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Un sonetto dedicato a Marta accende la gelosia di Matteo Falcone, che insiste per accompagnarla a casa sotto la pioggia. Durante il tragitto, l’incontro con Rocco e una lettera di Anna Veronica riaprono brutalmente il passato e la persecuzione subita a Girgenti.
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Riassunto
Attilio Nusco pubblica su un giornale letterario un sonetto intitolato A lei, dedicato segretamente a Marta. Pompeo Emanuele Mormoni scopre il riferimento e, per metterla in imbarazzo, le consegna il giornale fingendo di non aver capito chi sia la destinataria.
Marta legge i versi e si domanda chi abbia raccontato al giovane professore le vicende della sua vita. Alcune parole del sonetto sembrano alludere a un amore fedele e le fanno pensare, quasi contro la propria volontà, a Gregorio Alvignani.
Un violento temporale sorprende Marta al Collegio. Non trovando il proprio ombrello, riceve da Matteo Falcone l’offerta di usare il suo. Poiché non vuole lasciarlo tornare sotto la pioggia, accetta infine che il professore la accompagni a casa.
Prima di uscire, la portinaia consegna a Marta una lettera di Anna Veronica. La protagonista comincia a leggerla mentre cammina accanto a Falcone e il contenuto provoca un improvviso mutamento nel suo volto.
Anna le comunica che Rocco è partito per Palermo, deciso a scoprire quale impedimento trattenga la moglie lontano da Girgenti. Secondo le voci raccolte, vorrebbe trovare prove contro di lei e ricorrere ai tribunali per ottenere la separazione.
Marta e Falcone incontrano proprio Rocco, fermo sul marciapiede insieme al signor Madden. Marta ordina al professore di non guardarli e di proseguire, ma Falcone, divorato dalla gelosia, pretende di sapere chi siano i due uomini.
Sotto la pioggia sempre più forte, Falcone confessa il proprio amore e implora Marta di avere pietà di lui. Lei, sconvolta dall’incontro con Rocco e dalle notizie della lettera, quasi non ascolta le sue parole e corre verso casa.
Giunta al portone, Marta si libera con uno strappo quando Falcone tenta di trattenerla per un braccio. Sale le scale, si chiude nella propria camera e si abbandona su una sedia, stordita dalla pioggia, dalla confessione e dal ritorno improvviso del passato.
Rileggendo la lettera di Anna, Marta esplode interiormente contro la persecuzione che continua a raggiungerla anche a Palermo. Ricorda l’innocenza tradita, la condanna del padre, la rovina della famiglia e le calunnie che hanno accompagnato ogni suo tentativo di risollevarsi.
Quando Maria la chiama per la cena, Marta cerca in fretta di ricomporsi e nascondere alla madre e alla sorella il proprio turbamento. Agata e Maria, ignare di tutto, le raccontano invece come abbiano tentato di salvare i fiori del terrazzo dal temporale.
Analisi
Il sonetto di Nusco trasforma nuovamente Marta in oggetto dello sguardo maschile. Il giovane professore idealizza la sua sofferenza e la converte in materia poetica, mentre Mormoni sfrutta quella dichiarazione per metterla in imbarazzo.
Marta non può accogliere quei versi come un semplice omaggio. Ogni riferimento al suo passato riapre il dubbio, la vergogna e il timore che la propria storia sia ormai conosciuta anche a Palermo.
La pioggia accompagna l’intero capitolo come immagine del caos interiore. Il temporale cancella i contorni della città, rende difficoltoso il cammino e costringe Marta e Falcone a una vicinanza fisica che la protagonista vive con disagio.
Falcone interpreta l’accompagnamento sotto l’ombrello come un momento di intimità. Marta, invece, prova pietà e ribrezzo e teme persino il contatto involontario con il suo corpo. La stessa situazione assume quindi per i due personaggi significati completamente opposti.
L’incontro con Rocco spezza ogni possibile equilibrio. Il marito appare immobile sul marciapiede come una presenza del passato venuta a sorvegliare Marta e a riprendere il controllo sulla sua vita.
La gelosia di Falcone rivela che anche il suo sentimento contiene una pretesa di possesso. Pur non avendo alcun diritto su Marta, esige di conoscere l’identità dei due uomini e reagisce come se la protagonista dovesse rendergli conto delle proprie relazioni.
La confessione d’amore avviene nel momento peggiore possibile. Marta non può ascoltarla perché è sopraffatta dal ritorno di Rocco e dalle nuove accuse. Le parole di Falcone si confondono con il rumore della pioggia e diventano un’ulteriore pressione esercitata su di lei.
