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Marta rivela a Gregorio Alvignani di aspettare un figlio e respinge ogni soluzione fondata sulla menzogna o su un nuovo sacrificio. Fuggita dalla casa dell’uomo, viene affrontata in strada da Matteo Falcone, travolto dalla gelosia e dalla disperazione.
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Riassunto
Marta affronta Gregorio Alvignani dopo aver ascoltato il colloquio con Luca Blandino. Lo accusa di essersi mostrato disposto a riconsegnarla al marito pur di liberarsi dalle responsabilità della loro relazione.
Gregorio tenta di difendersi sostenendo di aver approvato la riconciliazione soltanto per il bene di Marta. Lei gli domanda quale altra viltà dovrebbe commettere e come potrebbe tornare da Rocco dopo ciò che è accaduto tra loro.
Marta rivela allora il motivo più grave della sua disperazione: è incinta. Non sa come nascondere il proprio stato alla madre e alla sorella e considera la morte l’unica via rimasta.
La notizia sconvolge Gregorio. Dopo un primo momento di smarrimento, propone di raggiungere Blandino, confessargli la verità e impedire che continui a favorire la riconciliazione con Rocco.
Alvignani invita Marta a partire con lui. La donna ammette che potrebbe seguirlo, ma non può trascinare Agata e Maria nello scandalo né abbandonarle, poiché vivono grazie al suo lavoro.
Gregorio sostiene allora che non esistano altre possibilità: Marta deve scegliere tra lui e il marito. Se non vuole sacrificare la madre e la sorella, potrebbe tornare da Rocco e accettare la riconciliazione che egli stesso le offre.
Marta rifiuta con fermezza. Rocco desidera riprenderla credendola ancora innocente, mentre lei sa di non poter più accettare quella riparazione senza ingannarlo.
Alvignani insiste: proprio il ritorno dal marito potrebbe essere la vendetta definitiva contro tutti coloro che l’avevano condannata senza colpa. Ora che il tradimento è realmente avvenuto, Marta verrebbe accolta e riabilitata.
La protagonista accusa se stessa di essere diventata l’amante di Gregorio. L’uomo reagisce dichiarando che, se fosse certo del suo amore, sarebbe pronto ad affrontare Rocco e a rivendicarla apertamente.
Gregorio afferma però che Marta non lo ha mai amato davvero e che si è lasciata spingere tra le sue braccia dalla persecuzione subita. Proprio per questo considera la riconciliazione con il marito una soluzione possibile.
Quando Marta si accorge che è già sera, viene assalita dal timore di non riuscire a giustificare il ritardo. Alvignani le chiede di tornare il giorno successivo dopo aver riflettuto sulla decisione da prendere.
Uscita dalla casa di Gregorio, Marta incontra Matteo Falcone nella semioscurità. Il professore le domanda insistentemente da dove venga e tenta di afferrarla, accecato dalla gelosia.
Per liberarsi, Marta gli dice che l’uomo visto in precedenza era suo marito. Falcone rimane sconvolto e subito dopo implora il suo perdono, definendo se stesso una vittima della natura e chiedendole di diventare la sua vendetta contro il mondo.
Falcone continua a gridare in mezzo alla strada, attirando gli abitanti alle finestre e dalle case. La gente lo circonda e lo considera pazzo, mentre Marta fugge verso casa temendo che possa pronunciare pubblicamente il suo nome.
Sconvolta e incapace di pensare con lucidità, Marta continua a ripetersi la scusa che userà con Agata e Maria: dirà di essersi sentita male al Collegio.
Analisi
La gravidanza rende irreversibile la relazione tra Marta e Alvignani. Ciò che fino a quel momento poteva essere nascosto come colpa privata diventa una realtà fisica destinata a manifestarsi davanti alla famiglia e alla società.
La rivelazione distrugge ogni soluzione astratta. Gregorio non può più limitarsi a ragionare sulla coscienza, sulla libertà o sulla vendetta: deve confrontarsi con conseguenze concrete che coinvolgono Marta, il nascituro, Agata e Maria.
La prima reazione di Alvignani è lo smarrimento. L’esclamazione con cui definisce la situazione uno «sbaraglio» rivela quanto la notizia interrompa il controllo razionale che egli aveva cercato di mantenere.
La proposta di fuggire insieme appare generosa, ma non tiene conto della condizione reale di Marta. Per seguirlo, la donna dovrebbe abbandonare la madre e la sorella oppure trascinarle in una situazione di dipendenza e disonore.
Il ritorno da Rocco rappresenterebbe invece una salvezza fondata sull’inganno. Marta verrebbe riaccolta perché ritenuta innocente proprio nel momento in cui non può più considerarsi tale.
