220. Dialoghi tra il Gran Me e il piccolo me – Novella

Dialoghi tra il Gran Me e il piccolo me

Raccolta “Appendice” (1938)

9. Dialoghi tra il Gran Me e il piccolo me – 1895-1906

Auf Deutsch – Dialoge zwischen dem Großen Ich und dem kleinen ich

Gruppo di studio di Pacap (in .doc) (Pirandelloweb Gruppo Facebook)

Prime pubblicazioni:

I. Nostra moglie, da La Tavola Rotonda, 2 novembre 1895.
II. L’accordo, da Il Marzocco, 13 giugno 1897.
III. La vigilia, da Ariel, Roma, anno 1, n. 2, 25 dicembre 1897.
IV. In società, da Il Ventesimo, Genova, 4 febbraio 1906.


AppendiceI. Nostra moglie. (Il Gran Me e il piccolo me rincasano a sera da una scam­pagnata, nella quale furono tutto il giorno in compagnia di gentili fanciulle, a cui l’inebriante spettacolo de la novella stagione ridestava certo, come gli occhi loro e i sorrisi e le parole palesavano, di dolci, ineffabili voglie segre­tamente il cuore. Il Gran Me è ancora come preso da stupore e in visione dei fantasmi creatigli nello spirito dal diffuso incantesimo della rinascente prima­vera. Il piccolo me è invece alquanto stanco, e vorrebbe lavarsi le mani e la faccia e quindi andare a letto. La camera è al bujo. Il tessuto delle leggiere cortine alle finestre si disegna nel vano sul bel chiaro di luna. Viene dal basso il murmure sommesso delle acque del Tevere e, a quando a quando, il cupo rotolio di qualche vettura sul ligneo ponte di Ripetta.)

             – Accendiamo il lume?

             – No, aspetta… aspetta… Restiamo ancora un tratto così, al bujo. Lasciami goder con gli occhi chiusi ancora un po’ il sole di quest’oggi. La vista dei noti oggetti mi toglierebbe all’ebbrezza soavissima, da cui sono ancora invaso. Sdrajamoci su questa poltrona.

             – Al bujo? Con gli occhi chiusi? Io m’addormento, bada! Non ne posso più…

             – Accendi pure il lume, ma sta’ zitto, zitto per un momento, seccatore! Sba­digli?…

             – Sbadiglio…

(Il piccolo me accende il lume sul tavolino, e subito dopo fa un’ esclamazione di sorpresa.)

              – Oh, guarda! Una lettera… E di lei!

             – Da’ a me… Non voglio sentir nulla, per ora!

             – Come! Una lettera di lei…

             – Da’ a me, ti ripeto! la leggeremo più tardi. Ora non voglio essere seccato.

             – Ah sì? E allora ti faccio notare che tutt’oggi con quelle ragazze hai detto e fatto un mondo di sciocchezze e che forse mi hai compromesso!

             – Io? Sei pazzo! Che ho fatto?

             – Domandalo a gli occhi e alla mano. Io so che mi son sentito tra le spine, durante tutto il giorno; e ancora una volta ho fatto esperienza che noi due non possiamo a un tempo esser contenti.

             – E di chi la colpa? Mia forse? Io ho creduto di farti piacere piegandomi jersera ad accettar l’invito della scampagnata. Non ti sei sempre lagnato ch’io non abbia veruna cura di te, della tua salute; che io ti costringa a star sempre chiuso con me nello scrittojo tra i libri e le carte, solo, senz’aria e senza moto? Non ti sei sempre lagnato che io conturbi finanche il tuo desinare e le poche ore concesse a te con i miei pensieri, le mie riflessioni e la mia noja? E ora invece ti lagni che mi sia obliato un giorno nella compagnia delle gentili fan­ciulle e nella letizia della stagione? Che pretendi dunque da me, se non ti vuoi in alcun modo accontentare?

             – Avvolgi, avvolgi, avvolgi, sfili la ferza e la trottola gira… Quando parli, chi ti può tener dietro: Sai far bianco il nero e nero il bianco. L’esserti tut­t’oggi obliato sarebbe stato un bene per me, ove non ti fossi troppo obliato… troppo, capisci? E questo è il male, e deriva dal modo di vita che tieni e che mi fai tenere. Troppo imbrigliata è la nostra gioventù; e appena le allenti un po’ il freno, ecco, ti piglia subito la mano, e allora, o sono sciocchezze o son follie, che più non si convengono a noi, che abbiamo ormai un impegno sa­crosanto da mantenere. Dammi la lettera, e non sbuffare!

             – Quanto mi secchi, Geremia! Ti sei fitto in mente di prender moglie, e da che m’hai con insoffribili lamentele persuaso ad acconsentire, non convinto, sei divenuto per me supplizio maggiore! Or che sarà quando avremo in casa la moglie?

             – Sarà la tua e la mia fortuna, mio caro!

             – Io per me l’ho detto e ti ripeto che non voglio saperne. Sia pure la tua for­tuna! non voglio immischiarmici.

