Dalla raccolta “Poesie sparse” (1890-1933)
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13. Notte insonne
Da La lettura, novembre 1901.
I
Io mi sento guardato da le stelle
e questa notte non posso dormire.
Mi par che qualche cosa esse, sorelle
maggiori, a questa terra voglian dire.
O sorgive di luci, la parola,
la parola tremenda del mistero
ditela a una vegliante anima sola
perduta in mezzo al vostro cielo nero.
II
So che dovrei di ciò ch’è in terra solo
occupar la mia mente e i desir miei;
ma tu piú forte d’ogni intento sei,
ciel che l’anima mia rapisci a volo.
Tutte le fonti della vita insieme
non avran mai poter di saziare
l’ardentissima sete, e sempre amare
avrò le labbra e vigile la speme,
ben che ognora delusa. O di basalto
funebre cielo, invano ti martella
il mio pensiero; invano si ribella
in terra, invano si rifugia in alto.
È l’antica paura, è l’appassito
istinto della fede, o questa nuova
smania, alla quale nessun tetto giova,
che mi spinge a cercar nell’infinito?
Io di qua giú, di questa terra breve,
di cui ben sento la viltà dinnanti
a te, che cerco? – Un suon di chiari canti
dal bujo vien della vicina pieve.
Si prega lí, si prega per la vita
e per la morte: ardon votivi ceri
su un altar ben parato e gl’incensieri
fuman sotto un’imagine scolpita.
A chi mentí la vita, a chi la terra
non concesse una sola primavera,
a chi riposo non cercò la sera,
ma il tempo, senza tregua, o insidie o guerra,
tu solamente, o ignoto ciel, rimani;
e a te su i sassi della terra infida
ogni dolore s’inginocchia e grida:
lacriman gli occhi e tremano le mani.
III
Alla porta del sogno in cui, riparo
a gli amor miei cercando, mi son chiuso,
siccome in un castello aurato e chiaro
qual le fate inalzarne aveano in uso,
batton le cure pallide, impedite
le membra da un intrico di catene;
“Il mondo ti reclama: apri. L’immite
ora ti vieta un solitario bene”;
batton, pregando esaudimento, i brevi
desiderî, e tentandomi: «È qua giú
la tua radice: se per lei non bevi,
cadrà la cima ove t’annidi tu»;
e batton i bisogni, delle cure
ancor piú schiavi: «Apri: sfuggir non puoi
al comun fato. Giú, folle, tu pure,
la tua catena a trascinar fra noi ».
IV
Le leggi a un palmo qui dal fango stanno:
corde livellatrici, a cui chi striscia
sfugge sotto e da cui chi non è biscia
ha d’inutili ceppi iroso affanno.
E neppur un capel torcono ai nani.
Il nano passa lieto: dalla rete
nelle sue voglie sobrïe, discrete,
si tien protetto e si frega le mani.
Or se con strappo di possente piede
non ti sgombri il cammino alla piú lesta,
o tu ti pieghi o mozza avrai la testa:
altrimenti qua giú non si procede.
Non tollerano ponti solo i mari;
su l’alpe eccelsa non s’erigon case,
o dalle nevi seppellite o rase
sono dalle tempeste aquilonari.
V
L’anima or segue nella notte il fiume
che dal grembo di Roma già silente,
siccome enorme placido serpente,
svolgesi della Luna al freddo lume.
Chiama da lungi con assidua voce
il tenebroso palpitante mare;
l’anima pensa al vano suo passare,
s’affretta il fiume alla solvente foce.
Raccolta “Poesie sparse”
1890-1933
Introduzione
01. La maschera
02. Sonetti
03. La fune
04. Pianto di Roma
05. Canzone di Folchetto da Marsiglia
06. I saltinbanchi
07. Il globo
08. Ai lontani
09. Andando
10. Lieta
11. Amor sincero
12. Mariandin Gogò
13. Notte insonne
14. La via
15. Alba
16. Esame
17. Approdo
18. Torna Gesù!
19. Per la prossima estate
20. Lago di Lugano
21. Esame (2)
22. L’invito
23. L’abbandono
24. Sinfonia rurale
25. L’ascensione
26. Pianto del Tevere
27. Bravi vecchietti
28. Primo rintocco
29. Cargiore
30. All’asta
31. Gli occhiali
32. Esame (3)
33. Preludio
34. Invito
35. Epigramma
36. Tenui luci improvvise
37. Sogno eroico
38. La mèta (2)
39. Esame (4)
40. Il compito
41. Conversando
42. Conversando (2)
43. Sveglia
44. Settembre
45. Ritorno
46. Senza titolo
47. L’ultimo caffè
48. Improvvisi
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