Ma non è una cosa seria – Atto secondo

Premessa
Personaggi, Atto Primo
Atto Secondo

Atto Terzo

Ma non è una cosa seria - Atto II
Teatro Brancati di Catania, Ma non è una cosa seria, regia Romano Bernardi, 2017-18

Ma non è una cosa seria
Atto Secondo

        Grazioso salotto nel quartierino da scapolo di Memmo Speranza, due mesi dopo il matrimonio per burla con Gasparina Torretta. – In fondo, la comune; usci laterali a destra e a sinistra.

        Scena prima

        Loletta, Magnasco.

        Loletta, seduta sul canapè, al levarsi della tela, piange, col volto nascosto nel fazzoletto.

        MAGNASCO (dopo una pausa): Eh via, Loletta…

        LOLETTA: Di rabbia piango, non credere!

        MAGNASCO: No no! Lo vuoi sapere perché piangi?

        LOLETTA: Di rabbia… di rabbia, ti dico!

        MAGNASCO: No. Quel matrimonio per ridere…

        LOLETTA: Ma chi ci pensa più! Tu batti sempre su questo chiodo, perché vuoi vendicarti delle mille lire della scommessa perduta.

        MAGNASCO: Sta’ a sentire. Quel matrimonio per ridere con gli annessi e con­nessi della casetta rustica assegnata a Gasparotta; e poi, subito dopo, la par­tenza con te per un’altra villetta… un mese e mezzo d’intimità in campagna con lui… – ti hanno fatto un curioso effetto.

        LOLETTA: Che effetto?

        MAGNASCO: T’è parso che quella fosse – com’è – una moglie da burla, e che tu invece fossi là, intanto, e potessi rimanere una mogliettina sul serio.

        LOLETTA: S-ta di fatto, che avendo commesso la sciocchezza di condurre lo scherzo fino all’enormità di contrarre davvero quel matrimonio, di mogliettine sul serio, egli, ormai, non può più averne che qualcuna come me!

        MAGNASCO: Sì: per quindici giorni… per un mese… per un mese e mezzo.

        LOLETTA: Va benissimo! E non direi nulla, se mi bistrattasse ora perché si fosse incapricciato d’un’altra! Ma no! Siamo alle solite, credi! Lo nega, perché si vergogna. Ma dev’essersi innamorato di nuovo, fradicio, di qualche signorina per bene. E questo è stupido!

        MAGNASCO: No, cara. Questa è la sua condanna! Quella che s’è sentita pendere sempre sul capo! Ma scusa: se ha sposato Gasparotta per questo!

        LOLETTA: Già! Ma non va mica a prendersela con quella, ora!

        MAGNASCO: Non potrebbe, sii ragionevole! Mise bene le mani avanti, quella poverina.

        LOLETTA: E se la piglia con me?

        MAGNASCO: Carina mia, questi sono gl’incerti del mestiere.

        LOLETTA: No, no! è stupido! è illogico!

        MAGNASCO: È umano.

        LOLETTA: Illogico! illogico!

        MAGNASCO: Ma sì, appunto: umano. Perché il trionfo della logica, vedi, Loletta, è stato quel suo matrimonio. Perfetta astrazione. Ragionamento che filava a maraviglia! Eh, tu non comprendi, Loletta mia! La logica, sai che cos’è? Ecco: immagina una specie di pompa a filtro. La pompa è qua. (Indica la testa.) Il filtro, s’allunga fino al cuore. Tu hai un sentimento? La macchinetta che si chiama logica te lo pompa e te lo filtra; e il sentimento perde subito il suo calore, il suo torbido; si raffredda; si purifica: si i-de-a-liz-za! Fila tutto a maraviglia perché – sfido! – siamo fuori della vita, nell’astrazione. La vita è lì, dov’è il torbido e il calore, dove non c’è più logica, capisci? Ma ti sembra logico, scusa, che tu pianga, adesso? È umano!

        LOLETTA: Vorrei sapere, allora, perché ci fu data la logica!

        MAGNASCO: Perché… perché la natura, che ci vuol tanto bene, non ha voluto che noi soffrissimo soltanto per i nostri sentimenti e le nostre passioni, ma che ci avvelenassimo anche col sublimato corrosivo delle deduzioni logiche. Esempio: non basta che tu ora soffra: io ti dimostro con la logica che tu devi necessariamente soffrire.

        LOLETTA (scrollandosi, infastidita): Oh, sai? per me… dopo tutto…

        Scena seconda

        Detti, Menano Speranza.

        MEMMO (entrando agitatissimo, fosco, col cappello in capo a Magnasco): Oh, bravo, sei qua! Son passato da casa tua…

        MAGNASCO: Parlavo qua con Loletta…

        MEMMO (senza badargli, reciso): Ho bisogno di te.

        MAGNASCO: Che c’è di nuovo?

        MEMMO: Aspetta che venga Lamanna! Sarà qui a momenti.

        MAGNASCO: T’è accaduto qualche cosa?

        MEMMO (voltandosi sgarbato a Loletta): Mi fai il piacere d’andartene di là?

