Pensaci, Giacomino! – Atto secondo

Premessa
Personaggi, Atto Primo
Atto Secondo
Atto Terzo

Pensaci, Giacomino - Atto II
Salvo Randone, Pensaci, Giacomino!, 1986

Atto Secondo

        Salotto modesto in casa del professor Toti. Uscio comune in fondo; uscio laterale a sinistra. A destra, un divano, poltrone, ecc. Sul divano, alcuni giocattoli di Ninì: un carrettino, un pagliaccetto coi cembali a scatto.

        Al levarsi della tela è in iscena, in piedi, il Direttore Diana, col cappello in mano. Poco dopo entra dall’uscio a sinistra Rosa.

        ROSA. S’accomodi. Aspetti. Levo questo carrettino. (Eseguisce.)

        DIRETTORE. Grazie. Posso anche sedere qua. (Indica una poltrona.)

        ROSA (col carrettino in mano). Lo va lasciando da per tutto. No, segga, segga qua.(Indicando il divano. Il Direttore fa per sedere, ma scopre sul divano anche un pagliaccetto e lo porge a Rosa.) Ah! c’era anche il pagliaccetto? Grazie. Ne sfascia tanti. Si figuri! Figlio unico! Il cocco di papà! Non passa giorno che non gli porti un giocattolino nuovo. Ah, ecco qua il professore. (Entra il professor Toti in veste da camera, con aria un po’ stralunata. Il Direttore si alza.)

        TOTI. Pregiatissimo signor Direttore. Prego, stia comodo. Se mi permette un momento…(S’accosta a Rosa e le parla piano, in fretta.) Scappa subito a casa di… di mio suocero.

        ROSA. Ora?

        TOTI. Ora, subito, ti dico.

        ROSA. E il bambino a chi lo lascio?

        TOTI. Il bambino è di là con la mamma, adesso. Non c’è poi l’altra donna? (Volgendosi al Direttore): Prego, prego, signor Direttore, si metta a sedere. (A Rosa): Hai capito?

        ROSA. E che vuole che vada a dire a suo suocero?

        TOTI. Che vengano subito qua, tutt’e due, padre e madre. Subito! Ma – oh! – senza farli spaventare. Dirai che la signora non si sente bene e che ha bisogno di loro. Corri, mi raccomando. (E appena Rosa andrà via per l’uscio comune): Scusi tanto, signor Direttore. Il cappello, prego… (Se lo fa dare.) Posiamolo qua. (Lo poserà su una seggiola accanto al divano.)

        DIRETTORE. Grazie. Scusi lei piuttosto, professore, se la importuno.

        TOTI. No, che! Non importa affatto! Un piccolo disturbo della mia signora.

        DIRETTORE. Ah, mi dispiace! Ma se lei, professore, deve stare di là… (Indica l’uscio a sinistra.)

        TOTI. No, non c’è bisogno della mia assistenza. Ho mandato a chiamar la madre perché, tra donne, s’intendono meglio. A me non vuol dire che male ha. Ma io lo so. Niente. Piccoli disturbi.

        DIRETTORE. Ah, forse…? (Allude a una nuova gravidanza.)

        TOTI. No! Dio liberi, signor Direttore! Uno basta! – È un’altra cosa. (Gli s’accosta e, come in confidenza): La gioventù, signor Direttore! Come l’aprile vuole la pioggia, così la gioventù, ogni tanto, le lagrime. Poi rispunta il sole e ritorna l’allegria. Gioventù! – Ha comandi da darmi, signor Direttore?

        DIRETTORE. Per carità, che dice comandi?

        TOTI. No, no, lei mi può sempre comandare. Se la mia condizione ora è mutata, rimango pur sempre il suo obbedientissimo subalterno.

        DIRETTORE. Io sono venuto a pregare, veramente, non tanto il professore, quanto l’amico.

        TOTI. Ai suoi ordini, signor Direttore.

        DIRETTORE. Non ho nulla, badi, da chiederle per me! O piuttosto, sì, anche per me un favore che le costerà però ben poco, m’immagino, dopo la bella fortuna che le è toccata.

        TOTI. Per carità, signor Direttore, non mi parli, la prego, di questa mia fortuna! Mio fratello era in Romania; e come io non sapevo, dopo tanto tempo, se fosse vivo o morto, così lui non sapeva di me, se fossi vivo o morto. Non posso dunque dire che abbia voluto lasciare il suo denaro proprio a me. L’ha lasciato perché non poteva portarselo all’altro mondo. Si cercò a chi si doveva dare, e si trovò che si doveva dare a me, unico erede.

        DIRETTORE. E non è stata una fortuna, scusi?

        TOTI. Fortuna, non dico di no! E non c’è misteri, creda. Gira in paese la chiacchiera ch’io tenga non so quant’altro denaro nascosto in casa, Nemmeno un soldo. Tutta l’eredità – così come mi venne – centoquarantamila lire – la depositai alla Banca Agricola cittadina.

        DIRETTORE. Eh, una bella somma!

        TOTI. Sissignore. E sono diventato il più forte azionista della Banca; a condizione di metterci qualcuno di mia fiducia.

        DIRETTORE. (un po’ sulle spine). Eh, lo so: il Delisi?