La lettera di Anna Veronica riporta in primo piano uno dei motivi fondamentali del romanzo. Ancora una volta una lettera altera il corso della vita di Marta, collega luoghi lontani e trasporta con sé sospetti, notizie e minacce.
La protagonista comprende che la distanza geografica non basta a liberarla. Girgenti continua a raggiungerla attraverso Rocco, le voci dei Pentagora e la rete delle conoscenze familiari. Palermo non è più il luogo protetto immaginato all’inizio della Parte seconda.
Nel lungo sfogo interiore finale, Marta ricompone tutte le ingiustizie subite. Ogni tentativo di riscatto — lo studio, il lavoro, l’indipendenza — viene trasformato dagli altri in una nuova prova contro di lei.
La scena domestica conclusiva crea un contrasto amaro. Mentre Marta è travolta dall’odio e dalla paura, Agata e Maria parlano dei fiori salvati dalla pioggia. La vita familiare apparentemente serena continua, ma la protagonista resta sola a sostenere il peso del passato.
Leggi e ascolta – Voce di Edoardo Camponeschi
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III.
Anche lui forse, Attilio Nusco, nell’intimo suo sentiva la povertà delle proprie maniere, e come dovesse parere compassionevolmente ridicola la sua invincibile ritrosia; forse se n’adontava e, non visto, si ribellava contro se stesso, perché tra sé non doveva stimarsi affatto uno sciocco. Chi sa quant’altri, invece, pensando, stimava egli sciocchi!
Proprio in quei giorni aveva mandato a stampa su un giornale letterario della città un sonetto per Marta.
Pompeo Emanuele Mormoni lo aveva scoperto. Il sonetto, veramente, portava un titolo misterioso: A lei.
«A lei?… A chi? Ci sono tante donne a questo mondo: più delle mosche! Io fo le viste di non aver capito a chi si riferisca.»
E il giorno dopo, approfittandosi del pudore del Nusco, diede egli stesso il giornale a Marta, sicuro di farle stizza.
– C’è un sonetto del Nusco: A lei.
– A me? – disse Marta, sorpresa, invermigliandosi.
– No, no: A lei, intitolato così… Ma come s’è fatta rossa! Sono cose che fanno piacere. Lo legga, glielo lascio… Scappo, perché a momenti piove e sono senza ombrello.
Un saluto, e via, a naso ritto.
Marta ebbe il primo impeto di buttar via il giornale; ma poi lo ritenne, lo spiegò e lesse:
A LEI.
Contro il tuo sen, che appena ai dolci intenti
d’amor s’era con vaga ansia levato,
rabbioso groppo di crudeli eventi
la man villana scatenò del fato.
Quei che a Te si prostrâr ne’ di ridenti,
invan pregando un cenno innamorato,
or contro Te pur levansi, irridenti
l’orgoglio antico e il tuo novello stato.
Ma bene io so che ad un amor fedele,
per cui spregiasti ogni men puro amore,
oltre te ’n vai, nè t’acerba quel fiele.
Pur ne’ sorrisi tuoi trema un sospiro
sovente! E sol per questo, entro del cuore,
Te, provata e non vinta, amo ed ammiro.
Un furioso rovescio d’acqua venne a percuotere i vetri della sala. Marta levò gli occhi dal giornale e guardò macchinalmente la finestra.
Erano per lei quei versi? Chi aveva raccontato al Nusco le vicende della sua vita? E che significava quel verso: Ma bene io so che ad un amor fedele? A quale amore? Le venne subito in mente l’Alvignani. No, non poteva alludere a lui… Te, provata e non vinta, amo ed ammiro…
Così riflettendo sul sonetto, non pensava più alla villanìa del Mormoni, che gliel’aveva dato a leggere.
Sopravvenne il Falcone. Marta si scosse. L’ombrello? Dove lo aveva lasciato? Rammentava benissimo di averlo portato con sé da casa, la mattina.
– Che cerca, signora? – le domandò il Falcone.
– L’avrò forse lasciato sù… – disse Marta quasi tra sé. E chiamò la bidella.
– Prenda il mio, – le propose il Falcone. – Non è nuovo, ma può servirle lo stesso.
Nel dir così, pareva che ingiuriasse. Era più fosco e più nervoso del solito.
Poco dopo la bidella ridiscese: non lo aveva trovato, né in classe, né per il corridojo. Marta si stizzì, diventò inquieta, perché il Falcone insisteva duramente nell’offrirle il suo. Pioveva forte, ed ella non poteva permettere che il Falcone, per lei, si prendesse tutta quell’acqua.
