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L’esclusa – Parte seconda, Capitolo 4


⏱ Tempo di lettura: 10 min

Marta attraversa Palermo diretta al Collegio Nuovo nel capitolo 4 della Parte seconda de L’esclusa
Elaborazione grafica di PirandelloWeb dal quarto capitolo della Parte seconda de L’esclusa: dopo una notte di paura e rabbia, Marta attraversa Palermo presso il Collegio Nuovo. Stringe i libri al petto e procede con passo deciso, pronta ad affrontare Matteo Falcone e a non subire più nuove pressioni.
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Dopo l’incontro sotto la pioggia, Marta teme che Rocco possa trasformare Matteo Falcone nel protagonista di un nuovo scandalo. La paura lascia però spazio a una determinazione nervosa: non vuole più subire e si prepara ad affrontare apertamente marito e corteggiatori.

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Capitolo 4 – Riassunto e analisi

Riassunto

Dopo cena, Marta si chiude nella propria camera e ripensa all’incontro con Rocco. Teme che il marito possa considerare Matteo Falcone il suo amante e servirsi di lui per alimentare un nuovo scandalo.

La lettera di Anna Veronica le ha annunciato che Rocco è giunto a Palermo con intenzioni ostili. Marta immagina una possibile scenata tra i due uomini e vede già il proprio nome pubblicato sui giornali accanto a quello del professore.

Dalla stanza vicina giunge la musica suonata da Maria al pianoforte. La tranquillità della madre e della sorella, invece di confortarla, accresce il suo dolore: quella serenità è stata costruita attraverso il suo sacrificio, mentre la sua giovinezza sembra ormai sepolta.

Marta si sente viva soltanto per permettere agli altri di vivere. Accetterebbe persino questa esclusione se almeno le fosse consentito di osservare in pace la felicità domestica che ha creato; continua invece a essere combattuta e perseguitata.

Decide allora che, se Falcone continuerà a molestarla, ne parlerà alla direttrice del Collegio. È pronta anche a mettere al proprio posto Mormoni e Nusco, ma non riesce a immaginare come difendersi concretamente da Rocco.

Nel buio, l’impotenza verso il marito alimenta in lei una rabbia crescente. Ripensando alla giornata, comprende inoltre che Falcone potrebbe aver nascosto intenzionalmente il suo ombrello per avere il pretesto di accompagnarla a casa.

Il mattino seguente Marta si sveglia con un forte mal di testa, ma sostenuta da una nuova energia nervosa. Non vede una soluzione, tuttavia è decisa a percorrere fino in fondo la propria strada e a reagire contro ogni ostacolo.

Esce da sola senza paura e cerca Rocco nei pressi delle poste. Immagina di passargli davanti a testa alta, poi lo deride pensando che probabilmente sia ancora a letto e non abbia mai visto sorgere il sole.

Dirigendosi verso il Collegio, Marta concentra infine tutta la propria ostilità su Falcone. Immagina già il confronto nella sala d’attesa, con Mormoni e Nusco come spettatori, ma quando entra trova la stanza completamente vuota.

Analisi

Il capitolo è quasi interamente costruito sul movimento dei pensieri di Marta. Dopo gli avvenimenti concitati della giornata precedente, la protagonista tenta di comprendere i pericoli che la circondano e di preparare una risposta.

La parola «amante», attribuita a Falcone, le appare particolarmente degradante. Marta è già stata condannata per una relazione inesistente e teme che il meccanismo possa ripetersi: qualsiasi uomo le si avvicini rischia di diventare una nuova prova contro di lei.

Il timore dei giornali amplia la dimensione della persecuzione. Lo scandalo non resterebbe confinato alla famiglia o alle strade di Palermo, ma trasformerebbe nuovamente la vita privata di Marta in uno spettacolo pubblico.

La musica di Maria rappresenta la normalità ritrovata dalla famiglia. Proprio per questo ferisce Marta: Agata e Maria possono vivere nella casa tranquilla che lei ha costruito, mentre la protagonista continua a pagare il prezzo di quella serenità.