La protagonista rifiuta dunque l’ultima viltà possibile: sfruttare il pentimento del marito nascondendogli la relazione e la gravidanza. La sua coscienza morale riemerge proprio quando ogni via d’uscita sembra richiedere una menzogna.
Gregorio trasforma ancora una volta la vicenda in un ragionamento. Presenta la riconciliazione come una vendetta perfetta contro la società: Marta, ora realmente colpevole, sarebbe riammessa proprio da coloro che l’avevano esclusa quando era innocente.
Il paradosso è centrale nell’intero romanzo. La colpa reale potrebbe restituire a Marta l’onore pubblico che l’innocenza non era riuscita a difendere. Forma sociale e verità morale risultano così completamente separate.
Quando Marta si definisce amante, rompe ogni giustificazione costruita da Gregorio. Nomina direttamente la condizione che entrambi avevano cercato di trasformare in ribellione, amore o riparazione.
Alvignani risponde subordinando il proprio coraggio all’amore di Marta. Sarebbe disposto ad affrontare Rocco soltanto se la donna gli garantisse un sentimento pieno, trasferendo ancora una volta su di lei il peso della decisione.
L’incontro con Falcone riproduce in forma esasperata il tema del possesso maschile. Anche il professore pretende spiegazioni da Marta e considera il proprio dolore sufficiente a conferirgli un diritto sulla sua vita.
Falcone presenta la propria passione come vendetta contro la natura che ha dato a Marta la bellezza e a lui la deformità. La donna viene così trasformata non in una persona autonoma, ma nello strumento attraverso il quale egli vorrebbe compensare l’ingiustizia subita.
La crisi pubblica del professore mostra il confine ormai spezzato tra sofferenza e follia. Le sue grida attirano la comunità, che lo circonda e lo riduce immediatamente alla parte del pazzo.
Marta teme soprattutto che Falcone pronunci il suo nome. Anche nel momento di massimo pericolo, la protagonista è costretta a preoccuparsi dello scandalo e delle conseguenze che le parole di un uomo potrebbero avere sulla sua reputazione.
La frase ripetuta sulla presunta indisposizione al Collegio mostra infine la frantumazione della coscienza. Marta non elabora più una vera decisione: si aggrappa meccanicamente a una scusa, come se la finzione quotidiana fosse l’unico mezzo rimasto per continuare a camminare.
Leggi e ascolta – Voce di Edoardo Camponeschi
▶ Audiolettura completa de L’esclusa
XII.
– Qua. Ho inteso tutto, – riprese Marta, vibrante di sdegno.
– E che ho detto io? – balbettò Gregorio Alvignani quasi tra sé.
– Mi sono tenuta le mani per non aprire, per non entrare a smascherarti davanti a quell’imbecille! Di qui stesso avrei voluto gridargli: «Non gli creda! Io sono qua, in casa sua!».
– Marta! Sei impazzita? – gridò Gregorio. – Che volevi che dicessi? Son io forse cagione, se egli è venuto a parlarmi di tuo marito?
– E t’ha chiesto forse che gl’insegnassi il miglior modo di prendermi al laccio, di presentarmi la proposta? Ah, ne sei contento? Davvero?
– Io? Ebbene, sì; per te!
– Per me? E quale altra viltà vorresti farmi commettere adesso? Per me, dici? E che sono diventata io? Ora che ti sei stancato, di’ un po’, vorresti respingermi nelle braccia di mio marito?
– No, no! Se tu non vuoi! – negò forte Gregorio.
– Voglia o non voglia: è forse più possibile, ora, dopo quello che è avvenuto fra te e me? Hai potuto sperarlo, rallegrartene? Dio! Che hanno fatto di me… Che sono divenuta io? Mi hai aspettata; ci sono venuta, qua, in casa tua, coi miei piedi; e, ora che mi hai avuta, me ne posso pure andare da quell’altro?
– Come sospetti bassamente di me! – esclamò l’Alvignani, avvilito.
– Ah, io di te? E tu di me che pensi, se hai potuto sperare che… Ma non sai il peggio ancora! Ah, la mia testa… la mia povera testa…
E Marta si premette forte le tempie con le mani che le tremavano.
– Il peggio? – fece Gregorio Alvignani.
– Sì, sì: per me non c’è più scampo, ormai. Sappilo! La morte sola.
– Che dici?
– Sono perduta! M’hai perduta… Sono venuta apposta per dirtelo.
– Perduta? Che dici? Spiègati!
– Perduta: non capisci? – gridò Marta. – Perduta… perduta…
Gregorio Alvignani restò come basito, guardando fisso, con terrore, Marta, e balbettò:
– Ne sei certa?