– Allora, se me lo concede, potrei accompagnarla, – disse, cangiandosi in volto, il Falcone. – Abito adesso su la stessa sua via, un po’ più giù. – E aggiunse, a capo chino, guardandosi i piedi: – Se non si vergogna…
Marta si sentì salire le fiamme al volto; finse di non intendere l’allusione, e rispose:
– Non mi sono mai curata della gente. Venga, andiamo.
– Dimentica sul tavolino un giornale, – le disse il Falcone, raccogliendolo e porgendolo.
– Oh grazie; ma, tanto… C’è una poesia del Nusco.
– Imbecillotto! – fischiò tra i denti Matteo Falcone.
«Come farò», pensava Marta, smarrita, «a camminargli accanto?»
Sentiva la gioja e l’impaccio ch’egli doveva provare in quel momento; e questo la turbava e la faceva soffrire così violentemente che, se egli la avesse toccata appena appena anche senza volerlo, certo da tutto il corpo fremente le sarebbe scattato un grido acutissimo di ribrezzo.
Prima d’uscire su la via, la portinaja le porse una lettera.
– Per me? – fece Marta, contenta che le si offrisse quel mezzo per nascondere lì per lì il proprio turbamento. – Permette? – aggiunse, rivolta al Falcone; e lacerò la busta.
La lettera era d’Anna Veronica. Marta si mise a leggere, avviandosi piano verso l’uscita. Il Falcone la spiava di sbieco, aombrato. Scorse a un certo punto un repentino cambiamento sul volto di Marta, un fosco pallore, un corrugarsi sdegnoso delle ciglia. Erano già sul portone. Marta non leggeva più; guardava la pioggia che rimbalzava sul fango della via.
– Vogliamo andare? – le disse cupamente, aprendo l’ombrello.
Marta si scosse; ripiegò la lettera e si cacciò sotto l’ombrello.
– Ah, sì, eccomi!… scusi!
Non badava più al contatto, peraltro inevitabile, del braccio col braccio del Falcone, né notava lo studio penoso di questo per andare più spedito accanto a lei. Avrebbe voluto fuggire, non più per lui (e il Falcone lo intuiva) ma per qualche notizia contenuta in quella lettera. Roso dalla gelosia, ormai non si curava più dei piedi che, nell’andar così di fretta, s’arrabattavano sovrapponendosi man mano molto più goffamente del solito. Avrebbe voluto gridare a Marta di chi fosse, che contenesse quella lettera; e intanto la lasciava sguazzare e inzuppare, temendo che il suo richiamo ad andare più cauta potesse da lei essere interpretato come un pietoso richiamo ai suoi piedi che, veramente, non potevano più seguirla in quella corsa e sfangavano orribilmente. Ansimava, e Marta non lo udiva. Perché, perché fuggiva così?
A un tratto Marta ebbe come un brivido e si contenne, si fermò per un attimo, quasi per soffocare un grido.
– Che ha? ch’è stato? – le domandò il Falcone, fermandosi.
– Nulla! venga, venga… – gli disse Marta, piano, a capo chino, proseguendo.
Il Falcone si voltò e vide un po’ avanti a loro, sul marciapiede a destra, due signori sotto un ombrello, che guardavano Marta e lui: l’uno terreo in volto e con piglio fosco, l’altro più alto, magro, straniero all’aspetto e con un’espressione scioccamente derisoria negli occhi chiari.
Erano Rocco Pentàgora e il signor Madden.
Il Falcone, non ostante il divieto di Marta, appuntò contro quei due gli occhi da belva.
– Non guardi! non si volti! – gl’impose, con rabbia soffocata, Marta.
– Mi dica chi sono quei due! – domandò egli, quasi a voce alta, accennando a fermarsi di nuovo.
– Stia zitto, le ripeto, e venga con me! – riprese Marta, con lo stesso accento. – Che diritto ha lei di saperlo?
– Nessun diritto, ma io… lei non sa… – continuò il Falcone con voce che non pareva più la sua, come se piangesse, ansando, interrompendosi strozzato dalla commozione, e pur seguitando ad andare quasi di corsa angosciosamente, dietro a Marta, sotto la pioggia ringagliardita. Le confessava il suo amore, implorando pietà.
Marta, con l’anima in tumulto, e anche stordita dalla violenza della pioggia, vedeva fuggire sotto i piedi vorticosamente la strada già mezzo allagata; correva senza ascoltare, udendo solo confusamente, con insopportabile angoscia, le affannose parole del Falcone. Alla fine giunse alla porta di casa.