        TOTI (imperturbabile). Giacomino Delisi, appunto. Eppure creda, signor Direttore, creda che io stavo meglio prima, con tutta la mia miseria! Questo denaro è stato per me… sa come quando, tempo d’inverno, i ragazzini, di sera, raccolgono le foglie secche cadute dagli alberi per farne una vampata, che se uno, anche piccolo piccolo, si trova a passare, l’ombra al muro, con quella vampa, diventa come un gigante, che se alza un braccio arriva fino al quinto piano? Così, signor Direttore! Ero niente: passavo e nessuno mi guardava. C’è stata questa vampata dell’eredità; e ora, appena alzo un braccio, appena muovo una gamba, ecco che tutti lo vedono; tutti mi stanno a guardare con tanto d’occhi; vogliono conto e ragione di quello che faccio e di quello che non faccio; se proteggo questo, se non proteggo quell’altro. E che cos’è? Non son più padrone di fare quello che mi pare, senza danno – s’intende – di nessuno? Mi son seccato, ecco. E creda che, se non avessi quel piccino là, che già comincia ad andar per casa, mi verrebbe quasi la tentazione di ritirare dalla Banca questi centoquaranta pezzi di carta e di farne davvero, come un ragazzino, una vampata da fare epoca, da fare epoca!

        DIRETTORE. Mi dispiace, professore, d’aver toccato un tasto doloroso. Ma mi permette un’osservazione?

        TOTI. Anzi, la ringrazio.

        DIRETTORE. Mi pare che lei non faccia tutto quello che dovrebbe – dato che la malignità del paese, come lei dice, l’ha preso di mira – per ripararsene e risparmiarsi noje, dispiaceri.

        TOTI. Io? Ma se non faccio nulla, io, signor Direttore! Me ne sto qua, ritirato in casa. Casa e scuola, scuola e casa.

        DIRETTORE. Ecco, permette? Siamo venuti appunto alla ragione della mia visita. La scuola. Si ricorda che due anni fa, quando lei ne aveva già trentaquattro d’insegnamento, le consigliai di mettersi a riposo?

        TOTI. Mi ricordo, sì.

        DIRETTORE. E non c’era allora codesta cospicua eredità! Ma scusi, professore, perché adesso non fa questo, almeno?

        TOTI. (precipitosamente). Ah, no no no no! mai mai mai mai! Non me ne parli! non me ne parli, signor Direttore!

        DIRETTORE. Aspetti. Mi permetta di aggiungere…

        TOTI. Non sento ragione, signor Direttore! Di ritirarmi, non voglio sentir parlare! Guardi, c’è più per me di questa creaturina? Le ore che mi prende la scuola sono levate alla gioja che questa creaturina mi dà. Mi par mill’anni, ogni giorno, che suoni la campana, per ritornarmene qua a giocare, a fare anch’io il bambino. Eppure no, non transigo! non transigo, signor Direttore!

        DIRETTORE. Ma sa che è una bella ostinazione la sua? Se per lei è un martirio!

        TOTI. Appunto perché è un martirio! Voglio rimanere quello che sono sempre stato. La croce la voglio portare fino all’ultimo. Scusi, se questo martirio è stato la ragione di tutto quello che ho fatto! E perché l’avrei fatto allora?

        DIRETTORE. Già, ma se adesso non c’è più bisogno?

        TOTI. Lo dice lei! Vuol mettere il denaro sudato onestamente, il denaro che sa di stento, con questo dell’eredità, piovuto dal cielo, che lei fa così (soffia sul palmo della mano) – e se ne va com’è venuto? E poi le dico che m’ha portato sfortuna! E poi… poi ci son altre ragioni. In confidenza: se non avessi la scuola, starei troppo in casa; per via del bambino. Nessuno mi tratterrebbe. Sono vecchio, signor Direttore, e in casa darei troppo fastidio: lei m’intende! Non ne parliamo più!

        DIRETTORE. Mi dispiace, professore; ma io debbo ancora parlargliene, e seriamente.

        TOTI. Mi si vorrebbe forse costringere?

        DIRETTORE. Abbia pazienza, professore. Cerchi di mettersi un poco ne’ miei panni: dalla mattina alla sera, in direzione, a casa mia, se esco a fare due passi, io sono oppresso, da due anni a questa parte, oppresso, vessato da tutti, padri di famiglia, e anche estranei che non conosco, i quali vengono a protestare contro il preteso scandalo di codesta sua permanenza nell’insegnamento.

        TOTI.. Ah sì?

        DIRETTORE. Sì, sì, purtroppo, professore! Creda, una protesta civile vera e propria – generale.

        TOTI. E lei la chiama civile?

        DIRETTORE. Mah! Si reputano offesi di ciò che si sa, di ciò che si dice in paese della sua vita privata, e…

        TOTI. E lei, signor Direttore?

        DIRETTORE. Io non voglio entrare adesso a vedere se a torto o a ragione. Dico questo, però: che lei, come privato cittadino, se ha la coscienza tranquilla, può infischiarsi del giudizio della gente; ma da professore no, veda! Addetto a un pubblico ufficio, lei ha l’obbligo di tenerne conto; come debbo tenerne conto io, da direttore; e perciò sono venuto a consigliarle, ancora una volta, di mettersi a riposo.

        TOTI. E di sottoscrivere così a un giudizio iniquo?

        DIRETTORE. No, veda –

        TOTI. – che vuole che veda, signor Direttore! Aspetto che qualcuno – poiché lei non vuol farlo – venga a discutere con me, non su quello che pare, ma su quello che è: la mia coscienza appunto! (Alzandosi): No no no. Non mi ritiro! Accetto la guerra, signor Direttore. Voglio vedere chi avrà il coraggio di venirmi a dire in faccia ch’io non sono un uomo onesto; e che ciò che faccio non è fatto a fin di bene.

        DIRETTORE. (alzandosi anche lui e stringendosi nelle spalle). Capirà ch’io ho fatto il mio obbligo d’amico.

        TOTI. E io la ringrazio!

