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Dopo essersi separata da Gregorio Alvignani, Marta torna a casa sconvolta e cerca di nascondere alla madre e alla sorella quanto è accaduto. Il rimorso e il desiderio di attribuire alla propria caduta il significato di una vendetta la spingono infine a scrivere all’uomo una lettera angosciosa.
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Riassunto
Sulla scala della casa, Gregorio Alvignani stringe Marta tra le braccia e le domanda quando ritornerà. Lei rimane inerte e senza voce, convinta di essere finalmente precipitata nel punto verso il quale tutti l’avevano spinta con le accuse e le persecuzioni.
Marta avverte soprattutto di aver perduto ogni volontà. Gregorio interpreta il suo abbandono come una piena adesione e continua a ripeterle che ormai è sua, quasi possedesse su di lei un diritto creato dalle ingiustizie subite.
Quando l’uomo le chiede di trattenersi ancora, Marta si riscuote, si libera dal suo abbraccio e decide di andare via. Alla nuova domanda su quando tornerà, risponde soltanto che gli scriverà.
Rimasta sola nella strada percorsa poco prima accanto a Gregorio, viene raggiunta dai sentimenti che durante l’incontro erano rimasti sospesi. Cammina rapidamente verso casa, cercando ragioni capaci di difendere davanti a se stessa la propria onestà.
Marta tenta di considerare ciò che è accaduto come una vendetta volontaria: dopo essere stata condannata quando era innocente, avrebbe finalmente scelto di compiere la colpa che tutti le avevano attribuito.
Passando davanti al Collegio, riesce per qualche istante a recuperare sicurezza. Immagina che chi la vede possa credere che stia tornando normalmente dal lavoro e cerca di accordarsi all’apparente uniformità della vita quotidiana.
Teme però che il volto, la voce o persino il respiro possano tradirla. Pronuncia ad alta voce una frase sulla propria stanchezza per verificare se riesca ancora a parlare con il tono consueto.
Avvicinandosi a casa, ritrova una calma costruita con la riflessione e la volontà. Maria la vede dal terrazzo e le sorride; Agata le domanda perché sia tornata prima del solito.
Marta risponde di aver rinunciato a una lezione privata a causa del mal di testa. La voce rimane ferma e nessuno sospetta la verità. Sola nella propria camera, si stupisce della facilità con cui riesce a fingere.
Per tutto il giorno si mostra più allegra del solito, ma la sera comprende di aver bisogno della finzione soprattutto per proteggersi da se stessa. Tenta di correggere i compiti delle allieve, senza riuscire a concentrarsi.
Si alza e appoggia la fronte accaldata ai vetri freddi del balcone. Ripercorre mentalmente la passeggiata, l’ingresso nella casa di Gregorio, la corte con i colombi, la scala scoperta e il panorama osservato dal terrazzo.
Nel ricordo, Marta ha l’impressione di trovarsi ancora sulla terrazza di Alvignani e di vedere da lontano se stessa nella propria camera. Ripete allora che tutti avevano voluto quella conclusione e decide di scrivere a Gregorio.
La lettera ruota ossessivamente attorno a due domande: «Che ho fatto?» e «Che farò?». Marta esprime il rimorso attraverso una passione aggressiva e ripete all’uomo, quasi per spaventarlo, che ormai è sua.
Gli rimprovera di non averle rivelato subito che la passeggiata conduceva alla sua abitazione. Gli confessa di sentirsi perduta, priva di guida e nello stesso tempo responsabile della madre e della sorella, che dipendono interamente dal suo lavoro.
Marta contrappone infine la libertà di Gregorio alla propria condizione di donna ancora legata al marito e alla famiglia. La lettera si interrompe bruscamente con la richiesta di rivedersi e la promessa di comunicargli quando sarà possibile.
