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L’esclusa – Parte seconda, Capitolo 1


⏱ Tempo di lettura: 15 min

Marta con i libri, Agata e Maria nella nuova casa di Palermo nel capitolo 1 della Parte seconda de L’esclusa
Elaborazione grafica di PirandelloWeb dal primo capitolo della Parte seconda de L’esclusa: nella nuova casa di Palermo, Marta si prepara a riprendere l’insegnamento, mentre Agata sistema le poche cose della famiglia e Maria cura i fiori sul balcone. La luce della città accompagna l’inizio di una vita più libera, lontana dal giudizio soffocante di Girgenti.
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A Palermo, Marta, Agata e Maria trovano una casa luminosa e la libertà dell’anonimato. Accolta con benevolenza al Collegio Nuovo, Marta ritrova il piacere dell’insegnamento e una serenità che sembrava definitivamente perduta.

Parte I – Capitolo 14
Parte II – Capitolo 2

▶ I romanzi di Luigi Pirandello

Capitolo 1 – Riassunto e analisi

Riassunto

Marta trova per sé, Agata e Maria una piccola casa all’ultimo piano di un edificio in via del Papireto. Le quattro stanze sono semplici ma luminose, e un terrazzo promette di diventare il luogo nel quale Maria potrà coltivare i suoi fiori.

La scelta della casa è legata al ricordo di Francesco Ajala. Molti anni prima, il padre aveva raccontato a Marta di aver combattuto proprio in quella zona durante l’ingresso di Garibaldi a Palermo e di essere stato personalmente allontanato da una posizione pericolosa dallo stesso generale.

Il ricordo di Francesco rende la nuova abitazione meno estranea e offre soprattutto a Maria una sensazione di protezione. Le poche masserizie salvate dalla rovina non bastano ad arredare le stanze, ma le tre donne cominciano lentamente a organizzare la nuova vita.

Quando escono per fare acquisti, Marta, Agata e Maria provano sollievo nel muoversi tra persone che non le conoscono. A Palermo possono fermarsi davanti alle vetrine e camminare liberamente, senza essere osservate con sospetto o riconosciute come le donne degli Ajala.

Marta è infastidita soltanto dagli sguardi di ammirazione dei passanti. Tenta di rendersi meno appariscente lasciando i capelli in disordine, ma si accorge che anche quella trascuratezza finisce per accrescere il fascino della sua figura.

Al Collegio Nuovo viene accolta con grande cordialità dalla direttrice, una donna anziana, elegante e affabile. La direttrice le presenta l’ambiente scolastico, le insegnanti e le allieve e le concede alcuni giorni per sistemarsi.

Anche il primo giorno di scuola è felice. Le convittrici accolgono Marta con simpatia e la protagonista ritrova il piacere di preparare le lezioni, di parlare alle alunne e di sentirsi apprezzata per il proprio lavoro.

La primavera palermitana accompagna questa rinascita. Durante il percorso verso il collegio, tra Piazza Vittorio, la Reggia normanna, Porta Nuova e il Corso Calatafimi, Marta sente di essersi finalmente sottratta all’incubo del passato.

Anche nella nuova casa torna il buonumore. Marta imita con talento persone e atteggiamenti ridicoli, facendo ridere Agata e Maria. Le tre donne vivono unite e cercano di evitare i ricordi del paese, mantenendo soltanto il legame affettuoso con Anna Veronica attraverso le sue lettere.

I primi vicini a presentarsi sono don Fifo Juè e sua moglie Maria Rosa. Vestiti a lutto, raccontano con enfasi la morte del primo marito della donna, don Dorò, fratello maggiore di Fifo, e spiegano di essersi sposati per evitare le maldicenze sulla loro convivenza.

La visita assume presto un tono grottesco. Maria Rosa continua a celebrare il marito defunto, mentre don Fifo, rigido e impacciato, ascolta quasi fosse il monumento funebre del fratello. Marta e Maria riescono a stento a trattenere le risate.