        DIRETTORE. La prevengo che si minaccia di portare la protesta agli enti superiori –

        TOTI. – facciano! ah, facciano pure! –

        DIRETTORE. – e che se domani dal Ministero si volesse qualche rapporto –

        TOTI. – lei risponda come crede: che m’ha consigliato di chiedere il riposo, e che io non ho voluto saperne. Ce la vedremo, signor Direttore!

        DIRETTORE. E allora non mi resta che salutarla e augurarle che la sua signora si rimetta presto in salute.

        TOTI. Grazie, signor Direttore; le sono obbligatissimo, creda.

        DIRETTORE. Non s’incomodi. Rifletta piuttosto su quanto le ho detto, e segua il mio consiglio: – si ritiri!

        TOTI. No, no, l’accompagno, prego, l’accompagno, signor Direttore. (Il Direttore esce. Il professor Toti lo accompagna, e poco dopo ritorna. Trova sulla soglia dell’uscio a sinistra Lillina, con Ninì per mano; abbattuta, coi capelli in disordine e gli occhi rossi di pianto.)

        TOTI. Ah, tu. Vuoi darmi il bambino?

        LILLINA. Sì, non posso badarci. Dov’è andata Rosa?

        TOTI. L’ho mandata io. Ma dammelo qua il bambino. Vieni, vieni qua con me, Ninì! (Se lo prende in braccio.) Lasciamola stare la mammina; vedi che ha la «bua»?

        LILLINA. È così fastidioso!

        TOTI. Forse perché ti vede in codesto stato, povero piccino. Siamo come due mosche senza capo, è vero eh, Ninì? a vedere la mammina così. Sai che sono già tre giorni?

        LILLINA. Ma che posso farci, se non mi sento bene?

        TOTI. Lo so! E ti pare che non ti compatisca, figliuola mia? Siedi, siedi qua. Vado a lasciare il bambino alla donna, fino al ritorno di Rosa.

        LILLINA. No, alla donna no: ho paura che non sappia badarci.

        TOTI. Glielo raccomanderò io, non temere. E poi Rosa non potrà tardare ancor molto.

        (Esce con Ninì per l’uscio in fondo e rientra solo, poco dopo. Nel frattempo, Lillina si sarà seduta e avrà nascosto il viso tra le mani. Toti, rientrando e vedendo Lillina in quell’atteggiamento, scuote il capo, poi le s’accosta piano e le dice):

        TOTI. Non vuoi proprio dirmelo, che ti senti?

        LILLINA. Glielho già detto: niente mi sento! Mi fa male la testa, e a tener gli occhi aperti, mi gira il capo.

        TOTI. E non puoi neanche sentir parlare: ho capito! Intanto, non vuoi che si chiami il medico… (A un cenno d’alzarsi di Lillina, trattenendola a sedere e prevenendola): Ma sì, credo anch’io che sarebbe inutile chiamarlo!

        LILLINA. (rimanendo seduta, ma non potendone più). Per carità, mi lasci stare! non mi dica più niente! Abbia pazienza ancora per qualche giorno, e vedrà, vedrà che mi passa, mi passa tutto… tutto… tutto… (Scoppia in un pianto irrefrenabile.)

        TOTI. Eh, lo vedo che ti passa! Ti passa bene, ti passa… (Breve pausa; poi, timido, insinuante): Non vuoi confidarti con me?

        LILLINA. Ma che vuole che le confidi, se non ho nulla, proprio nulla da confidarle? Perché vuole tormentarmi?

        TOTI. Tormentarti? Vorrei soltanto che tu mi parlassi, mi dicessi cos’è accaduto!

        LILLINA. Ma se non è accaduto nulla! Glielo giuro: nulla!

        TOTI. E perché stai allora così?

        LILLINA.. Perché mi sento male: quante volte vuole che glielo ripeta?

        TOTI. Ah dunque debbo parlare io? Credi davvero, via, che, per quanto vecchio, sia già così rimbecillito da non capire che tu non puoi star così, solo perché ti fa male il capo? (A un nuovo cenno d’alzarsi di Lillina, trattenendola con piglio più severo e risoluto): No, aspetta, figliuola! sta’ qua, sta’ qua ad ascoltarmi; e lascialo il mal di capo, che questa anzi sarà la ricetta per fartelo passare. Tutte queste chiacchiere che la gente fa sul conto nostro, t’han forse messo in soggezione davanti a me, fino a farti credere che tu non possa più parlarmi come prima e dirmi ciò che ti sta sul cuore? Bada che sarebbe l’ingiuria più grave che tu potessi farmi, il tradimento più brutto: quello di vedere in me… ciò che non voglio neanche dire. Io ho mantenuto tutto quello che ti promisi e non mi sono tirato indietro d’un passo. Se la gente parla, se la gente ride, e c’è chi protesta e chi minaccia – (mi hanno perfino mandato in casa il Direttore, hai visto) – ebbene, lasciali dire! lasciali fare! Ciarle, risa, proteste, minacce per me non significano niente, e non debbono significar niente neanche per te. Sappiamo bene, tu e io, che non facciamo nulla di male; e dobbiamo dunque pensare a star tutti uniti e a non darla vinta a nessuno, aspettando che il tempo mi dia ragione: non ora – presto – alla mia morte – quando vi avrò lasciati a posto, tutti e tre tranquilli e contenti. Hai inteso? Di’, hai inteso?

        LILLINA. Sì, sì, ho inteso.

        TOTI. E dunque parla adesso! Che è stato? Vi siete litigati?

        LILLINA.. No, che litigare! Non mi sono litigata con nessuno.

        TOTI. E perché allora da tre giorni lui non viene?

        LILLINA. Che vuole che ne sappia io?