        LOLETTA: Oh, non sono mica una serva, sai?

        MEMMO: Tu sei padrona, padronissima d’andartene quando ti pare e piace!

        MAGNASCO (cercando d’intromettersi): Via, Memmo…

        LOLETTA (a Magnasco): Mi licenzia così, su due piedi, capisci, come niente!

        MEMMO: Avresti potuto comprendere, mi pare, almeno da cinque giorni, che il tuo posto non è più qui.

        LOLETTA: Ma l’ho compreso! L’ho compreso benissimo! E stavo a dire ap­punto a Magnasco –

        MAGNASCO: – verissimo – che sei uno stupido –

        LOLETTA: – ma di quelli, come non se ne trovano due!

        MAGNASCO: Io però le dimostravo scientificamente…

        MEMMO (troncando, come sopra, recisamente): Permetti, caro? Non scher­ziamo in questo momento! Ogni parola che mi dite, è per me una martellata in testa!

        MAGNASCO: Se è cangiato il barometro!

        MEMMO (con foga e con sdegno): Ma il vostro torto – ve l’ho detto mille volte – è questo: di credere, perdio, ch’io sia fatto per il vostro spasso!

        MAGNASCO: Ti faccio osservare che l’ho pagato mille lire, io, questo spasso!

        MEMMO: E te lo vuoi godere vita naturai durante? Anche se domani mi vedeste morto…

        MAGNASCO: No, no, fino a tanto poi…

        MEMMO: Ma sì! Sareste capaci di credere che l’abbia fatto apposta per farvi ri­dere! Eppure, perdio, ci vuol poco a pensare che un uomo non commette le pazzie che ho commesso io, se non perché ha sofferto, perché soffre e gli piace di mettere a un certo punto lo scherno sulle sue sofferenze, come si mette il limone sulla piaga! Salto, grido, mi dibatto come un pazzo al bru­ciore, e voi ridete a crepapelle!

        MAGNASCO: Ma se è appunto questo, scusa, l’effetto che vuoi ottenere!

        MEMMO: Grazie tante! Se mi foste veri amici –

        MAGNASCO: – dovremmo metterci a piangere?

        MEMMO: Non pretendo tanto! Ma vedere che soffro dentro, almeno, e non go­derci; cercare di trattenermi –

        MAGNASCO: – per farci mandar via su due piedi come Loletta? Eccola là, vedi? piange…

        MEMMO (pentito, ma sempre inquieto, accostandosi a Loletta): Scusami, cara. Non voglio che noi ci lasciamo male! Sii buona… Credi, mi trovo in una condizione…

        LOLETTA: Ma sì, lo so, ti sei di nuovo innamorato!

        MEMMO (con estrema violenza): Non dirmelo, perdio! (Frenandosi a stento:) Vedi che cerco di frenarmi… T’ho pregata…

        LOLETTA: Ma sì, ecco. Me ne vado subito. Però… dico…

        MEMMO (comprendendo): Hai ragione! Hai ragione! (Cava il portafogli di tasca.) Tieni: ecco: prendi tutto quello che vuoi.

        LOLETTA: Ma no, che c’entra! Io dico… se debbo andare… capirai…

        MEMMO: Tutto quello che vuoi, ti sto dicendo! (Le mette il portafogli tra le mani.) Pòrtatelo di là, non voglio saper nulla! È nel tuo stesso interesse, del resto, scappar via di qua al più presto possibile.

        LOLETTA: Perché? chi deve venire?

        MEMMO: Ma no, nessuno! Non so quello che potrà accadere da un momento al­l’altro… Pòrtati via tutto… le tue robe… fatti ajutare da Celestino… Vai, vai, cara! (L’accompagna, così dicendo, fino all’uscio a destra.)

        Scena terza

        Memmo, Magnasco, poi Vico Lamanna.

        MAGNASCO: Ma insomma, mi dici che cos’è accaduto?

        MEMMO (voltandosi di scatto dall’uscio donde è uscita Loletta): Senti: o io o lui: non c’è più remissione!

        MAGNASCO (stordito): Lui, chi?

        MEMMO (seguitando, sempre più fosco e reciso, senza dargli retta): Forse manderà lui. Vi terrete pronti. Se lui non manda, appena viene Lamanna… (Suono di campanello alla porta.) Ma eccolo qua!

        MAGNASCO: Io non capisco niente!

        MEMMO: Andrete tutti e due: tu e Vico.

        MAGNASCO: Dove? A far che?

        MEMMO (gridando): Ma a sfidarlo, di nuovo, da parte mia!

        MAGNASCO: Di nuovo? Ma chi?

        MEMMO: M’è venuto con le mani in faccia, capisci?

        MAGNASCO: Il fratello della tua ex-fidanzata?

        MEMMO: Lui, lui…

        MAGNASCO: Come! Dopo il duello?

        VICO (entrando in subbuglio e arrestandosi sulla soglia – a Memmo): Oh, senti! Tu sei proprio pazzo!

        MEMMO: Lo so, lo so! Non è una novità!