             – E farai bene, fino a un certo punto. Tu sei venuto sempre a guastare ogni disegno mio. Facevo due anni addietro con tanto diletto all’amore con nostra cuginetta Elisa… ricordi?… ricorrevo a te per qualche sonettino o madrigale, e tu coi tuoi versi, ingrato, me la facevi piangere… Io ti dicevo: Zitto, lascia­mela stare! Che vuoi che capisca dei tuoi fantasmi e delle tue sbalestrate ri­flessioni? Come vuoi che il suo piedino varchi la porta del tuo sogno? Quanto sei stato crudele! L’hai confessato in versi tu stesso dappoi: ho sfogliato le tue carte e ho trovato alcune poesie in lode e in pianto della povera Elisa… Or che intendi fare con quest’altra? Rispondi.

             – Nulla. Non le dirò mai una parola; lascerò sempre parlar te, sei contento? Purché tu mi prometti che ella non verrà mai a disturbarmi nel mio scrittojo e non mi costringerà a dirle quel che penso e quel che sento. Prendi moglie tu, insomma, e non io…

             – Come! E se tu intendi conservare integra la tua libertà, come potrò io aver pace in casa con lei?

             – Io voglio la libertà de’ miei segreti pensieri. Sai che l’amore non è mai stato, né sarà mai un tiranno per me: ho sempre, infatti, lasciato a te l’eserci­zio dell’amore. Fa’ dunque, rispetto a ciò, quel che meglio ti pare e piace. Io ho da pensare ad altro. Tu prendi moglie, se lo stimi proprio necessario.

             – Necessario, sì, te l’ho detto! Perché, se rimango ancora un po’ soltanto in poter tuo, mi ridurrò senza dubbio la creatura più miserabile della terra. Ho assoluto bisogno d’amorosa compagnia, d’una donna che mi faccia sentir la vita e camminare tra i miei simili, or triste or lieto, per le comuni vie della terra. Ah, sono stanco, mio caro, d’attaccar da me i bottoni alla nostra camicia e di pungermi con l’ago le dita, mentre tu navighi con la mente nel mare tor­bido delle tue chimere. A ogni brocco nel filo tu gridi: Strappa! mentr’io, po­veretto, con l’unghie m’industrio pazientemente di scioglierlo. Ora basta! Di noi due io son quegli che deve presto morire: tu hai dal tuo orgoglio la lusinga di vivere oltre il secolo; lasciami dunque godere in pace il poco mio tempo! pensa: avremo una comoda casetta, e sentiremo risonar queste mute stanze di tranquilla vita, cantar la nostra donna, cucendo, e bollir la pentola a sera… Non son cose buone e belle anche queste? Tu te ne starai solo, appartato, a la­vorare. Nessuno ti disturberà. Purché poi, uscendo dallo scrittoio, sappi far buon viso alla compagna nostra. Vedi, noi non pretendiamo troppo da te; tu dovresti aver con noi pazienza per qualche oretta al giorno, e poi la notte… non andar tardi a letto…

             – E poi?… Diceva Cameade, il filosofo, entrando nella camera della moglie: Buona fortuna! Facciamo figliuoli. Li manderete a scuola da me?

             – No, questo no, senti! Lascia allevare a me i figliuoli che verranno: potresti farne degl’infelici come te. Ma su ciò disputeremo a suo tempo. Ora dammi ascolto: addormentati! lasciami legger la lettera della sposa, e poi risponderle. Già la stanchezza m’è passata.

             – Vuoi che ti detti io la risposta?

             – No, grazie! Addormentati… Basto io solo. Ho imparato, praticando con te, a non commettere errori. Per altro, l’amore non ha bisogno della grammatica. E tu saresti capace d’arricciare il naso notando che la nostra sposa scrive col­legio con due g.


             II. L’accordo. (Il Gran Me, sdrajato su la greppina, guarda assorto il soffitto a tela, che ha uno strambello pendente, di cui l’estate suol fare un grappolo di mosche. Il piccolo me è come su un arnese di tortura, e mena smanie e sbuffa a quando a quando. Lo scrittojo è tenuto in penombra, mercé la stuoja alla finestra. Ha però la stuoja due o tre steli di biodo rotti, per cui un fil di sole penetra acuto nella stanza e si spunta a pie della greppina, sul tappetino tessuto a opera, del quale incendia in un punto la variopinta calugine. Il Gran Me si volge a osservare intentamente l’aureo pulviscolo che s’aggira lento, senza posa, in questo fil di sole, e da cui di tanto in tanto si parte come un atomo di luce, che subito s’estingue nell’ombra.)

             – Così ogni mio pensiero!

             – Bravo! E non stimi sciocco tu l’atomo che si stacca dal raggio, in cui gli era dato di cullarsi beatamente per dare un tuffo e naufragare nell’ombra?

             – No. Sciocco tu, invece. Che prezzo può aver la luce per un cieco?

             – Bravo! Ma questo, quante volte io non avessi l’illusione che i nostri occhi mi servano benissimo, come gli altri sensi, del resto, i quali mi servirebbero meglio senza dubbio, se m’accordassi maggior libertà d’usarne. Son io forse cagione, se tu non riesci a veder nulla?

