233. Maestro Amore – Novella

Maestro Amore

Raccolta “Appendice” (1938)

22. Maestro Amore – 1912

Prima pubblicazione: Noi e il mondo, agosto 1912, poi raccolta nei volumi Le due maschere, Quattrini, Firenze, 1914 e Tu ridi, Treves, Milano, 1920.


Appendice             – Perché l’accento oratorio, – seguitò il professor Vittorio Della Torre, dopo cena, prendendo sotto braccio il Pannelli, mentre il suo collega professor Taìti richiudeva la porta a vetri della trattoria, – l’accento oratorio, mio caro, è il respiro d’una lingua! Parlando una lingua straniera, se non ne possiedi l’ac­cento oratorio tu non puoi quasi tirar fiato. Perché… mi spiego: ogni parola, certo, grammaticalmente, ha il proprio accento (tranne, s’intende, le enclitiche e le proclitiche)…

             – Tranne… com’hai detto? – domandò aggrondato il Pannelli.

             – Le enclitiche e le proclitiche, – ripetè il professor Della Torre, e seguitò, parendogli che la cosa, ovvia per se stessa, non avesse bisogno di chiarimento. – Ma poi, parlando, accentui tu forse ogni parola? Eh, staresti fresco! Su dieci parole, mio caro, ne accentuerai quattro – abbondiamo – cinque, secondo il ritmo affettivo, che governa l’alzarsi e l’abbassarsi del movimento vocale, ca­pisci? E difatti, perché ogni straniero, che si esprima anche senza stento in ita­liano, ti sembra che parli inciso? Ma appunto perché gli manca, mio caro, l’accento oratorio, e a ogni parola dà il suo accento grammaticale, spesso anche storpiandone il tempo…

             – Tranne alle…

             – No! È da ridere, anche alle enclitiche e alle proclitiche talvolta! E che ne viene? Ne viene un discorso, ripeto, inciso, martellato, senza respiro. Per forza! L’accento oratorio è il segno del dominio su una lingua. Soltanto chi ha acquistato l’accento oratorio, può dire d’esser veramente padrone d’una lin­gua!

             Rifocillato di fresco, il professor Vittorio Della Torre parlava forte, con fe­lice fecondità verbale e s’abbagliava lui stesso ne’ suoi lumi, senza punto cu­rarsi della fatica che doveva durare, a seguirlo, il piccolo, adiposo e affannato Pannelli, il quale s’era impigliato con disperata ambascia nel mistero di quelle encicliche… e di quelle prò… uhm, che non hanno accento grammaticale.

             Il pover’uomo non ci vedeva più; gli pareva che tutta la gente, sotto le lam­pade elettriche di via Nazionale, andasse in tumulto, e che i campanelli dei tram e le trombe degli automobili chiamassero ajuto, disperatamente.

             A un certo punto si voltò verso l’altro professore, collega di Della Torre, che gli stava all’altro lato, forse sperando soccorso da lui, ch’era anch’esso piccolino di statura, e per giunta, patituccio abbastanza, da non dover sopportare dopo cena siffatti discorsi; ma, dispettosamente rosso di pelo, costui, e lentig­ginoso, ecco qua, chinava il capo, approvando con profonda convinzione.

             L’innocente Pannelli si vide perduto.

             «Oh Dio!», pensò. «Non bastano le sciagure vere della vita? Anche questa sciagura dell’accento oratorio! Se potessi andarmene al cinematografo…»

             E si provò a ritirare pian pianino il braccio, che il Della Torre teneva ga­gliardamente sotto il suo. Ma il Della Torre non glielo lasciò, e seguitò a lungo a parlare, per un bisogno cocente e prepotente, che il Pannelli non po­teva in quel momento supporre in lui: il bisogno di dare uno sfogo, ora che il cibo senza gusto ingollato e il poco vino bevuto gli davano una certa baldanza, all’amarezza e all’avvilimento d’una crudelissima sconfitta, toccatagli di re­cente, tre mesi addietro, insieme col suo collega professor Taìti, ma dalla quale lui solo, purtroppo, non aveva alcuna speranza di rialzarsi.