        TOTI. Non va neanche alla Banca, da tre giorni. Me l’ha detto ieri il cassiere. Si vede che farà male il capo anche a lui. Ah, santo Dio, ragazzi! Pensate che il tempo rimane per voi, e che un giorno che togliete a me, è peccato! Tre giorni che non canti, tre giorni che non ridi…(Lillina scoppia di nuovo a piangere.) Ecco, vedi? E t’ostini a dirmi che non è niente! Qualcosa di grosso dev’essere accaduto! E tu devi dirmelo! (Si sente sonare il campanello, internamente.) Ah, eccoli qua! Se non vuoi dirlo a me, lo dirai almeno a tua madre.

        LILLINA. (balzando in piedi, tra i singhiozzi). Mia madre? Ha fatto venire mia madre? Io non ho niente da dirle! Non ho niente da dire a nessuno! Mi lascino stare, per carità! Mi lascino stare! (Via di corsa per l’uscio a sinistra. Toti resta costernato a guardar l’uscio per cui Lillina è uscita; tentenna il capo; aspetta; poi, non vedendo entrar nessuno, si fa all’uscio infondo e grida):

        TOTI. Chi è? (Pausa): Rosa! (Si presenta sulla soglia Rosa.)

        ROSA. Eccomi qua.

        TOTI. (contraffacendola). «Eccomi qua!» E non vieni a riferirmi che cosa t’hanno risposto?

        ROSA Che stanno per venire. Sono usciti dopo di me. Faccia conto che sono qua. Ma badi che non volevano saperne.

        TOTI. Di venire?

        ROSA Perché dicono che non vogliono immischiarsi nei suoi affari.

        TOTI. E chi ha detto loro d’immischiarsi?

        ROSA Non so. Hanno detto così.

        TOTI. Ma tu li hai avvertiti che la signora non sta bene?

        ROSA Li ho avvertiti. E si sono guardati negli occhi, tra loro.

        TOTI. E tu allora hai sciolto lo scilinguagnolo, e figuriamoci! Basta. Di’ almeno anche a me quello che sai, se sai qualche cosa!

        ROSA (scattando, bizzosa). Che vuole che sappia io? Io non so niente! Faccio qua la serva; non faccio la spia, né altro mestiere!

        TOTI. Ih, salti come una vipera!

        ROSA Perché voglio il mio rispetto! Ha capito? Se mi vuole, mi tenga; se non mi vuole, mi mandi via! Ho considerazione per la signora. Approvarla, non l’approvo. Voglio bene al bambino. E quanto a lei, se vuol saperlo, ecco qua: lei mi dà proprio allo stomaco. Se mi vuole, mi tenga; se non mi vuole, mi mandi via! (Si ode di nuovo il suono del campanello alla porta, Rosa si prende la veste pulitamente per due lembi, la allarga strisciando una riverenza, e via.)

        TOTI. (le griderà dietro): Linguaccia! Linguaccia!

        (Entrano, serii e impettiti, Cinquemani e la moglie Marianna, senza salutare. Il primo con un’antica mezzatuba grigia, proprio per la quale, e una mazza col manico di corno; Marianna con un gran velo da Maria Addolorata sui capelli e una goffa sottana pieghettata, a quadretti verdi e neri, che puzza di naftalina lontano un miglio.)

        TOTI. Caro Cinquemani, cara suocera, accomodatevi, accomodatevi!

        MARIANNA. (a schizzo). Tante grazie. (E non s’accomoda.)

        CINQUEMANI. (alzando una mano con gravità). Questo non è posto per noi da star comodi!

        TOTI. Mettetevi almeno a sedere e posate il cappello.

        CINQUEMANI. Non poso niente.

        TOTI. Voi almeno, signora suocera, abbassatevi il velo sulle spalle.

        MARIANNA. (c. s.). Grazie. Non mi abbasso niente. (Siede.)

        CINQUEMANI. E il cappello, io, per sua norma, me lo levo a casa mia. Qua non è casa mia; per cui… (Siede.)

        TOTI. Questa è la casa della vostra figliuola. Se voi non avete mai voluto considerarla come vostra…

        CINQUEMANI. (alzandosi). Marianna, pst! (Marianna si alza.) Andiamo via!

        TOTI. Siete pazzo? Che v’ho detto? Eh via, non facciamo storie, che ho ben altro adesso per il capo! Sedete, sedete; discorriamo.

        MARIANNA. Discorriamo? Lei? Vuol discorrere lei? Prima lei deve stare a sentire il discorsetto che dobbiamo farle noi! (A Cinquemani): A te! Attacca!

        TOTI. (con atto di rassegnazione). Sentiamo codesto discorsetto! Ma sbrigatevi, per amor di Dio!

        CINQUEMANI. Eccomi qua. Tanto io, quanto mia moglie; io (s’appunta l’indice sul petto) e mia moglie (la indica): va bene?

        TOTI. (sbuffando). Benissimo! Avanti!

        CINQUEMANI. No, sa: per precisare; perché noi due siamo intanto marito e moglie, per davvero. Or dunque, tanto io quanto mia moglie, lei sa bene che non abbiamo messo piede in questa casa, se non il giorno dello sposalizio.

        MARIANNA. (agitandosi sulla sedia). E Dio sa quello che abbiamo patito!

        TOTI. Voi? Perché? Quando?

        MARIANNA. (insorgendo). Ah, perché, dice? quando, dice? Ma ora stesso, ora stesso! Sappia che con tanto d’occhi ci ha guardato la gente, davanti a tutte le porte, affacciata a tutte le finestre, vedendoci venire qua!

        TOTI. Bene, vi hanno guardato; e poi?

        CINQUEMANI. Basta, Marianna: lascia parlare a me!