             – E tu che vedi?

             – Io? Quel che c’è da vedere. È vero che, di questi tempi, si vedono quasi so­lamente miserie e brutture; ma tu che potresti esser mago e far l’incanto per te e per me (se non per gli altri) su queste miserie e su queste brutture, perché invece, scusa, par che ti studii di farmele vedere le une più tristi, le altre più basse, tanto che, più che noja, possiamo dire di provar schifo di vivere?

             – Ah, mi parli ora d’incanto, tu che di continuo mi richiami ai comuni usi, tu schiavo dei comuni bisogni, tu che ti lasci portare dalla corrente dei casi gior­nalieri, accettando, senza pensare, la vita com’essa man mano ne’ suoi effetti ti si rivela?

             – Come, come! Non t’intendo. Che accetto io? che rifiuto? Io che vivo, o meglio, vorrei vivere come io e tu nelle condizioni nostre potremmo, se non ti volessi pigliar tanto fastidio di quel che in fondo poco importa, almeno a giu­dizio mio.

             – Ma che giudizio vuoi aver tu?

             – Oh bella! Il giudizio di dormir la notte, per esempio, se tu non m’inaridissi negli occhi il sonno, insinuandomi nel silenzio col tuo fantasticare lo sgo­mento della morte infallibile e quasi imminente; il giudizio di procurarmi un po’ d’appetito, mercé qualche ameno e salutar diporto, a tempo debito; il giu­dizio di non aver giudizio, qualche volta; e quello infine (perché no?) di lavo­rare, ma con utilità nostra e altrui, in un modo qualsiasi.

             – E poi?

             – Poi nulla.

             – Poi te lo dico io: poi rassegnarti ad andare innanzi così, un giorno dopo l’altro, fino alla vecchiezza, lasciando me sempre interdetto, in esasperata in­finita sospensione, ovviando con futili pretesti l’assidua costernazione mia, e non osando di spingere un menomo atto, una parola oltre ai limiti del con­sueto, temendo il pruno, che in difesa di questi limiti piantaron le leggi, non ti strappi un po’ l’abito tagliato rigorosamente alla moda o non ti sgraffii le one­ste mani. Così, così tu vorresti seguitare a trascinarmi teco ciecamente verso l’estrema rovina, giù, giù con gli altri a branco, spinto, cacciato dal tempo, come tra un armento in fuga pascolante la poca erba che gli avvenga tra i piedi frettolosi, sotto il bastone e i sassi dell’antico pastore. Ma io non son dell’armento, mio caro! Io non dico come te: Eccomi qua, tosatemi; datemi quella forma che meglio vi aggrada! – Io voglio la signoria di me medesimo, e la tua schiavitù.

             – La mia schiavitù? E come! Non mi tieni forse schiavo abbastanza? Oh di’ che mi vuoi morto piuttosto! Io, poveretto… e che altro mi permetto di fare, se non consigliarti timido e sommesso di prender qualche cibo quando mi ti vedo languire, o un po’ di riposo in qualche distrazioncella o in un sonnellino? Ah, fo dunque male quando innanzi allo specchio ti faccio notare che la nostra fronte, per esempio, accenna a diventar troppo ampia; che tra breve insomma la gioventù nostra sarà sfiorita? E pretendi che non me ne lagni, caspita! che non mi disperi di non averne potuto trar prò quanto avrei desiderato? Ma sì! purtroppo nulla nasce se la volontà non si marita col desiderio. E per te il de­siderio ha sempre avuto il torto d’esser mio, mentre poi ha dovuto sempre esser tua la volontà, infeconda per me d’ogni bene. Beati, beati gli anni del­l’infanzia. Perché voglio sperare che tu non fossi grande anche allora, quando tutti e due eravamo piccoli. A proposito, di’: o come mai t’è venuto in mente di diventar così grande? Che infelicità, mio caro! Se pur non è stata una paz­zia… Basta. Perdona alla mia piccolezza, io dico: il senso, lo scopo della vita, come potrai trovarlo, se non lo cerchi nella vita stessa?

             – Cercarlo… Bravo! E come? L’altra sera, in vettura, ricordi? mentre si an­dava al passo su per l’erta via che conduce alla stazione: tu pensavi a colei che andavi ad accogliere e che non è venuta; io guardavo le terga e i fianchi rilassati del vecchio vetturino per tanti anni lì su la cassetta cigolante. «Nascer cavallo è brutto, su per queste vie…» «E io, guidarlo?», si voltò a dirmi il vet­turino. «Buona Pasqua, signorino! Da’ qualche cosa a una povera vedova con quattro bambini…» «Fiammiferi in tasca ne ho» tu mi hai detto, e io non ho dato il soldo alla vedova. Sul marciapiedi a destra scendeva tossendo un vec­chio poveramente vestito col cappello a stajo spelato e stinto: «L’ultima Pa­squa, vecchio! Bada dove metti i piedi: un altro passo, e la fossa… L’hai tu trovato quel ch’io cerco?». «Lì!», mi avrebbe forse risposto il vecchio, se mi avesse inteso, additandomi una coppia di sposi che scendeva dietro a lui. «Lì, ma per poco tempo, come in tant’altre cose: ora provo a cercarlo in chiesa; ma non l’ho trovato. Seme di lino, caro, quand’hai la tosse: un buon cataplasma sul petto, e un pizzico di senape: tira l’umidità…»

