Pirandello cristiano? No, però…

Di Francesco Lamendola

Pirandello prova una profonda pietà per la sofferenza umana, questo è certo; ma è una pietà sterile, che rifiuta ogni tentativo di soluzione, ogni consolazione in questa o nell’altra vita, ogni e qualsiasi risposta positiva: tutto quel che i suoi personaggi sanno fare, tutto quel che vogliono fare, è di puntare il dito contro l’universo mondo…

da Accademia adriatica di filosofia “Nuova Italia”

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Pirandello cristiano

Ci siamo chiesti, in alcune precedenti occasioni, se Giovanni Pascoli possa considerarsi un poeta cristiano, o, almeno, vicino all’etica e alla concezione cristiana della vita, e abbiamo risposto in maniera sostanzialmente negativa (cfr. gli articoli: «Pascoli poeta cristiano?» e «In Pascoli, il cristianesimo aggiunge all’amore umano la speranza o la disperazione dell’eterno», pubblicati su «Il Corriere delle Regioni»rispettivamente il 04/11/2015 e il 10/03/2016); intendiamo, adesso, porci lo stesso interrogativo a proposito dell’opera di Luigi Pirandello, del quale ci siamo precedentemente occupati (cfr: «Non si sa come?», pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 08/3/2012, e «Pirandello rimprovera ai suoi personaggi la nostalgia della persona, che lui disprezza», pubblicato su «Il Corriere delle Regioni»il 21/04/2015), ma non, specificamente, sotto questa particolare prospettiva.

Per avviare la riflessione, prendiamo le mosse da una bellissima pagina dello storico e critico teatrale Silvio d’Amico, tratta dalla sua ormai classica «Storia del teatro» (Milano, Garzanti, 1960, vol. 2, pp. 336-338):

C’è, in una commedia di Pirandello, un personaggio, un certo senatore, che vi fa una figura non bella. E si racconta che quando nel Senato del Regno entrò inaspettatamente un signore che portava lo stesso nome, Pirandello fu pregato amichevolmente, da persona autorevole, di chiamare in altro modo il suo personaggio, per evitare un noioso equivoco. Ma il poeta rispose: “E perché? Il mio personaggio è una creatura d’arte; ESISTE; il vostro signore nella vita conta zero, non ha una personalità, NON ESISTE. Come volete che un personaggio esistente ceda il passo a uno inesistente? Se al vostro senatore dà fastidio quel nome, che se lo cambi lui!”. Come si vede, sotto questa boutade c’è tutto Pirandello. Per lui, può essere dubbia l’esistenza dell’uomo che in questo momento passa perla strada;  ma esistono, senza alcun dubbio, don Abbondio, o Amleto, o Clitennestra. Quella che crediamo vita è un’illusione; ma l’arte no. L’arte, per Pirandello, è UNA REALTÀ.

E a questa “realtà” si richiamano dunque certi suoi difensori – fors’anche taluni non richiesti e non autorizzati – contro coloro che avrebbero accusato il poeta di nichilismo spirituale. Dicono i difensori: se Pirandello è un artista, per questo semplice fatto, di fare opere d’arte, non è un nichilista. Pirandello crede per lo meno all’arte e alla realtà che essa crea. Quando il protagonista di Enrico IV si rifugia, come abbiamo visto, nella maschera del suo imperatore, non riconosce con ciò una realtà, quella appunto della sua maschera?

D’altra parte, on è mancato chi ha additato, specie nelle opere pirandelliane del suo secondo decennio teatrale (1926-1936), un fenomeno nuovo, e come a dire una volontà di fede. “Sagra del Signore della Nave” (1924), per esempio, si conclude col trionfo dello spirito; “La nuova colonia” (1927) con un’apoteosi della maternità. “O di uno o di nessuno” (1928) riafferma che la paternità non consiste in un fatto fisico, ma nel CREDERE di essere padre, o meglio ancora nel VOLERLO. “Lazzaro” (1928) dichiara che la fede vera non sarebbe quella nell’immortalità personale del meschino individuo, ma quella della vita universale, dono di Dio, e cui tutti torneremo, per riconfonderci in Lui; e ammette persino, a suo modo, il miracolo. “La favola del figlio cambiato” (1933) proclama che il re non è tanto la persona coronata che materialmente incarna la sacra dignità, quanto l’immagine che ce ne facciamo noi, che creiamo noi stessi. – A tutto questo, però, non è difficile rispondere che Pirandello aveva già sostenuto cose non dissimili fin dai suoi primi drammi, compresi i più allarmanti [per esempio “L’innesto”, 1918; “Due in una”, 1920; e addirittura “Così è (se vi pare)”, dove insomma ci sono due persone che vivono contemporaneamente della fede che una creatura ignota sia Giulia e sia Lina]. Ciò che è meno facile, è ammettere questo scambio tra la fede, “sustanzia di cose sperate”, e l’illusione: siamo davanti a un Pirandello ancora e sempre soggettivista, solipsista, e tutt’al più pragmatista. Né ci sembra il caso di rispondere con molte parole a chi ha insinuato che nell’ultimo dramma pirandelliano, “Non si sa come” (1934), dove l’uomo è dipinto come un essere la cui volontà è impotente a resistere alle forze oscure che lo trascinano ad atti assolutamente impensati, si trovi una affermazione del Trascendente, e quindi di Dio. A noi sembra che questa, se mai, sarebbe una forza feroce, nemica; il Dio cattivo di Andreew; o mettete pure il peso del peccato originale, ma senza libero arbitrio, né Grazia: conclusione assolutamente opposta a quella d’un fidente attivismo cristiano.

