La veglia

La veglia

Raccolta “In silenzio” (1923)

9. La veglia – 1904

Prima pubblicazione: Il Marzocco, 2 maggio 1904, poi in Erma bifronte, Treves, Milano 1906.

Approfondimenti nel sito:
Sezione Teatro – Come prima, meglio di prima – 1919/1920


In silenzio             I. Marco Mauri, nel bujo della scala avvivato appena dall’incerto barlume che s’insinuava dal corridojo dove aveva lasciato la candela accesa, domandò a un signore che s’affrettava a salire:

             – Il medico? Venga, muore!

             Quegli si arrestò un istante, come per discernere chi lo investiva con quella domanda e con quell’annunzio:

             – Muore?

             Il Mauri, singhiozzando e gestendo, senza poter rispondere, si mise a risalire a balzi la scala, poi tolse da terra la candela, attraversò il corridojo, infilò per primo l’uscio in fondo.

             – Qua, – disse, – in quest’altra camera!

             Il nuovo arrivato lo seguì ansioso, guardingo, come se dalle cose che balzavan dall’ombra al lume fuggente della candela che quegli teneva in mano, volesse prima indovinare dove fosse venuto a cacciarsi. Su la soglia della seconda camera si arrestò, ansante.

             Era un uomo di circa cinquant’anni, alto di statura, dall’aria rabbuffata; portava occhiali a staffa, cerchiati d’oro; non aveva né barba né baffi; quasi calva la sommità del capo; ma ciocche di capelli biondi gli scendevano scompostamente su la fronte e su le tempie. Se le rialzò; e si tenne un tratto le mani sul capo.

             Giaceva sul letto disfatto, nella camera in disordine e appena rischiarata, una donna. Livida, col viso già orribilmente stirato ai due lati del naso, teneva gli occhi chiusi, e i capelli, d’un bellissimo color rosso, sciolti e sparsi sul guanciale. Pareva già come inabissata nella morte; ma frequenti, muti singulti incoscienti le scotevano ancora il capo, appena appena.

             Un vecchio pretucolo senza sottana, bruno, coi calzoni a mezza gamba, le calze lunghe e le fibbie di argento alle scarpine, interruppe la preghiera che labbreggiava distratto accanto al letto e si levò da sedere in un’ansia dubbiosa; mentre il Mauri diceva a bassa voce, smaniando, tra le lagrime:

             – Qua, qua, guardi: la ferita è qua! – (e si premeva forte l’indice d’una mano sul basso ventre). – Qua. Il colpo, evidentemente, è deviato: la mano era inesperta. Sente? Singhiozza così, da questa mattina… Perché? Non l’hanno operata a tempo, capisce? non hanno voluto operarla… Veda, veda Lei, le dia subito ajuto.

             Non s’aspettava che quell’uomo, da lui creduto il medico, rimasto lì a pie del letto, con gli occhi dilatati fissi su la moribonda, si rivoltasse a un tratto a guatarlo.

             –    Non ode, sa! non ode più! – aggiunse, allora, con un gesto disperato. Ma quegli si voltò verso il prete che già si era accostato timido, perplesso.

             –    Don Camillo Righi? – domandò.

             –    A servirla, proprio io, sissignore! E… Lei, di grazia? il dottor Silvio Gelli?

             –    Ah, il marito? – sghignò il Mauri.

             – Zitto lei! – saltò a dirgli il vecchio pretucolo, stizzito. – Fuori di qua! fuori di questa camera!

             E lo trasse per un braccio nella camera attigua.

             – No, scusate, spiegatemi, – sopravvenne a dirgli l’altro, guardandolo freddamente, con disprezzo; ma s’interruppe, vedendo all’improvviso venir fuori da un angolo in ombra un mostriciattolo, una povera sbiobbina, alta appena un metro, dal volto giallastro disfatto, in cui però spiccavano vivacissimi gli occhi neri, pieni di spavento.

             – Di là, Margherita, di là, – le disse il prete, indicando la camera della mori bonda. – Mia sorella, – aggiunse, rivolto al Gelli, con uno sguardo che invo cava compassione.

             Ma il Gelli riprese a dire con durezza:

             –    Mi avete scritto che moriva…

             –    Pentita, sì, creda, signor professore! – s’affrettò a rassicurarlo il Righi. – Proprio pentita, sa! Lei stessa, anzi, la poverina,, ha voluto chiederle perdono, per mio mezzo.

             –    Chi è dunque costui? – domandò, sprezzante, il Gelli.

             –    Ecco, Le dirò… È venuto, non so di dove…

             –    Ma sì, da Perugia, da Perugia, – interloquì il Mauri, ponendosi a sedere su un divanuccio presso al tavolino su cui ardeva la candela.

             Il Righi riprese, impacciatissimo:

             – La sera dello stesso giorno che ci capitò qua la signora. Io e le mie donne credemmo anzi dapprima che fosse un parente. Eh, Margherita?

             La sbiobbina, rimasta presso l’uscio, impaurita, chinò più volte il capo, guardando il Gelli, con un sorriso incosciente su le labbra.