        VICO (a Magnasco): Ma sai che ha fatto?

        MEMMO (scattando): Ringrazii Dio, che non l’ho ammazzato come un cane!

        VICO (più forte): Ma t’ammazzerà lui, se tu non la smetti!

        MAGNASCO: Ha cercato di rimettersi con la sorella?

        VICO: Ha avuto il coraggio d’andare a provocarlo, perché ha saputo… –

        MEMMO (subito concitatissimo): – quello che già sapevate voi! E non me ne di­ceste nulla, mentre io ero a letto, ferito!

        MAGNASCO: Ma che cosa? Io non so nulla!

        MEMMO: Ah! tu non sai che ella prese le mie difese contro il fratello? che sene scappò di casa? in casa della zia, appena seppe che ero stato ferito?

        VICO: Come se lui, capisci? non si fosse battuto col fratello, appunto perché s’era guastato con lei!

        MEMMO: Obbligo vostro era dirmelo!

        VICO: Ma se non volevi più sposarla!

        MEMMO (a Magnasco): È ancora lì, sai! in casa della zia! Non vuole più tor­nare coi suoi! Mi aspetta! Aspetta me!

        MAGNASCO (quasi sbalordito): Ma tu non pensi più che hai sposato Gasparotta?

        VICO: E pretende che il fratello, capisci? dopo questo…

        MEMMO: Dopo questo, che cosa? Voi sapete bene come l’ho fatto! perché l’ho fatto! Ero come ubriaco! Scampato per miracolo da una ferita mortale, a causa d’un matrimonio mancato, volli apposta mettere come un bollo di scherno sullo scandalo, per far vedere in che conto tenevo il matrimonio!

        MAGNASCO: E credi d’avere scherzato, sposando Gasparotta?

        MEMMO: Ma qual è insomma la vostra maraviglia? Che io, sapendo ciò che è accaduto per causa mia, mi dibatta ora in questa disperazione? Di questo vi maravigliate, è vero? E non della follia che ho potuto commettere, di quel matrimonio!

        MAGNASCO: Ma che follia, no, caro!

        VICO: Se hai finanche preveduto questo momento, che ti saresti pentito!

        MEMMO (con esasperazione piena di scherno, ponendosi le mani agli orecchi): E ho qua, qua, le vostre risate, a quell’orgia di tutte le mie ragioni! Parevo io il saggio tra i matti!

        MAGNASCO: Ma eri, caro mio! Eri! Eri!

        MEMMO: E vi facevo tanto ridere? (A Vico, investendolo:) Tu, tu hai potuto ri­dere, tu, sapendo quello che io non potevo sapere! Potete figurarvi che avrei commesso questa pazzia, se avessi saputo ciò che sapevate voi? Ma come! Ella mandò finanche a chiedere mie notizie, e non me ne diceste nulla?

        VICO: È pazzo! è pazzo!

        MEMMO: Ah, ora, è vero? ora vi sembro pazzo?

        MAGNASCO: E la fortuna è, che te la sei apparecchiata da te stesso a tempo la camicia di forza, caro mio!

        MEMMO: Ah, io non ci sto, sai!

        MAGNASCO: Come non ci stai?

        MEMMO: Non ci sto! non ci sto! È possibile, sì, che abbiate ragione voi… Io non so più, se ero pazzo allora o se sono adesso! Ma so che adesso non mi par vero ch’io abbia potuto far ciò che ho fatto, e che voi, miei amici,abbiate potuto lasciarmelo fare, senza legarmi come un matto da catena! Ma scusate… Scusa, scusa, Magnasco, non può essere che tu creda ch’io abbia fatto allora una cosa seria. Se avessi fatto, come tu credi, una cosa seria, voi non avreste riso, come avete riso!

        MAGNASCO: Ma non hai fatto una cosa seria! Hai ragionato, ti dico! E siccome ora sei pazzo, ti sembra d’aver commesso una follia.

        MEMMO: Sono pazzo?

        MAGNASCO: Innamorato. Fa lo stesso!

        MEMMO: Ah, per questo?

        MAGNASCO: Ma sì, caro! Perché la vita non è un ragionamento!

        MEMMO (subito, pronto, convinto): Ecco. Bravo. Quello che dico io. Non è un ragionamento. Dunque, pazzo allora che ho ragionato. E che peso, che valore volete che abbia per me quel matrimonio, fatto così, appunto per un ragionamento?

        VICO: Ma lo ha per lui, per il fratello, il peso!

        MAGNASCO: E anche per la sorella! Scusa, lo sa lei? la sorella? che hai sposato?

        MEMMO: Gliel’ha detto lui; ma non ci crede! non ci crede! non può crederci! – Come, come ci si può credere infatti, a una cosa simile? Dice che ci crederà solo quando se lo sentirà dire da me! – E io andrò a dirglielo!

        VICO: Tu non andrai!

        MEMMO: Andrò, andrò oggi stesso!

        VICO: Ah, questo, perdio, te lo impedirò io!

        MEMMO (lo guarda): Tu? – Ci vado ora! (Fa per avviarsi.)

