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L’esclusa – Parte seconda, Capitolo 6


⏱ Tempo di lettura: 9 min

Marta al balcone dopo aver strappato la lettera di Alvignani nel capitolo 6 della Parte seconda de L’esclusa
Elaborazione grafica di PirandelloWeb dal sesto capitolo della Parte seconda de L’esclusa: dopo aver strappato la lettera di Gregorio Alvignani, Marta si affaccia al balcone e guarda Palermo al tramonto. Le parole dell’uomo hanno risvegliato in lei il desiderio di vivere e di sottrarsi alla parte di vittima.
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La lettera di Gregorio Alvignani riapre in Marta il desiderio di vivere e di sottrarsi alla parte di vittima. Pur distruggendo il messaggio e l’invito ricevuto, la protagonista sa che l’uomo è a Palermo e che il giorno seguente verrà a cercarla al Collegio.

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Capitolo 6 – Riassunto e analisi

Riassunto

Entrata nel portone di casa, Marta lacera in minutissimi pezzi la lettera che Matteo Falcone l’aveva vista leggere. Distrugge anche il biglietto d’invito allegato e cerca di ricomporsi prima di raggiungere Agata e Maria.

Le parole della lettera continuano però a inseguirla mentre sale le scale. Pur avendo eliminato il foglio, Marta ne ricorda quasi ogni frase e le riascolta dentro di sé come una voce di rivolta contro le ingiustizie subite.

Rimasta sola nella propria camera, avverte con particolare intensità la distanza che la separa dalla madre e dalla sorella. Agata e Maria sono riuscite a rientrare nella vita ordinaria, mentre lei continua a sentirsi esclusa e costretta a mentire per nascondere il proprio tormento.

Marta si domanda perché debba continuare a vivere come una vittima, nonostante abbia salvato la famiglia con il proprio lavoro. Non ha commesso alcuna colpa, eppure ha perduto il marito, il padre, il figlio, la casa e la reputazione.

L’innocenza stessa le appare ormai insopportabile, perché non le ha procurato alcuna riparazione. La condanna pronunciata contro di lei dal marito e dal padre sembra definitiva e nessuno sarebbe più disposto a crederle.

La lettera rivela che Gregorio Alvignani è arrivato a Palermo. L’uomo l’ha invitata a una conferenza che terrà il giorno seguente all’Università e le ha chiesto di partecipare accompagnata dalla direttrice del Collegio.

Marta ha già distrutto l’invito e sa di non poter assistere alla conferenza. Alvignani le annuncia però che verrà comunque al Collegio per incontrarla e sapere direttamente da lei se sia soddisfatta della nuova vita.

La prospettiva dell’incontro provoca in Marta un’agitazione profonda. Si alza, si sistema fieramente i capelli e apre il balcone, trovandosi davanti il cielo acceso dal tramonto e la vitalità della primavera.

La protagonista si domanda se debba davvero restare per sempre fuori dalla vita, reprimendo gli affetti e i desideri che hanno cominciato a risvegliarsi. Le parole di Alvignani, «Vivere! vivere!», le sembrano un richiamo diretto alla ribellione e alla rinascita.

Travolta dalla lettera, Marta si allontana dal balcone e si siede con il volto nascosto tra le mani. Il desiderio di vivere si è ormai risvegliato, ma porta con sé paura, inquietudine e un bisogno improvviso di piangere.

Analisi

Il capitolo segna una svolta interiore decisiva. Marta non si limita più a difendersi dalle persecuzioni degli altri: comincia a mettere in discussione la parte di vittima che ha accettato per proteggere Agata e Maria.

Il gesto di strappare la lettera mostra il conflitto tra volontà e desiderio. Marta tenta materialmente di cancellare Alvignani e ciò che rappresenta, ma le parole sopravvivono nella memoria e acquistano una forza ancora maggiore.

La lettera torna ancora una volta come motore della vicenda. Una corrispondenza aveva provocato la condanna iniziale di Marta; ora un nuovo messaggio riapre la possibilità della vita, della ribellione e di un rapporto finalmente reale con Alvignani.

La menzogna domestica pesa ormai quasi quanto il giudizio sociale. Marta nasconde quotidianamente il proprio dolore per non turbare la madre e la sorella, ma questa protezione la costringe a vivere come un’estranea nella casa che mantiene con il proprio lavoro.

Agata e Maria rappresentano il ritorno alla normalità. Hanno recuperato abitudini, modestia e serenità; Marta, invece, non può più rientrare nel mondo dal quale è stata espulsa, perché l’esperienza della persecuzione l’ha trasformata definitivamente.

La domanda «Perché doveva essere una vittima?» concentra l’intera ribellione della protagonista. Marta riconosce di essere stata innocente, ma comprende anche che l’innocenza, da sola, non le restituirà nulla.

Alvignani assume il ruolo del vendicatore non perché prometta apertamente una riparazione, ma perché incarna la possibilità di opporsi all’ordine che l’ha condannata. La sua presenza risveglia in Marta l’idea che la vita possa ancora appartenere anche a lei.

Il futuro incontro al Collegio introduce però una nuova ambiguità. Marta desidera rivedere Alvignani, ma teme che ogni rapporto con lui confermi retroattivamente le accuse formulate contro di lei.

Il balcone, il tramonto, le rondini e i fiori segnano il ritorno della primavera interiore. Dopo gli ambienti chiusi e le strade piovose dei capitoli precedenti, il mondo esterno appare improvvisamente luminoso e invita Marta a uscire dalla propria prigionia.

Il grido «Vivere! vivere!» riassume il nuovo impulso della protagonista. Non si tratta ancora di una scelta consapevole, ma di un desiderio febbrile che mette in crisi la rinuncia sulla quale aveva costruito la serenità familiare.