No, Pirandello è altro; e sarebbe vano quanto irriverente trovargli giustificazioni inutili, tirandolo a diventare ciò che non volle essere e non fu. Pirandello è il poeta che ha espresso la tragedia d’un mondo in dissoluzione; poeta, e dunque il solo conto che gli si può chiedere in sede estetica è COME l’abbia espressa.

Pirandello anima “naturaliter christiana”? Tutto ciò che si può riconoscere è che le origini di Pirandello, e in parte della sua morale, sono in certo senso cristiane; a quel modo che cristiane erano ancora quelle del secolo laico da cui palesemente egli proviene, ancorché reagendovi, ossia l’Ottocento. Anche noi, parlando dell’ottocento, lo abbiamo ricordato come il secolo che ha tentato l’impresa di laicizzare la morale dei Vangeli. E bene ottocentesca è ancora l’importanza capitale che Pirandello sembra dare all’amore fra i sessi, e alla casistica relativa; ottocentesco, italiano e siciliano (e d’origine cristiana) l’assumerei problemi della fedeltà e dell’infedeltà coniugale, del sospetto e della gelosia, come motivi di dramma che può giungere a una significazione universale. E palesi origini cristiane la infinita tenerezza che muove Pirandello  verso il dolore umano, verso la conculcata giustizia, verso la sofferenza dei deboli e degli infelici. Altri secoli avevano cantato i grandi e gli eroi; la Tragedia classica aveva trattato i casi di “personaggi”; Shakespeare non era mai stato tenero per la “canaglia”; Molière aveva borghesemente rivendicato i diritti della “morale naturale”; Alfieri aveva additato ai contemporanei la via delle grandi virtù civiche; Goethe si era posto i problemi di una umanità finalmente consapevole. Ma è con l’Ottocento che un’arte inaugurata soprattutto dai “Promessi sposi” si rivolge agli umili, ne ascolta le confessioni, ne denuncia le sofferenze, piange con loro. Questa è ancora l’arte di Pirandello. Cristiano a metà, perché il Cristianesimo dà un senso al dolore, e Pirandello geme, invece, sulla sua inutilità; egli non può chiamare, coi Vangeli, “BEATI coloro che piangono”. Ma il fatto ch’essi piangono, glieli rende sacri; Pirandello è tra loro, è con loro. E questa è, fra tanta ferocia di negazione, la parola positiva ch’egli ha pronunciato.

Benissimo: non si poteva dir meglio. D’Amico, qui, si mostra veramente non solo un grande critico e storico del teatro, ma anche un uomo di alto spessore culturale: la sua disamina si colora delle tinte calde della partecipazione umana, ma passando attraverso un lucido vaglio intellettuale: sintesi perfetta di pensiero e sensibilità. Perfetta, in particolare, l’individuazione della dimensione “ottocentesca” di Pirandello (con buona pace di quanti ne han voluto fare il bardo d’una maniera totalmente nuova di fare letteratura), così come il riconoscimento di quanto l’Ottocento laico, e laicista, sia stato debitore dell’etica cristiana e della concezione cristiana della vita. E si pensi a tutti i personaggi piccoli, umiliati e offesi di un Emilio De Marchi; si pensi a tutti i Demetrio Pianelli, a tutte le Arabella che popolano le pagine “minori” del nostro Ottocento, che poi minori non sono, se non nella pigrizia intellettuale di tanti signori critici, adusi a versare sempre acqua sul bagnato, ossia a incensare sempre e solo i nomi che già si sono imposti sulla scena come quelli dei “grandi”, e che vi restano a tempo indefinito, magari per la sola forza d’inerzia. E che dire, poi, dei “vinti” di Verga, e degli “inetti” di Federigo Tozzi (cfr. i nostri precedenti lavori «È lecito politicizzare Verga?» e «La più dolce figura femminile della letteratura italiana moderna» pubblicati sul sito di Arianna Editrice, rispettivamente, il 23/11/2011 e il 26/08/2013; e «Remigio, ne “Il podere” di F. Tozzi, si offre come agnello per (l’inutile) immolazione», pubblicato su «Il Corriere delle Regioni» il 28/05/2015). Gli inetti di Italo Svevo, invece (sia detto fra parentesi) lasciamoli perdere, tanta è la loro superbia intellettuale e la totale assenza, nel loro autore, del sia pur minimo raggio di luce trascendente, la sua totale, rocciosa chiusura – ma sarebbe più giusto dire: la sua assoluta  indifferenza ed estraneità – alla dimensione del sacro, per non parlare del divino.

