Parte I Capitolo 11
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XI.

1901 - L'esclusa            Marta, Maria e la madre s’erano da poco levate di letto, quando udirono il campanello della porta tintinnire discretamente. Maria si recò ad aprire e, guardando prima dalla spia, vide un vecchietto poveramente vestito, insieme con due giovinotti, in attesa dietro la porta.

            – Che volete? – domandò, incerta, dalla spia.

            – Ziro, l’usciere, don Protògene, – rispose il vecchietto stirandosi i peli bianchi ricciuti della barba a collana. – Favorisca d’aprire.

            – L’usciere? Ma chi cercate?

            – Non è questa la casa di don Francesco Ajala? – domandò l’usciere Ziro ai due giovinotti che l’accompagnavano.

            Maria aprì timidamente la porta.

            – Perdoni, signorina, – disse uno dei giovinotti. – (Don Protògene, datele la carta.) Ecco, signorina, faccia vedere codesta carta alla mamma. Noi aspetteremo qua.

            La signora Agata si faceva in quel momento anche lei alla porta.

            – Mamma, – chiamò Maria, – vieni a vedere… io non so…

            – Ziro, l’usciere, don Protògene, – si presentò di nuovo il vecchietto, levandosi questa volta dal capo risecco il tubino spelato che gli si sprofondava fin su la nuca. – Non faccio… diciamo piacere, ma… la Giustizia comanda, noi portiamo il gamellino.

            La signora Agata lo squadrò un poco, stordita; poi spiegò la carta e lesse. Maria, intimorita, guardava la madre; il vecchio usciere approvava col capo a ogni parola e, quando la signora levò gli occhi dalla carta, non comprendendo bene, disse con voce umile:

            – Codesta è l’ordinanza del pretore. E questi due sono i testimonii.

            I due giovinotti si scappellarono, inchinandosi.

            – Ma come! – esclamò la signora Agata. – Se mi avevano detto…

            Anche Marta, adesso, s’era fatta alla porta, a sentire; e i due giovinotti se l’ammiccavano dal pianerottolo, dandosi furtivamente gomitate.

            – Ma come… – ripetè la signora Agata, smarrita, rivolta a Marta. – L’avvocato mi aveva detto…

            – Tante cose dicono gli avvocati… – interloquì, con un certo sorrisetto che lo fece arrossire, uno dei giovinotti, tozzo e biondo. – Lasci fare a noi, signora, e vedrà che…

            – Ma se ci tolgono…

            – Mamma, – la interruppe Marta, alteramente, – è inutile star qui a discutere. Lasciali entrare. Sono comandati: debbono fare il loro dovere.

            – Con dolore; sì… – aggiunse don Protògene. – Eh, purtroppo…

            Chiuse gli occhi, aprì le mani e applicò la punta della lingua al labbro superiore.

            – Abbiano pazienza, – riprese poco dopo, – donde dobbiamo cominciare? Se la signora volesse avere la bontà…

            – Seguitemi, – ordinò Marta. – Ecco il salotto. Aprì l’uscio ed entrò avanti a gli altri per dar luce alla stanza, che da tanti mesi dormiva con gli scuri chiusi, abbandonata. Poi, rivolta alla madre e alla sorella, soggiunse:

            – Andate via. Attenderò io a costoro.

            I due giovinotti si guardarono mortificati; e il biondo, ch’era un forense, già galoppino di Gregorio Alvignani e che aveva pregato insistentemente il vecchio usciere di portarselo con sé come testimonio, per curiosità di veder Marta da vicino, disse, guardandosi le unghie lunghe, scarnate:

            – Noi siamo dispiacenti, creda, signora…

            Marta lo interruppe, con lo stesso piglio sprezzante:

            – Sbrigatevi. Son discorsi inutili.

            Don Protògene, tratto dalla tasca in petto un foglio di carta, un calamajo d’osso con lo stoppino e una penna d’oca, si disponeva a comporre l’inventario del salotto, quando, guardando in giro e vedendo soltanto poltrone e seggiole imbottite, su cui non stimò buona creanza mettersi a sedere, chiese con umile sorriso a Marta:

            – Se la signora volesse avere la bontà di farmi portare una seggiola…

            – Sedete pur lì, – disse Marta, indicando una poltrona.