             – Poi, – seguitò il Righi, – quando la signora… dopo, volle confessarsi con me, seppi che.., sì, lui la… la perseguitava, ecco!

             Il Mauri ruppe in un altro ghigno, scrollando il capo.

             –    Vah, io non capisco! – esclamò il prete. – Non c’è stato possibile, creda, mandarlo via.

             –    E non me ne andrò! – raffibbiò sordamente il Mauri, guardando verso terra.

             Silvio Gelli lo fissò un tratto; poi domandò al Righi:

             –    Questa è casa vostra?

             –    Albergo! – rispose il Mauri, invece del prete, senza alzar gli occhi.

             –    Nossignore! – rimbeccò pronto il Righi, su le furie. – Chi gliel’ha detto? dove sta scritto? Questa è, se mai, pensione, ma d’estate. Ora non è stagione, ed è casa mia soltanto, e vi ricevo chi mi pare e piace, e le ripeto: Vada via! Quante volte gliel’ho a dire? Come parere ch’io abbia tollerato la sua sconvenienza, scusi! Lei non ha più nulla da far qui, ora che è venuto il signor professore! Dunque, si levi su!

             –    Non me ne vado! – ripetè il Mauri, rimanendo seduto e guardando fisso il prete, con gli occhi da matto.

             –    Neanche se vi scaccio io? – gli gridò allora il Gelli, appressandosi e parandoglisi di fronte.

             –    Nossignore! M’insulti, mi bastoni; ma mi lasci star qua! – proruppe, con un orribile schianto nella voce, il Mauri. – Che le faccio io? che ombra posso più darle? Me ne starò qua, in questa camera… per carità! Mi lasci piangere. Lei non può piangerla, signore. La lasci piangere a me: perché quella infelice non ha bisogno, creda, d’essere perdonata; ma d’esser pianta! Lei, mi perdoni, avrebbe dovuto ammazzare come un cane colui che prima gliela tolse e poi ebbe cuore d’abbandonarla; non deve scacciar me che l’ho raccolta, che l’ho adorata e che per lei ho spezzato anche la mia vita. Per lei, io, Marco Mauri, sappia che ho abbandonato la mia famiglia, mia moglie, i miei figli!

             Si levò in piedi, così dicendo, con gli occhi sbarrati, le braccia alzate, e soggiunse:

             – Veda un po’ se è possibile che lei mi scacci!

             Silvio Gelli, in preda a uno sbalordimento che non lasciava intendere se in lui fosse più sdegno o pietà, ira o vergogna, rimase a guardare quell’uomo già maturo, così alterato dalla furia del disperato cordoglio. Gli vide scorrere grosse lagrime per la faccia contratta, che andavano a inzuppargli l’ispida barba nera, qua e là brizzolata, spartita sul mento.

             Un gemito angoscioso venne dalla camera da letto.

             Il Mauri si mosse istintivamente per accorrere. Ma il Gelli lo arrestò, intimandogli:

             –    Non entri !

             –    Sì signore, – si rimise egli, inghiottendo le lagrime. – Vada Lei; è giusto. Veda, veda se sia possibile far qualche cosa. Lei è un gran medico, lo so. Ma già, meglio che muoja! Dia retta, la lasci morire, perché… se lei è venuto a perdonarla, io…

             Si nascose il volto con le mani, rompendo un’altra volta in singhiozzi, e andò a buttarsi di nuovo sul divanuccio, tutto raggomitolato, nel rabbioso cordoglio che lo divorava.

             Don Camillo Righi toccò pian piano il braccio al Celli e indicò la camera della moribonda, che forse si era scossa dal letargo.

             –    Ma no, scusate… – gli disse il Gelli, con un sorriso sforzato, tremante su le labbra. – Intenderete bene ch’io non m’aspettavo…

             –    Ha ragione, ha ragione; ma la prego di compatire: costui è pazzo… – si lasciò scappare il Righi.

             –    Pazzo… pazzo… – nicchiò allora il Mauri. – Sì, per disperazione forse, sì… per rimorso! Ma perché non gli hai tu scritto, prete, che Flora s’è uccisa per me?

             –    Flora? – domandò il Gelli, senza volerlo.

             –    Fulvia, Fulvia, lo so! – si corresse subito il Mauri. – Ma si è fatta chiamar Flora, dopo. Lei non lo sa, e io so tutto: la sua vita d’ora e quella di prima: tutto; e so anche perché lei è venuto qua.

             –    Ah, bene! – esclamò il Gelli. – Io, invece, comincio a non saperlo più!

             –    Glielo dico io! – ribatté il Mauri. – Senta: sono su l’orlo d’un abisso, sia ch’ella viva, sia che muoja; posso dunque parlare come voglio, senza più riguardo a nulla né a nessuno.

             –    Signor professore, scusi… – si provò a suggerire di nuovo il Righi, tra le spine.

             –    Ma no, ma no: lo lasci dire… – gli rispose il Gelli.