Analisi

L’inizio della Parte seconda introduce un cambiamento netto di spazio e atmosfera. Girgenti era il luogo del controllo sociale, della persecuzione e della memoria dolorosa; Palermo offre invece movimento, anonimato e la possibilità di ricominciare.

La casa di via del Papireto è modesta, ma luminosa e aperta. Il terrazzo, il balcone e le stanze ariose contrastano con gli interni chiusi e oppressivi della Parte prima. La nuova abitazione diventa il simbolo di un’esistenza ancora povera, ma finalmente respirabile.

Il ricordo di Francesco collega il presente al passato senza riprodurne l’oppressione. La figura paterna non appare più come l’autorità che condanna Marta, ma come una memoria lontana che guida le donne verso la nuova casa e offre loro un senso di protezione.

L’anonimato della grande città possiede un valore liberatorio. A Girgenti ogni gesto di Marta veniva interpretato e giudicato; a Palermo può muoversi tra sconosciuti, fermarsi davanti alle vetrine e vivere senza che la sua storia preceda ogni incontro.

Gli sguardi rivolti alla bellezza di Marta mostrano però che la protagonista non può diventare completamente invisibile. Anche quando tenta di trascurare il proprio aspetto, continua ad attirare attenzione. La sua figura rimane dunque esposta allo sguardo altrui, anche se non più alla condanna morale.

Il Collegio Nuovo rovescia l’esperienza scolastica vissuta nel paese. La direttrice e le allieve giudicano Marta per ciò che vedono e per il suo comportamento presente, non per le calunnie costruite intorno al suo passato.

L’insegnamento assume finalmente il valore sperato. Non è soltanto una fonte di sostentamento, ma il luogo nel quale Marta può esprimere intelligenza, sensibilità e bisogno di essere amata. Il lavoro contribuisce direttamente alla ricostruzione della sua identità.

La primavera esterna coincide con una rinascita interiore. Il cielo limpido, gli alberi e l’aria fresca accompagnano il ritorno del senso infantile della vita, sepolto per lungo tempo sotto le umiliazioni e i lutti.

Anche la capacità di cogliere il ridicolo segnala la guarigione di Marta. La protagonista torna a osservare gli altri con ironia e a trasformarli attraverso l’imitazione, recuperando una vitalità che nella Parte prima era stata soffocata dal dolore.

La visita dei coniugi Juè introduce il grottesco nella nuova vita palermitana. Maria Rosa e don Fifo si sono sposati per proteggersi dalla maldicenza, ma continuano a vivere sotto l’ombra del marito defunto e a recitare pubblicamente la parte delle persone inconsolabili.

Pirandello mostra così che le convenzioni sociali non appartengono soltanto al paese lasciato da Marta. Anche nella città moderna gli individui organizzano la propria esistenza in base allo sguardo della gente; la differenza è che Marta, per il momento, può osservarne il ridicolo senza esserne direttamente vittima.

Leggi e ascolta – Voce di Edoardo Camponeschi

▶ Audiolettura completa de L’esclusa

I.

Una gaja casetta in via del Papireto, all’ultimo piano, ariosa: quattro lucide stanzette, col pavimento di mattoni di Valenza, con carta da parato un po’ sbiadita, sì, ma senza strappi e di tinta gentile. La meno angusta sarebbe servita per la signora Agata e per Maria, che dormivano insieme; quella attigua, per Marta; da letto e da studio: vi si sarebbe adattata volentieri in grazia del balcone che dava su la via del Papireto; le altre due, sala da pranzo e salotto, da metter sù, per bene, col tempo. Delizia della casa, un terrazzo, la cui balaustrata a pilastrini pareva, a guardarla dalla via, una corona che cingesse l’edificio. Quanti fiori vi avrebbe coltivati Maria!

Marta aveva trovato questa casa, guidata da un lontano ricordo. Il padre, nel condurla a Palermo tanti anni addietro, aveva voluto mostrarle il luogo ove da giovane aveva combattuto, il giorno stesso dell’entrata di Garibaldi.