            E il vecchietto sedette in punta in punta, per obbedire; con la mano tremolante armò di lenti l’estremità del naso e, stendendo la carta sul tavolinetto tondo che stava davanti al canapè, scrisse con solennità in capo al foglio: «Sallotto» con due elle. Ciò fatto, s’inserì la penna su un orecchio e, stropicciandosi le mani, disse a Marta:

            – Naturalmente questi mobili rimarranno qua, esimia signora; io adesso fo soltanto, così, sopra sopra, un piccolo inventario, con la stima.

            – Ma potete anche portarli via, – disse Marta. – Fra giorni lasceremo questa casa, e tanta mobilia non entrerebbe nella nuova.

            – Vuol dire che si provvederà, – concluse don Protògene. E cominciò a notare: – Un pianoforte…

            Marta guardò il pianoforte che Maria aveva tante volte sonato, e anche lei, da ragazza, fino a tanto che la passione per lo studio non le aveva tolto il tempo d’attendere alla musica. E man mano che il vecchio e i due giovinotti nominavano, notando, i varii oggetti, gli occhi di Marta vi si affisavano un tratto, rievocando un ricordo.

            Era venuta, nel frattempo, Anna Veronica, a cui la signora Agata, avvilita, piangendo, comunicò la nuova sciagura.

            – Anche questo! in mezzo alla strada… Ah, Signore, non avete pietà? neanche di quell’orfana innocente, Signore?

            E con la mano indicò Maria che se ne stava con la fronte contro i vetri della finestra, per nascondere alla madre il pianto silenzioso.

            – Marta? – domandò Anna Veronica.

            – Di là, con loro… – rispose la signora Agata, asciugandosi gli occhi. – Se la vedessi: impassibile; come se non si trattasse della casa nostra…

            – Agata mia, coraggio! – disse Anna. – Dio ci vuol provare…

            – No! Dio, no, Anna! – la interruppe la signora Agata, stringendole un braccio. – Non dire Dio! Dio non può voler questo!

            E con la mano accennò di nuovo a Maria, soggiungendo sottovoce:

            – Che spina! che spina!

            Anna Veronica, allora, per divagarla, le parlò della nuova casetta.

            – Vengo di là. Se la vedessi! Tre stanzette piene d’aria e di luce. Non tanto piccole, no: oh, vi starete benissimo… E poi, un terrazzino! Buono da stendervi il bucato; sì, vi sono anche i cordini di ferro; quattro pali agli angoli; e affacciandovi di là, guarda, possiamo proprio stringerci la mano, così… La finestra della mia cameretta è proprio dirimpetto… Le notti di luna…

            Anna s’interruppe: in un baleno rivide una notte del tempo passato: il seduttore sentimentale aveva abitato in quella casetta, ove tra pochi giorni sarebbero andate ad abitare le sue amiche. Turbata, cangiò discorso:

            – Mente mia! guarda… me ne dimenticavo ed ero venuta apposta! Ho da darvi una buona notizia. Sì… – e chiamò: – Maria! Vieni qua, figliuola mia… Sù, asciughiamo codeste lagrime; qua a me il fazzoletto. Oh, così… brava! Dunque, vi do parte e consolazione che la figlia del barone Troìsi si marita… Scommetto che non ve ne importa nulla; ma a me sì, care; perché la signora baronessa, pare impossibile! ha la degnazione di dare ad allestire qua in paese il corredo della figlia, capite? e per buona parte me ne sono tolto il carico io. Così lavoreremo tutti, e Dio ci ajuterà. A casa nuova!

            – Permesso? – fece a questo punto Ziro, l’usciere, su la soglia, inchinandosi goffamente, con la penna d’oca su l’orecchio, il calamajo e la carta in una mano, la tuba nell’altra.

            I due giovinotti lo seguivano. Sopravvenne Marta.

            – Avanti, entrate pure. Mamma, tu va’ di là. Oh, sei qui, Anna? Conduci, ti prego, Maria e la mamma di là.

            – Hai visto? – disse la madre all’amica, alludendo a Marta. – Come s’è potuta ridurre così?

