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La relazione con Gregorio Alvignani non offre a Marta la liberazione sperata, ma una nuova esistenza fatta di menzogna, paura e rimorso. Quando Anna Veronica annuncia che Rocco è gravemente malato, la possibile morte del marito trasforma in realtà il desiderio più segreto e colpevole della protagonista.
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Riassunto
Gregorio Alvignani cerca di convincere Marta che la coscienza non sia altro che la voce degli altri interiorizzata. Secondo lui, proprio le ingiustizie subite autorizzerebbero la donna ad amarlo senza considerarsi colpevole.
Marta ascolta le sue argomentazioni e vorrebbe credergli, ma non riesce a trovare pace. Nella propria casa deve mentire ad Agata e Maria; al Collegio vive nel timore di essere scoperta; nella casa di Gregorio prova rimorso e paura.
Continua a incontrare Alvignani soprattutto per sentirsi ripetere che non è stata sconfitta e che il loro rapporto rappresenta una scelta volontaria. Le parole dell’uomo le concedono soltanto brevi momenti di sollievo.
Gregorio le chiede di dimenticare ogni cosa nell’amore e insiste nel domandarle se lo ami. Marta non riesce a dichiararlo apertamente, ma risponde che, se non provasse nulla, non sarebbe lì con lui.
La donna si abbandona alle sue carezze con vergogna e tremore, poi fugge improvvisamente, convinta di essersi trattenuta troppo. Ogni incontro si conclude quindi con la stessa alternanza di abbandono e rimorso.
Anche Alvignani comincia a osservare la situazione con maggiore lucidità. Comprende che Marta non gli si è concessa per amore autentico, ma si è aggrappata a lui come una persona naufragata e priva di altre possibilità.
Gregorio pensa alla possibilità di portarla con sé a Roma. Sarebbe disposto ad accogliere anche Agata e Maria, ma teme che Marta non accetterebbe mai una condizione dipendente dalla sua protezione.
Marta intuisce che l’uomo pensa già alla partenza e gli domanda amaramente se sia stanco di lei. Alvignani risponde di essere pronto a tutto, purché sia lei a decidere quale futuro desideri.
La protagonista non sa però che cosa volere. Tutti gli altri sembrano possedere una strada da seguire, mentre lei non riesce a immaginare una soluzione compatibile con la madre, la sorella, il lavoro e il matrimonio ancora esistente.
La relazione dura ormai da circa due mesi ed è diventata sempre più triste. Gregorio valuta la possibilità di tornare a Roma oppure di interrompere il rapporto, ma preferisce aspettare che sia Marta a prendere l’iniziativa.
Una lunga lettera di Anna Veronica sconvolge improvvisamente entrambi: Rocco Pentagora è gravemente ammalato di tifo e, secondo i medici, rischia di morire.
Marta impallidisce. Durante le notti insonni aveva più volte desiderato la morte del marito, pur sapendo di non avere più alcun diritto morale di sperarla. Ora quel desiderio sembra sul punto di avverarsi.
Agitatissima, corre da Gregorio per comunicargli la notizia. I due si guardano in silenzio, come se la morte di Rocco fosse entrata nella stanza e attendesse da loro una parola capace di definire finalmente il loro amore.
Analisi
Il capitolo mostra il fallimento della relazione come possibile liberazione di Marta. Il rapporto con Alvignani non cancella la condanna precedente, ma aggiunge nuovi luoghi di sofferenza alla sua esistenza.
Gregorio tenta di dissolvere il senso di colpa attraverso un ragionamento sulla coscienza. Se essa coincide con la voce della società, la società che ha perseguitato ingiustamente Marta non avrebbe più il diritto di imporle alcun divieto morale.
L’argomentazione serve però anche ad Alvignani. Ripetendola, egli cerca di persuadere non soltanto Marta, ma se stesso, soffocando i propri dubbi sotto la forza delle parole.
Marta rimane persuasa senza essere davvero convinta. Il linguaggio dell’uomo le offre una giustificazione momentanea, ma non modifica la realtà concreta della menzogna quotidiana e del matrimonio ancora valido.
La protagonista non trova ormai alcun luogo nel quale essere pienamente se stessa. A casa recita la parte della figlia serena; al Collegio teme lo scandalo; con Gregorio cerca di interpretare la donna innamorata senza riuscire ad abbandonarsi davvero.
Anche la dichiarazione «non sarei qui» rivela questa ambiguità. Marta non pronuncia un vero «ti amo», ma usa la propria presenza come prova di un sentimento che non sa definire.
Alvignani comprende progressivamente che la facilità della conquista non è dipesa dalla forza dell’amore. Marta si è affidata a lui perché, privata di ogni sostegno, aveva bisogno di dare una forma alla propria caduta.
