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Dopo il rifiuto di Marta, Matteo Falcone precipita in una crisi di odio contro se stesso e contro la propria condizione. Il ritorno nella casa abitata dalla madre e dalla zia rivela l’origine profonda della sua visione dolorosa della vita.
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▶ I romanzi di Luigi Pirandello
Riassunto
Matteo Falcone non si presenta al Collegio. Dopo essere stato respinto da Marta, è rimasto sotto il portone, immobile sotto la pioggia, sperando inutilmente che lei gli rivolgesse almeno uno sguardo.
Allontanandosi per le strade, Falcone viene assalito da un odio feroce contro se stesso. Ripete con amara ironia di essersi innamorato e ride in modo convulso, attirando gli sguardi dei passanti.
Rientra fradicio nella grande casa in cui vive con la madre e una zia. Le stanze sono soffocate da mobili vecchi e inutili, conservati dalle due vedove come ricordo delle rispettive vite coniugali.
Le due anziane, ormai confuse e quasi prive di memoria, vivono ai lati opposti della casa e aspettano ciascuna la morte dell’altra, convinte che soltanto allora potranno sposare immaginari pretendenti.
Alcune vicine si divertono a vestirle con abiti antiquati, nastri, fiori di carta e capelli finti. Le donne si contemplano allo specchio persuase di essere ancora giovani e prossime alle nozze.
Quando Matteo le incontra così conciate, entrambe negano di essere sua madre o sua zia. Affermano di avere ventotto anni e di non essersi mai sposate, mentre le vicine ridono alle loro spalle.
La zia arriva talvolta a sospettare che Matteo possa essere suo figlio, benché sostenga di non aver mai avuto marito. Alle domande delle vicine risponde scherzosamente che potrebbe averlo concepito per virtù dello Spirito Santo.
Falcone riflette sull’influenza che questo spettacolo domestico ha esercitato sulla sua visione della vita. Considera la bruttezza e la vecchiaia le due più crudeli ingiustizie della natura, perché espongono gli esseri umani al disprezzo e allo scherno.
In alcuni momenti immagina persino di vendicare le vittime della natura, sfregiando la bellezza o liberando i vecchi dalla loro lunga agonia. Subito dopo, spaventato dai propri pensieri, si dedica alla madre con cure esagerate.
La donna, incapace di comprendere la deformità del figlio, gli ordina ridendo di raddrizzare i piedi. Matteo finge di poterli sistemare e partecipa amaramente alla risata materna.
Dopo il rifiuto di Marta, non mangia, non dorme e resta per tutta la notte con gli abiti bagnati. All’alba intraprende una delle sue estenuanti passeggiate fino alla cima di Monte Cuccio, da dove insulta Palermo definendo se stesso un verme e la città un verminaio.
Rientrato ormai stremato, decide di recarsi al Collegio per giustificare l’assenza, ma soprattutto nella speranza di incontrare Marta. La vede infatti poco lontano dal portone, assorta nella lettura di una lettera.
Convinto che si tratti di una lettera d’amore, Falcone vorrebbe strappargliela di mano. Riesce però a trattenersi e, persuaso che Marta non lo abbia notato, si allontana per un’altra strada senza entrare al Collegio.
Analisi
Il capitolo abbandona quasi completamente Marta per entrare nella mente e nella casa di Matteo Falcone. Pirandello mostra così che il corteggiatore non è soltanto una figura minacciosa, ma un uomo profondamente deformato dalla sofferenza e dal disprezzo verso se stesso.
Il rifiuto di Marta colpisce il punto più fragile della sua identità. Falcone non riesce a credere di poter essere amato e interpreta ogni sentimento come una ridicola pretesa. La risata convulsa con cui ripete «Io, l’amore!» è una forma di autodistruzione.
La casa affollata di mobili inutili rappresenta materialmente l’immobilità della famiglia. Gli oggetti del passato non conservano più una memoria autentica: diventano un ingombro che impedisce alla vita presente di trovare spazio.
La madre e la zia vivono prigioniere di una giovinezza immaginaria. Incapaci di accettare la vecchiaia, attendono nozze impossibili e si prestano inconsapevolmente alla crudeltà delle vicine che le trasformano in maschere grottesche.
Nel loro comportamento il matrimonio appare come l’unica salvezza concepibile. Anche dopo aver perduto memoria dei mariti reali, le due donne continuano a immaginare la propria esistenza soltanto in funzione di un nuovo sposo.
Il grottesco della scena non elimina la pietà. Le anziane fanno ridere, ma sono soprattutto vittime della vecchiaia, della solitudine e dello scherno altrui. Il riso delle vicine riproduce su di loro lo stesso meccanismo di esclusione che colpisce Falcone.
La deformità fisica ha portato Matteo a interpretare l’intera esistenza come una lotta tra bellezza e bruttezza, giovinezza e decadenza. La sua concezione non nasce da una riflessione astratta, ma dall’esperienza quotidiana di essere guardato e deriso.