        VICO (parandoglisi davanti): Non ti faccio uscire, sai!

        MAGNASCO (a Vico): Come! Ma anzi… scusa…

        VICO: Che anzi! Il fratello è lì, di guardia alla casa; me lo ha detto! E se lo vede accostare…

        MEMMO (sghignazzando): M’ammazzerà, è vero? Ah! ah! ah! ah! Voglio ve­derlo. Sono sicuro… (S’interrompe – resta un attimo sospeso come in una dolce visione.) Non so credere che possa riavere il bene di parlar di nuovo con lei… vedermela davanti, vicina… con la sua mano nella mia…

        VICO: Ma tu farnetichi!

        MEMMO: Perché non sapete quale sorriso impercettibile le vapori dalla boccuc­cia di bambina, che le diventa maraviglia negli occhi chiari, quando mi ascolta e poi mi dice: «Ah, sì?». Ed è tutta lì, che sa lei sola, lei sola com’è… È questo il fascino! Quand’uno pensa: «E lo saprò anch’io, io solo; perché

        sarà solo miai».

        MAGNASCO: Finché non te ne stanchi e non te ne penti! VICO: Come se n’era già pentito!

        MEMMO: Sì, perché poi si pensa alla schiavitù, purtroppo! – Ma che forse è bella, d’altra parte, la libertà? Vuol dire «tutti», la libertà; vuol dire, ecco: Loletta… Loletta… Non puoi più dire: «io». Dici: «di tutti»; non puoi più dire:

        «mia». Lasciatemi fare! Ora ho la mia passione. Sono cieco, nella notte, e questo lume acceso: bisogna che mi bruci. Non c’è remissione!

        MAGNASCO: E poi te la pigli con gli amici?

        MEMMO: Non m’avete trattenuto allora, e vorreste trattenermi adesso? VICO: Ora qua c’è una minaccia grave per te!

        MEMMO: Vedi? perché lo sa, lui (allude al fratello della sua ex-fidanzata) lo sa che se le parlo, lei comprende perché l’ho fatto, VICO: Ma non è per questo! È perché ormai troppo tu l’hai provocato!

        MEMMO: Ebbene, m’ammazzi; non me ne importa! Voi sapete che non faccio le cose a mezzo. Mi son lanciato; non m’arresterò. Ho promesso di parlarle; le parlerò. Così non resto, non resto! non resto! (A Vico:) Ti ha detto che non vuole più battersi? VICO: Mi ha detto che tu badi a te!

        MEMMO (risolutamente): E allora vado!

        VICO (trattenendolo violentemente con Magnasco): Ah no! Tu starai qua!

        MEMMO: Lasciami! Lasciami!

        MAGNASCO: È inutile, sai! Non ti lasciamo andare!

        Suono di campanello alla porta.

        MEMMO (restando, con gli altri, d’un tratto): Suonano! Forse sono loro…

        MAGNASCO: Chi?

        MEMMO: Quelli che manda lui…

        Scena quarta

        Detti, Celestino.

        CELESTINO (presentandosi, smarrito, sulla soglia della comune): C’è… scusi, signor padrone… c’è… c’è la signorina… (Movimento d’intenso stupore.)

        MEMMO (stordito e raggiante): Lei? qua?

        VICO (piano): Dio mio! E che avverrà adesso?

        MEMMO (agitatissimo): Ritiratevi… ritiratevi subito… di qua! (Li spinge verso l’uscio a sinistra.)

        VICO: Ma no… senti…

        MEMMO: Via, via… Uscirete dall’altra porta… (a Celestino:) Falla entrar subito! Lamanna e Magnasco, via per l’uscio a sinistra. Memmo lo richiude. Cele­stino si ritira.

        Scena quinta

        Memmo, Gasparina, poi di nuovo Vico, Magnasco.

        Gasparina si presenta un po’ incerta dall’uscio in fondo. Dopo due mesi di riposo e di tranquillità, pare un’altra. Il sole della villetta rustica l’ha un po’ colorita. Veste benino, con grazia modesta. Ha l’aria ancora umile, ma già si sente che la vivacità naturale comincia a rinascerle per quanto soffusa an­cora di mestizia.

        MEMMO (alla vista di lei, arretrando quasi con orrore, al colmo del dispetto): Ah! tu? E quell’imbecille mi dice la signorina!

        Si odono contemporaneamente le risate fragorose di Lamanna e Magnasco che rientrano in scena tenendosi ancora i fianchi dal troppo ridere.

        GASPARINA (smarrita fra tanta ira e tante risa, non comprendendo): Perché? Sono io…

        VICO (sempre ridendo): Ah, bellissima! bellissima!

        MAGNASCO (c.s.): La signorina! Diceva la signorina…

        MEMMO (dalla comune gridando a Celestino): Imbecille! Imbecille!

        VICO (c.s.): Ma no, scusa, è giusto! Come doveva dire? L’ha chiamata sempre signorina…

        MAGNASCO (a Gasparina): Abbi pazienza… signorina… (Ride ancora.)