             –    Siamo davanti alla morte! – esclamò il Mauri. – Non c’è più gelosia. Né lei, del resto, può aver ragione d’adontarsi di me. Flora, quand’io la conobbi, era sulla strada. Dunque? Ha fatto male codesto prete a non scriverle che si è uccisa per me.

             –    Ma io, – si scusò il Righi, tirato di nuovo in ballo, – io ho obbedito al mio sacro ministero, e basta.

             –    Buffonate! – tornò a sghignare il Mauri. – Volete sul serio rappresentare la commedia del perdono, adesso? Bene: vada là, dunque, lei; vada ad accordarle il perdono, e se ne torni dond’è venuto, là, là, a Como, nell’amena sua villa di Cavallasca, con l’amor proprio contento, con la bella soddisfazione della propria generosità! Ma vi par questo il luogo e l’ora di rappresentar commedie? Glielo dica lei, francamente, a codesto prete, che cosa l’ha spinto a venire qua. Il rimorso, prete, il rimorso! Perché lui, lui, ridusse quella disgraziata alla disperazione, tant’anni fa! E vero? Lo dica. Finiamola. Là c’è una donna che muore assassinata. Finiamola! Ora lei s’è fatto un uomo virtuoso, uno scienziato illustre… Sfido! S’è tenuta con sé la figliuola!

             –    Vi proibisco… – gridò il Gelli, fremendo in tutto il corpo e contenendosi a stento.

             –    E che dico io? – riprese umile il Mauri. – Dico che quell’anima innocente ha avuto il potere di farla rinsavire: non è vero? Ma pensi intanto, che neppure quella donna sarebbe là, se lei non si fosse tenuta la figliuola.

             –    Voi avete abbandonato i vostri figli, e avete il coraggio di parlare così, di fronte a me?

             –    Sissignore! E io m’accuso, io! Io sono qua con lo strazio d’un doppio delitto, infatti. Perché l’ho ingannata, io, questa donna. Sissignore: le ho detto ch’ero scapolo, che non avevo nessuno. Le ho detto la verità a modo mio. Quella che era verità per me. Mia moglie invece, capisce? è andata a trovarla… lì, a Perugia, e le ha detto… che le avrà detto? Io non so! So che lei, lusingandosi di ridar la pace a una famiglia, se n’è venuta qua, per torsi di mezzo… Ora come vuole ch’io me ne vada? Lei, la martire, m’ha perdonato. Ma a me non può bastare il suo perdono. Bisogna che io me ne stia a piangere, qua, finch’ella è in vita, e poi… poi, non so! Senta: mi vuol dare ascolto? Si levi la maschera, lei che è venuto a perdonare, e vada a buttarsi in ginocchio davanti a quel letto, a farsi piuttosto perdonare, lei, e dica a quella povera donna che è una santa, le dica che è la vittima di tutti noi, le dica che gli uomini sono vigliacchi: non si disonorano mai, gli uomini! Solo se rubano un po’ di danaro, perché, se poi rubano l’onore a una donna, è niente! se ne vantano! Guardi, guardi come dovremmo fare, noi uomini…

             D’improvviso s’inginocchiò davanti alla sbiobbina atterrita; le prese le braccia e le gridò:

             – Sputami! sputami! sputami in faccia!

             Sopravvennero alle grida due donne, svegliate di soprassalto, mezzo discinte: la signora Nàccheri, cognata del Righi, vedova, e la figliuola Giuditta, con un bambino in braccio.

             Il Gelli e il prete erano rimasti lì, sbalorditi dalla violenza di quel forsennato.

             La Nàccheri accorse a liberare la povera sbiobbina, che tremava tutta, lì lì per svenire.

             – Va’, va’, Margherita! Oh guardate, Signore Iddio, che s’ha a vedere! Ma si vergogni, lei, e la faccia finita una buona volta! Siamo stufi, sa! siamo stufi! Su, via, si levi, su!

             Il Mauri, rimasto ginocchioni, con la faccia per terra, singhiozzava. A un tratto, balzò in piedi, e domandò:

             – Non sono più un uomo civile, io, è vero? Non c’è più neppure l’ombra della civiltà, in me? Che scompiglio, gran Dio, per questo illustre signore che è venuto a perdonare! per questo signor Canonichetto affittacamere! E lei, signora? Oh oh oh, guarda! E il parrucchino riccio, biondo? Se l’è dimenticato sul tavolino da notte? Buffoni, buffoni! M’inchino, mille ossequii, buffoni !

             E, inchinandosi furiosamente e sghignazzando, scappò via.

             –    Quell’uomo impazzisce… – mormorò il Gelli, stupefatto.

             –    Ma mi pare che sia già ito via col cervello, scusi! – osservò la Nàccheri.

             –    Screanzato! – aggiunse la figlia.

             Don Camillo Righi, rimasto più a lungo degli altri trasecolato (pensava forse che il matto avrebbe potuto buttargli in faccia ben altre accuse), si scosse per presentare alla cara cognata e alla nipote il signor professore, che aveva avuto la santa ispirazione di accorrere all’invito, per accordare di presenza il perdono:

             – Dio lo benedica! Tanto buono…

             Le due donne cercavamo di scusarsi con lui di quanto era accaduto e per i loro indumenti notturni, quand’ecco di ritorno il Mauri, ilare, che si spingeva innanzi un omacciotto calvo, barbuto, stizzito dalla furia sconveniente di quel matto.