            – Come, Agata? – osservò Anna Veronica. – Perché vuoi credere che non soffra nulla? Non vorrà darlo a vedere in questo momento, per farvi animo…

            – Sarà, – sospirò la madre. – Ma tu lo sai; sei stata qua con noi: mentre l’inferno si scatenava, come si scatena tuttora su la mia povera casa; che ha fatto lei? Se n’è stata chiusa di là, come se non avesse voluto accorgersi di nulla. Mi par miracolo che oggi si veda per casa, che s’interessi un tantino di noi… Che scrive? che legge? Mi vergogno, Anna mia, ridotta come sono a badare a certe cose. Io e Maria andiamo presto a letto per risparmiare il lume, e lei lo tiene acceso fino a mezzanotte, fino alle due del mattino… Studia… studia… Ed io mi domando se la malattia, per caso, non le abbia dato al cervello… Come! – dico, – sa in quale stato ci siamo ridotte… il padre morto, la rovina… la miseria… e lei può attendere così alla lettura… appartata, tranquilla, come se nulla fosse?

            Anna Veronica ascoltava, addolorata: neppur lei arrivava a comprendere quel modo d’agire di Marta, tanta noncuranza, anzi peggio, insensibilità: non egoismo veramente, giacché anche lei era coinvolta nella rovina.

            – Permesso? – venne a ripetere, poco dopo, anche su quella soglia l’usciere, seguito dai testimonii.

            E anche da quella stanza le tre donne uscirono; e così, di stanza in stanza, furono quasi respinte da quella casa, che di lì a tre giorni abbandonarono per sempre.

            Nella nuova, dopo il malinconico sgombero e il riassetto, Anna Veronica portò la tela odorosa, il bisso molle e delicato, e le trine e i nastri e i merletti della baronessina Troìsi.

            La signora Agata, guardando Maria intenta al lavoro, tratteneva a stento le lagrime: ah, ella non avrebbe mai atteso a cucire il suo corredo da sposa: sarebbe rimasta così, povera figliuola, orfana e sola, sempre…

            Marta, nella nuova casa, seguitava a tenere lo stesso modo di vita. Anna Veronica, però, non se ne stupiva più: Marta le aveva confidato un suo proposito, imponendole di non parteciparlo né alla madre né alla sorella.

            Lo partecipò lei finalmente, una sera, uscendo rannuvolata dalla sua camera. S’era preparata agli esami di patente, che sarebbero cominciati la mattina appresso alla Scuola Normale. Anna Veronica aveva presentato la domanda per lei, pagando, coi suoi risparmii, la tassa.

            La madre e la sorella restarono.

            – Lasciatemi fare, – disse Marta, urtata dal loro stupore. – Non mi contrariate, per carità…

            E tornò a chiudersi in camera.

            Giungeva in tempo a dar gli esami con le antiche compagne di collegio. Le avrebbe dunque rivedute! Non si faceva illusione su l’accoglienza che le avrebbero fatta. Sarebbe andata incontro a loro col contegno di chi si tenga pronto a lanciare una sfida: sì, e non ad esse soltanto, se mai, ma a tutto il paese, di cui ora rivedeva le vie, per cui la mattina seguente sarebbe passata. Avrebbe guardato in faccia la vigliacca gente che nel giorno della festa selvaggia l’aveva pubblicamente oltraggiata.

            Pensando all’enorme folla imbestiata nel vino e nel sole, tumultuante con le braccia levate sotto i balconi dell’altra casa, Marta sentiva più forte l’impulso alla lotta; sentiva veramente, in quella vigilia, che sarebbe risorta dall’onta vile e ingiusta; armata di sprezzo e con l’orgoglio di poter dire: «Ho sollevato dalla miseria mia madre, mia sorella: esse vivono ora per me, di me!».

            A poco a poco, confortata da questi pensieri, e la cura dell’avvenire sovrapponendosi nell’anima di lei alla costernazione per l’imminente prova, giunse a vincere la trepidazione; ma non cessò la smania, e quella si ridestò e crebbe, fino a divenire smarrimento, la mattina, al levarsi da letto.

