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Marta cerca nella confessione una pace che non riesce a trovare, perché non si riconosce colpevole e non può perdonare chi l’ha condannata. Il ritorno allo studio riaccende le sue aspirazioni, ma la scoperta della rovina familiare la riporta bruscamente alla realtà.
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▶ I romanzi di Luigi Pirandello
Riassunto
Marta si reca in una chiesa quasi deserta per confessarsi, seguendo il consiglio di Anna Veronica. Nell’attesa osserva il confessionale, una vecchia penitente e le pietre tombali del pavimento, ma avverte un crescente senso di disagio e di oppressione.
La protagonista si domanda quale peccato dovrebbe ammettere. Sa di non aver tradito il marito e ritiene di avere già pagato oltre misura le proprie imprudenze. Teme inoltre che la sua presenza in chiesa possa essere interpretata come un’accettazione pubblica della colpa attribuitale.
Marta non riesce a considerare le proprie sofferenze come un castigo mandato da Dio. Pensa che siano stati gli uomini, guidati dal pregiudizio e dall’ossessione dell’onore, a infliggerle una punizione ingiusta. Incapace di pentirsi e soprattutto di perdonare, abbandona la chiesa senza confessarsi.
Nei giorni successivi continua a partecipare alle funzioni religiose, ma le preghiere le sembrano parole vuote. Per sottrarsi alla propria aridità interiore riapre allora i vecchi libri e ritrova i ricordi della scuola, delle compagne e delle lodi ricevute dai professori.
Lo studio risveglia in lei il rimpianto per la vita che avrebbe potuto costruire. Ripensa anche alle lettere di Gregorio Alvignani, alle discussioni sulla condizione femminile e alla possibilità immaginata di vivere a Roma in un ambiente più aperto e intellettualmente stimolante.
Marta si accorge intanto che Agata e Maria le nascondono qualcosa. Uscendo dalla chiesa con la sorella, incontra un bambino poverissimo che le chiede la carità. Lo accompagna a casa e domanda alla madre del denaro per aiutarlo.
Agata è costretta allora a rivelarle la verità: la famiglia non possiede più denaro, Paolo Sistri è scomparso da due giorni e la conceria è stata chiusa e posta sotto sequestro. La rovina economica degli Ajala è ormai completa.
Analisi
Il tentativo di confessione mette Marta davanti a una contraddizione insolubile. Il rito presuppone il riconoscimento di una colpa, ma la protagonista sa di essere innocente. Confessarsi significherebbe quindi accettare la versione dei fatti imposta dalla famiglia e dalla società.
La chiesa non riesce a offrirle il conforto trovato da Anna Veronica. Marta comprende la fede dell’amica, realmente caduta e capace di affidarsi al perdono, ma non può imitarla. La sua ragione continua a opporsi all’idea di un castigo divino e riconosce negli uomini i veri responsabili della propria esclusione.
Il confessionale diventa un’altra forma del giudizio sociale. Marta teme che anche il sacerdote le chieda rassegnazione e obbedienza, senza mettere in discussione l’ingiustizia subita. Per questo si alza e si allontana: il suo gesto non è un rifiuto superficiale della religione, ma l’impossibilità di trasformare l’innocenza in pentimento.
Il ritorno ai libri rappresenta invece il recupero di una parte autentica della sua identità. Prima del matrimonio, Marta era una studentessa brillante, animata dal desiderio di conoscere e di distinguersi. Lo studio le ricorda ciò che avrebbe potuto diventare se non fosse stata rinchiusa nel ruolo di moglie.
Anche il ricordo di Alvignani assume un significato nuovo. Marta non ripensa soltanto all’uomo, ma all’orizzonte culturale che egli sembrava offrirle: Roma, il dialogo intellettuale e una vita lontana dall’ambiente soffocante di Girgenti. Il desiderio di evasione precede quindi ogni possibile attrazione sentimentale.
L’incontro con il bambino povero introduce infine la realtà materiale della miseria. Marta vorrebbe compiere un gesto generoso, ma scopre di non avere più neppure i mezzi per aiutare chi è più povero di lei. L’esclusione sociale si accompagna così alla perdita della sicurezza economica.
La scomparsa di Paolo e la chiusura della conceria segnano il fallimento definitivo dell’ordine costruito da Francesco Ajala. Dopo la rovina morale e affettiva, la famiglia subisce anche quella patrimoniale. Marta deve ora confrontarsi non soltanto con il pregiudizio, ma con la necessità concreta di ricostruire la propria esistenza.
Leggi e ascolta – Voce di Edoardo Camponeschi
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VIII.