             –    Ecco il dottor Balla!

             –    Lei vada via! subito! via! – inveì allora il Gelli, afferrando per il bavero della giacca il Mauri e scrollandolo e spingendolo verso l’uscio sul corridojo.

             –    Sissignore! sissignore! – disse il Mauri, senza opporre nessuna resistenza, rinculando. – Mi lasci dire soltanto due parole al dottore! Ecco, dottore; la salvi lei, per carità! Non la faccia salvare a lui, altrimenti per me è perduta… Me ne vado, me ne vado dame… si calmi!… Mi raccomando, dot…

             Il Gelli gli diede un ultimo spintone e richiuse l’uscio.

             –    Ha fatto bene, benone, benissimo! – esclamò il Righi sollevato.

             –    Ma la porta, giù, scusate, perché ha da rimanere aperta? – domandò la Nàccheri, stizzita, al cognato. – che modo è codesto? Va’, Margherita, va’: di’ che chiudano subito!

             La sbiobbina andò, e tutti, vedendola passare in mezzo a loro, osservarono il modo con cui ella moveva le gambe sbieche; come se non avessero altro da fare in quel momento.

             Il dottor Balla sbuffò; poi, guardando con dispetto tutti quei visi stravolti intorno a sé, annunziò:

             – Sono stato a Montepulciano.

             ’ – Ah, bene! Dunque? – domandò il Righi.

             –    Dunque… che dunque? Niente! Una scarrozzata inutile. Ho visto il collega Cardelli… gli ho riferito… Ma egli stima… sì, mutile ormai la sua venuta.

             –    Abbiamo qui con noi, – disse il Righi, – il marito della signora… il dottor Gelli… un luminare.

             –    Ah, – esclamò il Balla. – Felicissimo!

             Gli s’appressò e, con la facondia collerica di un uomo esasperato della propria sorte, il quale, convinto delle persecuzioni continue di essa, abbia precisato nel suo cervello le ingiustizie patite e le ripeta sempre con le stesse parole, con la stessa espressione, quasi compiacendosi d’aver saputo così bene precisarle ed esprimerle, gli espose le sciagurate condizioni in cui si trovava in quel piccolo paese di Toscana, a esercitare la professione di medico. C’era, è vero, un ospedaletto fornito anche… sì, discretamente; ma erano due medici soli: l’uno, il Nardoni, dedicato più specialmente alla chirurgia; lui, alla fisica. Ora il collega Nardoni era infermo da parecchi giorni.

             – Infermo, già, infermo… – ripetè, come se il Nardoni glielo facesse apposta, per creargli imbarazzi. Quindi concluse improvvisamente: – Scusi, ha visitato la signora?

             Il Gelli negò col capo.

             – No? come no? Ah… già!

             E il Balla guardò con stizza il Righi, compunto, e le due donne ancor più compunte.

             – Che dobbiamo fare, insomma? – domandò alla fine. – E già quasi il tocco, scusino.

             Il Gelli entrò per primo nella camera da letto; gli altri lo seguirono.


             II. La moribonda aveva aperto gli occhi, il cui colore azzurro smoriva con infinita tristezza tra il livido delle occhiaje incavate. Alla vista del marito, fece quasi per rannicchiarsi, sgomenta, nel fondo del letto. Dagli occhi le sgorgarono due lagrime che, non potendo scorrerle per le guance, le inventrarono lo sguardo smarrito.

             Con un sorriso nervoso, involontario, che esprimeva lo sforzo atroce che faceva su se stesso per dominare il fermento degli opposti sentimenti: odio, nausea, pietà, ira, dispetto, Silvio Gelli si chinò su lei:

             –    Fulvia, eh… vedi? eccomi qua… Tu m’hai fatto chiamare, è vero? Son venuto.

             –    Opera di vera misericordia! – sospirò di nuovo, dall’altra sponda del letto, don Camillo Righi, per ajutarlo.

             Ma il Gelli non gliene fu grato:

             – No! nient’affatto! – negò anzi, con ira. – Sono venuto, debbo dirlo, per riconoscere il danno… il danno degli antichi miei torti, debbo dirlo. Non mi aspettavo, è vero, di… di sentirmelo dire da altri, ecco!

             E sorrise di nuovo, nervosamente, guardando in giro il dottor Balla, le due donne, il prete, che annuirono, imbarazzati.

             – Ma sono venuto proprio per questo, – raffermò, chinandosi di nuovo sul letto. – Sì, Fulvia; e non mi pento d’esser venuto.

             Si alzò soddisfatto, parendogli d’avere almeno rimediato in qualche modo al ridicolo della sua posizione.

             La moribonda aveva richiuso gli occhi, e le due lagrime, ora, le. scorrevano lente. Agitò le labbra.