             Fino a tre mesi addietro, l’uno e l’altro, avevano studiato insieme, accanita­mente, ogni sera, per prepararsi al concorso, indetto pe’ primi dell’anno ven­turo, a due posti di straordinario di lingua e letteratura tedesca nei due biennii dell’Istituto superiore di commercio. Avevano entrambi buoni titoli: pregevoli studii su la letteratura tedesca antica e moderna; numerose traduzioni in ita­liano di opere filologiche e storiche, e conoscevano benissimo, così nel lessico come nella grammatica, la lingua. Temevano soltanto per la lezione di prova, a cui – se riconosciuti idonei per i titoli – sarebbero stati chiamati dalla Com­missione esaminatrice, in gara con gli altri concorrenti, forse meno dotti di loro, ma con più pratica della lingua. Avrebbero dovuto parlare per un’ora in tedesco, su un argomento estratto a sorte ventiquattr’ore prima. Non li sgo­mentava affatto la difficoltà dell’argomento, ma quella di parlare in tedesco. Non ne avevano l’abitudine. E tre mesi addietro appunto, di sera, dopo cena, in un caffè, avevano potuto misurare, inorriditi, l’abisso in cui irreparabil­mente sarebbero precipitati, se la Commissione esaminatrice, il giorno ap­presso, li avesse chiamati a quella lezione di prova.

             C’era in quel caffè, seduto a un tavolino accanto al loro, un Tedesco in viag­gio, col solito Baedeker, il solito cappelluccio verde con gli edelweiss di pezza e i soliti calzettoni di lana a mezzagamba; e s’erano provati ad attaccar discorso con lui. Dio, che risate s’era fatte quel tedescaccio, che già doveva esser mezzo ubriaco, nel sentirli parlare! – Bitte… bitte., schweigen Sie… bitte! – Ma che bitte! che schweigen! Per miracolo il bestione, frenetico dal troppo ridere, non aveva rovesciato addosso agli avventori del caffè, seggiole, botti­glie, bicchieri e tavolini!

             Tutto per causa di quel famoso accento oratorio.

             Avvintissimo, nella misera, rossigna e sudaticcia macilenza lentigginosa, il professor Bindo Taìti, dopo questa sconfitta, aveva pensato di correr subito ai ripari.

             Quali ripari?

             Non ce ne potevano esser che due: o andare per alcuni mesi in Germania, che sarebbe stato il meglio; o esercitarsi a parlare a Roma con Tedeschi.

             Ma quando? dove? con chi? Non era mica padrone del suo tempo, il profes­sor Taìti. Scuola, tutte le mattine e tutti i pomeriggi; poi, le lezioni particolari; poi, la correzione di compiti… E dov’erano i Tedeschi? Bisognava andarli a cercare di qua e di là… fare amicizia con qualcuno d’essi… E poi? Discorsi vaghi… Oggi sì e domani no… Che profitto? Ma che! Ma che! Ci voleva un rimedio sicuro… Metodo e pazienza. Danari, danari, ci volevano! Pagare le conversazioni di un maestro, se non tutti i giorni, almeno tre volte la setti­mana.

             Ebbene: non si è pallidi e macilenti per nulla: il professor Bindo Taìti aveva qualche migliajetto di lire in un libretto della Cassa di Risparmio.

             – Te fortunato! – gli aveva detto il collega professor Della Torre, il quale – bell’uomo – vestiva bene, fumava molto, si svagava quanto più poteva, e non aveva potuto mai, perciò, metter da parte neanche un soldo. – Te fortunato! Ma… un maestro? Un maestro no, caro! Le donne, caro, hanno più pazienza, non solo, ma anche più grazia, più affabilità. Le donne, lo sai, s’immedesimano con amorosa diligenza in tutto quello che fanno. In poco tempo, con una maestra, tu imparerai a parlare, senza neanche accorgertene. Da’ ascolto a me!

             Il professor Bindo Taiti aveva dato ascolto al collega Della Torre, e da tre mesi «conversava» tre volte la settimana: il lunedì, il mercoledì e il sabato, dalle ore 17 alle 18, con una certa fräulein Wenzel, pescata negli avvisi eco­nomici della sesta pagina d’un giornale (tre lire a conversazione).

             Faceva progressi? Era contento del consiglio? scontento?