        TOTI. Un momento, Cinquemani. Voglio prima saper questo: – Vi ho detto, sì o no, a scuola, non so più quante volte, di venire qua con vostra moglie, a trovare la vostra figliuola?

        CINQUEMANI. Sì, me l’ha detto.

        TOTI. Chi vi ha proibito allora di venire?

        MARIANNA. (scattando). Ah, vuol sapere chi ce l’ha proibito?

        CINQUEMANI. (balzando in piedi anche lui e accorrendo come a parare la moglie).Aspetta, Marianna: gli rispondo io! – Giacché lei mi parla della scuola, voglio che sappia che là, davanti ai suoi colleghi e agli alunni, io la saluto per semplice considerazione sociale, e basta! Perché io solo so, e il signor Direttore, tutte le porcherie che mi tocca a scancellare dai muri per lei e per la mia figliuola! Cose da far cadere la faccia a terra, dalla vergogna! la faccia a terra!

        MARIANNA. E vuol sapere chi ci ha proibito di venire!

        CINQUEMANI. Lei è la favola del paese! E il paese ha ragione! E io e mia moglie, tutt’e due, lo sappia, siamo col paese!

        MARIANNA. Perché siamo gente che non ha perduto ancora il santo rossore della faccia! Il santo rossore, qua! qua! (Sì dà manate sulle guance.)

        CINQUEMANI. Gente onorata siamo!

        TOTI. E via, smettetela! Volete sapere che cosa siete? Due asini siete! Due asini!

        CINQUEMANI. Mi parli con rispetto perché sono suo suocero!

        TOTI. Ma statevi zitto! Suocero! Sapete bene come e perché mi sono presa vostra figlia!

        MARIANNA. Se l’è presa perché ha voluto prendersela!

        TOTI. Sissignori! E con tutto il cuore!

        MARIANNA. Non già per noi, se l’è presa! Perché per noi poteva restar dov’era, che sarebbe stato meglio! Vergogna nascosta, anziché pubblica, come lei l’ha ridotta! Ma sa che non possiamo più mettere il naso fuori della porta, per paura d’aver beccata la faccia dalla gente?

        TOTI. Avete finito? Vi siete sfogati? Posso parlare io, adesso?

        CINQUEMANI. No, che finire! che sfogare! Aspetti! A lui, dica un po’, a lui, a uno svergognato di quella specie; ladro dell’onore delle famiglie; che l’ha coperto di ridicolo dalla punta dei piedi alla cima dei capelli; a lui doveva far dare il posto di fiducia alla Banca? Glieli deve guardar lui gl’interessi?

        TOTI. Ah, ho capito: è per questo tutta la vostra indignazione?

        CINQUEMANI. No, non per questo! quest’è per giunta! Non le bastava avergli permesso, con lo scandalo di tutto il paese, che seguitasse a venir qua?

        MARIANNA. E pretendeva che ci venissimo anche noi, insieme con quello!

        CINQUEMANI. Zitta, Marianna! – Non bastava, eh? Anche a guardia degl’interessi doveva esser messo? Che bisogno aveva d’un tutore di questo genere mia figlia? Con la pensione che lei le lasciava e questa nuova fortuna piovuta dal cielo, non poteva forse mia figlia restar libera, padrona di sé, col bambino, senza questo scandalo, guardata dalla madre e da me? (Si commuove, cava di tasca un grosso fazzoletto di colore e si mette a piangere. La moglie lo imita in tutte le mosse. E tutt’e due piangono per un pezzo.)

        TOTI. E bravi! E bravi! Si chiama ragionare, codesto? Quattro soldi di pensione sarebbero toccati a vostra figlia! E quanto all’eredità, chi se l’aspettava? Certo che, se avessi potuto immaginare che mi sarebbe venuta, avrei preteso che – non solo la vostra figliuola – ma qualunque altra ragazza avesse voluto venir con me per assistermi e darmi onestamente un po’ di conforto nella vecchiaia, aspettasse con pazienza la mia morte per poi fare ciò che le sarebbe piaciuto. Ma è venuta troppo tardi e fuori d’ogni previsione questa fortuna, capite? quando il fatto era fatto e bisognava lasciar le cose com’erano.

        CINQUEMANI. Basta. Sa perché siamo venuti noi, adesso? Siamo venuti perché, con l’ajuto di Dio, pare che ormai sia tutto finito.

        TOTI. (balzando, costernatissimo). Che? Tutto finito? Che dite?

        MARIANNA. Eh, lo dice tutto il paese!

        TOTI. (c. s.). Finito?

        CINQUEMANI. Ah, come? lei s’infuria, invece di ringraziarne Dio?

        MARIANNA. (facendosi il segno della croce). In nome del Padre, del Figliuolo e dello Spirito Santo!

        TOTI. (c. s., smarrito e senza requie). Ma che è accaduto insomma? Possibile che non debba saperlo soltanto io? Ditemi subito quello che sapete! Ah, per questo, allora, piange da tre giorni quella poverina? E una cosa seria, dunque? Che si dice in paese? È inutile, è inutile che vi facciate la croce, voi! Aspettate a farvela, perché ci sono io, qua, ancora! ci sono io!

        MARIANNA. Sì, ma anche i santi sacerdoti, per grazia di Dio!

        TOTI. I sacerdoti?

        MARIANNA. I santi sacerdoti, sissignore! Ah lei non sa che la sorella di lui –

        TOTI. – di Giacomino? –

        MARIANNA. – appunto! la signorina Rosaria Delisi ha messo sossopra tutta la gente di chiesa – sacerdote per sacerdote –

        CINQUEMANI. – e le annunzio che sarà qui tra poco don Landolina! –

        TOTI. – don Landolina? E chi è?

