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L’esclusa – Parte seconda, Capitolo 11


⏱ Tempo di lettura: 12 min

Marta accusa Gregorio Alvignani di viltà dopo aver ascoltato il colloquio con Blandino nel capitolo 11 della Parte seconda de L’esclusa
Elaborazione grafica di PirandelloWeb dall’undicesimo capitolo della Parte seconda de L’esclusa: Marta, nascosta nella camera accanto, ascolta Gregorio Alvignani approvare la riconciliazione con Rocco e minimizzare le proprie responsabilità. Quando l’uomo apre la porta, lei lo affronta con l’accusa: «Vile! vile!».
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Luca Blandino annuncia a Gregorio Alvignani che Rocco, sopravvissuto alla grave malattia, vuole riconciliarsi con Marta. Gregorio approva la soluzione e tenta di presentarsi come estraneo alla vicenda, ma Marta ascolta di nascosto il colloquio e scopre la sua viltà.

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Capitolo 11 – Riassunto e analisi

Riassunto

Gregorio Alvignani incontra per strada il professor Luca Blandino, appena arrivato a Palermo. Blandino, distratto come sempre, gli chiede di accompagnarlo in un negozio per acquistare alcuni colletti prima di affrontare una visita importante.

Durante il tragitto, il professore mostra subito inquietudine per la presenza di Gregorio in città. Teme che l’uomo possa provocare un nuovo scandalo legato a Marta e gli domanda apertamente perché si trovi ancora a Palermo.

Alvignani risponde di aver tenuto una conferenza all’Università e di essere prossimo al ritorno a Roma. Di fronte ai sospetti dell’amico, finge sorpresa e sostiene che la propria relazione con Marta appartenga ormai al passato.

Terminata la compera, Gregorio invita Blandino nella casa di via Cuba, sapendo che Marta quel giorno non sarebbe dovuta venire. Durante il tragitto in vettura gli chiede finalmente di spiegare quale sia il «pasticcio» che tanto lo preoccupa.

Blandino rivela di essere giunto a Palermo per tentare la riconciliazione tra Rocco Pentagora e la moglie. La notizia sorprende profondamente Gregorio, che impallidisce ma riesce a conservare un sorriso ironico e un’apparente indifferenza.

Rocco è sopravvissuto al tifo, ma la malattia lo ha ridotto in condizioni pietose. Dal letto ha pregato Blandino di recarsi da Agata e Marta, perché le lettere non sono servite e desidera riavere con sé la moglie.

Gregorio dichiara che la riconciliazione sarebbe la soluzione migliore. Sostiene che Rocco abbia finalmente compreso il proprio errore e che il ritorno di Marta rappresenterebbe la riparazione pubblica dell’ingiustizia subita.

Alvignani ricostruisce poi la vicenda in modo da attenuare ogni propria responsabilità. Definisce le antiche lettere un momentaneo errore nato dalla solitudine, dalla simpatia e dall’eccessivo lavoro, affermando che sarebbe presto rientrato in sé grazie all’onestà di Marta.

Arriva persino a dichiarare che, se Rocco fosse morto, avrebbe riparato personalmente al male causato. Presenta quindi la riconciliazione come la conclusione più giusta e naturale, capace di restituire a Marta l’onore davanti alla società.

Blandino accetta distrattamente i suoi suggerimenti e promette di sostenere con efficacia la proposta davanti alla famiglia Ajala. Dopo aver fissato un incontro per la sera, lascia la casa di Gregorio.

Alvignani apre allora la porta della camera da letto immersa nella penombra. Marta, che si trovava nascosta nella stanza e ha ascoltato l’intero colloquio, lo investe con due parole pronunciate come schiaffi: «Vile! vile!».

Analisi

Il capitolo smaschera definitivamente Gregorio Alvignani. L’uomo che aveva invitato Marta a vivere e ribellarsi mostra ora di essere pronto ad abbandonarla non appena la riconciliazione con Rocco gli offre una via d’uscita rispettabile.

La conversazione con Blandino è dominata dalla simulazione. Gregorio controlla il volto, la voce e le parole, nascondendo il turbamento provocato dalla notizia e costruendo progressivamente una versione dei fatti capace di proteggerlo.