            Non sapeva più ciò che dovesse fare: si guardava attorno, quasi aspettando che la povera e scarsa suppellettile della camera glielo suggerisse, richiamandola: là il catino, in cui doveva lavarsi; qua la seggiola, su cui erano le vesti che doveva indossare. Poco dopo si diede a far tutto frettolosamente.

            Mentre si pettinava, così alla meglio, senza specchio, entrò la madre già pronta per accompagnarla.

            – Oh brava, mamma! Finisci di pettinarmi tu, ti prego… È tardi!

            E la madre si mise a pettinarla, come soleva ogni mattina quando ella si recava a scuola. Finito, guardò la figlia: Dio! non le era sembrata mai tanto bella… E provò un vivo ritegno pensando che doveva uscir con lei per la città, condurla tra gli sguardi maligni della gente, a un’impresa che, nella schiva umiltà della propria indole, non sapeva né comprendere, né apprezzare. Pensava che quella bellezza, quell’aria di sfida che Marta aveva nello sguardo, avrebbero forse dato cagione alla gente d’esclamare: Guarda com’è sfrontata!

            – Sei così accesa in volto… – le disse, schivando di guardarla; e avrebbe voluto aggiungere: «Tieni gli occhi bassi per via».

            Scesero finalmente la scala e s’avviarono strette fra loro, mentre Maria, dietro i vetri della finestra, le seguiva cogli occhi, trepidante.

            La signora Agata avrebbe voluto essere almeno della metà men alta di statura, per non attirare tanto gli sguardi della gente e passare inosservata; correre in un baleno quella via che le pareva interminabile. Marta invece pensava all’incontro con le antiche compagne, e non si dava col pensiero tanta fretta di sottrarsi alla via.

            Arrivarono per le prime al Collegio.

            – Oh signorina bella! Come mai? Qua di nuovo? Guarda come s’è fatta grande! Oh faccia rara… – esclamò la vecchia portinaia, gestendo, dall’ammirazione espansiva, con la testa e con le mani.

            – Nessuno, ancora? – domandò Marta, un po’ imbarazzata, sorridendo benevolmente alla vecchia.

            – Nessuno! – rispose questa. – Lei, sempre la prima… Si rammenta quand’era piccina così e, ogni santa mattina, bum! bum! bum! calci al portone… Gesù mio, era quasi bujo… Si rammenta?

            Ah, sì! Marta sorrideva… Ah, i bei ricordi!

            – Vogliono entrare in sala? – riprese la vecchia. – La signora sarà stanca…

            E, guardando la signora Agata in volto, sospirò, tentennando il capo:

            – Povero signor Francesco! Che pena… Non ne vengono più al mondo galantuomini come quello, signora mia! Basta. Il Signore benedetto l’abbia in gloria! Credo che l’uscio della sala d’aspetto sia ancora chiuso. Abbiano pazienza un tantino, vado a prender la chiave.

            – Buona donna! – fece a Marta la signora Agata, grata dell’accoglienza rispettosa.

            Dopo un minuto la vecchia portinaia tornò di corsa dicendo:

            – Anche mia figlia Eufemia dà oggi gli esami con lei, signorina Marta!

            – Eufemia? Sì? Come sta?

            – Poveretta, non dorme più da tante notti… Ah, per questo, buona volontà non gliene manca… Lei che ha tanto talento, signorina, oggi, se mai, me l’ajuti un po’! Dicono ch’è la prova più difficile! Or ora la faccio venire giù: così le terrà compagnia… Ecco, loro intanto s’accomodino qua.

            E pulì con un lembo del grembiule il divano di cuojo.

            – Se Eufemia studia, non la chiamate, – disse Marta alla vecchia che già usciva.

            – Ma che! ma che! – rispose la vecchia senza voltarsi.

            Eufemia Sabetti era stata, fin dalle prime classi, compagna di scuola di Marta, quantunque maggiore almeno di sei anni. Cresciuta nella scuola, in mezzo a compagne molto superiori a lei di condizione, aveva assunto una cert’aria signorile che formava l’orgoglio della madre, la quale poi lo scontava a costo d’innumerevoli sacrificii. Eufemia, è vero, dava del tu a tutte le compagne, portava il cappellino, aveva tratti e lezii da vera «signorina»; ma era pur rimasta nella considerazione delle compagne la figlia della portinaja. Le compagne veramente non glielo spiattellavano in faccia: no, poverina! ma glielo lasciavano intendere o dal modo con cui le guardavano la veste e il cappellino, o col piantarla lì qualche volta per prestare ascolto a un’altra delle loro. Ed Eufemia faceva le viste di non accorgersene, per mantenersi in buoni rapporti con esse.