             –    Che dici? – domandò egli, tornando a chinarsi, pronto, su lei. Tutti si protesero verso il letto.

             –    Grazie, – alitò ella.

             –    No, no, – rispose egli. – Ora, io.. Che dici?

             Le palpebre chiuse della moribonda si erano gonfiate di nuove lagrime e, quasi punte da lievi tremiti, si agitavano insieme con le labbra. Egli comprese che una parola, un nome, tremava in quelle lagrime nascoste e su quelle labbra, senza trovar la voce, nell’angoscia; si rabbujò in volto, profondamente commosso:

             –    Livia?… Sì… Basta, ora… Non agitarti così… Parleremo poi.

             –    La figlia, – spiegò piano il Righi al dottor Balla. Questi chinò più volte il capo, seccato; poi, vedendosi guardato dal Gelli, domandò perplesso:

             –    Vogliamo?… Prego, signori, ci lascino soli.

             Il Righi, la cognata e la nipote uscirono, trepidanti, con gli occhi lagninosi.

             Il dottor Balla chiuse l’uscio della camera, poi s’accostò al letto, per scoprire la giacente. Ma questa come impaurita, fissando il marito, trattenne con una mano la coperta, e disse:

             – Tu?

             – Come? – domandò il Balla, sorpreso, e si volse a guardare il Gelli.

             Gli vide il volto contratto, come per un fitto spasimo improvviso, o per vivo ribrezzo.

             – Non vuoi? – le domandò il Gelli, chinandosi un’altra volta su lei. – Non debbo? È vero, sì… io non sono venuto qua come medico… e forse…

             Si alzò, guardò il medico e aggiunse:

             –    Mi assumerei una tremenda responsabilità…

             –    Sono già tre giorni e una notte, – disse il Balla, interpretando a suo modo la perplessità del marito. – Ed è evidente che il processo di infiammazione è molto inoltrato… Tentare ora, dice lei? Eh già, una tremenda responsabilità… Ma d’altra parte…

             –    Sì, d’altra parte, bisognerà pure tentare, – soggiunse il Gelli.

             –    Dunque, pazienza, eh? signora… – disse allora il Balla, tirando pian piano la coperta.

             Ella richiuse gli occhi e aggrottò dolorosamente le ciglia.

             Il Balla si mise a sfasciare la ferita.

             Nel silenzio, gli oggetti della camera, le tende, la candela che ardeva sul cassettone, riflessa nello specchio, parve al Gelli che assumessero, nella immobilità loro, sentimento di vita e fossero come sospesi in una attesa angosciosa. Impressionato dalla lucidezza di questa sua percezione, in quel momento, si distrasse: guardò in giro la camera, come per far la conoscenza di quegli oggetti che così, in un paese lontano, a lui ignoto, erano testimoni di quel triste imprevedibile avvenimento della sua vita. Quando il Balla lo richiamò a sé, dicendo: – Ecco… – egli chinò subito gli occhi su la ferita scoperta, calmo, e non vide altro, non pensò più ad altro, come se fosse venuto lì per un consulto. Esaminò a lungo, attentamente, la ferita. Forse, tentata a tempo la laparatomia, ci sarebbe stata qualche speranza di salvezza. Ma ormai, dopo quattro giorni…

             Silvio Gelli si sollevò; guardò il Balla acutamente. Questi si strinse nelle spalle e, tanto per dire qualcosa, indicando certi segni esteriori attorno alla ferita, diede alcune spiegazioni affatto inutili.

             Il Gelli si chinò di nuovo a osservare; poi guardò la moglie, senza badare all’altro che domandava:

             – Rifasciamo?

             Rifasciata e ricoperta, Fulvia schiuse gli occhi, guardò il marito e domandò con un filo di voce:

             – Muojo?

             – No, – rispose egli, posandole una mano su la fronte. – Sta’ tranquilla, sta’ tranquilla. A domani, dottore. Farò io. Prepari tutto.

             Il Balla lo guardò perplesso, se intendere come una pietosa bugia quel proponimento e quell’ordinazione.

             –    Gli strumenti dell’ospedale? – domandò.

             –    Sì, – rispose il Gelli. – Tutto.

             –    E… e farò venire anche, – aggiunse il Balla, cercando gli occhi di lui per fargli un cenno d’intelligenza, – anche la nostra infermiera, che è il braccio destro del collega Nardoni, eh?

             –    Nardoni? No, non c’è bisogno di lui.

             –    No, scusi… dico l’infermiera, Aurelia. Sta da circa tredici anni, lì, nel nostro ospedaletto.

             –    Ah! bene! – sospirò il Gelli, astratto. – Tredici anni? Proprio tredici anni… è vero, Fulvia? Tredici anni…

             –    Di che? – fece il Balla.

             Non capiva. Attese ancora un po’, quindi, seccato, scrollò le spalle e andò via.

             Silvio Gelli sedette accanto al letto. La moribonda allora volse il capo verso di lui; ma i capelli, nel volgersi, la impacciarono. Egli con una mano glieli ravviò e, intenerendosi a quel suo atto, sospirò:

             – Povera Fulvia!