             – Grazie! Ma il vecchio ha cercato, ha vissuto. Mentre tu guardi vivere, e non vivi. E così, si sa, io sarò un asino, ma tu non intenderai mai come gli altri possano relativamente trovare il senso e lo scopo oggi in una cosa, do­mani in un’altra fra le tante e tante che formano e compongono appunto la vita. Abbi compassione di me: lo vedi, mi fai diventar pure filosofo, che sa­rebbe per me la peggiore delle sciagure. E allora, mio caro, pigliamo per ri­cetta di buttarci da una finestra o d’impiccarci a un albero, che sarà meglio. No no, via: mettiamoci piuttosto d’accordo una buona volta, giacché per forza dobbiamo vivere insieme. Credi pure che quanta brama hai tu d’uccider me, tanta n’avrei io d’uccider te… T’odio, ti detesto, ti bastonerei ogni giorno, se poi non dovessi gridar ahi insieme con te. Patti chiari, dunque, e dividiamoci le ore.

             – Dividiamocele.

             – Ognuno di noi, delle proprie, assoluto padrone.

             – Assoluto padrone.

             – Cominciamo: quante ore di sonno credi che mi spettino? Io ne reclamo sette.

             – Troppe!

             – Ti pajon troppe? Ma se io ho sempre sonno, praticando con te! Tu non te ne accorgi, ma bada che sei molto nojoso, e che, se me ne dai meno, finirò certo con l’addormentarmi, non appena ti metti ad almanaccare.. Andiamo in­nanzi. Oh, ma… aspetta, prima: sette ore, dico, di sonno – intendiamoci! Non vorrei, come hai fatto fin qui, che appena a letto… – pensieri, fantasie, elucu­brazioni, smanie, libri, storie: tutto ha da rimanere nello scrittojo. A pigliar subito sonno, poi, ci penso io. E non avvenga più del pari che tu debba avve­lenarmi il pasto con le tue eterne riflessioni. L’ora del pasto ha da esser mia. Convenuto?

             – Chi te l’ha mai negata?

             – Non me la neghi, ma me la guasti. Non sei spesso venuto a tavola con un libro aperto tra le mani? Un boccone per me, e un quarto d’ora di lettura per te. E io mangio freddo e digerisco male.

             – Basta, basta! M’affoghi in un pantano!

             – Basta… Articolo amore, che intendi fare?

             – Lo lascio a te; ma bada, non voglio mica perderci molto tempo, io.

             – Ah, non intendi di pigliar sul serio né anche l’amore, tu? E che resta dun­que per te nella vita? che vorrai fartene allora del tuo tempo?

             – Questo sarà affar mio, e tu non devi entrarci.

             – E sta bene… cioè, sta male. Ma levami un dubbio. Dici sempre che ti senti tutto il mondo nel cervello. Dev’esser vero, perché io ho sempre mal di capo. Ma se la terra ti sembra veramente, in codesto tuo mondo, così piccola e mi­sera cosa, non stimi tu che io abbia più diritto di viverci che tu? Ah, in certi momenti, credi, mio caro, la tua grandezza mi fa proprio pietà; e, in certi altri, mi domando se io, nel mio piccolo, non sia poi più grande di te.


             III. La vigilia. (Il piccolo me, che vorrebbe parer felicissimo, verso la mezza­notte, si trascina a casa il Gran Me sbuffante dalla noja. Quegli è stato, in quest’ultimo mese, tutto intento a metter su la casa maritale; questi come un cane bastonato ha dovuto seguirlo. E non pochi diverbii si sono accesi tra i due, come agevolmente potrà immaginare chi voglia considerar di quanto im­pedimento e di quante dimenticanze abbiano potuto esser cagione all’ansia e alle cure dell’uno il contraggenio e l’inettitudine dell’altro. Ma ormai la nuova casa è tutta in ordine: il piccolo me, lasciando la sposa dopo gli ac­cordi pe7 dì di domani, si è voluto recare a passarla in esame: e n’è rimasto contento. Ora il Gran Me, mettendo piede per l’ultima sera nel quartierino da scapolo, soffia per le nari un lunghissimo sospiro ed esclama:)

             – Finalmente!

             – Eh no, caro. Pazienza ancora per un tantino… Poco poco. Ora siamo sol­tanto alla vigilia…

             – Sì, datti una stropicciatina alle mani, così, contentone! mentre io… Ma, in­somma, si può sapere quando ha da finir codesto poco poco, che mi vai ripe­tendo da più mesi?

             – Già siamo alla vigilia, ti ho detto. Il nido, hai visto? è pronto. Domani, le nozze… Domani, finalmente. Ah!… Poi, è già inteso, in villa, e poi… poi basta.

             – Basta, sì: eccetto se io non giudicherò che mi sia più espediente crepare, che aver pazienza fino allora.