            – Oh Marta! Che fortuna! – esclamò entrando e accorrendo a baciar l’amica, senza impaccio. Salutò, ridendo, la signora Agata, e sedette sul divano, lasciando in mezzo Marta. – Che fortuna! – ripetè.

            – Come va? Qua di nuovo con noi? E farai gli esami?

            Era bruna, magrissima, miserina nella veste latt’e caffè, guarnita di nero. Parlando fremeva tutta, agitava continuamente le pàlpebre su gli occhietti vivi da furetto; ridendo scopriva la gengiva superiore e i denti bianchissimi.

            Cominciavano di già le domande imbarazzanti. E bisognava pur rispondere alla meglio alle più discrete; le altre però che restavano negli occhi d’Eufemia costringevano le parole di Marta a non esser sincere.

            La signora Agata si alzò.

            – Io torno a casa, Marta. Ti lascio con l’amica. Coraggio, figliuole mie!

            Uscendo dalla sala d’aspetto, vide nell’atrio un crocchio di signorine in abiti gaj d’estate, tra le quali riconobbe alcune antiche compagne di Marta. Queste tacquero a un tratto e abbassarono gli occhi mentr’ella passava. Nessuna la salutò: una sola, Mita Lumìa, le rivolse un lieve cenno del capo.

            La vecchia portinaia aveva loro annunziato la venuta di Marta.

            – Badate, ci vuol faccia tosta! – diceva una.

            – Io, per me, non entro, – dichiarava un’altra.

            E una terza:

            – Che viene a fare con noi?

            – Oh bella, gli esami: potete impedirglielo? – rispondeva Mita Lumìa, urtata anche lei, ma non così accanita come le altre.

            – Va bene; ma accanto a lei, – protestava una quarta, – non seggo, neanche se il direttore stesso viene a impormelo!

            E una quinta diceva a Mita Lumìa:

            – Se non sappiamo neppure come dobbiamo chiamarla! Pentàgora? Ajala?

            – Oh Dio! Chiamatela Marta, come la chiamavamo! – rispose la Lumìa infastidita.

            Nello stesso tempo Marta, con amaro sorriso, diceva alla Sabetti:

            – Chi sa che dicono di me…

            – Lasciale cantare! – le rispose Eufemia.

            Irruppero e attraversarono la sala quattro del crocchio, di corsa, senza volgere gli occhi al divano.

            Marta, quantunque grata in fondo alla Sabetti della compagnia che le teneva, non poteva tuttavia sottrarsi a un senso d’avvilimento nel vedersela accanto; non per sé, ma per quelle pettegole che la vedevano insieme con quella lì, accolta cioè dalla figlia della portinaja.

            Si alzarono. Entrò in quella Mita Lumìa senza fretta.

            – Oh, Marta… Come stai?

            E tentò un sorriso e porse la mano, molle molle.

            – Cara Mita… – rispose Marta.

            E rimasero lì un breve tratto senza saper dire una parola di più.

Parte I

 

Parte II

 
IntroduzioneCapitolo 8Capitolo 1Capitolo 8
Capitolo 1Capitolo 9Capitolo 2Capitolo 9
Capitolo 2Capitolo 10Capitolo 3Capitolo 10
Capitolo 3Capitolo 11Capitolo 4Capitolo 11
Capitolo 4Capitolo 12Capitolo 5Capitolo 12
Capitolo 5Capitolo 13Capitolo 6Capitolo 13
Capitolo 6Capitolo 14Capitolo 7Capitolo 14
Capitolo 7Capitolo 15

Elenco Romanzi 
Introduzione ai romanzi1911 - Suo marito
1901 - L'esclusa1913 - I vecchi e i giovani
1902 - Il turno1915/1925 - Quaderni di Serafino Gubbio, operatore (Si gira!)
1904 - Il fu Mattia Pascal1926 - Uno, nessuno e centomila

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