             Sì, i capelli erano ancora quelli d’un tempo; ma quanto, quanto più misero e sparuto le rendevano ora il volto cangiato, e che ruga, ora, su quella fronte un giorno così altera! Tredici anni! Che abisso!

             Ella si provò a sporgere una mano dalle coperte, e ripetè, più con gli occhi che con le labbra:

             – Grazie.

             Egli prese quella mano e la tenne stretta fra le sue.

             Ma non il contatto delle mani l’uno e l’altra avvertirono in quel punto: gli occhi dovevano prima intendersi tra loro e non potevano ancora, poiché non solo lo sguardo, ma tutta l’aria di lui aveva per Fulvia un’espressione nuova, incomprensibile. Cercò egli con gli occhi di rassicurare, di sorreggere quasi, lo sguardo di lei che gli sfuggiva, come in un dubbioso attonimento, e aggiunse con la voce:

             – Sì, Fulvia… per tutto quello che tu soffristi con me… e che hai sofferto dopo, per causa mia, fino a questo punto… Questo tuo atto disperato ne è una prova… Sì, io…

             S’interruppe; volse il capo verso l’uscio, che il Balla, andandosene, aveva lasciato aperto. Di là, c’era forse qualcuno che poteva sentire; c’era stato quel matto che, nel furore della passione, osava dire in faccia a tutti la verità, e che aveva creduto di interpretare il sentimento, ond’egli era stato spinto ad accorrere al letto della moglie moribonda. Ora egli ripeteva, quasi, le parole di lui. Ma no, no, non era vero: non dal rimorso soltanto era stato spinto a venire; ma da qualch’altra cosa insieme, anzi da qualche altra cosa principalmente: da un bisogno strano. Doveva dirlo…

             – Aspetta.

             Le lasciò la mano e si recò a richiudere l’uscio.

             – Anch’io però, sai, Fulvia? ho sofferto tanto anch’io: non saprei più dir come… come non mi sarei mai aspettato. Subito, fin dal primo giorno. Compresi tutto; e, nello stesso tempo, non compresi più nulla… Proprio così. La bestialità mia, cinica, senza ragione e senza scopo, o meglio, con questo solo scopo: di dimostrarti che io potevo tutto e tu niente… Facevo… Che facevo? Non mi sono mai divertito! Ma era come una sfida… A urtoni, ma… coi guanti, è vero? ti sospinsi fin quasi all’orlo del precipizio, e ti lasciai lì, esposta, senza riparo, senza difesa, aspettando che la vertigine ti cogliesse. E tu, disperata, col tuo orgoglio, accettasti infine la sfida, ti lasciasti cogliere dalla vertigine, e giù, nel precipizio! Ghe vuoto! Con la piccina sola, abbandonata… io, inetto… io, indegno… Ho cercato di colmarlo, comunque, da allora, questo vuoto dentro e intorno a me, con le cure per la bambina… coi miei studii… – invano! Dentro di me, più profondo… intorno a me, più vasto, e nero! Ho cercato finanche di soffrire, apposta, per affermare in qualche modo me stesso in questo vuoto… Ma no; niente: non soffro… non soffro per te, non soffro per me; soffro per la vita che è così: tu qua t’uccidi… un altro là impazzisce… chi crede di ragionare e non conclude nulla… Vengo qua; dico: Muore; vuole andarsene in pace; va’, va’, accorri… E il mio sentimento s’infrange contro una realtà che non potevo immaginare. Sì: io non debbo perdonare, debbo essere perdonato… Mi perdoni?

             Si tolse le mani dalle tempie: aveva come parlato a se stesso; si volse verso il letto: ella si era di nuovo assopita, con le ciglia un po’ sollevate, come inorridita di quel che aveva inteso, e pareva che ne singultasse ancora dentro, così, muta, rigida, col capo volto verso di lui.

             Stette a contemplarla un pezzo, quasi impaurito. Gli parve che lo stiramento delle guance si fosse un po’ allentato. E, per un momento, rivide precisa in quel volto l’immagine ch’egli per tanti anni aveva serbato di lei. Era bella, era bella ancora! Chi sa fin dove era caduta?… Ma la nobiltà dei lineamenti era rimasta intatta; come se il fango non l’avesse toccata. O forse ora la morte…

             Si alzò pian piano, per non destarla, e in punta di piedi si recò nella stanza attigua, dove la sbiobbina era rimasta sola ad aspettare.

             – Dorme, – le annunziò sottovoce, mirandola, costernato del mistero che pareva racchiudesse in sé, nel silenzio di quella notte orribile, quella creatura che viveva quasi per una atroce beffa della natura.

             Ella gli sorrise di nuovo, di quel suo sorriso incosciente, e disse:

             – Vado io.


             III. Il Celli si pose a sedere su la stessa sedia, donde quella s’era levata, lì presso al tavolino su cui ardeva la candela.

             Poco dopo, sobbalzò. L’uscio, che dava sul corridojo, si schiudeva come da sé, pian piano, nel silenzio.