        GASPARINA: Non capisco niente…

        MEMMO (venendole incontro adiratissimo): Vorrei sapere che sei venuta a far qua? Chi t’ha chiamata? Chi t’ha invitata?

        GASPARINA: Nessuno…

        MAGNASCO: Ma no, scusa! Tu accogli così la tua sposina?

        VICO: Non vedi come s’è fatta bella? (A Gasparina:) Lasciati vedere!

        MAGNASCO: Sfido! Viene a trovare lo sposo!

        MEMMO: Finitela, perdio, che non è il momento!

        GASPARINA (subito, dolente): Lo so, signor Speranza, e io sono venuta per que­sto, creda!

        MAGNASCO: Guarda che cappellino!

        VICO: E che borsetta!

        GASPARINA (pregando, mortificata, perché smettano): Signori miei…

        MEMMO (esasperato, investendola): Ma che signori miei! Sei venuta a dar l’esca daccapo! Due mesi a rompermi la testa con la signora Speranza, fino a farmi scappare! Figuriamoci ora che t’han veduta qua! – Che vuoi? Perché sei venuta?

        GASPARINA: Ha torto, mi scusi, signor Speranza…

        MAGNASCO: Sfido! Se questo è il modo d’accogliere…

        GASPARINA: No, non per questo. Ha torto di far così, perché – se è stata una cosa fatta appunto per ridere, scusi, mi pare che, se ridono, hanno ragione e lei non deve seccarsene.

        MEMMO: Brava! Fammi la lezione anche tu, adesso!

        GASPARINA: No, signor Speranza. Io sono venuta…

        MEMMO (interrompendola con forza): Qua tu, per patto, non devi venire!

        GASPARINA: Ma non sono venuta per me; sono venuta per lei. Ho da dirle una cosa… – non per me, per lei!

        MEMMO: E io ti dico che potevi risparmiartela, cara! Grazie. Non c’è più biso­gno di niente per me! Non voglio saper nulla, e dunque puoi andartene… (Rivolgendosi agli amici:) E anche voi! Ma insomma, sono o non sono padrone a casa mia?

        VICO (seriamente, facendoglisi innanzi): Oh! Vuoi capirla che c’è di mezzo la mia responsabilità?

        MEMMO: Ma che tua responsabilità! Fammi il piacere!

        VICO: Sissignore! perché sono stato messo sull’avviso! E ne risponderei io, domani.

        MEMMO: Vorresti impedirmi con la forza?

        VICO: Con tutti i mezzi!

        MEMMO: Oh, guarda ch’è proprio bella, questa! (Sghignazza e si mette a se­dere.) Sta bene. Eccomi qua. Mi seggo. Non vado! – Cara Gasparotta, vieni qua…

        GASPARINA (accostandosi un poco, incerta): Eccomi… a servirla… Perché?

        MEMMO: No, qua! qua! (L’afferra per un braccio e la tira a sé.) Qua, siedi sulle mie ginocchia!

        GASPARINA (schermendosi): Ma nossignore… Che dice?

        MEMMO (obbligandola a sederglisi sulle ginocchia): Come no? Sei venuta a trovarmi?

        GASPARINA: Via… no, mi lasci… mi lasci, signor Speranza…

        MEMMO (tenendola a sé): Non sei mia moglie? Ce ne staremo qua, tu moglie ed io marito, a farci tante belle carezze. Non vuoi? E questi cari amici trove­ranno, si spera, la via della porta per lasciarci godere in pace le gioje del ta­lamo! (A Vico e a Magnasco:) Va bene così?

        MAGNASCO: Benissimo! Dagli subito un bacio, Gasparotta!

        GASPARINA: Non va bene, no, scusi, signor Speranza… No, no, no… (Si svin­cola e s’allontana seguitando a far di no col dito.)

        MAGNASCO: Ma sì che andava benissimo! Perché no?

        GASPARINA: Ma perché ora, così, non è più lo stesso scherzo!

        MEMMO: E che? te n’offendi?

        MAGNASCO: Poiché sei venuta –

        MEMMO (seguitando la frase di Magnasco): – appunto per farli ridere! Ebbene, io ci sto! Non posso comprometterti, mi pare. Sei mia moglie!

        GASPARINA: Già: sua moglie; ma per ridere, signor Speranza! Ora basta, però. Non ride più lei, non ridiamo più noi. (A Vico e a Magnasco:) Lor signori non se ne vadano: si ritirino un momentino di là, per piacere.

        MAGNASCO: Come! Perché?

        GASPARINA: Un momentino, prego. Per lasciarmi dire due sole parole qua al si­gnor Speranza.

        MAGNASCO: Ma possiamo anche andarcene, se vuoi… Sarà meglio, anzi!

        GASPARINA: No*no: li prego di rimanere…

        MEMMO: Così riderete ancora!

        GASPARINA: No, signor Speranza. Vedrà che non rideranno più. Sono venuta per questo. Lei stia tranquillo, signor Lamanna; e se vuole, può anche andare.

        VICO: T’assumi tu la responsabilità?

        GASPARINA: Sissignore, me l’assumo io!