             – Ma che ti scappa… Ridi con me, via! sii felice con me! Scusami, neanche il mese della così detta luna di miele vorresti accordarmi? Ti sei mangiato l’a­sino, come suol dirsi, e ti confondi per la coda?

             – L’asino non me lo sono mangiato: l’ho fatto, con te, tre mesi.

             – Quando sei buono meco, ti stimi sempre asino: segno che te ne penti e per­ciò non te ne resto grato.

             – Ma ti pare che mi sia divertito tre mesi a reggerti il moccolo, ascoltando le vostre amorose scempiaggini, assistendo ai vostri lezii e alle vostre sdolcina­ture da scimmiotti innamorati?

             – Come se tu non ci avessi anche intinto il tuo panino! E come se le scioc­chezze che si bisbigliano tra loro gl’innamorati non siano le cose più rispetta­bili di questo mondo! Va’ là, va’ là… Vuoi farmi dispiacere proprio questa sera della vigilia? Pure una volta, se non mi sbaglio, t’ho inteso dire che nulla ci è al mondo di maggior soddisfazione, che fare gli altri contenti…

             – Sì, ma ho anche detto, se non m’inganno, che nulla ci fa gli altri più cari quanto l’esser questi o il mostrarsi contenti di noi. E tu non ti contenti mai.

             – Non è vero. Forse non lo mostro, perché tu non pretenda poi soverchio compenso. Ma ti ripeto, in questi tre mesi, pieni per me di gioja, son rimasto proprio contento di te. E anche lei, anche lei, contentissima, come certamente ti sarai accorto. Anzi, sai? i parenti, nel vederti così buono e ragionevole, quasi quasi mi han lasciato intendere, che a mente loro il leggiero debba esser io, perché opinano che, volendo, dice… potrei agevolmente persuaderti di pen­sare un po’ più al sodo, ora che si prende moglie, lasciando, dice… per esem­pio, codest’arte, che non è da guadagnare… Si sbagliano, eh pur troppo, di grosso… tu lo sai; tuttavia io, per non metterti in cattiva luce, zitto: non mi sono difeso. Ho soltanto promesso… che mi sarei provato.

             – Non t’arrischierai, spero, di proferir mai sillaba su questo proposito.

             – Lo so! sarebbe inutile. Fortuna intanto, dico, che non siamo costretti a far pane del nostro tempo. Quantunque, d’altro canto, chi sa che non saremmo stati meno infelici, se la sorte ti avesse costretto a far del tuo tavolino da stu­dio, piuttosto che un bancone d’alchimista su cui giornalmente ti torturi a lambiccar lagrime d’angosce misteriose, una madia per il pane quotidiano. La­sciamo questo discorso. Hai visto che bella scrivania, a proposito, e che bei scaffali abbiamo comperati per te? Ella, con gentilissimo pensiero, ha voluto metterti su uno scrittojo come quello che hai descritto nel tuo ultimo libro. Io, per ingraziarmi i parenti, ho finto d’oppormi, facendole osservare che la bella mobilia, chi la descrive, ci vuole un po’ di gusto, di carta e d’inchiostro; chi poi deve comperarla, ci vogliono i quattrini. Ma, infine, ho lasciato fare per ingraziarti lei, invece. E di’ la verità, non ne sei anche tu contento, ora?

             – Sì, poverina, è buona o, almeno adesso, pare. Ma io penso che domani noi due saremo tre, o meglio, tu sarai due, e vedi, non so non affliggermene, sen­tendomi più che mai nato e fatto per la solitudine. Benché conosca che in gran parte sia cagione io se tu spesso sembri a gli altri leggiero, pure questa volta peggio che una leggerezza stai per commettere da te solo; e se tale gli altri la stimeranno qual’è per me, tu stesso voglio mi sii testimonio ch’io non c’entro affatto. E per ciò non voglio rimorsi né per te, che, secondo la mia previsione, sarai d’ora in poi più infelice che fin qui, diviso tra i doveri imprescindibili che hai verso me e i nuovi che domani ti assumerai verso la tua compagna; e neppur ne voglio per questa, che forse tra breve non avrà più a lodarsi della nostra compagnia.

             – Ho bell’e capito! Tu questa notte vuoi divertirti a stringermi il cuore. Sarà meglio andare a letto a dormire.

             – Questa vorrebbe essere tua antica abitudine: starti senz’altro affare, che dormire e mangiare.

             – Meglio che ascoltar te, si capisce.

             – Ma a difesa degli ammonimenti che spiacciono e pungono, caro mio, non giova farsi murar gli orecchi dal sonno; la voce non vien di fuori: parla dentro di noi.

             – Io, tranne quella che mi parla dell’imminente gioja, e codesta tua che vor­rebbe offuscarmela, non sento altre voci.

             – Se prestassi un po’ più d’ascolto alla tua coscienza, ne udresti un’altra che ti dice: «Hai pensato a qual catena stai per legar la tua prole?».

             – Oh Dio mio, la prole, adesso! E lascia prima che venga; se ne verrà! Se tutti ci pensassero avanti…

             – E pur tanto facile ammettere che debba venirne.