L’immagine del naufrago chiarisce la natura del loro legame. Gregorio non rappresenta una terra sicura, ma un altro corpo al quale Marta si aggrappa disperatamente, senza una vera possibilità di salvezza.
La proposta implicita di trasferirsi a Roma non risolve il conflitto. Marta dovrebbe dipendere economicamente e socialmente da Alvignani, rinunciando ancora una volta a una piena autonomia.
Gregorio continua inoltre ad attribuire a Marta il peso della decisione. Si dichiara pronto a tutto, ma attende che sia lei a scegliere, proteggendosi così dalle conseguenze di una situazione alla quale ha contribuito.
La relazione si consuma nell’inerzia. Nessuno dei due riesce a interromperla o a trasformarla in un progetto concreto; la tristezza comune cresce fino a diventare quasi insopportabile.
La malattia di Rocco introduce improvvisamente una possibile soluzione esterna. La sua morte libererebbe Marta dal vincolo matrimoniale e renderebbe possibile un futuro con Gregorio, ma proprio per questo assume un significato moralmente terribile.
Il desiderio segreto di Marta sembra materializzarsi davanti a lei. La protagonista non può più considerare la morte del marito come una fantasia innocua: la possibilità reale la costringe a riconoscere la propria colpa interiore.
Il silenzio finale tra Marta e Alvignani è più eloquente delle loro precedenti discussioni. Di fronte alla morte, le giustificazioni sulla coscienza e sull’amore perdono forza e i due devono misurarsi con ciò che veramente desiderano.
Il capitolo si chiude quindi su una sospensione decisiva: la possibile morte di Rocco potrebbe aprire una strada a Marta, ma trasforma quella strada nel compimento concreto di un desiderio che la coscienza non riesce ad accettare.
Leggi e ascolta – Voce di Edoardo Camponeschi
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X.
– Oh, mia cara, quando io dico: «La coscienza non me lo permette», io dico: «Gli altri non me lo permettono, il mondo non me lo permette». La mia coscienza! Che cosa credi che sia questa coscienza? È la gente in me, mia cara! Essa mi ripete ciò che gli altri le dicono. Orbene, senti: onestissimamente la mia coscienza mi permette d’amarti. Tu interroga la tua, e vedrai che gli altri t’hanno ben permesso di amarmi, sì, come tu stessa hai detto, per tutto quello che t’hanno fatto soffrire ingiustamente.
Così sofisticava l’Alvignani per ammansare gli scrupoli, i rimorsi e la paura di Marta, e spesso ripeteva sott’altra forma il ragionamento, perché apparisse più chiaro e più convincente anche a lui, e la crescente foga delle parole stordisse anche i suoi scrupoli, i suoi rimorsi e la paura non manifestati né apertamente né segretamente ancora a se stesso.
Marta ascoltava in silenzio, pendeva dalle labbra di lui, si lasciava avvolgere da quel linguaggio caldo e colorito, persuasa a credere, non convinta. Purtroppo sapeva quanto le costasse quel venire di furto in casa di lui, e che tortura al Collegio, e che smanie, che angoscia, le notti! Certo quello smarrimento, in cui si agitavano dissociati tutti i suoi pensieri, tutti i suoi sentimenti, la avrebbe tradita, un giorno o l’altro. Avrebbe voluto essere sicura del domani. Sicura di che? Non avrebbe saputo dirlo a se stessa; ma sentiva che non era possibile durare a lungo in quello stato, protrarre quell’esistenza. Non trovava più luogo ove stare in pace un momento: nella propria casa, la menzogna; nel Collegio, la tortura; nella casa di lui, il rimorso e la paura. Dove fuggire? che fare?
Andava dall’Alvignani unicamente per sentirlo parlare, per sentirsi dire ciò che, pensando tra sé, avrebbe voluto credere: che ella non era stata vinta; che quell’uomo non s’era impadronito di lei per violenza altrui; ma che ella lo aveva voluto, e ormai doveva starci, poiché gli s’era data. L’anima ne soffriva, smaniosamente, e soltanto nelle parole di lui riposava un poco.
– Se tu amassi più, penseresti meno, – le diceva lui. – Bisogna dimenticare tutto nell’amore.
– Ma io non vorrei pensare! – diceva Marta, con stizza.
– Vedi, io penso questo soltanto; che tu sei mia e che noi dobbiamo amarci. Guardami negli occhi: mi ami tu?
Marta lo guardava un po’, poi abbassava gli occhi, le guance le s’invermigliavano e rispondeva:
– Non sarei qui…
– E allora? – le domandava egli e le prendeva una mano e la attirava a sé.
Non reluttava: si abbandonava vergognosa e tremante alla carezza; poi fuggiva, credendo, al destarsi dal momentaneo oblio, che si fosse trattenuta troppo da lui.
