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Marta incontra Gregorio Alvignani all’uscita dal Collegio e si lascia trascinare in una passeggiata sempre più lontana dalla città. Giunta nella casa dell’uomo, cede infine al suo abbraccio, divisa tra desiderio, paura e rimorso.
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▶ I romanzi di Luigi Pirandello
Riassunto
Gregorio Alvignani raggiunge Marta all’uscita dal Collegio e la invita a fare una passeggiata. Entrambi sono profondamente turbati dall’incontro, ma Marta non riesce a congedarsi e accetta di seguirlo.
I due percorrono il tratto più solitario del Corso. Marta cammina a capo chino, temendo di essere vista dal marito, da Matteo Falcone o da qualcuno capace di trasformare quella passeggiata in un nuovo scandalo.
Alvignani le parla con crescente trasporto e le assicura di aver pensato sempre a lei. Marta ascolta le sue parole quasi senza comprenderle, sopraffatta da vergogna, paura e da un piacere che non riesce più a respingere.
Nella sua mente si affollano il lavoro al Collegio, le lezioni private, le minacce di Rocco e la gelosia di Falcone. Nessun pensiero, tuttavia, riesce a interrompere l’incanto che la lega all’uomo che cammina al suo fianco.
Marta avverte che Gregorio è venuto a riprendersela e lo segue come se egli possedesse un diritto naturale su di lei. Anche Alvignani si lascia dominare dal sentimento e comincia a rivolgerle il «tu» usato nelle antiche lettere.
Quando lo stradone è ormai deserto, Gregorio la conduce verso una via laterale. Le mostra la porta della casa presa in affitto e la invita a entrare per ammirare dal terrazzo il panorama di Palermo, dei monti e del mare.
Marta tenta più volte di rifiutare, ma non trova la forza di liberarsi dalla sua mano. Varcata la soglia, prova per un momento sollievo nell’androne fresco e si lascia distrarre dai colombi raccolti nella corte.
Quando comprende di essere entrata nella casa di Alvignani, l’incanto si spezza. Marta si sente perduta e cerca una via di scampo insistendo per raggiungere subito il terrazzo.
Dall’alto contempla prima la grande cerchia dei monti, Monreale e la campagna; poi, dalla parte opposta, la città, le cupole, il Teatro Massimo, Monte Pellegrino e il mare illuminato dal sole.
La bellezza del panorama la rapisce soltanto per pochi istanti. Cercando con lo sguardo la zona in cui si trova la propria casa, pensa ad Agata e Maria che la aspettano e viene assalita dal rimorso.
Marta scoppia a piangere e ripete che non avrebbe dovuto seguire Gregorio. L’uomo la consola, le asciuga gli occhi e la accarezza. Quando infine la stringe tra le braccia, lei ha un fremito e un singulto, cedendo senza una piena e consapevole adesione.
Analisi
Il capitolo realizza il paradosso fondamentale del romanzo: Marta, condannata e ripudiata quando era innocente, compie davvero l’adulterio soltanto dopo essere stata privata della famiglia, della reputazione e di ogni possibilità di difesa.
La passeggiata con Alvignani è descritta come uno stato di progressiva perdita della volontà. Marta non decide apertamente di seguirlo, ma non riesce neppure a fermarsi. Il movimento fisico traduce il suo cedimento interiore.
Il timore dello sguardo altrui rimane presente fin dall’uscita dal Collegio. Anche in una strada quasi deserta, Marta immagina Rocco, Falcone e il giudizio pubblico: la persecuzione sociale è ormai diventata una sorveglianza interiorizzata.
Le parole di Gregorio agiscono sulla protagonista più attraverso il tono e la vicinanza che per il loro contenuto. Marta quasi non comprende ciò che ascolta, ma si lascia avvolgere dalla voce dell’uomo e dal sentimento di essere finalmente desiderata.
Alvignani appare insieme sinceramente innamorato e dominatore. Interpreta l’agitazione di Marta come una disponibilità, la conduce lontano dalla città e insiste nonostante i suoi ripetuti tentativi di sottrarsi.
Il passaggio dal «lei» al «tu» ristabilisce la familiarità delle antiche lettere. Il linguaggio annulla simbolicamente gli anni trascorsi e riporta Marta nella relazione immaginata prima del matrimonio, ma ora dentro una situazione concreta e pericolosa.
La casa di Gregorio rappresenta la soglia decisiva. Finché cammina all’aperto, Marta può ancora interpretare l’incontro come una passeggiata; entrando nell’abitazione comprende invece la direzione verso cui è stata condotta.
I colombi e il terrazzo attenuano momentaneamente la tensione. La contemplazione del paesaggio offre alla protagonista un’apparente apertura verso la libertà e la vita, ma rende subito più doloroso il confronto con le responsabilità lasciate a casa.
Il panorama di Palermo possiede quindi un valore ambiguo. Da una parte mostra l’ampiezza del mondo e la possibilità di una nuova esistenza; dall’altra permette a Marta di cercare idealmente Agata e Maria e risveglia il senso di colpa.