L’impallidire e l’incertezza della voce rivelano però ciò che il discorso tenta di cancellare. Alvignani comprende immediatamente che il ritorno di Marta dal marito porrebbe fine alla relazione e lo libererebbe dalle responsabilità che non ha mai davvero voluto assumere.

La riconciliazione viene presentata come riparazione morale, ma per Gregorio rappresenta soprattutto una soluzione personale. Restituendo Marta a Rocco, può convincersi che ogni cosa sia tornata al proprio posto e ripartire per Roma senza conseguenze.

La ricostruzione delle antiche lettere è particolarmente ipocrita. Gregorio riduce il proprio comportamento a un breve momento di debolezza e attribuisce il disastro soprattutto alla reazione precipitosa del marito, evitando di riconoscere il ruolo esercitato nella vita di Marta.

Anche la dichiarazione secondo cui avrebbe sposato Marta se Rocco fosse morto serve a nobilitare retroattivamente la relazione. La promessa non richiede più alcun sacrificio, perché il marito è sopravvissuto e ora reclama la moglie.

Gregorio trasforma inoltre la sofferenza di Marta in un argomento retorico. Parla della sua bellezza, della giovinezza e dell’onore da restituire, ma non considera il desiderio concreto della donna né il trauma prodotto dalla loro relazione.

Blandino rimane ancora una volta il mediatore involontario degli avvenimenti. La sua bontà e la disponibilità ad aiutare gli altri lo rendono facilmente manovrabile: accetta i suggerimenti di Gregorio senza coglierne l’interesse nascosto.

Il dialogo assume un valore quasi teatrale. Alvignani recita davanti a Blandino la parte dell’uomo pentito, disinteressato e desideroso di giustizia, ignorando che Marta è una spettatrice nascosta dietro la porta.

La presenza invisibile della protagonista rovescia il rapporto di forza. Gregorio crede di controllare la narrazione, ma ogni parola pronunciata per giustificarsi diventa una prova della sua viltà agli occhi della donna.

L’accusa finale concentra il giudizio morale dell’intero capitolo. Marta comprende che l’uomo al quale si era affidata non è disposto a sostenerla e preferisce consegnarla nuovamente alla forma sociale del matrimonio.

Le parole «Vile! vile!» distruggono quindi l’immagine di Alvignani come liberatore. Marta non si trova più davanti all’uomo che la richiamava alla vita, ma a qualcuno che ha sfruttato la sua fragilità e ora cerca di sottrarsi alle conseguenze.

Leggi e ascolta – Voce di Edoardo Camponeschi

▶ Audiolettura completa de L’esclusa

XI.

– A Palermo? Come mai!

E Gregorio Alvignani si fermò davanti al professor Luca Blandino, il quale andava al solito con gli occhi semichiusi, assorto nei suoi pensieri, col bastone sotto il braccio, le mani dietro la schiena e il lungo sigaro addormentato su la barba.

– Oh, bello mio! – fece il Blandino, guardando l’Alvignani senza alcuna sorpresa, come se già fosse stato in compagnia di lui un’ora avanti. – Alza, alza un po’ il mento: così… Quanto?

– Che cosa? – domandò ridendo Gregorio.

– Codesti colletti, a quanto l’uno? Troppo alti per me… Perché ridi, birbante? Mi minchioni? Voglio comperarmene tre. Vieni, ajutami. Debbo fare una visita, e così come sono non potrei presentarmi. Arrivo adesso…

Prese il braccio dell’Alvignani che rideva ancora, e s’avviò con lui.

– Oh, a proposito! E tu che fai qui?

– A proposito di che? – gli domandò Gregorio Alvignani rimettendosi a ridere.

– Nulla, nulla… per saperlo, – rispose il Blandino, diventando a un tratto serio e corrugando le ciglia.

– La Camera è chiusa… – disse l’Alvignani.

– Lo so… E tu perché sei qui? Non vorrei fare un altro pasticcio… Dimmi la verità.

– Che pasticcio? – domandò Gregorio, divenuto serio anche lui e sforzandosi di comprendere.

– Ora ti dirò… Entriamo qui, – rispose il Blandino, cacciandosi in un negozio di biancheria. – Compro i colletti.

– Ho tenuto una conferenza all’Università… Fra qualche giorno riparto…

– Per Roma?