             Il professor Della Torre si struggeva di saperlo. Ma non riusciva a cavar nulla da quel benedetto omino color di zafferano, dall’aria sempre stanca, ma­laticcia, che pareva si nutrisse di limoni.

             Aveva in verità il professor Taìti dipinta in volto la nausea e l’oppressione di ciò che si era condannato a fare per tutta la vita. Si provava ogni tanto a solle­vare le sopracciglia sempre aggrottate, quasi per concedere agli occhi di vol­gere altrove uno sguardo di sfuggita, sottraendoli per un istante alla covatura del perpetuo incubo. Ma gli occhi stanchi, barlacchi, pareva non avessero alcun piacere di quella concessione e volgessero appena altrove, obliquamente, uno sguardo cattivo, denso di rancore e di fastidio, quasi per forzata obbe­dienza, e subito ritornavano sotto l’incubo delle sopracciglia aggrottate.

             – Conversiamo, – aveva miagolato in risposta, tempo addietro, a una prima domanda del collega.

             – Speditamente?

             – Così…

             – Insomma… la cosa va?

             – Così…

             A un’altra domanda, intorno alla maestra, signorina Wenzel:

             – fräulein, – aveva risposto misteriosamente.

             Il professore Della Torre, credendo che il Taìti volesse correggergli la pro­nunzia, aveva ripetuto:

             – Ebbene… fräulein, non ho detto bene?

             – Benissimo.

             – E allora? Ti domando com’è!

             – E io ti rispondo: fräulein.

             – Non capisco.

             – Caro mio, fräulein, in tedesco, di che genere è? – Oh bella! Neutro!

             – E dunque!

             Da parecchi giorni in qua, si mostrava però più stanco, più oppresso, più ina­cidito del solito. Qualche contrarietà doveva averla di sicuro. Riconosceva di trar poco profitto da quelle conversazioni? era sfiduciato? si sentiva male? che aveva?

             Tutto poteva immaginarsi il professor Della Torre, tranne che il neutro fràu­lein per il suo collega Taìti cominciasse a divenire di genere femminile.

             Errore di grammatica, gravissimo errore di grammatica, nel quale il professor Bindo Taìti certamente si sarebbe guardato bene dal cadere, se lei, fräulein Wenzel a tutti i costi non avesse voluto dimostrargli che, in certi casi, o la na­tura è sgrammaticata, o la grammatica non va d’accordo con la natura.

             Il professor Della Torre ne ebbe, quella sera stessa, la confessione al lan­guido lume tremolante d’un lampione nella solitaria via Cernaja, allorché il povero Pannelli potè alla fine liberare il braccio e scappare a un cinemato­grafo sotto i portici dell’esedra di Termini.

             – Innamorata? innamorata di te? Ma ne sei proprio sicuro?

             – Sicurissimo.

             – E me lo dici così?

             – Penso di non tornarci più, domani.

             Il Della Torre finse di trasecolare; stette a contemplarlo un pezzo; poi disse:

             – Ah, dunque, proprio… proprio non vuoi approfittare della fortuna, che t’ajuta in tutti i modi?

             – Fortuna? – sghignò il Taiti. – Ma io me ne scappo, a gambe levate, caro mio, da certe fortune!

             – Come: – riprese il Della Torre. – Ma dimmi… aspetta! Questa fräulein Wenzel com’è? vecchia, brutta?

             – Non lo so.

             – Come non lo sai? Perdio, L’avrai guardata!

             – Io le guardo la bocca, quando parla – rispose il Taìti. – Ma tanto vecchia non è. Così… su la trentina.

             – Bionda?

             – Sì, mi pare…

             – Con gli occhiali?

             – Non mi pare… no, no, senza occhiali.

             – Grassa? Magra?

             – Né grassa, né magra.

             – E sarà bianca! con quell’incarnato di pesca che hanno tutte le tedesche, no? E avrà gli occhi ceruli! Cerulea gens sincera…

             – Sincera, no: si mescola.

             Il professor Della Torre si voltò a guardarlo, stordito.

             – Si mescola? Che vuoi dire?