Gli impulsi violenti con cui immagina di sfregiare la bellezza rivelano il pericolo contenuto nel suo dolore. Falcone vorrebbe correggere l’ingiustizia della natura, ma trasforma il desiderio di giustizia in una fantasia distruttiva.
Il rapporto con la madre è particolarmente crudele. La donna non comprende che i piedi storti non dipendono dalla volontà del figlio e ride dei suoi tentativi di raddrizzarli. Matteo partecipa alla risata per non riconoscere apertamente l’umiliazione.
La lunga salita a Monte Cuccio assume il valore di un’autopunizione. Falcone sottopone il proprio corpo a una fatica dolorosa per liberarsi dalla crisi, ma dalla cima non trova alcuna pacificazione: disprezza insieme se stesso e la città.
L’incontro finale con Marta dimostra che la crisi non ha cancellato la gelosia. La lettera che lei legge diventa immediatamente, nella sua immaginazione, una prova d’amore ricevuta da un altro uomo.
Falcone interpreta la realtà senza verificarla, esattamente come gli accusatori di Marta. Pur essendo a sua volta vittima del giudizio altrui, cade nello stesso errore: sostituisce i fatti con una convinzione nata dalla gelosia e dalla paura.
Il capitolo rende quindi Matteo insieme doloroso e inquietante. La sua sofferenza suscita compassione, ma non giustifica la pretesa di possedere Marta né il sospetto che proietta su ogni gesto della donna.
Leggi e ascolta – Voce di Edoardo Camponeschi
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V.
Matteo Falcone, quella mattina, non s’era recato al Collegio.
Se Marta, il giorno avanti, si fosse voltata nel salire, avrebbe avuto forse un po’ di pietà per lui rimasto sul portoncino come impietrito. Certo egli aveva sperato ch’ella, salendo, gli rivolgesse almeno uno sguardo: poi s’era mosso sotto la pioggia, quasi barcollando, attirando gli sguardi della gente.
Non aveva provato mai tanto e così feroce odio contro se stesso. Ne ghignava forte e squassava l’ombrello fin quasi a spezzarne il fusto e borbottava: – Io, l’amore! Io, l’amore! – e altre parole inintelligibili. E poi, forte, lì in mezzo alla via, col volto contratto e gli occhi fissi biecamente in faccia a qualche passante:
– Meno male che non ha riso di me!
Ne rideva lui invece, orribilmente; e la gente si voltava a mirarlo, stupita, come si guarda un pazzo.
Alla fine, fradicio di pioggia, s’era ridotto a casa.
Abitava, con la madre e una zia, decrepite e stolide entrambe, una vecchia e vasta casa tutta ingombra di masserizie senza valore, allineate lungo le pareti e alcune anche rammontate le une su le altre, come in un magazzino di mobilia: armadii enormi di legno dipinto, tavolini d’ogni forma e d’ogni dimensione, cassettoni, cassapanche, stipetti, mensole, attaccapanni, seggiole impagliate e imbottite, dalla stoffa stinta, e poi certi canapè d’antica foggia con due rulli alla base delle testate.
Le due sorelle, facendo casa comune, dopo la morte dei loro mariti, non avevano voluto privarsi di nessuna masserizia appartenente alla propria casa maritale: donde quell’inutile abbondanza: ingombro più che ricchezza.
Nella loro stolidaggine le due vecchie non ricordavano più d’aver avuto marito, e ciascuna aspettava la morte dell’altra per andare a nozze con un loro sposo immaginario.
– Perché non muori? – si domandavano contemporaneamente sul muso, ogni qual volta s’incontravano appoggiate alla spalliera delle seggiole con le quali si strascinavano a stento per le camere.
Vivevano separate l’una dall’altra, ai lati opposti della casa. E di tanto in tanto, lungo la giornata e spesso anche durante la notte, l’una domandava all’altra, facendo un verso lungo e lamentoso:
– Che ora è?
E l’altra invariabilmente rispondeva con voce lunga e cupa:
– Sett’ooòre!
Sempre sett’ore!
A qualche vicina che saliva in casa per ridere alle loro spalle, le due vecchie consigliavano, levando le braccia e scotendo in aria le mani aggrinzite:
– Maritatevi! Maritatevi!
Pareva non ci fosse per loro altro scampo, altra salvezza nella vita. E sapeva loro mill’anni che il giorno sospirato delle nozze giungesse alla fine. Ma l’altra, ahimè, l’altra non voleva morire! E frattanto si facevano acconciare, parare dalle vicine con gli abiti del loro bel tempo; e le vicine sceglievano apposta quelli di stoffa più chiara, i più goffi, i più antichi e stridenti con la vecchiezza delle due povere dissennate; e siccome i corpetti andavano loro adesso troppo larghi, legavano alla vita a questa un boa spelato, a quella un gran nastro; e fiori di carta mettevano loro in capo e foglie di cavolo o di lattuga e capelli finti, e poi cipria in faccia, o imporporavano loro le gote squallide, cascanti, con uva turca:
– Così! così sembra proprio una ragazzina di quattordici anni!