– Certa, certa… Come ingannarmi? – rispose Marta, lasciandosi cadere su una seggiola. – Sono venuta per dirti questo. Come nasconderò a mia madre, a mia sorella il mio stato? Se ne accorgeranno… No, no: prima morire! Per forza io ora debbo morire. Non mi resta più altro.
– Che sbaraglio! – mormorò l’Alvignani annichilito, coprendosi la faccia con le mani.
– Che riparo? che rimedio? – fece Marta disperatamente, tra le lagrime.
– Non piangere così! Cerchiamo insieme…
– Ah, tu, per te, lo so: per te, l’avevi trovata la via d’uscita!
– Per me? Come? No… no… Non rimproverarmi ancora… Come potevo supporre? Perdonami! Senti: corro a raggiungere il Blandino. Gli dirò che… la verità!… Che non si occupi più…
– Come! E poi?
– Tu verrai con me…
– Daccapo? Vuoi straziarmi l’anima inutilmente? O me lo dici perché sai che non posso volerlo?
– E dalli con la diffidenza! Marta, perdio, non vedi che il mio dolore è sincero? Non puoi volerlo: ma tu devi, adesso! Che vuoi fare?
– Non lo so… non lo so… Venire con te, sì, io sì, potrei ormai: sono perduta… Ma la mamma? mia sorella? Sai che vivono di me. Posso trascinarle nell’obbrobrio? Non intendi questo? Non sai chi è mia madre?
– E allora? – domandò Gregorio con voce irritata, cercando di rialzarsi dall’avvilimento con la forza della ragione. – Non intendi che non c’è più altro scampo? O con me, o con lui, con tuo marito!
Marta si levò in piedi, alteramente.
– No! – disse. – Quest’ultima viltà, no! non la commetterò mai!
– E allora? – ripeté Gregorio.
Dopo un momento di silenzio, riprese:
– Con me, no; con lui, neppure; mentre egli te ne offre l’occasione, provvidenzialmente… Lasciami dire! Pensa: non hai il coraggio di venire con me… per tua madre e per tua sorella, è vero? Sta bene. Come ripari allora? O ti sacrifichi tu per loro, riunendoti con tuo marito, o si sacrifichino loro per te, e tu vieni con me. Ma dimmi: hai forse cercato tu, adesso, il riparo che ti si offre? No. Egli, tuo marito, viene a offrirtelo, spontaneamente.
– Sì, – oppose Marta. – Ma perché? perché mi sa senza colpa, com’ero prima, e perché è pentito d’avermi punita ingiustamente.
– E non t’ha punita davvero ingiustamente?
– Sì.
– E dunque? Perché hai quasi l’aria di difenderlo adesso?
– Io? Chi lo difende? – gridò Marta. – Ma non posso più accusarlo ora, capisci?
– Ora accusi me, invece…
– Ma te, me stessa, tutti, la mia sorte infame… – seguitò Marta.
Gregorio Alvignani si strinse nelle spalle.
– Ti stendo la mano… la respingi… Hai pure ascoltato ciò che ho detto di là al Blandino. Se tuo marito fosse morto, t’avrei fatta mia… Qual’altra prova potrei darti dell’onestà delle mie intenzioni? Ma tu vuoi per forza vedere in me uno… uno che si sia approfittato della tua sciagura! Ebbene, no! io non sono quello che tu mi stimi. Sono pronto, ora come sempre, a fare per te tutto quello che vorrai… Che altro posso dirti? Perché m’accusi?
– Me sola accuso, – disse Marta, cupamente. – Me sola, che sono diventata la tua amante…
L’Alvignani, a questa parola, ebbe uno scatto improvviso; s’accostò a Marta, la prese per le braccia.
– La mia amante? No, cara! Ah, se io vedessi in te, nei tuoi occhi, un po’ d’amore! Andrei da tuo marito; gli direi: «Tu l’hai scacciata senza colpa, infamata senza ragione, rovinata, perché io l’amavo? e ora che lei mi ama, tu la rivorresti? Ebbene, no! ora ella è mia, mia per sempre, tutta mia: uno di noi due è di troppo!». Ma tu mi ami? No… La mia amante, no! E ben per questo ho potuto accogliere con piacere la proposta inaspettata di una riconciliazione con tuo marito. Ho pensato che tu non potevi durare più oltre nella condizione che io t’avevo fatta, insopportabile per te che non mi amavi, non per me che ti amo, intendilo! Tu non mi hai mai amato: non hai amato nessuno, mai! o per difetto tuo, o per colpa d’altri; non so. Tu stessa l’hai detto: ti sei sentita spinta da tutti nelle mie braccia… E ora, vedi, vedi, sarebbe questa la vera vendetta, questa; e se io fossi in te, non esiterei un solo minuto! Pensaci! Innocente, ti hanno punita, scacciata, infamata; e ora che tu, spinta da tutti, perseguitata, non per tua passione, non per tua volontà, hai commesso il fallo – per te è tale! – il fallo di cui t’accusarono innocente, ora ti riprendono, ora ti rivogliono! Vacci! Li avrai puniti tutti quanti, come si meritavano!