             – Ebbene, e allora farò come tutti gli altri.

             – Sta’ a vedere. Che tu, da parte tua, ti proponga d’esser ottimo padre di fa­miglia, non dubito. Ma siamo alle solite: hai tenuto conto di me?

             – E che ti proponi tu di essere?

             – Lasciami dire. Hai sognato e sogni una vita, che consista d’amore, di pace lieta e sincera.

             – Sperabilmente.

             – Passi per l’amore, finché durerà; ma la pace? In casa tua dovrò abitar pure io…

             – Eh, lo so!

             – Non potrò mica relegarmi tutto il giorno nello scrittojo soltanto…

             – Lo so!

             – Verrò a tavola con te, verrò a letto con te…

             – Lo so, purtroppo, lo so! E la mia condanna, e vuoi che non lo sappia?

             – Bene, io dico, e la pace allora?

             – Scusa, non ti potresti acconciare a goder zitto zitto della nostra letizia rac­colta? Sarebbe pure un dolce spettacolo…

             – Non dico di no. Ma potrai far tu che una grave ombra non cada su la tua casa dalla naturale mia infelicità, a intristire i tuoi bambini, a turbar tua mo­glie, ogni qualvolta una delle tante mie sollecitudini mi disvierà dagli altri, che né anche possono intenderle?

             – Stiamo per prendere, o se più ti piace, sto per prendere moglie appunto per questo, mi pare! Per usar cioè rimedio, a mio modo, a codesta che tu chiami tua naturale infelicità.

             – E proverai una gran delusione! Non è in tua mano il portarci rimedio; e se tu invece avessi avuto maggior considerazione e più amore per me, avresti in­teso che il men peggio per noi due sarebbe stato il restar soli, e che era tuo dovere non attendere ad altro, né ad altri pensare, fuor che a me.

             – Mio dovere, insomma, sacrificarmi?

             – Non ti sarebbe parso sacrifizio, se avessi avuto maggior fiducia in me. Ma di questa mancanza non ti fo torto. Io mi sento, mi sento veramente un estra­neo su questa terra e così solo, che intendo come in te sia dovuto nascere, più che il desiderio, il bisogno di un’amorosa compagnia.

             – Manco male!

             – Se non ti scuso, vedi bene che né anche ti accuso…

             – E allora perché?…

             – Sì, sì, tu hai ragione, infatti: questa terra è veramente per te, per voi altri… Tu sai trarne il sostentamento; tu vi edifichi le case, e vai trovando di giorno in giorno, con diligenza, più sicuro riparo contro le avversità della natura, e comodi maggiori. Io dovrei essere il raggio di sole, l’aria ristoratrice che entra per le finestre aperte e reca il profumo dei fiori; ma spesso non so esserlo, ho spesso la crudeltà del fanciullo, che con un sasso tappa la buca del formicajo. Spesso la grandezza mia consiste nel sentirmi infinitamente piccolo: ma pic­cola anche per me la terra, e oltre i monti, oltre i mari cerco per me qualche cosa che per forza ha da esserci, altrimenti non mi spiegherei quest’ansia ar­cana che mi tiene, e che mi fa sospirar le stelle…

             Alla mia solitudine di gelo,

             al mio sgomento, al mio lento morire

             parla ne le stellate notti il cielo

             d’altre arcane vicende da subire

             sempre dentro ed mistero e in questo anelo.

             «Efino a quando?» l’anima sospira.

             Infinito silenzio in alto accoglie

             la sua dimanda. Pur tremarne mira

             le stelle in ciel, quasi animate foglie

             d’una selva, ove arcano alito spira.

             – Debbo mettere in carta codesti versi? Perdio, non direi che siano sbocciati per la fausta occasione… Ohe, discendi dal cielo, te ne prego… Io me ne sto qui alla finestra, e abbrezzo. Non vorrei prendere un raffreddore giusto questa sera…

             – Risponderesti domani con uno sternuto invece del sì sacramentale.

             – Senza scherzi, senza scherzi… Chiudiamo. E prima che il fuoco si spenga nel caminetto, occupiamo, se non ti dispiace, questo restante della notte a di­struggere le carte e le reliquie compromettenti della prima nostra giovinezza che si chiude con questa sera.


             IV. In società. (Salotto in casa X. Salotto «intellettuale». La marchesa X è scrittrice, con questo però di singolare: che è una bella donna.

             Quarantamila lire di rendita.

             Stampa novelle e variazioni sentimentali – le chiama così, lei – su le princi­pali riviste. Non è raro, ogni sabato, trovare tra i commensali della marchesa i direttori di queste riviste.

             Il marito, l’on. marchese X, calvo, miope, barbuto, ha quattro legislature, siede a Destra, ma è – s’intende liberale e democratico anche lui. Collezio­nista appassionato, possiede come S.M. un prezioso medagliere. Non ne è però molto geloso. Prova ne sia, che ha regalato più d’una bella medaglia a scrittori ben noti, ammiratori della moglie.

             Frequentano il salotto molte donne dell’aristocrazia e signore patronesse della Società per la coltura della donna, senatori, deputati, letterati e giorna­listi scelti.