Marta comprende di essersi trasformata nel fondamento invisibile della vita altrui. Lavora, protegge e tace, ma nessuno riconosce pienamente la morte simbolica della sua giovinezza e dei suoi desideri.

La decisione di rivolgersi alla direttrice segna però una svolta. Per la prima volta Marta pensa di usare un’autorità istituzionale per difendersi dalle molestie, anziché sopportarle o fuggire.

Rocco rimane il problema più difficile perché il matrimonio gli conferisce un potere sociale che Falcone, Mormoni e Nusco non possiedono. Marta può respingere i professori, ma non trova ancora uno strumento efficace contro il marito.

Il sospetto dell’ombrello rivela inoltre una nuova consapevolezza. Marta ricostruisce il comportamento di Falcone e comprende che la coincidenza della sera precedente potrebbe essere stata preparata per costringerla a una vicinanza non desiderata.

L’energia del mattino non coincide con la sicurezza del passato. È una forza febbrile, nata dalla paura e dalla rabbia, che la spinge ad avanzare anche senza conoscere l’esito della propria lotta.

La città rischiarata dopo la pioggia contrasta con il tumulto interiore della protagonista. Le strade appaiono fresche e quasi festive, mentre Marta procede preparandosi mentalmente a uno scontro.

La sala d’attesa vuota conclude il capitolo con una sospensione ironica. Marta ha immaginato nei minimi particolari la scena nella quale avrebbe affrontato Falcone davanti agli altri professori, ma il palcoscenico predisposto dalla sua mente non contiene ancora nessun attore.

Leggi e ascolta – Voce di Edoardo Camponeschi

▶ Audiolettura completa de L’esclusa

IV.

«Crederà adesso che quel mostro sia il mio amante! N’è capace», pensava Marta, dopo cena, rinchiusa in camera.

E diceva a se stessa proprio così: il mio amante, poiché come tale il marito le aveva già affibbiato un altro, quell’altro! Ma quanto più obbrobriosa adesso le sembrava questa parola, riferita al Falcone!

Voleva dunque prendersi una nuova vendetta, esasperato dal disprezzo di lei? La minaccia era esplicita, nella lettera di Anna Veronica.

Un nuovo scandalo… Ma le prove? Oh Dio, quel mostro… sì, era probabile che gliele avrebbe offerte quel mostro, le prove, se si fossero incontrati un’altra volta per via… Qualche scenata… e il nome di lei sù pe’ giornali accanto a quello del Falcone.

Marta si torceva le mani dalla paura, dallo schifo, smaniando senza requie; e a Maria che, intanto, nella stanza attigua, leggeva sul pianoforte alcuni brani di vecchia e piana musica, delizia della madre, avrebbe voluto gridare rabbiosamente che smettesse.

Ah la tranquillità della madre e della sorella, la quiete della casa, la musica, i discorsi alieni, come la facevano soffrire, in quel momento!

Sì, opera sua; ma nessuno dunque intendeva, nessuno indovinava a prezzo di quale martirio? Fatta una croce sul passato, non doveva parlarsene più? La madre e la sorella ne erano uscite; ed ecco una nuova vita, calma e modesta, era ricominciata per loro. Ma lei? la sua vita, la sua giovinezza dovevano rimanere sepolte lì, nel passato? Non se ne doveva più parlare? Quel ch’era stato era stato? Morta? Tutto morto, per lei? Viva solamente per far vivere gli altri? Sì, sì, se ne sarebbe magari contentata se, esclusa così dalla vita, le avessero almeno concesso di godere in pace dello spettacolo dolce e quieto di quella casetta, ch’era come edificata sul sepolcro di lei… Ma che si parlasse almeno un poco, che si avesse qualche compianto almeno della sua giovinezza morta, della sua vita spezzata! Era stato pure un delitto spezzarle la vita così, senza ragione, stroncarle così la giovinezza! Non se ne doveva più parlare?