        MEMMO (ridendo acre): Sono sotto tutela! Ah! ah! ah!

        MAGNASCO: No, vedi? Ce n’andiamo. Che tutela! Resti con tua moglie… Addio, eh?

        MEMMO: Addio, addio.

        VICO (piano a Gasparina, che li accompagna fin verso la porta): Mi racco­mando…

        GASPARINA: Lasci fare a me.

        MAGNASCO (a Gasparina, osservandola): Ma sai che sei di un’eleganza! Per­metti? (Prende con due dita un lembo della veste, per tastarla.) Che stoffa è?

        GASPARINA: Un percallino da tre lire al metro… via, lasci, per favore.

        VICO: Andiamo… andiamo… Addio, Memmo.

        MEMMO: Addio. Vico e Magnasco salutano Gasparina, e via.

        Scena sesta

        Gasparina, Memmo.

        MEMMO (balzando in piedi): Ah perdio! Non ne posso più!

        GASPARINA: Glielo dicevo io?

        MEMMO: Va benissimo! Lo so da me! E mi pare difatti che da te, io, non sono venuto!

        GASPARINA (subito): A sbranarmi, a farmi scomparire dalla faccia della terra…

        MEMMO: Ne avrei tutta la voglia, te lo giuro!

        GASPARINA: Eh, lo credo bene!

        MEMMO: La mia rabbia è per costoro, che mi fanno gli amici.

        GASPARINA: Ah, non avrei dovuto farlo neanche io, signor Speranza!

        MEMMO: Ma tu almeno, io dico, vedesti un tuo vantaggio, nel farlo!

        GASPARINA: Sì, certo… Ma creda, signor Speranza, che non fu tanto per il van­taggio mio, quanto perché lei volle persuadermi in tutti i modi che avrei fatto anche il suo, anzi il suo specialmente.

        MEMMO (quasi tra sé, con vivacissima rabbia): Stupido! Pazzo!

        GASPARINA (guardandolo, sospirando, e tentennando il capo): E perciò ho ri­morso adesso. Perché mi prestai, m’arresi a lasciarle commettere questa paz­zia, non persuasa affatto dentro di me.

        MEMMO: Non l’avrei commessa, se avessi saputo quello che essi sapevano e mi tennero nascosto! (Con profonda commozione, afferrandola per le braccia e scuotendola:) Ma lo sai tu, lo sai che se n’è scappata di casa?

        GASPARINA: Lo so, sissignore. L’ho saputo adesso…

        MEMMO: Che mandò a chiedere mie notizie, mentre ero ferito?

        GASPARINA: Sissignore. E le giuro che io avrei voluto dirglielo!

        MEMMO: Ah, lo sapevi anche tu?

        GASPARINA: Sissignore. Questo, sì.

        MEMMO: E perché non me lo dicesti? Te l’impedirono loro?

        GASPARINA: Dissero… dissero ch’era inutile…

        MEMMO: Inutile?

        GASPARINA: Lei era tanto grave…

        MEMMO: Fossi morto!

        GASPARINA (con moto subitaneo): No! Che dice! (Poi, trattenendosi e can­giando tono:) Ma veramente essi non sapevano allora, ecco, che ella era an­data via di casa… Parve strano a tutti!

        MEMMO: Tanto più dovevano dirmelo! E ancora fuori, sai? M’aspetta… m’a­spetta… m’aspetta… (Rompe in pianto, piegandosi su lei.)

        GASPARINA (carezzandogli appena il capo): Eh… Poverino… poverino… Ma dunque… dunque ella ancora non sa niente?

        MEMMO: Glielo hanno detto, ma non ci crede! Non ci vuol credere!

        GASPARINA: Eh, certo! Perché veramente è una cosa –

        MEMMO: – che non si può credere! Hai visto, intanto, quei cari amici? Hanno riso, nel vederti comparire davanti a me! La sposina che viene a trovare lo sposino! E come s’è fatta bella! E chi sa quanto godonca immaginarti felice, beata, là, nella villetta, mentre io qua mi dibatto in questa disperazione.

        GASPARINA: Se potessi dir loro che non è vero…

        MEMMO: Ah, bene! Sei forse venuta a dirmi che ho fatto infelice anche te?

        GASPARINA: No, signor Speranza. Io le sono tanto grata… Sto tranquilla, in ri­poso… Ed è tanto bello, lì… c’è tanto sole… tanto aperto…

        MEMMO: Perché tu l’hai nell’anima, l’aperto. Se no, non lo vedresti neanche lì.

        GASPARINA: Sì, ma è peggio, creda.

        MEMMO: Ah, ti par peggio?

        GASPARINA: Perché, abituata a pensar sempre e soltanto a cavarmi da tutte le difficoltà più angustiose, vede? e a scorger sempre miserie nella vita, e nient’altro, proprio nient’altro; ora lì… (Resta sospesa.)

        MEMMO: Ebbene?

        GASPARINA: Niente, vedo… penso… e… – Sa che c’è quella ragazzetta del cu­stode della villa accanto? Un amore di bambina… bionda… In tutto quel sole… salta alla corda… Fa più di cento salti in fila, sa? – La vedo così con­tenta… (Resta di nuovo sospesa.)