– Per Roma.

– Colletti! – ordinò il Blandino al giovine di negozio. – Così, guardi… come questi dell’amico mio, un po’ più bassi.

Fatta la compera, Gregorio Alvignani propose al Blandino di andare a casa sua (Marta quel giorno non sarebbe venuta) – e si misero in vettura.

– Spiegami adesso il pasticcio.

– Ah, già! Dunque, una conferenza? E riparti subito?

– Spero…

– Avrei preferito non trovarti qua.

– E perché?

L’Alvignani credette di comprendere; tuttavia simulò un’aria tra smarrita e sorpresa. Un lieve sorriso gli si delineò su le labbra.

Da questo sorriso il Blandino, se fosse stato un osservatore più acuto, si sarebbe accorto che l’Alvignani s’era già messo in guardia.

– Perché? Perché mi dà sospetto la tua presenza qua.

– Oh sta’ a vedere ch’io non debbo più venire a Palermo! E tu perché ci sei venuto? E, di grazia, che sospetto?

– Non m’hai capito? – domandò il Blandino, guardandolo fiso.

– Non t’ho capito… cioè, suppongo che tu non voglia alludere… Sì? Ah sì? Ancora? Caro mio: acqua passata…

– Parola d’onore?

Gregorio Alvignani scoppiò di nuovo a ridere, poi disse:

– Sai la nuova? Tu diventi più stolido di giorno in giorno.

– Hai ragione! – confermò con molta serietà Luca Blandino, scrollando il capo e chiudendo gli occhi. – Oggi più smemorato e più balordo di jeri. Non posso più insegnare: non ricordo più nulla… Ottanta, ottanta e ottanta: due lire e quaranta, è vero? Aspetta, credo che ci sia errore. Tre colletti, è vero? Due lire e quaranta… ladri! Quanto mi hanno restituito? No, no – è giusto: quaranta e sessanta, cento – tre lire giuste. Benissimo. Dunque, dicevamo?

– Quanti anni di servizio hai da fare ancora per avere la pensione? – gli domandò Gregorio Alvignani.

– Molti. Non ne parliamo, ti prego, – rispose il Blandino.

– Si tratta adesso di riconciliare Rocco Pentàgora e la moglie.

Gregorio Alvignani credette dapprima di non aver bene inteso e impallidì. Il sorrisetto motteggiatore gli rimase tuttavia su le labbra.

– Ah sì? Come mai? Dopo…

S’interruppe: notò che la voce non era ben ferma.

– Sono venuto per questo, – aggiunse il Blandino, studiandolo. – Perciò ti dicevo che avrei preferito non trovarti qua.

– E che c’entro io? – fece l’Alvignani con aria stupita.

– Sta’ zitto, sta’ zitto che c’entri, – esclamò sospirando il Blandino. – Ma non se ne parli più… bisogna pensare alla riconciliazione, adesso.

– Sei sicuro che si farà? – domandò l’Alvignani, simulando una perfetta ingenuità.

– Speriamo… Perché no? Il marito la rivuole.

– S’è persuaso finalmente? – aggiunse Gregorio Alvignani con indifferenza.

Proseguirono in silenzio.

– Vetturino, di qua: via Cuba, al primo portone, – ordinò finalmente l’Alvignani.

Poco dopo, entrati nell’ampia stanza in cui si apriva il balcone dalla balaustrata a pilastrini, ripresero la conversazione.

– Sei davvero incorreggibile! – esclamò, ridendo, Gregorio.

– Vuoi proprio pigliarti tutte le gatte a pelare?

– Eh, lo so! Ma che vuoi farci? È il mio destino. Tutti ricorrono a me. Non so dire di no, e… Questa volta però… Sai che quel povero ragazzo si è ammalato? È stato proprio per morire.

– Il Pentàgora? Davvero?

– Lui, Rocco; eh sì, di tifo… Io abito, non so se lo sai, nella stessa sua casa. M’ha fatto chiamare… Poverino, s’è ridotto pelle e ossa: che non si riconosce più. «Professore», dice, «lei deve ajutarmi… Le lettere non servono a nulla… Lei deve andare dalla madre di Marta; le dica come m’ha veduto. Io rivoglio Marta, la rivoglio!…» E così, siamo qua, caro Gregorio! Speriamo di metter fine a questa storia disgraziata per tutti.