Lì il Falcone si provò a trattenerla per un braccio, scongiurandola di dargli una risposta.
– Mi lasci! – gli gridò Marta, svincolandosi con uno strappo; e via di corsa sù per la scala.
Venne ad aprirle Maria.
– Tutta bagnata?
– Sì, vado a cambiarmi!
Si chiuse a chiave. S’abbandonò su una seggiola, premendosi forte, forte, forte le tempie con le mani, lamentandosi piano, con gli occhi chiusi:
– Oh Dio! oh Dio!
Era in preda alla vertigine: non la camera, ma tuttora la via le girava, le turbinava davanti agli occhi; sentiva negli orecchi lo scroscio della pioggia; le parole di quel mostro arrangolato, che le piangeva dietro.
E quei due lì fermi sul marciapiede, alla posta! Ma che volevano da lei tutti costoro? Per chi la prendevano? E quegli altri due, anche quegli altri due, quel grosso imbecille, e quel piccolo che le indirizzava pubblicamente i suoi versi?
Ah, e la lettera di Anna? La cercò, la rilesse, saltando ciò che in quel momento non la interessava.
«Tu sai, cara Marta, come io… Ma da me non è più venuto, dopo quella visita furiosa, della quale… Dalla famiglia Miracoli, però, da cui si reca spesso il fratello Niccolino (sposerà Tina Miracoli, dicono in paese), ho saputo ch’egli stamani è partito per costà. Vuole scoprire, ha detto Niccolino alla fidanzata, che cosa tu faccia a Palermo, convinto che debba esserci una forte ragione, un serio impedimento al tuo ritorno in paese. Tina, benché come ogni altra timorata ragazza debba far le viste di non capire, pure, dal tono misterioso con cui mi ha confidato questa notizia, ha lasciato capire a me, invece, che cosa avrei dovuto intendere per forte ragione e serio impedimento. Figùrati come l’ho trattata e quello che le ho risposto! Ma lei dice che non sa nulla, che non crede affatto a queste cose, e che parla solo, dice, per bocca dei Pentàgora. Prima, tu lo sai, quando la buon’anima di tuo padre viveva, e voi eravate ricche, la signora Miracoli era la migliore amica di tua madre; adesso, con questa proposta di matrimonio tra Tina e Niccolino, ella è tutt’una con don Antonio Pentàgora, il quale, tra parentesi, del matrimonio pare non voglia sapere. Per tornare a tuo marito, se egli (dice sempre Nicola) scoprirà qualche cosa, ricorrerà ai tribunali per ottenere la separazione. Ma sono parole d’un ragazzo dette per boria in presenza dell’innamorata.»
Un altro pugno di fango. La persecuzione ancora, da lontano. Calunnie ancora e villanie.
Marta si levò da sedere tutta vibrante d’ira e di sdegno, con gli occhi lampeggianti d’odio.
Innocente, per essersi difesa con inesperienza da una tentazione, non ostante la prova della sua fedeltà: in compenso, l’infamia; in compenso, la condanna cieca del padre! e tutte le conseguenze di essa aggiudicate poi come colpe a lei: il dissesto, la rovina, la miseria, l’avvenire spezzato della sorella; e poi l’infamia ancora, il pubblico oltraggio d’una folla intera senza pietà, ad una donna sola, malata, vestita di nero. Aveva voluto vendicarsi nobilmente, risorgere dall’onta ingiusta col proprio ingegno, con lo studio, col lavoro? Ebbene, no! Da umile, oltraggiata; da altera, lapidata di calunnie. E questo, in premio della vittoria! E amarezze, ingiustizie, e quell’esistenza vuota per sé, esposta alle brame orrende d’un mostro, ai gracili, timidi desiderii d’un povero di spirito, alle pettorute vigliaccherie di quell’altro: sassi, spine ovunque, per quella via lontana dalla vita.
Fu scossa da due picchi all’uscio. E la voce di Maria:
– A tavola, Marta.
La cena, di già? Non s’era ancora svestita. Come cenare, adesso, come nascondersi alla madre, alla sorella? Si svestì in fretta in furia. Non s’era neanche tolto il cappellino entrando. Si lavò per rinfrescar gli occhi e la faccia infiammati.
– Un miele! – diceva Maria, già a tavola, tra il fumo che la avvolgeva dalla scodella.
E la madre prese a narrarle tutto quello che avevano fatto lei e Maria, durante quella pioggia improvvisa, sù in terrazzo, per salvare i fiori.
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