             A onor del vero, il mio piccolo me non ha punto brigato per entrare nel no­vero di questi eletti: ma sarebbe ipocrisia il negare che l’invito non gli abbia recato un vivo piacere e una grande soddisfazione, di cui il Gran Me s’è stiz­zito.

             Ora la marchesa X, bionda e carnuta, raggiante e palpitante nella sua ardi­tissima eppur non indecente scollatura, prende a braccio il piccolo me, lo conduce in giro per presentarlo alle”dame, alle signore, facendo di volo qual­che accenno al Gran Me, che ne arrossisce, mentre il piccolo me – pronto sorriso e gesto vivo – si inchina.

             Terminata la presentazione, il Gran Me domanda al piccolo me:)

             – Dove prenderai posto, adesso?

             – Aspetta: lasciami guardare. Ma fatti animo! Mi sembri ancora sbigottito dalla gravità del cameriere che ci ha tolto in sala il soprabito. Bada che se vuoi darti un contegno, sarà peggio.

             – Ma io soffoco, mio caro, altro che contegno! Mi hai impiccato in un solino più alto di te, mi hai parato come un fantoccio…

             – Su, su, pazienza! Composto, su! Si accorgeranno, perdio, che non siamo soliti di portar la marsina…

             – E che vuoi che me n’importi? Lo sapevi bene, imbecille, che sarei stato a disagio qua, fra questa gente, in questo abbigliamento ridicolo. Mi farai fare una pessima figura!

             – Ma se sono venuto apposta per te, per farti conoscere, vedere…

             – Come un orso alla fiera?

             – Bisogna che tu impari, santo Dio! Senti, senti che si dice là.in quel gruppo di deputati e giornalisti. Parlano della rivoluzione russa, compiangono Witte… Peccato! L’uomo che in pochi giorni, a tavolino, era riuscito a render vane tante strepitose vittorie giapponesi, ora… «Ma no, signori!», dice il brillante giornalista Kappa. «Vi prego di credere che a Portsmouth non ha mica vinto il signor Witte!» «Oh oh! E chi ha vinto dunque?» «Ma la sua marsina, signori, la sua marsina! L’ometto giallo, in coda di rondine, voi lo sapete, è compas­sionevolmente ridicolo…»

             – (Kappa ha guardato noi…)

             – (Sta’ zitto! Ascoltiamo.) – «Signori miei, i Giapponesi, astuti come sono, avrebbero dovuto capirlo. Non si spoglia impunemente l’abito consueto…»

             – (Senti? Senti?)

             – (Sta’ zitto!) – «Non si spoglia impunemente il costume nazionale, signori, il vestito conforme alle fattezze naturali, al color della pelle e che so io. Se il signor Witte e gli altri invitati russi si fossero trovati innanzi a una scelta di figurine giapponesi, di quelle che siamo soliti di vedere nei ventagli, nei vasi e nei paraventi, pensando come da quelle figurine là, che pajon fatte per ischerzo, fosse venuta alla santa Russia una così furiosa tempesta, vi assicuro io che sarebbero rimasti assai sconcertati e non avrebbero vinto così facil­mente. Si sono trovati invece davanti il signor Komura in marsina e lo hanno trattato come i camerieri d’un gran signore trattano putacaso un sindaco di vil­laggio invitato a un pranzo di gala nel palazzo.»

             – Bravo! Ti servirà, spero, questa bella lezione!

             – Ma dovrebbe servire a te, mi pare! Ha trionfato la marsina, in fin dei conti. E credi pure che al giorno d’oggi… Zitto! Ci s’avvicina un signore…

             – Scansalo! Guarda altrove!

             – Sta’ fermo! Eccolo qua… Dice che ti conosce di nome… che ha letto. Oh, troppo buono… troppo buono… Fammi sentire, perdio, quel che mi dice! Ah, ci domanda se stiamo a Roma da molto tempo. Che ce ne sembra? Su, presto: suggeriscimi una bella frase su Roma…

             – Digli che quasi quasi va diventando Parigi.

             – Bravo! Senti? Il signore approva.. Su, a modo! Non sorridere così… Ecco: il signore mi domanda perché sorridiamo. Egli dice che Parigi però…

             – Ma si sa, che diamine! consolalo: Parigi è un’altra cosa! Parigi è Parigi: non ve ne ha che una – diglielo in francese! Mentre Roma… già siamo alla terza, e prima che diventi Parigi…

             – Adesso sorride il signore! L’hai fatto allontanare… Ed eccoti un nemico di più! Auff! Sei incorreggibile davvero! Ma che gusto provi a farti il vuoto in­torno? E poi ti lagni che nessuno badi a te! Se non parli, se non ti muovi, se non attiri in nessun modo l’attenzione della gente! Hai da seccar l’anima, den­tro, soltanto a me? Parla! O come vuoi che la gente impari a conoscerti?

             – Venendo qua, portando a spasso i tuoi abiti e la tua sciocchezza, vuoi che impari a conoscermi la gente?