        MEMMO: Ebbene?

        GASPARINA (con un groppo alla gola, e pur sorridente): Niente…

        MEMMO: Ti vien voglia di saltare alla corda anche tu?

        GASPARINA: Ma che! Penso che da ragazza… io… mai… (Cangiando subito, per nascondere la commozione:) La faccio ridere! Sa che c’è quel troncone di pesco davanti la villetta?

        MEMMO: Non ricordo…

        GASPARINA: Pare proprio un gobbo, lì davanti… Buffo! – Credo che tutti i pas­seri, quando si raccolgono sul tetto verso sera, non facciano altro che ridere di lui. Bene: ma sa che quel povero gobbo lì m’è tutto fiorito da tre giorni? Pareva dapprima che gli fossero spuntati come tanti porri sulla gobba… Che! Erano fiori! fiori!

        MEMMO: E tutto questo ti fa infelice?

        GASPARINA: No, che infelice! Lo guardo, così tutto gobbo, eppure così tutto fio­rito, e… e… niente…

        Scena settima

        Detti, Loletta.

        Loletta viene fuori improvvisamente dall’uscio a destra col cappello in capo, abbottonandosi i guanti. Ha il portafogli di Memmo sotto il braccio. Appena entrata, scorgendo Gasparina, s’arresta, confusa: poi assume un contegno di maligno riguardo.

        LOLETTA: Oh! Chiedo scusa…

        MEMMO: Tu eri ancora di là?

        LOLETTA: Eh… non sapevo… Scusami… Stavo a prepararmi…

        MEMMO: Vieni, vieni avanti…

        LOLETTA (a Gasparina, passandole davanti): Me ne vado, io, sa? Sloggio!

        GASPARINA: Non certo per me, carina mia…

        MEMMO (a Loletta, urtato): Basta! Non facciamo storie! Che hai da dirmi?

        LOLETTA: Niente… che ho preparate di là le mie robe. Se mi fai il piacere di farmele portare da Celestino in casa di Fanny, per ora…

        MEMMO: Va bene.

        LOLETTA: E poi, ecco qua… (Prendendo in mano il portafogli per consegnarlo a Memmo, a cui si è accostata; ma prima voltandosi a Gasparina:) Permette? Scusi…

        GASPARINA: Ma faccia! faccia pure!

        MEMMO: Fai presto, su!

        LOLETTA: Eh, no, te lo devo dire, abbi pazienza… (Si alza sulla punta dei piedi e gli dice qualche cosa all’orecchio, dandogli il portafogli.)

        MEMMO: Va bene! Potevi anche di più…

        LOLETTA: No. Bastano. Addio allora, eh?

        MEMMO: Addio, addio.

        LOLETTA (piano, tirandoselo un po’ in disparte): Di’ un po’, resti ora con lei?

        MEMMO (scrollandosi rabbiosamente): Ma fa’ il piacere! Andate al diavolo tutti quanti!

        LOLETTA (ridendo male): Ecco, sì, ecco… me ne vado, me ne vado… – A rive­derla signora! (Via di corsa per l’uscio infondo.)

        Scena ottava

        Detti, meno Loletta, poi Celestino.

        MEMMO: Ah, la finisco io! la finisco io! Non ci mancava che questa tua venuta qua! Ma la finisco io, ora stesso! (Si fa alla comune e chiama:) Celestino!

        GASPARINA (accorrendo, per trattenerlo): Che vuol fare? Per carità!

        MEMMO (voltandosi, sgarbato): Non mi seccare!

        CELESTINO (presentandosi sulla soglia): Comandi!

        MEMMO: Porterai la roba della signorina Festa in casa della signorina Martinez, appena io sarò uscito. E bada: qualunque cosa possa accadere, la mia porta è chiusa per tutti.

        CELESTINO: Sissignore. (Si ritira.)

        Scena nona

        Gasparina, Memmo.

        MEMMO (voltandosi a Gasparina, con fare sbrigativo): E adesso andiamo. Io, cara mia, debbo uscire!

        GASPARINA: No, signor Speranza…

        MEMMO: Vorresti trattenermi anche tu?

        GASPARINA: Io? non potrei né per amore né per forza. Vorrei solo che mi stésse prima a sentire. La prego.

        MEMMO: No, no; basta! Mi son seccato!

        GASPARINA: Due soli minuti. Me ne vado subito.

        MEMMO: Auff! Debbo andare via subito anch’io…

        GASPARINA: Non vuol lasciarmi dire almeno la ragione per cui sono venuta?

        MEMMO: Ma che vuoi che m’importi della bambina che salta, del gobbo fio­rito…

        GASPARINA: No. Lo so bene che non può importarle di questo. Debbo parlarle d’altro.

        MEMMO: Di’ su, dunque! Presto, presto.

        GASPARINA: Prestissimo. Ecco. Lei sa che il signor Barranco…

        MEMMO: Ma, Dio mio! Vuoi parlarmi di quel vecchio imbecille?