Egli intanto non rimaneva più su l’ultimo gradino della scala, fin dove soleva accompagnarla, insoddisfatto e affascinato, come il primo giorno. Ora, appena ella svoltava per l’androne, mandandogli con la mano un ultimo triste saluto, traeva spontaneamente un sospiro, come se provasse sollievo, o forse per pietà di lei, e risaliva lentamente la scala, pensieroso.
Svaniva così a poco a poco il primo stupore quasi di sogno, il primo turbamento cagionatogli dalla vista di Marta e dalla insperata facilità con cui il suo improvviso ardentissimo desiderio s’era effettuato. Ora si rendeva conto del perché e del come fosse riuscito così d’un tratto ad averla; si rendeva conto dei sentimenti di Marta per lui. No; ella non lo amava: non gli si era abbandonata per virtù d’amore. Forse in altre condizioni, sì, lo avrebbe amato; non ora che, nello scompiglio dell’improvvisa caduta, s’aggrappava a lui come un naufrago s’aggrappa ad un altro, senza probabilità di scampo, disperatamente.
Come uscirne?
«Vorrà venire con me a Roma?», pensava l’Alvignani.
Lui, certo, ne sarebbe stato contento. Ma, e la madre? la sorella? Insieme con lei? Nessuna difficoltà, da parte sua. Ma come proporglielo? Ella si mostrava così altera… e certo non avrebbe voluto piegarsi alla condizione ch’egli poteva offrirle. Questa, e non altra. Che cosa infatti avrebbe potuto fare per lei? Era pronto a tutto: aspettava un cenno.
Così pensando, l’Alvignani credeva proprio di non aver nulla a rimproverarsi.
– Ti stanco, è vero? – gli domandava lei amaramente. – Tu pensi a partire…
– Ma no, Marta! Da che lo argomenti? Mi giudichi male… Tranne che tu non voglia venire con me…
– Con te? Se fossi sola! Vedi intanto che è vero che tu pensi a partire?
Gregorio si stringeva nelle spalle. Sospirava.
– Se non vuoi capire ciò che ti dico! Sono qui, con te, fino a che tu non avrai preso una decisione per il nostro avvenire. Vorrei soltanto farti contenta. Non penso ad altro…
– E come? come? Se sapessi!
– Lo so; t’intendo. Ma vedi che per me non manca?
Sì; e Marta doveva convenirne. Ma che poteva volere, lei?
Aveva ognuno davanti a sé una via, o triste o lieta; lei sola, no; lei sola non sapeva ciò che le restasse da fare.
Ormai da circa due mesi si trascinava così la loro relazione, aduggiata, intristita dall’ombra della colpa che la coscienza di lei continuamente vi projettava. Invano egli aveva tentato di rimuovere, di scuotere quest’ombra con le sue parole appassionate. Ora ne soffriva in silenzio l’oppressione, accrescendo il peso della comune tristezza con la propria inerzia, per renderla a entrambi alla fine insopportabile.
– Tocca a te decidere. Io te l’ho detto: sono pronto a tutto.
Partirsene, tornarsene a Roma, adducendo per lettera una scusa qualsiasi: l’improvviso richiamo per qualche urgente affare professionale? Così ella avrebbe forse trovato un po’ di calma; e, nella calma, qualche decisione. No: dopo matura riflessione, aveva scartato questo partito come troppo violento. Sarebbe stato forse meglio proporle apertamente di finirla: non per lui; per lei che già ne soffriva tanto. Ma anche questo partito fu respinto da Gregorio Alvignani in previsione di qualche scena disgustosa. Meglio aspettare che a tal passo fosse venuta lei, da sé.
Sopraggiunse intanto una notizia inattesa che sconvolse in diverso modo Marta e l’Alvignani. Anna Veronica annunziò in una lunga lettera che Rocco Pentàgora, gravemente ammalato di tifo, si trovava, per giudizio dei medici, a un caso di morte.
Marta allibì nel leggere questa lettera che le giungeva come immediata, odiosa risposta ai voti disperati delle sue notti insonni, voti che la coscienza intimamente disapprovava, poiché ella ormai non si riconosceva più alcun diritto di sperare su la morte del marito. Eppure, quante volte, dibattendosi sul letto, non aveva pregato:
– Dio, morisse!
Moriva – ecco. Era per morire davvero.
In preda a una vivissima agitazione, si recò a comunicare la notizia all’Alvignani.
Questi restò perplesso a guardare Marta che lo spiava acutamente. Si guardarono un tratto, ed egli ebbe quasi l’impressione che il silenzio della stanza attendesse una sua parola, come se la morte fosse entrata e sfidasse il loro amore a parlare.
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