«Mio buon Gesù, voglio riconciliarmi con Voi, confessando al Vostro ministro tutti i peccati coi quali V’ho offeso. Grande miseria è la mia, se tanto facile m’è dimenticarmi di Voi. Ingrata, non so vivere senz’offender Voi, Padre mio e mio amabile Salvatore. E ora che mi sento colpevole, mi accuso, mi pento, imploro misericordia da Voi. Piangi, mio cuore, che hai offeso Dio, il quale tanto ha sofferto pe’ tuoi peccati. Ricevete, o Signore, questa mia confessione; gradite, avvalorate con la grazia Vostra il mio atto di contrizione e il proponimento del cuor mio, che mi fa ripetere con Santa Caterina da Genova: – Amor mio, non più mondo, non più peccati; ma amore, fedeltà, obbedienza ai Tuoi santi comandamenti –. In nome del Padre, del Figliuolo, e dello Spirito Santo. Così sia.»
Segnatasi e chiuso il libro delle preghiere, Marta rivolse uno sguardo angoscioso al confessionale, davanti al quale, dall’altra parte, stava inginocchiata una vecchia penitente venuta prima di lei. Da quest’altra parte, il legno del confessionale, tutto a forellini, levigato e giallognolo, serbava l’impronta opaca di tante fronti di peccatori. Marta lo notò con un certo ribrezzo, e si tirò ancora di più sul capo il lungo scialle nero, fin quasi a nascondersi il volto. Era pallidissima, e tremava.
La chiesa, deserta, aveva un silenzio misterioso, assorbente, nella cruda immobile frescura insaporata d’incenso. La solenne vacuità dell’interno sacro, quasi sospeso agl’immani pilastri, alle ampie arcate, dava all’anima, in quella penombra, un senso d’oppressione. Tutta la navata di centro era occupata da due ali di seggiole impagliate, disposte in lunghe file sul pavimento polveroso, ineguale per le antiche pietre tombali, logore.
Marta stava inginocchiata su una di queste pietre, e aspettava che quella vecchia penitente le cedesse il posto nel confessionale.
Quanti peccati, quella vecchia! Ma suoi o della miseria? e quali mai? Il vecchio confessore li ascoltava attraverso i forellini del legno, con volto impassibile.
Ma chinò gli occhi e, per distrarsi, cercò di decifrare l’iscrizione funeraria in parte svanita sulla pietra dalla logora effigie. Lì sotto, uno scheletro… Che importava più il nome? Ma come e quanto più raccolto, più sicuro, più protetto, nella pace solenne d’una chiesa, appariva il riposo della morte!
Le due ali di seggiole s’allungavano fino alle colonne che reggevano sul nàrtice la cantorìa. Dietro queste colonne erano due lunghe panche, su una delle quali Marta, entrando, aveva veduto un vecchio contadino con le braccia incrociate sul petto, rapito nella preghiera, con gli occhi risecchi dagli anni, infossati. Oh quelle mani scabre, terrose, quel collo dalla floscia giogaja divisa da un solco nero, dal mento giù giù fin sotto la gola, e quelle tempie schiacciate, quella fronte increspata sotto l’ispida canizie! Di tratto in tratto il vecchietto tossiva, e quei colpi di tosse rimbombavano cupamente nel silenzio della chiesa deserta.
Dai finestroni in alto entrava a colpire a fasci i grandi affreschi della vòlta l’ardente pallore in cui il giorno moriva tra uno sbaldore assordante di rondini.
Marta era venuta in chiesa per consiglio di Anna Veronica. Ma cominciava già, in quella lunga attesa, ad avere di se stessa, inginocchiata lì come una mendicante, una penosissima impressione. Intendeva in Anna tutta quell’umiltà, fonte per lei di tanta serena dolcezza; Anna era veramente caduta; aveva perciò cercato e trovato nella fede un conforto, nella chiesa un rifugio. Ma lei? Aveva la coscienza sicura, lei, che non sarebbe mai venuta meno ai suoi doveri di moglie, non perché stimasse degno di tale rispetto il marito, ma perché non degno di lei stimava il tradirlo, e che mai nessuna lusinga sarebbe valsa a strapparle una anche minima concessione. La gente, ora, vedendola lì in chiesa, umile e prostrata, non avrebbe supposto ch’ella avesse accettato come giusta la punizione e che s’inginocchiasse davanti a Dio a mendicare conforto e rifugio, perché non si riconosceva più il diritto di levarsi in piedi e a fronte alta davanti agli uomini? Non per questi, è vero, non per la punizione immeritata, non per la sciagura del padre, di cui lei non voleva riconoscersi cagione, si era lasciata indurre da Anna a venire in chiesa per confessarsi; ma per sé, per aver lume e pace da Dio. Che avrebbe detto però, tra poco, a quel vecchio confessore? Di che doveva pentirsi? Che aveva fatto, qual peccato commesso da meritare tutti quei castighi, quelle pene, e l’infamia, la sciagura del padre e del figliuolo, il perpetuo lutto in casa, e forse la miseria, domani? Accusarsi? pentirsi? Se male aveva fatto, senza volerlo, per inesperienza, non lo aveva scontato a dismisura? Certo quel sacerdote le avrebbe consigliato d’accettare con amore e con rassegnazione il castigo mandato da Dio. Ma da Dio, proprio? Se Dio era giusto, se Dio vedeva nei cuori… Gli uomini, piuttosto… Strumenti di Dio? Ma ricevono da Dio forse la misura del castigo? Eccedono, o per bassezza di spirito o per aberrazione d’onestà… Accettare umilmente la condanna, senza ragionarla, e perdonare? Avrebbe potuto perdonare? No! No!