Lì, all’imboccatura di quella via, egli, in compagnia d’altri due volontarii, sparava contro una nuvola di fumo che partiva da lontane case di fronte, ove s’erano appiattate le soldatesche borboniche. Uno dopo l’altro, i due compagni eran caduti: egli seguitava a far fuoco, quasi aspettando che un’altra palla venisse per lui. A un tratto, s’era sentito battere leggermente a una spalla, e dir così:

– Giovanotto, levatevi di qua: siete troppo esposto.

Si era voltato, e aveva veduto Lui, Garibaldi, tutto impolverato, calmo, con le ciglia aggrottate, il quale, scostandolo, si era esposto, senza nemmeno pensarci, al posto che aveva stimato pericoloso per un semplice volontario.

Marta aveva voluto, a sua volta, condurre la madre e la sorella a quella via, per indicar loro il posto. Per caso, alzando gli occhi, aveva scorto un cartello con l’appigionasi giusto lì, al portoncino su l’imboccatura del vicolo. E avevano preso a pigione quella casa per memoria del padre, quasi perché il padre stesso ve le aveva condotte.

Maria, con quel ricordo nell’anima, vi si sentiva meno sola e come protetta.

Rassettatesi alquanto, dopo il trambusto, cominciarono tutte e tre a provvedere ai primi bisogni della nuova dimora. Le poche masserizie scampate alla rovina non bastavano più: poveri, malinconici avanzi di naufragio, a cui pur tanti ricordi s’aggrappavano.

Uscivano di casa insieme per qualche compera, senza saper dapprima dove dirigersi. Si fermavano a guardare nelle vetrine di questo o di quel negozio, fuggendo la tentazione di entrare nei più ricchi. Smarrite per le vie della città, tra tanta gente ignota e il moto e il frastuono continui, provavano, nello smarrimento, un certo sollievo: nessuno lì le conosceva; potevano andare di qua, di là, indugiarsi a guardare a loro agio, liberamente, senza attirare gli sguardi maligni della gente. A Marta dava segreto fastidio l’ammirazione che suscitava nei passanti. Talvolta, per essere meno notata, usciva di casa senza rifarsi a modo i capelli;

– Così, così… – diceva a Maria, appuntandosi il cappellino e ravviandosi poi appena appena, in fretta, le ciocche su la fronte.

Ma s’accorgeva, pur senza volerlo, che quel po’ di disordine cresceva grazia alla sua figura: fuggevolmente glielo diceva lo specchio, glielo ripetevano poi gli sguardi dei passanti e le vetrine delle botteghe.

Al Collegio Nuovo, intanto, era stata accolta con benevolenza dalla vecchia Direttrice, vera signora piena di garbo e di gusto, degna di presiedere a quel regio Educandato, ov’era accolto il fiore dell’aristocrazia e del censo.

I modi e la figura di Marta attirarono subito l’attenzione della vecchia Direttrice, la quale non volle nascondere alla signora Agata il gradimento di avere per maestra «una bella figliuola» come quella. Tutto nella vita, su la terra, per la vecchia signora linda, curata, abbigliata con squisita eleganza, era fatto per la gioventù e per far sospirare i poveri vecchi. E dicendo ciò sorrideva: ma chi sa da qual fondo d’amarezza affiorava quel sorriso. Da vecchia, ella ormai non era brutta, anche perché si dimostrava così affabile e buona; ma da giovane non aveva dovuto esser bella. Tanto maggior merito, dunque, per la sua bontà.

Diede a Marta, con quell’amorevolezza semplice che rassicura, notizia del Collegio, delle altre insegnanti interne, di tre professori, delle convittrici, dipingendo tutti con parole festevoli; parlò dell’orario della scuola, parlò un po’ di tutto; e finalmente accordò a Marta quattro giorni di vacanza.