– Sì, sì… – affermò l’Alvignani, passeggiando per la stanza. – È il meglio che si possa fare, senza dubbio.

– Non è vero?

– Sì. Sarebbe stato meglio che nulla purtroppo fosse accaduto, come nulla doveva accadere. Te lo dissi già una volta, rammenti? quando avesti il coraggio di comparirmi davanti come testimonio del Pentàgora. Egli agì allora proprio da ragazzo; volle provocarmi; io non potei più evitare il secondo scandalo del duello. Prevedevo fin d’allora questa soluzione. Ci è voluto forse troppo tempo. Basta: a ogni modo, ora egli ripara; fa bene.

– Ma sai che lui, il marito, – disse il Blandino, – ha tentato altre volte, dopo la morte di Francesco Ajala, di riconciliarsi? Non ha voluto saperne lei…

– Troppo tardi o troppo presto, forse, – osservò l’Alvignani. – Perché bisogna compatire anche la moglie, mi pare! Non dovrei dirlo io; ma resti tra noi; tanto, ormai tutto è finito, o sarà tra breve. L’hanno infamata! Se qualche colpa… cioè, colpa… non diciamo colpa! errore, lievissimo errore c’è stato, l’ho commesso io, e me ne sono pentito amaramente; me ne pento tuttora. Un momento d’aberrazione, lo confesso: la vicinanza, la simpatia vivissima… la mia vita chiusa, sepolta nel lavoro… un momento, insomma, di cordiale, irresistibile espansione, ecco! Sarei presto rientrato in me, mercé l’onestà di lei, se tutt’a un tratto, con una leggerezza incredibile da parte del marito, non fosse avvenuto quel che è avvenuto. Ah! Non bisogna trattenersi mai tanto nel sogno, caro mio, che l’urto della realtà sopravvenga! Quante volte non me lo sono ripetuto… Questo per dimostrarti che se lui, il marito, per disgrazia, fosse morto, avrei subito riparato io al male che da ogni parte è piombato su la povera signora. Tu mi conosci: non son uomo d’avventure, io! Tu stesso m’hai scritto una volta per lei una lettera un po’ troppo vivace, ti rammenti? Non me ne sono avuto a male. Ho fatto subito per la signora quanto m’è stato possibile: poco, purtroppo, in considerazione della jattura; ma tutto il possibile. Ora mi dài una consolante notizia. Le si renderà giustizia interamente davanti alla società. Ecco quello che bisognerà farle intendere… Sì, perché ella, m’immagino, non sarà molto ben disposta a rispondere adesso al pentimento del marito. Siamo giusti! Ha troppo sofferto, poverina. La proposta, vedi, io credo che tu debba presentarla da questo lato, per riuscire! E ci vuole efficacia, calore… non mancherà a te! È proprio la via d’uscita, la riparazione vera per lei, la prova, il riconoscimento dell’innocenza da parte di chi l’aveva accusata e condannata a occhi chiusi! Non ti pare? Questo, questo devi sostenere davanti a lei!

– Sì, sì… – approvò distratto il Blandino. – Lascia fare a me…

– Non ti pare? – ripeté l’Alvignani, assorto ancora nel suo ragionamento, come se specialmente lo volesse persuadere a se stesso. – È proprio la fine desiderata, la vera, la giusta, la più naturale, del resto, di questa tristissima storia. Non puoi credere, caro amico, quanto ne sia contento… Tu m’intendi: mi pesava su la coscienza enormemente questa condizione di cose fatta per mio incentivo a una donna, senz’alcuna ragione. Saperla, povera signora, così sbalestrata, ancora giovane, bella, esposta alla malignità della gente… era, credi, per me, un rimorso continuo… Te ne vai?

– Sì, me ne vado, – rispose il Blandino, che già s’era alzato.

– Vediamoci stasera… vorrei sapere… Ceneremo insieme?

Si diedero convegno, e Luca Blandino andò via. Poco dopo, Gregorio Alvignani, aprendo l’uscio della camera da letto quasi al bujo, si sentì sul volto queste due parole, come due schiaffi:

– Vile! vile!

Diede un balzo indietro:

– Tu qua, Marta!

E richiuse subito l’uscio.

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