Lo sdegno eloquente, impetuoso dell’oratore stordì Marta lì per lì. Rimase un tratto a guardarlo, poi gli occhi le andarono alla finestra della camera e avvertirono subito l’ombra sopravvenuta. Balzò in piedi.
– Già sera? E come faccio? È bujo… Oh Dio, e che dirò a casa? Che scusa troverò?
– Quel che bisogna trovare è il rimedio, – disse l’Alvignani, cupo, non badando alla costernazione di Marta per l’ora tarda. – Pensa, pensa a ciò che t’ho detto!
– Tu ragioni, – sospirò Marta, – tu puoi ragionare… io… Lasciami, lasciami andare, ora… debbo andare… è già sera…
– T’aspetto qui, domani – le disse l’Alvignani. – Qualunque cosa tu decida, sappilo: pronto a tutto. Addio! Aspetta… i capelli… rassèttati un po’ i capelli almeno…
– No, no… ecco, così… Addio!
Marta scappò via stropicciandosi gli occhi, ravviandosi i capelli, pensando alla scusa da addurre per il grande ritardo con cui rincasava.
Allo svolto della via, nella semioscurità, si trovò improvvisamente di fronte Matteo Falcone.
– Di dove viene?
– Lei! Che vuole da me?
– Di dove viene? – ripeté il Falcone, quasi sul volto di Marta.
– Mi lasci passare! Chi le dà il diritto d’insolentire la gente per istrada? Fa la spia?
– Io la svergogno! – ruggì tra i denti il Falcone.
– Villano! Si approfitta d’una donna sola?
– Di dove viene? – fece ancora una volta il Falcone, fuori di sé dalla gelosia, tentando di ghermire un braccio di Marta.
– Mi lasci, villano! o grido!
– Gridi, lo faccia venir giù! Sono così, ma ho polsi, perdio, da storcergli il collo come a un galletto! E quel biondo mingherlino dell’altra volta?
– Sì, mio marito! – fece Marta. – Vada a trovarlo!
– Suo marito? Come! Quello è suo marito? – esclamò il Falcone, interdetto, stordito.
– Mi si tolga dai piedi… Non ho da rispondere a lei…
Marta prese la via precipitosamente, seguita dal Falcone.
– È suo marito? Senta… senta… Mi perdoni…
– Vuol mettermi alla disperazione? – gli gridò Marta voltandosi e fermandosi un istante.
– Non si disperi… Sono io il disperato! Mi perdoni, abbia pietà di me… merito compassione, non disprezzo… Non sono io il mostro, il mondo è un mostro, mostro pazzo che ha fatto lei tanto bella e me così… Mi lasci gridar vendetta! Ripari lei, in odio a questo mondo pazzo! Faccia lei la mia vendetta! È una vendetta… è una vendetta…
Marta tremava tutta, di sdegno, di paura, correndo: s’era lasciato dietro il Falcone, che gridava gestendo in mezzo alla via deserta:
– Vendetta! Vendetta!
Le finestre si schiudevano, la gente usciva dalle case terrene: in breve il Falcone fu circondato.
– Un pazzo! – si gridò dalle finestre.
Marta si voltò un momento, e vide nell’ombra come una mischia: il Falcone inveiva contro la gente che tentava d’afferrarlo, vociando; urlava, divincolandosi. La strada s’animò d’accorrenti. Marta si diede a correre in giù, in giù, verso casa, mentre nella suprema agitazione, un pensiero sciocco, puerile le suggeriva: «Dirò che mi sono sentita male, al Collegio…».
Quando si fu di molto allontanata, già presso Porta Nuova, si fermò un tratto, come se la paura avesse dato a tutto il suo corpo un freno violento. Non avrebbe fatto il Falcone, nella pazzia sopravvenuta, il nome di lei?
Marta sentì aprirsi come un abisso dentro il petto, e, nella turbinosa dissociazione d’idee e di sentimenti, restò perplessa un attimo, se tornare indietro o proseguire verso casa. Un’incosciente energia la sorresse: non pensava, non sentiva più nulla; riprese ad andare in giù, come seguendo il pensiero che dentro il cervello le ripeteva: «Dirò che mi sono sentita male, al Collegio…».
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