             – Eh, – fece il Taìti. – Tacito dice sincera, nel senso che non si mescolavano. Ora, questa fräulein Wenzel pare che sia dispostissima a mescolarsi.

             – Già, già, – riconobbe il Della Torre. – Ma anzi, meglio! Caro mio, l’incro­cio… Che vai cercando? Innamorata, bionda, non brutta, trentadue… abbon­diamo, trentatré anni… che vai cercando? Ma non sai che non c’è miglior maestro dell’amore? Scherzi, avere una donna innamorata per maestra? Tu lo sai meglio di me, caro: perché si abbia la conoscenza reale e non astratta di una cosa, perché questa cosa divenga veramente nostra, bisogna che la cono­scenza divenga sentimento. Finché conosciamo soltanto con l’intelletto, avremo una conoscenza astratta delle cose; chi si appropria delle cose è il sen­timento! E dunque? Se tu riesci a rispondere all’amore di questa donna, subito tutta la tua conoscenza del tedesco si vivificherà, diventerà sentimento, vita, che scherzi? Acquisterai subito con l’amore il sentimento della lingua! Diven­terà tua, per la vita, quella lingua: tu la vivrai, che scherzi? Non esiterei un momento, se fossi ne’ tuoi panni! Non esiterei un momento! Pensaci, Bindo!

             Ci pensò tutta la notte, il professor Taìti. Le ragioni del collega lo avevano scosso. Senza dubbio, l’amore avrebbe facilitato l’insegnamento. Ma il diffi­cile per il professor Taìti era l’amore! Quell’amore italiano, che per fräulein Wenzel doveva essere così dolce, so siiss, so siiss… Si sentiva invece così agro lui, il professor Taìti, per tutti i limoni, che la sorte, dacché era nato, gli aveva dato da mangiare…

             Tuttavia, se fosse riuscito a rispondere almeno un poco, spremendosi, all’a­more difräulein Wenzel, chi sa che davvero non avrebbe potuto cavarne qual­che vantaggio.

             – Qualche vantaggio? – incalzò la sera dopo, il professor Della Torre, all’u­scita dalla trattoria. – Ma tutti i vantaggi, caro mio, che scherzi? Di’ un po’: hai notizie particolari della vita di lei?

             – Qualche notizia, – rispose il Taìti.

             – Di che famiglia è?

             – Il padre è un cappellajo di Koblenz.

             – Cappellajo?

             – Sì, un buon cappellajo, dice lei.

             – Te ne puoi informare! E come, perché si trova in Italia?

             – Perché due anni fa, fu chiamata a Milano istitutrice in una famiglia… non so… Bontini… Tombini, una cosa così… Morta la bambina per cui era stata chiamata, fu licenziata e se ne venne a Roma. Dice che ama l’Italia sviscera­tamente…

             – E te!

             Il professor Taìti raggrinzò tutta la sua macilenza cartilaginosa per sorridere; alzò le spalle; socchiuse gli occhi dolenti, e disse:

             – Fa’ il piacere…

             – Ti ama, L’hai detto tu stesso! Ebbene, che aspetti? Se è come mi hai detto… se è di buona famiglia…

             – Fa’ il piacere… – ripete il Taiti.

             Il professor Della Torre non si trattenne più.

             – Ma sai che io la sposerei? – Ah, tu…

             – Se fossi ne’ tuoi panni!

             – Lo credo. Son cose che si farebbero, ma sempre nei panni d’un altro.

             – Oh bella! Ma scusa, – esclamò il Della Torre – ama me, forse, fräulein Wenzel? Lo farei, se amasse me, intendo dir questo! Lo farei, se avessi gli anni tuoi! Io sono già troppo vecchio…

             Il Taìti volse, a questo punto, uno de’ suoi sguardi obliqui, pieni di rancore e di fastidio, al collega e disse:

             – Tu sei più giovine di me. Io sono malato.

             – E perché sei malato? – rimbeccò il Della Torre. – Per la vita che fai! Mangi in trattoria, e ti rovini lo stomaco. Se avessi una casa, le cure amorose d’una donna…

             – Questo è vero, – riconobbe il Taìti.

