Pirandello. Dialetto, nemico amatissimo

Di Andrea Camilleri

L’autore detesta l’idea della «Palermo d’importazione» pupi, carretti e sangue caldo. Un’analisi dello scrittore siciliano sui complessi rapporti tra Pirandello e la sua terra: l’autore è diviso fra l’odio per gli stereotipi e la consapevolezza dell’importanza delle radici.

da La Stampa.it

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Teatro dialettale? È il titolo di un articolo che Pirandello pubblica sulla Rivista popolare di politica, lettere e scienze sociali del 31 gennaio 1909. Quel punto interrogativo denunzia senza possibilità d’equivoci la posizione fortemente critica dell’autore il quale, fin dal primo rigo, si dichiara esser nemico «non dell’arte drammatica, bensì di quel mondo posticcio e convenzionale del palcoscenico dove l’attore fa proprio il contrario di ciò che ha fatto il poeta. Rende cioè più reale e tuttavia men vero il personaggio creato dal poeta; dà una certezza artefatta, in un ambiente posticcio, illusorio, a persone e azioni che hanno già avuto un’espressione di vita superiore…».

Entrando nel merito del teatro dialettale siciliano, la posizione di Pirandello si fa più rigida. In quegli anni due grandi attori, Giovanni Grasso Senior e Mimì Aguglia, stanno portando nei teatri di tutto il mondo, e con grandissimo successo, il repertorio siciliano. Tanto per fare un esempio, Isaac Babel’, che vedrà qualche anno appresso recitare Grasso in Russia, ne scriverà un articolo memorabile. Ma questo, in un certo senso, aggrava quel rapporto di subordinazione dell’autore nei riguardi dell’attore, perché, scrive Pirandello, stando così le cose, «non si può creare, ma tutt’al più si possono far soltanto canovacci e scenarii da commedia dell’arte per le spaventose bravure del signor Grasso e della signora Aguglia», vale a dire «manifatturare una Sicilia d’importazione». Quella, per intenderci, del sole ardente, del sangue caldo, del coltello facile, dell’onore macchiato da lavare col sangue. Quella Sicilia da carretto siciliano o da opera dei pupi che gli è lontanissima, addirittura estranea. Ma, a parte la situazione contingente, che senso ha scrivere in dialetto? Ha senso solo, afferma Pirandello, se un autore ha, o è costretto ad avere, un corredo linguistico limitato al dialetto e un orizzonte artistico contenibile entro la geografia regionale, perché «una letteratura dialettale, insomma, è fatta per restare entro i confini del dialetto». E in quanto al successo di Grasso e dell’Aguglia, la cosa è spiegabilissima, essi «non avrebbero neanche bisogno di parlare per farsi applaudire: basterebbe la mimica».

Nella parte conclusiva del lungo articolo, quasi a riprova delle sue affermazioni, Pirandello ricorda che Nino Martoglio, «genialissimo poeta e drammaturgo dialettale», tentò di creare un vero teatro siciliano, che «rappresentasse la vita varia e diversa della Sicilia», al di fuori di ogni stereotipo, di ogni maniera, ma che l’impresa, com’era prevedibile, fallì. Una così ferma presa di posizione non lascia dubbio: mai Pirandello scriverà opere teatrali in dialetto. Ma Pirandello è profondamente siciliano, vale a dire che la contraddizione è nel suo DNA.

Abbiamo cominciato citando un articolo di Pirandello del 1909, terminiamo citandone un altro, intitolato Dialettalità e apparso sulla rivista Cronache d’attualità, agosto-ottobre 1921. Quindi, non solo quando la grande parentesi del teatro in dialetto si è conclusa, ma addirittura dopo la messinscena dei Sei personaggi. Può considerarsi una sorta di consuntivo? E se sì, il bilancio si chiude in passivo o in attivo?

L’articolo è una risposta a certe affermazioni di Ferdinando Martini circa l’inesistenza di una letteratura drammatica con caratteristiche nazionali unitarie, come per esempio accadeva in Francia. Pirandello replica che questi «caratteri comuni di una generalità» sono impossibili a trovarsi «perché da noi naturalmente, e non da ora ma fin dal tempo dei tempi, voglio dire fin da quando è nata la letteratura italiana, la generalità ha questo di particolare: la dialettalità, da intendere come unico e vero idioma, vale a dire come essenziale proprietà d’espressione, la quale, come Dante scrisse: “in qualibet redolet civitate, nec cubat in ulla”. E questo perché da noi avvenne ciò che in nessun altro paese è avvenuto, che ogni regione, o anche solo una città, fu piccola e pure spesso grandissima nazione, e Roma anche il mondo; il che non è difetto, ma anzi ricchezza, ricchezza di storia, ricchezza di vita, ricchezza di forme e di costumi, ricchezza di caratteri; e stolido è per l’arte volervi rinunziare…».

E poco appresso, tornando alla divisione illustrata nel discorso per Verga tra scrittori di parole e scrittori di cose, Pirandello scrive: «E se guardiamo bene addentro in queste due (…) categorie di scrittori (…) vediamo negli uni la lingua, come vive, o non vive, scritta: “letteraria”; e negli altri sentiamo un sapore idiotico, dialettale, a cominciare da Dante, che nei dialetti appunto vedeva risiedere il volgare. Dialettale, sì (…) E questa dialettalità, negli scrittori, non è specchio, ma vera e propria creazione di forma. La vita d’una regione, per esempio, della Sicilia, nella realtà che il Verga le dà, cioè com’egli la vede, com’egli la sente, come in lui s’atteggia e si muove, non può esprimersi altrimenti, che come si esprime nel Verga. Quella lingua è la sua stessa creazione: fatta non di parole che vogliono essere per sé, belle o brutte, comuni a tutti, ma proprie di quelle cose ch’egli vuole dire e che, dicendo, fa vivere».

Son vecchie idee di Pirandello, ma qui ribadite con convinzione e verrebbe da dire con cognizione di causa. Pirandello ha sperimentato personalmente la forza e la verità del dialetto e ora nella “dialettalità”, quasi una categoria superiore, ci pare voglia diluire persino l’antica ripartizione tra il dialetto che esprime il sentimento della cosa e la lingua che della medesima cosa esprime il concetto. E quindi il suo bilancio si chiude in attivo: ora egli sa quale linfa vitale sia stato, e sia, il dialetto per dare vita e vigore all’albero della sua lingua.

Andrea Camilleri
23 giugno 2007

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