Il pianto finale unisce speranza e angoscia. Marta comprende di non essere morta interiormente, ma il ritorno alla vita implica affrontare i desideri, le responsabilità e le conseguenze che aveva cercato di soffocare.

Leggi e ascolta – Voce di Edoardo Camponeschi

▶ Audiolettura completa de L’esclusa

VI.

Entrata nel portoncino di casa, Marta, prima di mettersi a salire la scala, lacerò e disperse in minutissimi pezzi la lettera veduta dal Falcone. Insieme con la lettera lacerò un biglietto d’invito a stampa; poi si passò le mani su gli occhi e su le guance infiammate, e stette un po’ perplessa, come se si forzasse a rammentare qualcosa.

Si sentiva pulsare tutte le vene e, in quella momentanea indecisione, l’interno turbamento cresceva e le offuscava il cervello, quasi inebriandola. Era com’ebra, difatti, e sorrise inconsciamente col volto acceso e gli occhi sfavillanti, a piè della scala.

Che aspettava per salire?

La calma esteriore, almeno, perché la madre e la sorella non s’accorgessero di nulla!

Salì in fretta, come se sperasse di sfuggire con quella corsa al pensiero che la turbava. Avrebbe mentito in presenza della madre e della sorella, in qualunque modo, senza preparazione: non mentiva forse ogni giorno per nascondere le proprie amarezze? –

Aveva distrutto la lettera; ma le parole in essa contenute, come se si fossero ricomposte dai pezzettini di carta sparpagliati, la inseguirono sù per la salita quasi turbinandole intorno al capo e ronzandole negli orecchi. Le udiva entro di sé confusamente, non con la voce di chi le aveva scritte, ma con quella che dava a loro lei, in quel momento: non dolce né carezzevole: voce di rivolta a tutto quanto le era toccato fin lì di soffrire.

Appena sola in camera, sentì maggiormente quanto fosse per lei angosciosa la continua menzogna a cui era costretta nella propria casa; e più profondo che mai sentì il distacco tra lei e la madre e la sorella. Tanto l’una che l’altra, con la schiva umiltà contegnosa, coi riguardi timorosi e l’apprensione costante di non dar mai nell’occhio alla gente, erano già rientrate in quel mondo da cui ella era stata espulsa e condannata senza remissione.

Una ruga nuova le si disegnò su la fronte a quel nuovo moto deciso dell’animo contro i suoi. Cercò d’arrestarlo, cercò d’impedire che lo scompiglio del proprio spirito s’aggruppasse in quel sentimento d’odio, che le sorgeva spontaneo e prepotente per dominare, per soffocare l’inquietudine della sua coscienza antica.

Ma perché doveva essere una vittima, lei? lei che aveva vinto? Una morta, lei che faceva vivere? Che aveva fatto, lei, per perdere il diritto alla vita? Nulla, nulla… E perché soffrire, dunque, l’ingiustizia palese di tutti? Né l’ingiustizia soltanto: anche gli oltraggi e le calunnie. Né la condanna ingiusta era riparabile. Chi avrebbe più creduto infatti all’innocenza di lei dopo quello che il marito e il padre avevano fatto? Nessun compenso dunque alla guerra patita: era perduta per sempre. L’innocenza, l’innocenza sua stessa le scottava, le gridava vendetta. E il vendicatore era venuto.

Gregorio Alvignani era venuto. Era a Palermo: le aveva scritto, unendo alla lettera un biglietto d’invito per la conferenza che il giorno appresso avrebbe tenuto all’Università nelle ore antimeridiane. «Venga, Marta!», diceva a quel punto la lettera, ch’ella riteneva a memoria quasi parola per parola: «Venga, s’accompagni con la Direttrice del Collegio. Vedrà di che luce s’accenderanno le mie parole, sapendo che lei sarà lì ad ascoltarle».

No, no. Come andare? Già aveva lacerato il biglietto d’invito. E poi…

Ma lo avrebbe riveduto lo stesso, il giorno dopo. Egli le scriveva che si sarebbe recato al Collegio per sentire dalle labbra di lei se vi stésse contenta. Sapeva che ella non gli avrebbe mai scritto, mai manifestato alcun desiderio; e se ne affliggeva assai nella lettera: e per questo appunto sarebbe venuto a trovarla.

Perché tremava, ora, così? Si levò in piedi e si rialzò con una mano alteramente i capelli su la fronte. Aveva il volto infocato, era irrequieta, come se un impeto di sangue nuovo le fervesse per le vene. Aprì il balcone e guardò il cielo acceso fulgidamente dal tramonto.

Rimaner fuori per sempre dalla vita? riempire d’ombra e di nebbia quel fulgore? soffocare gli affetti che già da un pezzo cominciavano a ridestarsi in lei confusamente, febbrilmente, come ansiosa aspirazione a quell’azzurro, a quel sole di primavera, a quella letizia di rondini e di fiori; le rondini che avevano nidificato in capo al balcone; i fiori che la madre aveva sparso un po’ da per tutto nella casa? Non era venuto anche per lei il tempo di rivivere:

«Vivere! vivere!», diceva la lettera dell’Alvignani. «Ecco il grido che mi è scoppiato dal cuore tra le tante cure inutili e vane e gli intrighi e le noje e i fastidii, le tristi arti della finzione e la falsità in quel pandemonio della Capitale. Vivere! vivere! E son fuggito…»

Marta era stata come investita da quella lettera inattesa, ch’era tutta quasi un inno alla vita. Stretta all’improvviso da una voglia angosciosa di piangere, si ritrasse subito dal balcone con gli occhi pieni di lagrime e sedette, nascondendosi il volto con le mani.

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