        CINQUEMANI. (con enfasi). Un sant’uomo! Il beneficiale di San Michele! Ecco chi è!

        MARIANNA. Il padre spirituale della signorina Delisi! Ecco chi è!

        TOTI. E vuol venire… vuol venire a parlare con me?

        CINQUEMANI. È venuto jersera a casa mia, credendo ch’io fossi d’accordo con lei, nel tener mano qua… Com’ha saputo, invece, che –

        TOTI. – disse che sarebbe venuto da me? (Si stropiccia le mani.) Sta bene! sta bene! Lasciatelo venire! Se mi vuol parlare, è segno che ancora ha da vedersela con me! E ce la vedremo! – Intanto… – no, aspettate… (Sì rivolge a Marianna): Fatemi il piacere, entrate là da vostra figlia. (Indica l’uscio a sinistra.)

        MARIANNA. (di nuovo scattando). Io? Non voglio più vederla, io!

        TOTI. Non facciamo storie, vi ripeto! Entrate da lei e cercate con le buone, con garbo, di farvi dire che è stato, che cosa è accaduto tra loro.

        MARIANNA. Io? Ma lei è pazzo! Vuol che mi metta a parlare di codeste cose con mia figlia? Per chi m’ha preso?

        TOTI. Per una buona madre v’ho preso! Il guajo è serio: abbiate, per Dio santo, un po’ di cuore! Entrate!

        MARIANNA. Entro ma non parlo, gliel’avverto! Se parlerà lei…

        TOTI. Va bene! Forse, appena vi vedrà, vi butterà le braccia al collo e vi dirà tutto.

        MARIANNA. (al marito). Debbo entrare?

        CINQUEMANI. (grave, dopo un momento di riflessione). Entra.

        TOTI. Con garbo, mi raccomando!

        MARIANNA.. Le ho detto che io non parlo! Se parlerà lei… (Via per l’uscio a sinistra.)

        TOTI. Oh! E voi mi farete intanto un altro piacere, Cinquemani! Non dubitate che saprò alla fine come regolarmi con voi.

        CINQUEMANI. Da quest’orecchio io non ci sento. Sono un pubblico funzionario; umile, sì, ma pubblico funzionario; e non me ne sono ancora dimenticato.

        TOTI. Lo vedo. Vi siete invece dimenticato d’esser padre.

        CINQUEMANI. Vorrei sapere quanti siamo i padri qua!

        TOTI. Il meno di tutti, voi: ve lo posso assicurare. Finiamola! State attento a ciò che vi dico.

        CINQUEMANI. Parli, parli.

        TOTI. (s’accosta prima all’uscio a sinistra per sentire se Lillina si confida con la madre; poi, tornando a Cinquemani). Dunque, presto, mi raccomando: scendete in piazza.

        CINQUEMANI. E poi?

        TOTI. Salite alla Banca Agricola.

        CINQUEMANI. E poi?

        TOTI. E poi il canchero che vi porti! Ma guarda che muso da far favori!

        CINQUEMANI. Se ancora lei non si spiega! Che dovrei andare a fare alla Banca?

        TOTI. Niente. Vedere soltanto se c’è Giacomino Delisi.

        CINQUEMANI. Io? Quel laccio di forca? Ma dov’ha la testa lei, professore? Se io lo vedo, quel laccio di forca –

        TOTI. – fate come la lepre davanti ai cani. Scantonate. Ma forse non lo vedrete neppure, perché da tre giorni non va nemmeno lì. Siete disposto a parlare col cassiere?

        CINQUEMANI. Per il cassiere, nessuna difficoltà. Ma – non di quel signore là – badiamo!

        TOTI. Basterà che gli domandiate a mio nome se non c’è nulla di nuovo.

        CINQUEMANI. E se vedo quello?

        TOTI. Scantonate, scantonate, e me lo venite a dire. (Si sente sonare il campanello alla porta.) Oh Dio, fosse lui!

        CINQUEMANI. (cercando dove nascondersi, in gran confusione). Lui? non voglio vederlo! non voglio vederlo! Badi che se lo vedo… (Si fa alla soglia dell’uscio comune Rosa.)

        ROSA. C’è Padre Landolina. Dice che vuol parlare con lei.

        CINQUEMANI. Ah, eccolo! Ha visto?

        TOTI. (a Rosa). Fallo passare. (Rosa, via.)

        CINQUEMANI. Io vado. (S’avvia.) Meno male che finalmente cominciano a entrare persone per bene in questa casa. (S’inchina profondamente a don Landolina che entra): Padre reverendo! (Via.)

        LANDOLINA. Chiarissimo professore!

        TOTI. Reverendissimo! Favorisca. S’accomodi, prego.

        LANDOLINA. Grazie, grazie!

        TOTI. (indicandogli il divano). No no, qua; per carità!

        LANDOLINA. Sto bene anche qua; grazie!

        TOTI. Non sia mai! Lei è un personaggio di riguardo.

        LANDOLINA. Obbedisco. Grazie. Obbligatissimo.

        TOTI. A che debbo l’onore della sua visita?

        LANDOLINA. Ecco, professore. Se permette, io avrei bisogno di tutta la sua bontà – riconosciutissima – non tanto per quello che vengo a chiederle, che è giusto; quanto per me, timido servo di Dio, perché mi dia il coraggio di parlarle di una cosa molto… molto delicata.

        TOTI. Coraggio: eccomi qua. Le metto a disposizione – poiché lei me la riconosce – tutta quella bontà che le abbisogna; sicuro che se ne prenderà non più di quanta potrà bastargliene a farla parlare.