Analisi
Il capitolo sviluppa le conseguenze psicologiche dell’incontro con Alvignani. L’evento esterno è ormai concluso, ma la vera caduta di Marta si compie nella coscienza, mentre tenta di comprendere ciò che ha fatto e di attribuirgli un significato.
La sensazione dominante è la perdita della volontà. Marta non interpreta l’abbandono come una decisione libera, ma come l’esito di una lunga spinta esercitata dagli altri: il marito, il padre, il paese e tutte le persone che l’avevano già dichiarata colpevole.
Gregorio fraintende completamente questa passività. Il suo ripetere «mia» trasforma il desiderio amoroso in possesso e conferma che anche l’uomo presentato come liberatore tende a imporre alla protagonista una nuova appartenenza.
La fuga dalla casa di Alvignani segna il ritorno della coscienza. Appena Marta resta sola, riaffiorano i sentimenti, le responsabilità e il bisogno di ricostruire davanti a se stessa l’immagine della donna onesta.
L’idea della vendetta rappresenta un tentativo di trasformare la passività in scelta. Marta vorrebbe convincersi di aver tradito volontariamente per ribellarsi a chi l’aveva punita da innocente, ma questa interpretazione non riesce a cancellare il rimorso.
Il passaggio davanti al Collegio mostra il potere rassicurante delle apparenze sociali. La semplice possibilità che i passanti credano Marta di ritorno dal lavoro le permette di sentirsi momentaneamente protetta dalla normalità.
La prova della voce rivela però una profonda estraneità da se stessa. Marta parla con il tono consueto, ma le parole le sembrano pronunciate da un’altra persona o imitate da un’attrice.
La casa conserva intatta la quotidianità di Agata e Maria. Proprio questa continuità rende più dolorosa la frattura interiore della protagonista: nulla è cambiato per gli altri, mentre lei sente di essere uscita definitivamente dalla propria vita precedente.
La capacità di fingere le procura insieme stupore e soddisfazione. Marta scopre di poter recitare con successo la parte della figlia e della sorella serena, nascondendo dietro una forma immutata il caos della propria coscienza.
La scena davanti al balcone costruisce una duplicazione significativa. Marta immagina di guardare dalla terrazza di Gregorio la donna che ora si trova nella propria camera, quasi fosse divisa tra due esistenze ormai inconciliabili.
La lettera diventa ancora una volta lo strumento attraverso il quale la protagonista tenta di organizzare una realtà confusa. Scrivere significa cercare una forma, ma le due domande ripetute dimostrano che nessuna risposta è ancora possibile.
La frase «ora sono tua» non esprime una resa felice. Marta la usa con aggressività, quasi volesse trasferire su Gregorio il peso e la paura delle conseguenze, obbligandolo ad assumersi la responsabilità del legame appena iniziato.
Il contrasto tra la libertà dell’uomo e il corpo incatenato della donna chiarisce infine la disuguaglianza della relazione. Gregorio può vivere l’amore come scelta privata; Marta resta legata al matrimonio, al lavoro e al dovere di sostenere Agata e Maria.
Il capitolo non presenta quindi l’adulterio come una liberazione compiuta. Marta ha infranto il confine che la teneva separata dalla colpa, ma si ritrova ancora più sola, priva di una direzione e costretta a domandarsi quale vita potrà costruire dopo quella caduta.
Leggi e ascolta – Voce di Edoardo Camponeschi
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IX.
– Quando, quando ritornerai? – le domandò con fuoco l’Alvignani stringendola forte tra le braccia, su la scala.
Si lasciò stringere, senza rispondere: inerte, come insensata.