             – E poi, per noi, caro, – seguitò con più foga il Della Torre, – per noi che vogliamo dedicarci all’insegnamento del tedesco una moglie tedesca è l’ideale! Già le donne tedesche sono le migliori del mondo, è notorio! Sane, solide e cordiali… E poi, che scherzi? Tu paghi tre lire per un’ora di conversazione! Averla in casa, dalla mattina alla sera… la scuola! Moglie e maestra… Senza contare tutte le altre comodità! Già, il concorso lo vincerai di sicuro… E dun­que, tra poco, la tua condizione finanziaria sarà di molto migliorata. Ti metti a postoj Ma potrai anche farti ajutare da lei, la sera a correggere i compiti, santo Dio! È maestra… Bindo, tu sei… così, dico, non molto adatto, per niente pro­clive… un po’ la salute che ti manca… un po’ l’indole troppo schiva… il tempo, tutto occupato nello studio… senza voglia di distrarti… guarda che una simile fortuna forse non ti capiterà due volte! Assecondala, approfittane, ora che, senza volerlo, ti trovi su la via… non t’avverrà forse mai più, pensa, mai più…

             Il professor Bindo Taìti non potè chiudere occhio neanche quella notte.

             L’idea… l’idea che avrebbe potuto anche dare a correggere alla moglie i compiti di tedesco… la scuola in casa… moglie e maestra… un piccione, cioè, due fave… no, due piccioni a una fava… Per Dio! quali e quante ragioni, una meglio dell’altra, aveva saputo escogitare per lui il collega Della Torre… Pa­reva che si struggesse dalla voglia di farlo felice, di fargli vincere il concorso, di salvarlo a ogni costo.

             Questo, ecco, questo Io irritava, lo sconcertava, gli dava ombra… Che inte­resse poteva avere il collega Della Torre, spingendolo così, con tante ragioni una più persuasiva dell’altra, a sposare fräulein Wenzel?

             Ci si scapò tutta la notte. Non riuscì a capacitarsene. Ma i vantaggi, sì, i van­taggi erano sicuri. Il guajo era l’amore! fräulein Wenzel voleva assaporare in lui la dolcezza dell’amore italiano: e chi sa come lo avrebbe oppresso, per ispremere questa dolcezza da lui, che si sentiva il cuore più arido di una pietra pomice. Chi sa qual fastidio ne avrebbe avuto… Ma i vantaggi, i vantaggi erano sicuri. Pareva veramente sana e solida e cordiale, fräulein Wenzel. Il fa­stidio dell’amore glielo avrebbe certamente compensato con molte cure. Di tanto in tanto, pazienza! avrebbe serrato i denti e, sudando molto, si sarebbe lasciato amare.

             Ci pensò ancora parecchi giorni e infine annunziò al collega il prossimo ma­trimonio.

             Che abbracci, che baci, che festa, il professor Della Torre! Come se avesse preso un terno al lotto. E insieme col Pannelli, che sarebbe stato, senza dubbio, il secondo testimonio alle nozze, volle pagare lo champagne quella sera stessa, per festeggiare la felice risoluzione.

             Il Taìti se ne tornò a casa stordito, intronato di tutta quella festa del collega, di cui non riusciva a trovar la ragione; ma la trovò subito, la ragione, dopo il matrimonio, appena tornato dal viaggio di nozze a Koblenz.

             Durante la luna di miele, aveva sofferto tutte le pene dell’inferno. Dopo tren­tacinque anni di struggente attesa, quella donna, divenuta sua moglie, si era gittata con furibonda voracità su le sue misere carni. Neanche un’ombra di compassione per lui, che in fondo, sposandola, non aveva preteso nulla da lei, nulla che dovesse costarle, non che un sacrifizio, ma neppure il minimo sforzo: parlare, ecco, solamente parlare in tedesco, cioè, nella sua lingua, a lui, che l’aveva sposata soltanto per questo… Ma che! In italiano, in italiano voleva essere amata; voleva amare in italiano, lei, adesso! Voleva ch’egli le parlasse d’amore in italiano e in italiano ella voleva rispondergli!

             Ebbene, appena installato nella nuova casetta modesta, coi segni nello spa­ruto volto citrino del supplizio a cui s’era dannato, il professor Bindo Taìti, due giorni dopo il suo ritorno da Koblenz, vide entrare nel salotto il collega professor Vittorio Della Torre, il quale, fresco fresco e sorridente, con imper­territa faccia tosta, attaccò subito con sua moglie una graziosa, interminabile conversazione in tedesco.