        LANDOLINA. Ah, nei limiti della discrezione, s’intende! È un caso di coscienza, professore.

        TOTI. Coscienza sua, o coscienza d’altri?

        LANDOLINA. D’una povera anima cristiana, professore – non so se a torto o a ragione – (non voglio indagare) –

        TOTI. – neanche lei? –

        LANDOLINA. (stordito dalla interruzione che non comprende). – come dice?

        TOTI. No, niente. Prosegua, prosegua.

        LANDOLINA. (ripigliando). Dicevo, non so se a torto o a ragione addolorata, offesa da certe dicerie pregiudizievoli che girano in paese a carico del proprio fratello.

        TOTI. Ho capito. Lei viene a nome della sorella di Giacomino Delisi?

        LANDOLINA. Fa il nome lei, professore; non io.

        TOTI. Senta, reverendo. Se vuol parlare di questo, dev’essere a un patto: che lei, prima di tutto, si levi i guanti –

        LANDOLINA. (mostra le bianche mani ignude, con un sorriso fino fino sulle labbra). – ma io, veramente –

        TOTI. – non dico dalle mani. Dalla lingua, dico. Parli chiaro, insomma; aperto. Con me si parla così, perché non ho niente da nascondere, io. Aperto!

        LANDOLINA. Ma scusi, non vorrebbe rispettare il mio ufficio sacro?

        TOTI. È un segreto di confessione?

        LANDOLINA. No, guardi, è il dolore – come le dicevo – d’una povera penitente che viene a chiedere consiglio e ajuto al suo confessore.

        TOTI. E lei se ne viene da me?

        LANDOLINA. C’è il suo motivo, professore, se lei ha la pazienza di lasciarmi dire.

        TOTI. Dica, dica.

        LANDOLINA. Parlerò aperto, come lei desidera. La signorina Delisi, di parecchi anni maggiore del fratello, come lei saprà, ha fatto da madre al giovine, quasi fin da bambino rimasto orfano; e, grazie a Dio, con ineffabile compiacimento, se l’è veduto crescere sotto gli occhi timorato, rispettoso, obbediente.

        TOTI. Può abbreviare, Padre. Vuole che non conosca Giacomino? Meglio di lei lo conosco e anche meglio di sua sorella, ne può star sicuro.

        LANDOLINA. Ecco, lo dicevo perché tutte queste buone doti che lei riconosce nel giovine, sono merito, a mio credere, della buona educazione che ha saputo dargli la sorella.

        TOTI. (quasi tra sé). Quant’è bello finire come un cero d’altare!

        LANDOLINA. Non capisco.

        TOTI. Ardere e sgocciolare, Padre! Codesta signorina Delisi. Ma sì, ottima, ottima creatura. E riconosco che ha saputo educar bene il fratello.

        LANDOLINA. E come avviene allora, professore, che a carico di questo giovine così bene educato si trovi, adesso, tanto da ridire in paese? Ecco, per me è chiaro che dipende da questo: che il giovine frequenta con una certa assiduità la sua casa; e che la malignità della gente, essendo la sua riverita consorte anche lei molto giovane –

        TOTI. – veniamo, Padre, veniamo allo scopo della sua visita!

        LANDOLINA. Ma già ci siamo.

        TOTI. No, guardi: glielo dico io. Andiamo per le spicce. Mandato dalla sorella, lei vorrebbe che io, per troncare codeste che lei chiama dicerie pregiudizievoli, pregassi Giacomino di non mettere più piede in casa mia. Vuol questo?

        LANDOLINA. (con umiltà dolente e dispettosa). No, professore, non questo propriamente.

        TOTI. E che altro vorrebbe allora da me?

        LANDOLINA. Ecco. Le ho parlato della sorella, del dolore della sorella per queste dicerie, che non fanno male soltanto al giovine, ma anche –

        TOTI. – non badi, non badi a me, la prego!

        LANDOLINA. Capisco che lei è superiore a coteste miserie. Ma una povera donna, no; una povera sorella, che dobbiamo piuttosto considerare come madre, no; ne soffre; piange; chiede conforto e ajuto – è donna – e…

        TOTI. (restringendosi come se il parlare untuoso del prete gli promovesse doglie viscerali e applicandosi le mani alle tempie). Che stradacce, ah che stradacce in questo nostro porco paese!

        LANDOLINA. (stordito più che mai di questa nuova bislacca interruzione). Stradacce?

        TOTI. Appena piove, non ha visto? le si sfanno subito sotto i piedi, che pare a camminarci s’abbia il vischio alle suole. E che piacere sguazzarci, poi, quando seguita a piovere e quella mota si fa acquosa! acquosa!

        LANDOLINA. Non capisco, in verità, come c’entrino le strade.

        TOTI. Porto scarpe di panno, reverendo! Lei mi parla di questo gran pianto della sorella; e io allora, non so, ho pensato alle strade quando piove. Non ci faccia caso! Diceva?

        LANDOLINA. Che ha mandato me, sì, professore, ma solo per supplicarla d’esser cortese di farle avere – ecco – un piccolo attestato, un piccolo attestato proprio per suo conforto e nient’altro: come qualmente queste dicerie non hanno né certamente possono avere il minimo fondamento di verità.

        TOTI. E nient’altro vorrebbe?

        LANDOLINA. Nient’altro, oh, nient’altro!

        TOTI. Perché, quanto a ritornare qua Giacomino, la sorella crede di poter essere sicura che questo non avverrà mai più, è vero? poiché lei, da buona sorella, da buona mamma, lo ha persuaso e convinto che questo non deve più avvenire. È così?

        LANDOLINA. Sì, professore: questo crede proprio d’essere riuscita a ottenerlo.