Marta uscì dal Collegio come abbagliata di quell’accoglienza cordiale, che riferì poi a Maria, lodando tutto: l’edificio del Collegio, il lusso interno, l’ordine che doveva regnarvi. E dopo il primo giorno di scuola tornò a casa raggiante anche dell’accoglienza che le avevano fatto le convittrici dopo la presentazione lusinghiera della Direttrice.

Al lieto umore di Marta rispondevano in quei giorni i primi accenni in terra e in cielo della rinascente primavera. L’aria era fredda ancora, frizzante nel mattino, quand’ella si recava al Collegio; ma era così limpido il cielo e così puro e saldo quel rigore del tempo che gli occhi erano felici di guardare e il seno d’allargarsi in larghi respiri. Pareva che l’anima delle cose, serenata finalmente dalla lieta promessa della stagione, si componesse, obliando, in una concordia arcana, deliziosa.

E quanta serenità, quale freschezza nello spirito, in quei giorni, e che pace interiore! Si ridestava in Marta il lucido e gajo senso che, da bambina, possedeva della vita. Era paga: aveva vinto; sentiva di far bene, e le piaceva di vivere. Oh che brulichìo sommesso avevano le foglie nuove, al levarsi del sole, quand’ella passava sotto gli alberi di Piazza Vittorio davanti alla Reggia normanna, e poi sotto quelli del Corso Calatafimi oltre Porta Nuova. La chiostra dei monti pareva respirasse nel tenero azzurro del cielo, come se quei monti non fossero di dura pietra.

E andando così, senza fretta, Marta pensava alle lezioni da impartire, e dal benessere che sentiva, non solamente le idee sgorgavano spontanee, ma quasi le zampillavano le parole che avrebbe dette, i sorrisi con cui le avrebbe accompagnate. Provava uno stringente bisogno d’essere amata dalle allieve, eppure indugiava in quell’aria fresca della via per godere poi maggiormente del calore di quell’amore riverente delle alunne, nella tiepida stanza della scuola.

Davvero, davvero erano passati i lugubri giorni; la primavera davvero ritornava anche per lei. Non la terra soltanto scoteva le ombre invernali; anch’ella potava sottrarsi all’incubo delle tristi memorie.

In casa, anche la madre e Maria parevano a Marta contente, e ne gioiva in fondo al cuore, con la coscienza ch’esse erano così per lei. Vivevano tutte e tre l’una per l’altra, schivando ogni ricordo del passato che le riconducesse col pensiero al paese natale, donde una sola immagine cara veniva: quella di Anna Veronica, della quale parlavano spesso, rileggendo le lunghe lettere ch’ella inviava. Così Anna rimaneva ancora la loro unica amica, l’unica compagna in quella separazione, quasi istintiva orinai, dal mondo.

Degli altri inquilini della casa ricevettero soltanto una visita, che offrì loro in seguito e per parecchio tempo cagione di molte risa. Si era anche novamente stabilita in Marta la disposizione a scoprire e a rappresentare il ridicolo nascosto un po’ in fondo a tutte le cose e a tutte le persone, ch’ella rifaceva negli atteggiamenti e nella voce con straordinaria facoltà imitativa. Le gambe di don Fifo Juè, l’inquilino del secondo piano, e il suo modo di sedere, la parlantina e i gesti romantici di sua moglie furono da lei resi con tanta comicità, che la madre e Maria si tenevano i fianchi dal troppo ridere:

– Basta, Marta, per carità!

Questo don Fifo Juè e la moglie, che si chiamava Maria Rosa, si presentarono parati di strettissimo lutto, con gli occhi bassi, l’espressione compunta, come se tornassero allora allora da un accompagnamento funebre.

– Visita di convenienza… siamo gl’inquilini del secondo piano, – dissero con voce flebile a Maria che, aperta la porta, era rimasta perplessa davanti a quei due sconosciuti. Ed emisero, con un lamento della gola, un breve sospiro.