A volere parlare, non avrebbe trovato la voce. Ritornare? Ma ora lei non avrebbe più voluto andar via; non già per non sciogliersi da quelle braccia, ma perché lì ormai si sentiva come giunta al suo fine, piombata nel suo fondo, dove tutti, tutti, la avevano spinta, quasi a furia d’urtoni alle terga, e precipitata. Come ritrarsene? come ritornare più indietro? come riprendere più la lotta oramai? Era finita! Dove tutti avevano voluto ch’ella arrivasse, era arrivata. Ed egli che l’aspettava, se l’era presa; era venuto a prendersela, così, semplicemente, come se tutte le ingiustizie da lei patite gli avessero creato questo diritto su lei. Ecco perché subito, fin dal primo vederlo, non aveva potuto resistergli e si era trovata senza volontà davanti a lui così sicuro. Senza volontà! Questa era la sua più forte impressione.
– Mia… mia… mia… – insisteva l’Alvignani, stringendola vie più forte.
Sì; sua! Cosa sua. Cosa data a lui.
Non intendendo quell’abbandono, o piuttosto, interpretandolo altrimenti, egli, com’ebbro, si chinò a sussurrarle all’orecchio di trattenersi, di trattenersi ancora un poco…
– No, vado, – diss’ella, riscotendosi improvvisamente e quasi sguizzandogli dalle braccia.
Egli le prese una mano:
– Quando ritornerai?
– Ti scriverò…
E andò via. Appena sola per quella stessa strada, percorsa un’ora avanti accanto a lui, si sentì come riassalita dai proprii sentimenti, smarriti lungo l’andare, come se si fossero posti in agguato, aspettando il ritorno di lei su i proprii passi.
Si voltò a guardare, quasi sgomenta, la via da cui era uscita; poi prese ad andare in giù, frettolosa, con la mente scombuiata. E, andando, chiamava in soccorso, a raccolta, ragioni, scuse che sostenessero di fronte a lei stessa il concetto della propria onestà, quasi per farsene forte contro colui che così improvvisamente gliel’aveva tolta, e per sottrarsi nello stesso tempo all’idea che l’avviliva e la schiacciava, di essere stata tratta, cioè, quasi passivamente, a quella stessa colpa, di cui – innocente – era stata accusata. Volle costringersi a vedere, proprio, a sentire, ad assaporare in quella sua subitanea caduta, che la sconvolgeva, una vendetta voluta da lei, la vendetta della sua antica innocenza, contro tutti.
Alla vista del Collegio alla sua destra, riuscì con uno sforzo a risollevare lo spirito. Rientrava ora in quel tratto del Corso per cui era solita di passare ogni giorno. Rallentò il passo, proseguì più calma e più sicura, come se veramente si fosse lasciata dietro le spalle la colpa, solo perché la gente, ora, vedendola, poteva pensare: «Ella torna dal Collegio». Tuttavia si sentiva ancora addosso qualcosa d’indefinibile, che avrebbe potuto tradirla, se qualcuno avesse respirato molto vicino a lei, guardandola e parlandole. Procurò di sottrarsi alla molestia di questa sensazione, guardando le note insegne delle botteghe, i noti volti di quelli ch’era solita d’incontrare ogni giorno. La colse a un tratto il timore che, parlando, le avrebbe tremato la voce; e subito le venne alle labbra questo sospiro: – Ah, che stanchezza! –. Pronunziò le parole tenendo attentissimo l’udito, ma come se esse esprimessero veramente quel che sentiva, e non fossero una prova immediata, suggerita dal timore improvvisamente concepito. Era la sua voce consueta, sì; ma le parve come non uscita dalla propria bocca, o come se lei stessa avesse voluto imitarla.
Notò con sollievo che nulla di nuovo era avvenuto nella vita di tutti i giorni per quella strada, che tutto insomma era come prima, e volle costringersi ad accordarsi anche lei alla uniformità consueta dei comuni casi giornalieri. Ecco, passava adesso sotto Porta Nuova, come jeri, come l’altro jeri. E man mano che s’appressava a casa, sentiva, per forza di riflessione e di volontà, crescere la calma.
Maria era al terrazzo e, guardando di tra i vasi dei fiori imbasati in fila su la balaustrata, scorse giù nella via la sorella. Marta le fe’ cenno con la mano, e Maria sorrise. Nulla di nuovo, neppure in casa.