Un’ombra, e ancora combattuta! perseguitata ancora! Il giorno appresso, certo, avrebbe riveduto il marito, lì alla posta; avrebbe riveduto il Falcone al Collegio.

«Se continua a molestarmi, ne parlerò alla Direttrice», pensò improvvisamente Marta, in un risveglio impetuoso d’energia, e cominciò a svestirsi con le dita nervose, per mettersi a letto. – E quegli altri due, se non la finiscono, li metto a posto io! E tu, aspetta, – disse poi, più col fiato che con la voce, alludendo al marito. Rimboccò la coperta e spense il lume.

Nel bujo, raggomitolata sotto le coperte, volle raccogliere le idee, ma non poté precisarne alcuna contro il marito. Diceva a se stessa: «Sì, questo per il Falcone, se séguita… La Direttrice non può soffrirlo, cerca un appiglio qualunque, per levarselo di torno; gliel’offrirò io…». E ripetendo meccanicamente queste frasi, cercava quel che avrebbe potuto fare contro il marito. Nulla, dunque? Non un solo mezzo di vendetta? E, nell’impotenza, sentiva l’odio quasi fermentare in una rabbia crescente. Poi (benché non avvertisse la sofferenza fisica della troppa e vana tensione) il cervello, come in un cerchio di tortura, non sapendo suggerirle il pensiero ch’ella cercava, altri pensieri in cambio cominciò a presentarle confusamente, che la distraessero. Marta però, ostinata a trovare quel che cercava, appena sorti, li scacciava. Uno finalmente riuscì a distrarla: il suo ombrello – sì – adesso rammentava con precisione – lo aveva appoggiato all’uscio della classe sul corridojo, per appuntarsi meglio il cappello; sì, e poi se l’era dimenticato lassù… Ah, senza dubbio il Falcone, passando per il corridojo, lo aveva riconosciuto e nascosto, sì, per poterle offrire il suo, per aver modo d’accompagnarla…. lui, sì, senza dubbio! Perciò era così inquieto, giù, in sala d’aspetto… Dove aveva potuto nasconderlo?

Poco dopo Marta dormiva.

Si svegliò per tempo, con un forte mal di capo, ma con l’animo tuttavia sostenuto da un’energia nervosa, che non era più la forza che prima le derivava dalla sicurezza di sé. Non vedeva l’uscita della sua via; ma sarebbe andata fino in fondo, a qualunque costo; già in attesa e preparata a scagliarsi contro ogni nuovo ostacolo che volesse sopraffarla.

Non provò quel giorno nessuna apprensione nell’uscir sola di casa. Dopo la pioggia del giorno innanzi, il verde degli alberi si era ravvivato quasi festivamente, e un aspetto festivo pareva avessero anche le case e le vie nella limpida freschezza dell’aria mattutina.

Con gli occhi, intanto, cercava innanzi a sé, se il marito fosse alle poste; sentiva che avrebbe avuto il coraggio di passare a testa alta sotto gli occhi di lui.

«Ma a quest’ora dorme», pensò a un tratto, e un sorriso di scherno le venne alle labbra, andando. «Non ha mai visto nascere il sole, in vita sua…»

Lo rivide col pensiero, a letto, accanto a lei, pallido, coi radi baffi biondi, scomposti sulle labbra aride, schiuse.

Distrasse subito la mente da quell’immagine e, poiché si recava al Collegio, oggetto immediato del suo dispetto diventò il Falcone. Non pensava più, non badava più alla propria sofferenza.

Che avrebbe fatto, che avrebbe detto, se egli si fosse arrischiato a fare il minimo accenno alla giornata di jeri?

Non lo sapeva ancora. Vedeva soltanto con straordinaria lucidità la sala d’aspetto del Collegio, in cui tra poco sarebbe entrata; e già vi entrava col pensiero; vedeva il Nusco e il Mormoni come spettatori della scena ch’ella andava a rappresentare là dentro; e il Falcone che l’attendeva, più cupo del solito.

Era già davanti al portone del Collegio: scese i pochi scalini; entrò.

In sala, nessuno.

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