        TOTI. E ora vorrebbe l’attestato da me? Prontissimo. Glielo rilascio.

        LANDOLINA. Oh grazie!

        TOTI. Grazie? Che vuole che mi costi? Due righe: come qualmente, avendo saputo di queste dicerie eccetera eccetera, attesto e certifico eccetera eccetera. Può andarsene, reverendo. Glielo faccio. Glielo faccio e glielo mando.

        LANDOLINA. Sono proprio felice e ammirato, professore, di codesta sua carità fiorita. (Si alza.) E – scusi – non vorrebbe darlo a me? Glielo porterei subito.

        TOTI. Ah, no! Ora non ho tempo. Ma non dubiti, glielo faccio e glielo mando, in giornata.

        LANDOLINA. Lo manderà a me?

        TOTI. No; perché a lei? Direttamente alla sorella. Se ne vada tranquillo.

        LANDOLINA. Io allora la riverisco, e –

        TOTI. – aspetti! – Mi dica. Lo sa, reverendo, che Giacomino – buon giovine, ottimo anzi, timorato, rispettoso ma… sì, via! scioperato – trovò posto alla Banca per me?

        LANDOLINA. Oh, vuole che non lo sappia, professore! Lo so bene, e voglio che lei mi creda: glien’è gratissima la sorella, riconoscentissima!

        TOTI. Meno male, meno male. Sono contento di codesta riconoscenza.

        LANDOLINA. A rivederla, dunque, professore. E tante grazie di nuovo. (S’avvia.)

        TOTI. A rivederla, reverendo. (Lo richiama): Scusi, scusi, reverendo: le volevo domandare un’altra cosa che mi passa ora – così… – per la mente. Mi chiarisca un dubbio. Crede lei che un giovanotto – un giovanotto qualunque – possa non farsi più nessuno scrupolo, nessun rimorso, se per caso – per puro caso, intendiamoci! – una ragazza da lui sedotta e resa madre avesse poi trovato in tempo un uomo, un povero vecchio… (Don Landolina, avendo compreso fin dalle prime parole l’allusione del professor Toti, s’è messo a tossicchiare, nell’imbarazzo; il professor Toti lo guarda; interrompe il discorso; sorride e osserva): Ma sa che lei ha una bella tosse, reverendo? Si curi, si curi: un bell’impiastro! A rivederla.

        (Don Landolina, via a precipizio, sempre tossendo, con un fazzoletto sulla bocca.)

        TOTI. (facendosi all’uscio a sinistra e chiamando forte). Signora Marianna! signora Marianna!

        (La signora Marianna accorre.)

        MARIANNA. È inutile, sa? Non parla. Non vuol parlare.

        TOTI. (in fretta, risoluto). Non importa, non importa. Fatemi piuttosto il piacere di rivestirmi il bambino.

        MARIANNA. Il bambino? E che so io, dove sono i vestitini del bambino?

        TOTI. Avete ragione. Grazie. Faccio da me, faccio da me! (Via per l’uscio a sinistra. La signora Marianna resta a guardare, imbalordita; e intanto Cinquemani entra dall’uscio comune.)

        CINQUEMANI. (vedendo la moglie che guarda in quel modo). Ebbene? Che è accaduto?

        MARIANNA. Lo domandi a me? Mi sembra la casa dei matti! Tu di dove vieni?

        CINQUEMANI. Ho incontrato per le scale don Landolina che scendeva mogio mogio, con gli occhi stralunati… – Che fa Lillina? Che t’ha detto?

        MARIANNA. Niente. Non m’ha voluto dir niente.

        CINQUEMANI. Oh, sai che ti dico io? Andiamocene!

        MARIANNA. Aspetta, aspetta! Forse non è prudente, in questo momento.

        (Rientra dall’uscio a sinistra il professor Toti col cappello in capo e ancora in veste da camera. Regge in un braccio Ninì e nell’altro braccio la sua giacca, il berrettino da marinajo e le scarpette del bimbo. Posa a sedere Ninì su un tavolino; si leva e butta via la veste da camera; indossa la giacca; poi s’accosta a Ninì per calzargli le scarpette nuove.)

        TOTI. Ora il cocchetto, piano piano, se ne viene a spassino con papà. (Voltandosi appena verso Marianna): Quanto mi piacerebbe che mi chiamasse nonno! – Con papà, eh? Ninì? a spassino. Andremo a trovare «Giamì», tutt’e due. Come lo chiami tu Giacomino: «Giamì», è vero: Andiamo, andiamo da «Giamì», carino… (Posa il bimbo in terra, gli mette il berrettino in capo e s’avvia con lui.)

        CINQUEMANI. (parandoglisi davanti, trasecolato, insieme con la moglie.) Professore, che dice? Dove vuole andare?

        TOTI. (scostandolo). Levatevi! Lasciatemi andare!

        CINQUEMANI. (c. s.). Pensi, santo Dio, a quello che fa! Vuol coprirsi di vergogna? Glielo impedirò io!

        MARIANNA. Non si metta codesta maschera davanti a tutto il paese!

        TOTI. (scostandoli, divincolandosi e avviandosi col bambino). Levatevi, vi dico! Maschera! Maschera! La vostra è una maschera! Lasciatemi passare!

        CINQUEMANI. È incredibile! È incredibile! Se ne va da lui!

        MARIANNA. (lasciandosi cadere su una sedia). Dio, che uomo! Dio, che uomo! Dio, che uomo!

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1916 – Pensaci, Giacomino! – Commedia in tre atti
Premessa
Personaggi, Atto Primo
Atto Secondo

Atto Terzo

Elenco delle opere in versione integrale

Introduzione al Teatro di Luigi Pirandello

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