– Come… più presto oggi? – le domandò la madre.
– Più presto? Sì… ho tralasciato una lezione particolare… Mi faceva un po’ male il capo.
Diceva la verità. La voce, ferma. Si rammentava del mal di capo a proposito. Sorrise alla madre e aggiunse:
– Vado a svestirmi. Maria è sul terrazzo… L’ho vista dalla strada…
Sola, in camera, si stupì della propria calma, come se non se la fosse imposta lei stessa, a forza; si stupì di saper fingere così bene; e lo stupore era quasi soddisfazione. Si mostrò allegra quel giorno, come la madre e la sorella non la vedevano più da molto tempo.
Venuta la sera però s’accorse che non tanto per gli altri aveva bisogno di fingere, quanto per sé. Subito, per non badare alla propria inquietudine, per non restar sola con sé, trasse dal cassetto i compiti scolastici da correggere, come soleva ogni sera, tolse in mano la matita per segnare gli errori, e si mise a leggere, concentrando sul primo scritto tutta l’attenzione. Lo sforzo fu vano: una gran confusione le si fece nel cervello. Non poté rimanere seduta, e andò ad appoggiare la fronte che le scottava su i vetri gelidi del balcone.
Lì, con gli occhi chiusi, volle rifarsi lucidamente i minimi particolari della giornata. Ma la lucidezza dello spirito le s’intorbidava anche adesso, ricordando la passeggiata con l’Alvignani fino alla casa di lui. Egli abitava lassù, e la aveva trascinata, ignara, fino a casa sua! Avrebbe dovuto sciogliersi da lui, pervenuta lassù all’angolo della via. Ma come? se non aveva saputo proferire neanche una parola? Rivide la corte piena di colombi; la scala scoperta. Ecco: se la scala non fosse stata così scoperta, forse non sarebbe salita… Ah, sì: certo! Le si riaffacciò alla mente lo spettacolo dell’ampia chiostra dei monti. Poi provò una strana impressione, suscitata dal ricordo d’aver cercato con gli occhi, dal terrazzo dell’Alvignani, il tetto della propria casa presso il Duomo: le parve di trovarsi ancora a guardare da quel terrazzo e di vedersi com’era adesso, lì, nella sua camera, con la fronte su i vetri del balcone.
– Tutti l’hanno voluto… – mormorò tra sé, duramente, per ricacciar la commozione che già le stringeva la gola. – Gli scriverò, – aggiunse, aggrottando le ciglia; poi, con repentino mutamento d’animo, scrollando le spalle, terminò: – Ormai! Così doveva finire…
E scrisse una lunga lettera che s’aggirava tutta, smaniosamente, su queste due frasi: «Che ho fatto?» e «Che farò?». Il rimorso della subitanea caduta vi si mostrava in uno slancio aggressivo di passione, nella frase appositamente ripetuta e sottolineata: «ora sono tua!» quasi per fargli paura.
«Andando in sù, accanto a te, io non sospettavo… Avresti dovuto dirmelo: non sarei venuta. Quanto, quanto sarebbe stato meglio per me e per te! Se tu sapessi quel che ho sofferto al ritorno, sola; come soffro adesso, qui, tra mia madre e mia sorella! E domani? Io mi trovo sbalzata fuori d’ogni traccia di vita, e non so come farò, quel che avverrà di me. Sono il sostegno unico di due povere donne; e io stessa sono senza guida, perduta… Senti com’è amaro il frutto del nostro amore? Tanti e tanti pensieri v’infiltrano questo veleno. Ma com’è possibile non pensare, nella mia condizione? Tu sei libero: io no! La libertà delle anime, che tu dici, si riduce a un supplizio per il corpo incatenato…»
La lettera terminava improvvisamente, quasi strozzata dalla mancanza di spazio, a piè del foglietto. «Bisogna che ci rivediamo. Ti avviserò quando… Addio.»
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