Il pianto finale rivela che Marta non vive l’incontro come una liberazione piena. Il desiderio risvegliato da Alvignani entra in conflitto con la lealtà verso la famiglia, con la paura dello scandalo e con la coscienza di essere entrata nella situazione che gli altri le avevano falsamente attribuito.
La formula con cui si conclude il capitolo, «cede senza concedere», esprime l’ambiguità della scena. Marta non oppone più una resistenza efficace, ma non trasforma neppure il proprio abbandono in una scelta serena e consapevole.
Pirandello evita così di presentare l’adulterio come una vendetta o una conquista amorosa. È piuttosto l’esito tragico di una lunga esclusione: la società ha costretto Marta dentro la parte della colpevole, fino a renderle quasi impossibile continuare a difendere l’innocenza che non le ha procurato alcuna salvezza.
Leggi e ascolta – Voce di Edoardo Camponeschi
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VIII.
– Venga, due passi… Il mal di capo le svanirà. Vede che giornata? Due passi…
– Ha fatto male a venire…
– Perché?
– Avrei voluto avvisarla… Ma dove?
– Perché? – insistette l’Alvignani.
Era turbatissimo anche lui. Non s’aspettava di ritrovare Marta in tanto rigoglio di bellezza e così confusa e tremante davanti a lui. Non sapeva come spiegarsi la facilità con cui ella pareva si lasciasse condurre; e n’era quasi sgomento; temeva d’ingannarsi, si sforzava di dubitare e temeva di credere; temeva che un gesto, una parola, un sorriso imprudente non dovessero in un attimo rompere l’incanto.
Marta andava a capo chino, col volto in fiamme. Non avendo saputo, né quasi creduto possibile separarsi da lui su la soglia del Collegio, ed essendosi piegata all’invito di fare due passi insieme, si era messa ad andare in sù, dove il Corso diveniva man mano più solitario. Non si sarebbe certamente avviata con lui verso la città, incontro alla gente.
Usciva dal Collegio due ore prima del solito; né il marito dunque poteva essere di già alle poste, né Matteo Falcone l’avrebbe veduta. Pure tremava; le pareva che tutti dovessero accorgersi dell’imprudenza, anzi della temerità di lui e dell’estrema agitazione con cui lei lo seguiva, come trascinata veramente, come cieca. E non penetrava il senso delle parole ch’egli le diceva con voce tremante, ma le udiva. Erano parole ardenti e affollate, che le cagionavano a un tempo vergogna e sgomento, misti a un piacere indefinibile. Le diceva che da lontano aveva sempre pensato a lei…
E lei ripeté involontariamente, con aria incredula:
– Sempre…
– Sì, sempre!
Che diceva adesso? Che non gli aveva risposto? Quando? A qual lettera? Fece per alzare gli occhi a guardarlo, ma subito riabbassò il capo. Sì, era vero: non gli aveva risposto. Ma come avrebbe potuto rispondergli, allora?
Pensieri sconnessi le guizzavano intanto nel cervello; le due bambine a cui soleva dare in quel giorno la lezione particolare; l’ultima minaccia del marito nella lettera d’Anna Veronica; il mostruoso amore e la gelosia di Matteo Falcone… Ma nessuno di quei pensieri riusciva a riflettersi su la sua coscienza sconvolta, tra l’angoscia incalzante dei palpiti.
Sentiva ch’era di quell’uomo elegante, ardito, che le camminava a fianco, ch’era venuto a prendersela improvvisamente; e lo seguiva, come se avesse davvero un diritto naturale su lei, e lei il dovere di seguirlo.
Émpiti di sangue le balzavano alla testa; poi un subito spossamento le aggravava le membra. Aveva perduto affatto la coscienza di sé, d’ogni cosa; e andava innanzi senza volontà, né speranza di potere più sciogliersi da quell’uomo che la avviluppava con la parola commossa.
Anche lui era preso e vinto dall’irresistibile fascino amoroso, e parlava, parlava senza saper bene ciò che dicesse, ma sentendo che ogni parola, il suono, l’espressione di essa erano in perfetta armonia, e avevano virtù spontanea d’infallibile persuasione. Né anche egli pensava più; non sapeva che una cosa sola: che era vicino a lei, che non l’avrebbe lasciata più.
L’aria s’era come infiammata intorno ai loro corpi, s’era fatta avvolgente, e vietava ogni percezione della vita circostante; gli occhi non iscorgevano più alcun oggetto, gli orecchi non accoglievano più alcun suono.
Egli era arrivato a darle del tu, come già nell’ultima lettera, in quella scoperta dal marito; ed ella questa volta lo aveva accolto quasi senza notarlo.
Da un pezzo lo stradone era divenuto solitario; la luce del sole metteva sul giallo della polvere come un fervore d’innumerevoli scintille che accecavano, e per cui pareva fervesse sotto i loro piedi anche la terra. Il cielo era d’un azzurro intenso, immacolato.
A un tratto si fermarono. Si fermò lui per primo. Marta si guardò attorno, smarrita. Dove erano? Da quanto tempo camminavano?
– Non eri mai arrivata fin quassù?