Pirandello scrittore cristiano, dunque, in quanto coerente e legittimo continuatore di un Ottocento cristiano, o intimamente innervato dalla problematica e dalla morale cristiana, e sia pure, sovente, a sua insaputa (cioè del secolo)? Pirandello come logico e naturale erede del primo cantore degli umili, Alessandro Manzoni? Niente affatto: una simile conclusione sarebbe enormemente più grande delle premesse.

Pirandello prova una profonda pietà per la sofferenza umana, questo è certo; ma è una pietà sterile, che rifiuta ogni tentativo di soluzione, ogni consolazione in questa o nell’altra vita, ogni e qualsiasi risposta positiva: tutto quel che i suoi personaggi sanno fare, tutto quel che vogliono fare, è di puntare il dito contro l’universo mondo, contro la famiglia, il lavoro, i parenti, i colleghi, i vicini, i compaesani, e accusarli della loro immedicabile infelicità: paghi della denuncia, dello sfogo bilioso, isterico, farneticante, dello sghignazzo, dell’umorismo (nel senso pirandelliano del termine), del paradosso, del surreale, del vaneggiamento, della follia in cui si dibattono e nella quale si tuffano volontariamente (come, appunto, nell’«Enrico IV»: anche lui un umiliato e un offeso, dopo tutto: vogliamo dire, non il protagonista del dramma, ma l’imperatore tedesco che dovette prostrarsi a Canossa davanti al papa Gregorio VII, nel gennaio del 1077). Viene persino da domandarsi se Pirandello vorrebbe vedere consolati i suoi afflitti, e vestiti i suoi ignudi; se gli piacerebbe l’idea che possano trovare, alla fine delle loro tribolazioni, un porto di quiete che sia qualcosa di meglio delle fumisterie dell’auto-annullamento panico e vitalistico del protagonista di «Uno, nessuno e centomila», o della filosofia del lontano e del forestiere della vita di Mattia Pascal.

Se bastasse piangere sugli afflitti, se bastasse “vestire gli ignudi”, come recita il titolo di un’altra commedia di Pirandello (del 1922), egli sarebbe, senza dubbio, il principe degli scrittori cristiani; insieme a Pascoli, del resto: nessuno, come loro, ha saputo versare calde e sincere lacrime di partecipazione al dolore umano (e anche a quello degli animali, nel caso di Pascoli). Nell’accezione sempre più vasta e fumosa, sempre più generica e velleitaria, sempre più esteriore e dolciastra, che il “cristianesimo” è andato via, via assumendo, nel corso del Novecento e in questo inizio del ventunesimo secolo, per opera di molti sedicenti cristiani, e persino di non pochi “teologi” cristiani, tutto ciò sarebbe più che sufficiente a far incoronare Pirandello come un nuovo santo e profeta della religione del Vangelo; senza contare che la sua predilezione per gli “ultimi” piacerebbe moltissimo ai preti di sinistra e ai teologi della liberazione, e a tutta la mala razza di quei falsi cristiani i quali, dopo il Concilio Vaticano II, hanno fatto, e continuano a fare, l’impossibile per trascinare il Vangelo nell’orbita ideologica della lotta di classe e della prospettiva politica marxista o neomarxista, camuffandola sotto le mentite spoglie della “giustizia” cristiana (che è una cosa completamente diversa).

Tutto questo, però, ad onta dei rulli di tamburo e degli squilli di fanfara, che abitualmente lo accompagnano, non c’entra col cristianesimo, perché svia completamente la sua intima essenza: che è la Croce, ancora e sempre, ai tempi di Cristo come ai nostri giorni, come simbolo di morte e di rinascita mediante la Grazia divina. In quei falsi cristiani non vi è la nozione della croce, della morte e della risurrezione, ma l’idea, apostatica e irreligiosa, di una “salvezza” e di una “redenzione” concepite tutte in chiave umana, o, semmai, concepite umanizzando, pur di tenere il punto, Dio stesso, nel senso di ridurlo ad alto patrono di una operazione interamente umana, basata su criteri puramente umani e su di una idea di “giustizia” sempre e soltanto umana; così come in Pirandello è del tutto assente la nozione della Grazia divina. Per costoro, tutto quel che importa è la giustizia qui, sulla terra; per Pirandello, il mondo è assurdo, e la vita è solo una tragica beffa. Gli uni pensano ad una auto-redenzione dell’uomo, realizzata, nei fatti (e tralasciando le loro ampollose disquisizioni ed elucubrazioni teologiche) con le sue sole forze, in chiave immanentistica; l’altro dispera di qualunque possibilità di redenzione, pago di contemplare la desolazione e la follia universali.  Più anticristiani di così, sia quelli che questo…

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