– Sì, sì… – rispondeva la vecchia, gongolando, ridendo con la bocca sdentata davanti allo specchio e forzandosi a tener ferma la testa, perché l’edificio di quella acconciatura non crollasse. – Sì, sì, ma chiudi subito l’uscio! Adesso egli verrà, e non vorrei che quella lì lo vedesse entrare… Chiudi! chiudi!
Matteo Falcone, rincasando, le trovava spesso così goffamente mascherate, immobili sotto l’incubo dell’enorme acconciatura.
– Oh mamma!
– Va’ di là, va’ di là! tua madre è di là! – gli rispondeva stizzita la madre mascherata. – Io non ho figli! Ventott’anni ho… Non sono maritata…
E così pure gli rispondeva la zia, per cui egli aveva anche rispetto e compatimento filiale.
– Ventott’anni… Non sono maritata!
Alla zia però sorgeva e pesava tante volte il sospetto, non fosse Matteo veramente suo figlio; poiché a quando a quando nella memoria ottenebrata le si ridestava un vago senso del dolore provato tanti e tant’anni addietro per la perdita dell’unico suo figliuolo.
– Ma come! – le dicevano le vicine. – Se lei non ha mai avuto marito?
– Sì, eppure… eppure Matteo, forse, è figlio mio, – rispondeva la vecchia sorridendo maliziosamente, con aria di mistero. – Forse!
– Ma come?
La vecchia allora attirava per un braccio la vicina e le diceva all’orecchio:
– Per virtù dello Spirito Santo!
E una gran risata.
Quanto aveva contribuito, oltre alla coscienza della propria bruttezza, quel continuo spettacolo in casa, alla formazione dell’orrendo concetto che il Falcone aveva della vita e della natura?
Non arrivava a intendere la infelicità che l’anima suol crearsi o coi dubbii o con la febbre di sapere; la povertà era per lui male comportabile e riparabile; due sole vere infelicità aveva la vita, per coloro sui quali la natura esercita la sua feroce ingiustizia: la bruttezza e la vecchiaja, soggette al disprezzo e allo scherno della bellezza e della gioventù.
Non continuavano forse a vivere per servire di trastullo alle vicine la madre e la zia? E lui, perché era nato? Perché togliere la ragione e lasciare la vita a chi per la morte è già maturo?
Era invasato e rivoltato così profondamente da quest’idea, che tante volte si sentiva spinto da tutto l’essere suo a vendicare le vittime di tanta ingiustizia: sfregiare la bellezza, sottrarre la vecchiaja all’agonia della vita. E doveva in certi momenti far violenza a se stesso per resistere all’impulso del delitto, mentre che lo spirito lucidissimo glielo rappresentava già visibilmente, come se egli allora lo commettesse. Delitto? No. Riparazione!
E quante volte, distogliendosi con subitaneo sforzo da quest’invasamento delittuoso e recandosi dalla madre, come per compensarla con esagerate cure del truce proposito nutrito per un istante contro di lei, non gli avveniva di vedersi accolto dalle risa della incosciente, che gli diceva:
– Mettiti i piedi giusti!
Credeva la vecchietta ch’egli li tenesse così per capriccio o per farla ridere. E insisteva, ridendo:
– Mettiti i piedi giusti!
Allora anche lui rideva. Oh diventar pazzo di fronte alla stolidaggine della madre!
– Sì, ecco, mamma: ora me li aggiusto.
E la vecchia, guardando, rideva degli sforzi di lui, che si raddrizzava i piedi reggendosi alla parete.
Il giorno della sprezzante ripulsa di Marta, non si recò nemmeno a visitare nelle loro camere la madre e la zia, come soleva, rincasando; non desinò, non andò a letto la notte, non si tolse neanche gli abiti inzuppati di pioggia. Appena ruppe il giorno, uscì per una delle sue lunghe passeggiate, nelle quali, dopo le crisi più violente, metteva alla tortura i piedi e se stesso. Montecuccio, il più alto monte della Conca d’oro, era la mèta. Raggiunto il culmine, lanciava con tutta l’anima uno sputo in direzione della città:
– Io verme, a te vermicajo!
Vi ridiscese, quel giorno, spossato, sfinito, già quasi calmo. Era tardi: a quell’ora le lezioni al Collegio dovevano essere già terminate. Stimò tuttavia prudente recarvisi, per scusare l’assenza. In fondo, vi si recava con la speranza d’incontrare Marta per via.
E infatti la incontrò a pochi passi dal portone del Collegio. Andava lentamente, leggendo una lettera: un’altra lettera… Chi le scriveva ogni giorno? E com’era accesa in volto! Quella, senza dubbio, era una lettera d’amore!
Il Falcone n’era così certo, come se gliel’avesse strappata di mano e letta.
Era stato ben questo il primo impeto nel vederla; ma s’era trattenuto: l’aveva lasciata passare davanti a sé lentamente, per la sua strada, assorta nella dolce lettura.
«Non m’ha veduto…», fece tra sé. E andò per un’altra via, senza pensare più di scusare al Collegio la sua assenza.
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