             Marco Mauri sporse il capo, con un dito su la bocca per far segno di tacere; e si introdusse, dicendo sottovoce:

             – M’ero nascosto qua, al bujo, nel corridojo… Sss… Ora che siamo noi due soli, zitto zitto, senza fiatare, me ne starò qui. Lei me lo può permettere: nessuno ci vede. Qua, noi due soli, zitti zitti, eh?

             Il Gelli lo guardò sorpreso, accigliato; poi, senza volerlo, sorrise nervosamente a un gesto supplice che quegli con ambo le mani gli rivolgeva; scrollò le spalle e gl’indico il canapè lì presso. Il Mauri vi si pose a sedere, tutto contento.

             Stettero entrambi un lungo tratto in silenzio.

             Poi il Mauri disse:

             – Se Lei volesse stendersi qua, a riposare un poco… No, è vero? E neanche io. La bestia vorrebbe dormire: la coscienza non glielo permette. Molti anni fa, quando mi morì un figliuolo, dopo nove notti di veglia assidua, non sentii pena, sul momento: avevo troppo sonno, e dovetti prima dormire; poi, quando mi destai, il dolore mi assalì. Ma allora la coscienza non mi rimordeva. Ora, quattro notti, sa, che non chiudo occhio; e non ho sonno!

             Tacque un pezzo, assorto; poi domandò, fissando la fiamma della candela:

             – Come lo chiamavano gli antichi quel fiume? Ah, sì! Lete… il Lete… già! il fiume dell’oblio… Scorre nelle taverne, ora, questo fiume. E io non bevo! Da quattro giorni, sa? niente: neanche un boccone di pane. Acqua, là, nella conca della fontana, giù in piazza, come le bestie. Acquaccia amara, renosiccia, puh! Ma non mi va niente… Un po’ d’acido prussico m’andrebbe… Mi sento gli occhi, sa come? questi due archi qua delle ciglia, come i due archi di certi

             ponticelli che accavalciano la rena e i ciòttoli d’un greto asciutto,,arido, pieno di grilli… Ci ho due grilli maledetti, qua negli orecchi: stridono, stridono, e mi fanno impazzire… Parlo bene, eh? Mi par d’essere in campagna, quando m’esercitavo nell’oratoria, sperando d’esser promosso Pubblico Ministero, e imbussolavo i temi e poi mi mettevo a improvvisare ad alta voce, tra gli alberi: Signori della Corte, Signori Giurati… Parlo, parlo, mi scusi, perché non posso farne a meno… Ho una smania, qua, nello stomaco… Mi metterei a gridare !

             Si stese, così dicendo, bocconi, sul canapè, col mento sul bracciuolo e gli occhi sbarrati.

             Il Gelli lo guatò e, preso da un senso di paura, si alzò e si diresse verso l’uscio della camera da letto; guardò dentro; poi si trattenne là, sulla soglia.

             Il Mauri si rimise a sedere e domandò ansiosamente:

             – Riposa?

             Il Gelli accennò di sì col capo.

             – E… dica, non c’è più speranza, proprio?… Nessuna?… Se riposa!… Me la vuol far vedere? da costà dov’è lei… un momentino… Sì?

             Balzò in piedi: gli s’accostò, rattenendo il fiato; si rizzò su la punta dei piedi e guardò nella camera.

             La sbiobbina, che sedeva accanto al letto, vide così le teste di quei due uomini, l’una presso l’altra, che guardavano la moribonda. Lo stupore di lei si ripercosse sul Gelli, che respinse allora indietro, con un braccio, il Mauri.

             –    A sedere… Andate a sedere.

             –    Sissignore… Grazie… – disse questi, obbedendo. – Eh, muore… muore… muore…

             Gli occhi gli si arrossarono, e copiose lagrime ripresero a colargli per le guance, mentre si sforzava di soffocare i singhiozzi che gli scotevano il petto. Quand’ebbe pianto, così, un pezzo, aprì le braccia, si strinse nelle spalle e fece per parlare; ma, sentendo che la voce gli usciva ancora grossa di pianto, s’addentò una mano; strizzò gli occhi; ricacciò indietro violentemente le lagrime.

             – Ce ne staremo qua, – poi disse, – tutti e due insieme, buoni buoni, a vegliarla fino all’ultimo… Come due coccodrilli… Poi la accompagneremo fino alla fossa, e quindi ciascuno riprenderà la sua via… Lei, la riprenderà: lei ha una casa, una gioja… la figliuola ignara. Ignara – beata lei! I miei figli, invece, sanno tutto. Ha svelato loro tutto la madre, per istintiva crudeltà. Che bisogno ne aveva? non mi ama, non mi ha mai amato; non sa proprio che farsi di me. Se li è cresciuti lei, là in campagna a modo suo; e non hanno mai avuto per me né rispetto né considerazione. Mi chiamano Pretore; anzi Preto’, come la loro madre, si figuri! «E in casa il Preto’? No, è alla Pretura il Preto’…» Ah, Lei non sa, signore, che cosa voglia dire capitare a venticinque anni in un paesettaccio, e marcirvi per quattro, cinque, dieci eterni anni… pretore! Se Le dicessi che io sposai per avere in casa un pianoforte? Perché musica io ho studiato; non ho mai studiato legge… E ho sposato una donna più vecchia di me, che aveva case e campagne… e che… Ma se si diventa bruti! Dopo quattro o cinque anni, assediati dalle miserie, dalle bassezze umane, non ci resta più addosso neppur una di quelle finzioni con cui la società ci mascherava, e scopriamo allora che l’uomo è porco per diritto di natura. Scusi, sa! noi, questo diritto, ce lo siamo negato; perché la società ci ha mandato a scuola, da piccini, e ci ha insegnato l’educazione, per farci soffrire e non farci ingrassare; ma, che c’entra? l’uomo bisogna vederlo là, nel suo ambiente naturale, come l’ho veduto io, tant’anni. Che uomini siamo noi? Lei mi compatisce e io la ripetto… Che bella cosa!