– No… mai… – rispose timidamente, continuando a guardare come se uscisse da un sogno.
– Di qua… – le disse l’Alvignani, prendendole senza alcuna pressione il polso e accennando una via traversa, alla sua sinistra.
– Dove? – chiese lei, forzandosi a guardarlo e ritirando un po’ il braccio ch’egli non lasciava.
– Di qua, vieni… – insistette lui, attirandola dolcemente, con un lieve, tremulo sorriso su le labbra aride, pallido in volto.
– Ma no… io adesso… – tentò lei di schermirsi, più che mai impacciata e sgomenta, notando il fremito della mano, il sorriso nervoso, il pallore del volto e l’espressione aggressiva degli occhi di lui, intorbidati e rimpiccoliti.
– Un momento solo… di qua… Vedi, non c’è nessuno…
– Ma dove? No…
– Perché no? Vedrai la chiostra dei monti… Morreale lassù… poi le campagne tutte fiorite… e da questa parte il mare, Monte Pellegrino… e la città intera sotto i tuoi occhi. Ecco, la porta è qui. Vieni!
– No, no! – negò più recisamente Marta, guardando la porta, quasi non comprendendo ancora ch’egli abitasse lì e non trovando tuttavia la forza di liberare il polso dalla mano di lui.
Ma egli la attirò. Varcata la soglia, Marta trasse un lungo sospiro; sentì tra le mura del breve, angusto androne un momentaneo sollievo, come un fresco refrigerante.
– Guarda, guarda… – le disse Gregorio accennando i colombi che tubavano tutti insieme, ora avanzandosi impettiti come in difesa del loro campo, ora allontanandosi impauriti dalla voce di Marta che s’era chinata a chiamarli:
– Come son belli… Uh, quanti…
Gregorio la guardava così china, col desiderio irresistibile d’abbracciarla, di stringerla forte a sé e non lasciarla, non lasciarla mai più. Gli pareva d’averla sempre, sempre desiderata così, fin dal primo giorno che l’aveva veduta.
– Ora guarda: due scalini… Andremo sù al terrazzo…
– No, no, ora me ne vado… – rispose subitamente Marta, rizzandosi.
– Come! Ora che sei entrata? Sono due scalini… Devi vedere il terrazzo… Sei già qui…
Marta si lasciò novamente attirare; ma, appena posto il piede nell’interno della casa, si sentì sciolta dall’incanto che l’aveva trascinata fin lì; le s’infoscò la vista; un vertiginoso smarrimento la colse. Era perduta! E, come in un incubo, sentì l’impotenza di sottrarsi al pericolo imminente.
– Il terrazzo? Dov’è il terrazzo?
– Ecco… vi andremo… – le rispose Gregorio, prendendole una mano e premendosela sul petto. – Ma prima…
Ella gli levò in volto gli occhi pieni d’angoscia, supplicanti.
– Dov’è? – ripeté, ritraendo la mano.
Non vedeva altro scampo, ora.
Gregorio la condusse attraverso le stanze; poi salirono un’angusta scaletta di legno.
Marta lassù sentì aprirsi il cuore.
Lo spettacolo era veramente magnifico. La grande chiostra dei monti incombeva maestosa e fosca sotto il cielo fulgidissimo. Le schiene poderose si disegnavano con tagli d’ombra netti. E Morreale pareva là un candido armento pascolante a mezza costa; e, sotto, la campagna sparsa di bianche casette si stendeva oscurata dall’ombra dei monti.
– Ora di qua! – diss’egli.
Quanto imminente e fosco era dalla parte dei monti lo spettacolo, tanto vasto e lucente si spalancava dalla parte opposta. Tutta la città, distesa immensa di tetti, di cupole, di campanili, tra cui, gigantesca, la mole del Teatro Massimo, si offerse a gli occhi di Marta, e il mare sterminato in fondo, riscintillante al sole, sotto i cui raggi Monte Pellegrino rossigno pareva sdrajato beatamente.
Marta per un momento si obliò nella contemplazione del vasto spettacolo. Poi cercò con gli occhi il campanile del Duomo, dietro a cui sorgeva la sua casa; e subito, al pensiero della madre e della sorella che colà la aspettavano, sentì più vivo il turbamento, più acuto il rimorso, e una sfiducia profonda e disperata di sé. Trasse il fazzoletto e si nascose la faccia.
– Piangi? Perché, Marta? Perché? – le domandò egli con affettuosa premura, accostandosele. – Vieni, scendiamo… Adesso te ne andrai…
– Sì, sì… subito… – fece lei, sforzandosi di dominarsi. – Non dovevo… non dovevo venire…
– Ma perché? – ripeté Gregorio, afflitto, come ferito dalle parole di lei, aiutandola a discendere. – Perché dici così, Marta? Marta mia… Aspetta, aspetta… Così! non piangere… rassèttati…
E asciugandole gli occhi, la carezzava, tutto tremante.
– No… no… – cercava di schermirsi Marta, abbandonata di forze.
Quand’egli la abbracciò, ella ebbe un fremito per tutte le membra, un singulto, come uno schianto, di chi cede senza concedere.
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