Introdotti nel «futuro» salotto, don Fifo, lungo e magro, sedette con le gambe unite, i piedi congiunti, toccando appena il pavimento con la punta delle scarpe; le braccia conserte, come un ragazzo in castigo. I suoi pantaloni erano così stretti, che parevano cuciti su le gambe. Donna Maria Rosa, grassa e rubiconda, si rialzò su una spalla il lunghissimo e fitto velo di crespo che le pendeva dal cappello sul volto e, sedendo, trasse un altro sospiro lamentoso.

Erano marito e moglie da tre mesi. Da un anno soltanto era morto il primo marito di donna Maria Rosa, don Isidoro Juè, detto don Dorò, fratello maggiore di don Fifo. E donna Maria Rosa, durante la lunga visita, non parlò che del marito defunto e del suo primo matrimonio, con le lagrime agli occhi e nella voce, come se don Dorò fosse morto jeri. Don Fifo, immobile, ascoltava con gli occhi bassi e le braccia conserte quell’eterno elogio funebre del fratello, di cui egli pareva il sarcofago e la moglie il cenotafio.

Ah, nessuno, nessuno avrebbe saputo ridire tutte le virtù di don Dorò (le veltù – diceva donna Maria Rosa per parlare in lingua). Ella e don Fifo, mentre Dorò viveva, si erano data la mano per circondarlo di cure e di rispetto. Egli, Dorò, era stato la loro guida nella vita, il loro maestro. Marito, moglie e cognato erano vissuti sempre insieme, un’anima in tre corpi.

– Nella pace degli angeli, signora mia!

E Dorò stesso, con le sue labbra, sant’anima! morendo, aveva balbettato ai due infelici superstiti:

– Fifo, – dice, – ti raccomando Maria Rosa! Consolatevi! Consolatevi! Seguitate a vivere l’uno per l’altra…

– Ah, signora mia! – proruppe a questo punto donna Maria Rosa già al colmo della commozione, ricordando quelle parole e asciugandosi gli occhi che erano divenuti due fontane di lagrime, con un fazzoletto listato di nero. – Noi del resto, – riprese poco dopo, rassettatasi alquanto e soffiatosi strepitosamente il naso, – noi, del resto, abbiamo domandato consiglio, signora mia, a tutti i conoscenti, uno per uno, raccomandando che ci ajutassero con la loro esperienza, che ci dicessero coscienziosamente ciò che avremmo dovuto fare noi due poveretti rimasti soli, senza la sant’anima! La nostra condizione era questa: cognati… e dovevamo vivere insieme, sotto lo stesso tetto… la gente avrebbe potuto sparlare… E tutti, tanto buoni, bisogna dire la verità, ci hanno consigliato di far questo passo, tutti! Siamo entrambi d’una certa età, è vero; ma sa, signora mia, la maldicenza com’è? dove non può mettere i piedi, mette le scale… E in questa città poi…

– Oh, da per tutto! – sospirò la signora Agata.

– Da per tutto, da per tutto, dice bene, signora mia… Così, ci siamo sposati ch’è poco… Abbiamo dovuto aspettare i nove mesi prescritti dalla legge, benché per me, sa, non ci fosse pericolo, come volevo far notare ai signori del Municipio: figli, niente; Dio non m’ha voluto consolare; Dorò malaticcio sempre e deboluccio, signora mi… a. Basta, ci siamo sposati.

Don Fifo pareva tutto appiccicato, e che, movendosi a parlare, si spiccicasse tutto: le labbra, la lingua, le pàlpebre, le pinne del naso. Soltanto le gambe gli restavano appiccicate l’una all’altra. Ma, in fin dei conti, non parlò molto. A un certo punto, ruppe in questa esclamazione:

– Ah, dolori, signora, dolori! Cristo solo lo sa!

E per poco Marta e Maria non scoppiarono a ridergli in faccia.

Parte I – Capitolo 14
Parte II – Capitolo 2

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