             – Ma io vorrei che prima tu, invece, tu imparassi a conoscere la gente, com’essa è in realtà, non come tu te la fingi. Mentr’io parlo, e, per non sec­care, dico magari sciocchezze, pigliati la pena di osservare, senza troppa insi­stenza, ciò che ti sta intorno, e, credi a me, troverai da studiare qui con più profitto, che non su i tanti tuoi libri… Senti come si sfrottola, come si salta di palo in frasca, senza pedanterie, senza intolleranze? Idee profonde, no, e nes­suna passione, è vero! Ma che gusti vivi, che tratto vivo, che correttezza squi­sita di modi e di parole… Guarda quelle damine là: intellettuali, non si nega; ma che spalle, intanto, che seni! Eppure, come guardano tranquillamente, quasi non avessero il più lontano sospetto d’esser nude così… E i poveri mariti! Chi sa quanti pensano in questo momento: «Si tornasse almeno alla foglia di fico! Perché – quanto alla nudità – Dio buono, dopo che abbiamo speso un occhio del capo a vestir le nostre mogli, eccole qua: la mostrano lo stesso…». Su, su, non affondar troppo lo sguardo! Bisogna godere di questa vista fuga­cemente, come d’una illusione che passa, d’una fantasmagoria splendida che svapora… Uh! Guardati a quello specchio là… Sei rosso come un papavero!… Questo profumo… Tu ti turbi troppo, eh?, grand’uomo Via! via! Un po’ d’aria alla finestra..

             – Non sarebbe meglio andar via?

             – No, vieni qua, vieni qua alla finestra!

             – Si respira…

             – Che contrasto, eh? Che oscurità! E come tutto appar lugubre… Guarda quei lampioncini là, e quegli alberetti nella piazza… il riverbero vacillante del gas sul lastricato… e quei due lanternini di vettura che s’avanzano lentamente… Che funebre squallore! – Oh, su: ci chiamano… vieni… La marchesa ci do­manda se ci annojamo…

             – Ma se mi diverto un mondo!

             – Oh, attento, qua! Stiamo fra le signore. Parlano del Duchino d’Orléans… Dicono che comincia a trovar la via per rientrare in Francia, re. Ha fatto un viaggio al Polo Nord. Ti domandano che ne pensi…

             – Mah! Dev’essere una bella soddisfazione il poter dire: «Eccomi qua: ho raggiunto il polo! Nessuno lo sa; ma io mi reggo adesso, con la punta d’un piede solo, nientemeno che su l’estremità dell’immaginario asse terrestre. Non c’è scritto nulla; ma star qua non è precisamente come stare un passettino più in là. Qua è il punto vero. Ghiaccio, sì, qua e là; e un freddo indiavolato; e non ci si vede anima viva; ma io sto qui alto, in questo momento, più di qua­lunque re sul trono!». Forse il Duchino d’Orléans, raggiunto il polo, si sarebbe contentato di stare un tantino più basso, sul trono di Francia, stabilmente. Ma non ci hanno detto i giornali che, invece del polo, egli scoprì un’isola e che la battezzò Terra di Francia?: Io non capisco! Terra di Francia, e se ne tornò in­dietro… Poteva, intanto – per cominciare – proclamarsi re di quella Francia…

             – Forse ci faceva troppo freddo. C’è un altro imperatore che non può dimo­rare nel suo impero, perché ci fa troppo caldo, invece. Là, i ghiacci del polo; qua le sabbie del deserto.

             – Ma Lebaudy, lui, almeno, s’è proclamato imperatore…

             – Bravo! Vedi? Hai fatto ridere queste belle signore… Se tu volessi… Piano! Che avviene: Si alzano…

             – Si balla? Se si balla, andiamo subito via! Bada: non sento ragione… An­diamo via!

             – Orso, non si balla! Non senti? La signorina B. sonerà: adesso si fa pregare. Ha le mani diacce, poverina, non può ! Guarda, guarda: un giovanotto le pro­pone di riscaldargliele, battendogliele forte forte… Oh Dio, e lei ci crede: na­sconde le mani, mostra i bei dentini, si storce tutta… Ah, ecco: le amiche la trascinano al pianoforte…

             – Musica moderna?

             – Nessuna musica! Volteggio di mani su la tastiera. Sta’ a sentire. Poi ap­plaudiremo.

             – Imbuisci a vista d’occhio, caro mio: mi fai spavento!

             – Coraggio, via! C’è peggio di me… Guarda come sono tutti intenti, ora, e assorti… Che silenzio! Ma guarda lì, che ciglia aggrottate, quel deputato dalla faccia rossa come una palla meditabonda di formaggio d’Olanda… È in peri­colo la patria? No: contempla le spalle, la nuca della Marchesa, che è vera­mente splendida stasera, come una dea di Rubens… Ma di’ un po’, sul serio, non ti diverte questo spettacolo?

             – Molto! Senti: mettimi una mano innanzi alla bocca.

             – Perché? Che fai?

             – Mettimi subito una mano innanzi alla bocca…

             – Sbadigli?

             – Sbadiglio.


Auf Deutsch – Dialoge zwischen dem Großen Ich und dem kleinen ich

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