             Rise e si stirò a lungo, prima da una parte, poi dall’altra, le due bande della barba; ma infine se le strinse tutt’e due nel pugno e rimase a pensare, con gli occhi vividi, ilari, parlanti.

             Il Gelli stette un pezzo a osservarlo, poi gli domandò con voce cupa:

             –    Dove l’avete conosciuta?

             –    Io? Flora? A Perugia, – s’affrettò a rispondergli il Mauri, scotendosi. – Un mese appena dopo il mio trasferimento colà, nel gabinetto d’un mio collega, giudice istruttore.

             –    Era arrestata?

             –    Nossignore. Era venuta per deporre. Stava anche lei a Perugia da poco più d’un mese.

             –    Sola? Come?

             –    Mal’accompagnata. Con uno che… aspetti!… un certo Gamba, sissignore, che si spacciava per artista…, per pittore: era invece un miserabile applicatore mosaicista, della Fabbrica di… di Murano, credo: mandato per restaurare un mosaico di non so più qual chiesa di Perugia. Ciò… ciò… ciò… Un mascalzone, che s’ubriacava tutti i santi giorni, e… e la picchiava. Fu trovato morto, una notte, su la strada, con la testa spaccata.

             Il Gelli si coprì il volto con le mani.

             – Orrore, eh? – scattò il Mauri, levandosi in piedi. – Mi faccia il piacere: lasci andare!«Fin dove era caduta!», è vero? Che orrore! Buffonate, via. Lei m’insegna che tutto sta nel togliersi d’addosso, una prima volta, sotto gli occhi di tutti, l’abito che ci ha imposto la società. Si provi Lei, una volta, a rubare cinque lire, e faccia che venga scoperto nell’atto di rubare. Me ne saprà dire qualche cosa! Ma Lei non ruba, è vero? Grazie! E quella disgraziata avrebbe forse fatto quello che fece se Lei, suo marito… Lasci andare! lasci andare! Eppure, sa? Flora, di Lei non diceva male, come non diceva male d’alcuno; neppure di quel vigliacco che la abbandonò, così da un giorno all’alro, senza ragione. Lo scusava, anzi; diceva d’averlo stancato, oppresso coi suoi continui timori e la sua gelosia. E anche Lei scusava, incolpando invece d’ogni suo torto le donne, le donne che ella odiava tutte profondamente in se stessa… E quando, pochi giorni or sono, sono venuto a raggiungerla qua, ha voluto scusare anche me, il mio tradimento, la mia menzogna, incolpando se stessa, certi suoi vezzi involontarii, il malvagio istinto, com’ella lo chiamava, il bisogno, cioè, che sentono tutte le donne di piacere finanche al marito della propria sorella…

             Seguitò così un pezzo a sparlare, a sparlare. Il Gelli aveva appoggiato le braccia al tavolino, e vi aveva affondato il volto. S’era addormentato? A un tratto, Margherita, la sbiobbina, si presentò su la soglia, spaventata. Il Mauri le fé’ cenno di non parlare.

             – Morta? – domandò, senza voce.

             Quella chinò il capo più volte, e allora il Mauri, in punta di piedi, corse alla camera da letto; ma, alla vista della donna esanime, scoppiò in violenti singhiozzi e si buttò su lei disperatamente.

             La sbiobbina s’accostò al dormente, per scuoterlo; ma Silvio Gelli levò il capo dalle braccia e le disse, aggrondato, con gli occhi chiusi:

             – Non dormo, sa. Lo lasci piangere, ormai… lo lasci…


»» Elenchi di tutte le novelle

 »» Elenco delle raccolte

NR.Raccolta "In silenzio" (1923)Annoworld_map
01In silenzio1905
02L'altro figlio1905
03La morte addosso1918
04Va bene1905
05Il giardinetto lassù1897
06La maschera dimenticata1918
07La balia1903
08Il corvo di Mìzzaro1902
09La veglia1904
10Lo spirito maligno1910
11Alla zappa!1902
12Una voce1904
13Pena di vivere così1920

Se vuoi contribuire, invia il tuo materiale, specificando se e come vuoi essere citato a
pirandelloweb.com@gmail.com