        GASPARINA: No, no, voglio parlarle di lei.

        MEMMO: Di me?

        GASPARINA: Sì, mi stia a sentire. (Sillabando:) Della sua liberazione.

        MEMMO (stordito): Della mia liberazione? Che vuoi dire?

        GASPARINA: Proprio così. Della sua liberazione. Sa che il signor Barranco…

        MEMMO: Come c’entra il signor Barranco nella mia liberazione?

        GASPARINA: Aspetti! Abbia pazienza un momento! Vedrà che c’entra! Me l’ha detto proprio lui!

        MEMMO: Della mia liberazione?

        GASPARINA: Sissignore. Che il rimedio c’è, m’ha detto; se lei si vuol liberare.

        MEMMO: Il rimedio?

        GASPARINA: Sissignore.

        MEMMO: Che rimedio? Di liberarmi di te?

        GASPARINA: Sissignore, di me!

        MEMMO: E sei venuta per dirmi questo?

        GASPARINA: Sissignore.

        MEMMO (sconcertato nella sua impazienza dal viso fermo con cui Gasparina gli parla, pur così timida e, insieme, un po’ birichina): Oh guarda un po’! Abbi pazienza tu, mia cara! Che dici?

        GASPARINA: Eh… se lei non si calma un poco… Vuole far presto…

        MEMMO: Ma scusa, dici sul serio?

        GASPARINA: Altro che! Vuole che scherzi?

        MEMMO: Io posso liberarmi di te?

        GASPARINA: Sissignore. Proprio così. Quando vuole!

        MEMMO (dopo averla contemplata un po’): Lo sai che sei impagabile? Con quest’aria tranquilla…

        GASPARINA: Mi pare che dovrebbe esserne contento…

        MEMMO (con l’aria di non prenderla sul serio): Grazie, cara. Contentissimo, sì. Vedo il tuo buon cuore, e t’ho ascoltato per questo. Ma non c’è purtroppo da far nulla, credi. Te ne puoi andare.

        GASPARINA: No, guardi, signor Speranza, che in questo momento, se lei mi dà ascolto, può recuperare la sua libertà. Il rimedio c’è veramente.

        MEMMO: E dalli! Chi te l’ha detto? Te l’ha detto il signor Barranco?

        GASPARINA: C’è, c’è. Glielo dico io.

        MEMMO (vie più stordito contemplandola): Ma guarda come le ridono gli occhi…

        GASPARINA: Perché lei non ci vuol credere… Se le dico che c’è!

        MEMMO (impazientito): Ma come c’è?

        GASPARINA (ferma): C’è.

        MEMMO: E quale?

        GASPARINA (abbassa gli occhi e poi risponde così ad occhi bassi, evasiva­mente): Quale…

        MEMMO: Di’ su. Quale? Non puoi dirmelo?

        GASPARINA (esitante, sempre con gli occhi bassi e con vergogna maliziosa­mente graziosa): Se… se volesse venire alla villetta… glielo dirà lui, il signor Barranco…

        MEMMO: Ma va’ là! Quel vecchio scimunito!

        GASPARINA: Eppure è vero, creda.

        MEMMO: L’ha trovato lui, questo rimedio?

        GASPARINA: No… lui glielo potrà dire…

        MEMMO: E tu no?

        GASPARINA: Io no…

        MEMMO: Ma perché?

        GASPARINA: Perché no…

        MEMMO: Ma via! Sto a dar retta a te! Andiamo, andiamo, cara!

        GASPARINA: Gliel’assicuro, signor Speranza.

        MEMMO: Ma scusa: separazione – non siamo stati mai uniti – sarebbe inutile; non mi scioglierei. Il divorzio ancora non c’è… Dunque, che mezzo vuoi che ci sia? Qualche scempiaggine di quel vecchio imbecille…

        GASPARINA: No, senta: lei ha fretta, ed io me ne vado. Ma deve promettermi che non farà nessuno sproposito, se prima non si sarà accertato di questo –

        MEMMO: – che il rimedio c’è?

        GASPARINA: – sissignore, di liberarsi, e di poter di nuovo disporre di sé, come lei vorrà. Me lo promette?

        MEMMO (di nuovo sconcertato; prima guardandola e poi scrollandosi): Ma che vuoi che ti prometta!

        GASPARINA: Scusi, che cosa ci perde a venire un momentino a sentire?

        MEMMO: Ma dimmelo tu, ora, qua, perdio!

        GASPARINA: Io non posso. Glielo dirà lui! Ho la sua promessa, badi! Vedrà che il rimedio c’è, c’è proprio e sicurissimo. Me ne vado. (S’avvia.)

        MEMMO (correndole appresso): No, senti… senti…

        GASPARINA: No, no. Me ne scappo! Bisogna che venga là! A rivederla! (Via di furia.)

        MEMMO: Gasparotta! (Riviene avanti; si ferma e resta un tratto a scervellarsi, poi esclama:) Ma che diavolo può essere?

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1918 – Ma non è una cosa seria – Commedia in tre atti
Premessa
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