             Sentì tutto il poco sangue che gli restava, fargli impeto nella testa. Vide rosso. Ah, per questo? Tant’impegno prima, tanta festa poi, per questo? per aver modo di esercitarsi a parlar tedesco con sua moglie, senza alcuna spesa, senza alcun fastidio, senza alcun peso? per questo?

             Si tenne a stento quella prima sera, divorato dalla rabbia. Il collega Della Torre lo guardava di tratto in tratto, e gli sorrideva:

             – Non ti senti bene, caro?

             E si voltava subito a domandare in tedesco alla moglie, se per caso il suo caro Bindo non stava male. E la moglie… ciaff cioff, ich, dock, nicht, fa, nein – quattr’ore, quattr’ore, quattr’ore di conversazione in tedesco, gratis, a quel suo boja.

             Esplose la seconda sera, appena andato via il Della Torre. Alla moglie parve impazzito. Era tanto il suo furore, che non riusciva a esprimersi; strozzato, congestionato, annaspava, con gli occhi schizzanti dalle orbite.

             – Se un’altra volta… se un’altra volta… costui viene… e tu t’arrischi… e tu t’arrischi di parlargli in tedesco…

             Ah, l’amore italiano… sì so siiss, so siiss… ma anche terribile! Eifersucht! Eifersucht!Gelosia… Gelosia…

             E la buona, sana, solida e cordiale moglie tedesca – sicurissima che il suo povero marito, quel caro tesoro, fosse terribilmente eifersiichtig del suo col­lega Della Torre, gli si precipitò addosso con la bocca assetata di baci, con le mani prodighe di carezze, per rassicurarlo subito, per dargli subito la prova, la prova più convincente, che ella non amava altri che lui, non voleva altri che lui:

             – Binto mio! Binto mio!

             Poteva mai immaginarsi la povera donna, che il marito, in lei, non aveva sposato altro che la lingua tedesca, e che di lei non gli importava nulla, e che soltanto della sua lingua tedesca era egli geloso? Allibì, nel vedersi furiosa­mente respinta.

             Pallido come un morto, con le narici dilatate, tutto vibrante, con un riso di scherno su le labbra divaricate, egli le fischiò tra i denti:

             – Ah, per giunta, ora mi abbracci? Ora debbo darti io i baci e le carezze? Ora vuoi spremere a me le ultime gocce di sangue, dopo aver conversato quattr’ore, quattro, quattro ore in tedesco con quella canaglia? E come gli hai cor­retto bene tutti gli spropositi! come gli hai insegnato bene come si dovesse dir questo, e come si dovesse dir quest’altro.

             – Ma discorso… discorso onesto… – s’affannava a ripetere tra le lagrime la moglie sbalordita. – Discorso onesto, Binto mio, conversazione onesta…

             – Per giunta, già! Sicuro, – incalzò egli, – onestissima! Discorsi di gramma­tica, discorsi di filologia, discorsi di letteratura… Onesto? Ti pare onesto da parte sua? È una canaglia, capisci che cos’è? Una canaglia! Ti proibisco… ti proibisco di parlargli in tedesco! Se domani sera egli torna, e t’arrischi di par­largli in tedesco, guai a te! guai a te! Non ti dico altro!

             La sera dopo, il professor Della Torre, puntuale, tornò fresco fresco, al solito, e sorridente. Ma trovò il collega più morto che vivo, abbandonato con gli occhi chiusi su una poltrona. Evidentemente, la notte avanti, aveva fatto pace con la moglie! E questa gli sedeva accanto, freddissima al suo ingresso nel sa­lotto, anzi rigida, intenta. Appena si provò a domandare in tedesco, se per caso il caro collega seguitasse a sentirsi male, ella, ponendo una mano sul braccio del marito in atto di protezione, con uno scatto severo, gli rispose:

             – No, precho, sigh-nor! lo parlare con ello italiano. Tetesco io parlare sol­tanto con mio marito. Con ello, precho, exerchitarmi parlare italiano.


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