E Marta levò il capo e guardò la chiesa, come se a un tratto vi si trovasse smarrita. Quel silenzio, quella pace solenne, l’altezza di quella vòlta, e là quel confessionale piccolo, e quella vecchia prostrata e quel confessore immobile, impassibile, tutto le si allontanò improvvisamente dallo spirito rivoltato, come un sogno vano in cui ella, nel torpore della coscienza, fosse penetrata e che ora, risentendo la cruda e dolorosa sua realtà, vedesse dileguare.
Si alzò, ancora perplessa; sentì mancarsi le gambe, ebbe come una vertigine, si portò una mano agli occhi, e con l’altra si sorresse a una seggiola; poi attraversò quasi vacillante la chiesa. Su la panca, sotto la cantorìa, vide ancora il vecchietto, nella stessa positura, con le braccia incrociate sul petto, assorto nella preghiera, estatico.
Fino a casa si portò nell’anima l’immagine di lui.
Quella fede ci voleva! Ma non poteva averla lei. Lei non poteva perdonare. Dentro il cranio, il cervello le si era ormai ridotto come una spugna arida, da cui non poteva più spremere un pensiero che la confortasse, che le désse un momento di requie.
Era fantastica, forse, questa sensazione; ma le cagionava intanto un’angoscia vera, che invano cercava sfogo nelle lagrime. Quante, Dio, quante ne aveva versate! Ora, ecco, neanche di piangere le riusciva più. Sempre quel nodo, sempre, irritante, opprimente, alla gola. Vedeva addensarsi, concretarsi intorno a lei una sorte iniqua, ch’era ombra prima, vana ombra, nebbia che con un soffio si sarebbe potuta disperdere: diventava macigno e la schiacciava, schiacciava la casa, tutto; e lei non poteva più far nulla contro di essa. Il fatto. C’era un fatto. Qualcosa ch’ella non poteva più rimuovere; enorme per tutti, per lei stessa enorme, che pur lo sentiva nella propria coscienza inconsistente, ombra, nebbia, divenuta macigno: e il padre che avrebbe potuto scrollarlo con fiero disprezzo, se n’era lasciato invece schiacciare per il primo. Era forse un’altra, lei, dopo quel fatto? Era la stessa, si sentiva la stessa; tanto che non le pareva vero, spesso, che la sciagura fosse avvenuta. Ma s’impietriva anche lei, ora, cominciava a non poter sentire più nulla: non cordoglio per la morte del padre, non pietà per la madre né per la sorella, né amicizia per Anna Veronica: nulla, nulla!
Tornare in chiesa? E perché? Pregava, e la preghiera era solamente un vano agitarsi delle labbra; il senso delle parole le sfuggiva. Spesso, durante la messa, si sorprendeva intenta a guardare i piedi del sacerdote su la predella dell’altare, le brusche d’oro della pianeta, i merletti del messale; poi, all’elevazione, destata dal rumorìo delle seggiole smosse, dallo scampanellìo argentino, si alzava anche lei e s’inginocchiava, guardando stupita certe vicine che si davano pugni rintronanti sul petto, piangendo lagrime vere. Perché?
Per sottrarsi al vaneggiamento in cui ogni suo pensiero, ogni sentimento naufragava, provò se le riusciva di rimettersi allo studio, o almeno a leggere. Riaprì i vecchi libri abbandonati, e n’ebbe un’indicibile tenerezza. Le memorie più dolci rivissero e quasi le palpitarono sotto gli occhi: rivide la scuola, le varie classi, le panche, la cattedra: ecco, a uno a uno, tutti i professori che si susseguivano nel giro delle lezioni, e poi il giardino della ricreazione, il chiasso, le risa, le passeggiate a braccetto per i vialetti tra le compagne più care: poi il suono della campana, e la classe di nuovo; il direttore, la direttrice… le gare… i castighi… Sul tavolino le stava aperto sotto gli occhi un libro, un trattato di geografia; sfogliò alcune pagine: sul margine di una, un segno, e queste parole scritte di sua mano:
«Mita, domani partiremo per Pekino!». Mita Lumìa… Che abisso ora tra lei e quella compagna di collegio!
Come mai in certe anime non sorgeva alcuna aspirazione a levarsi un po’ sopra gli altri, foss’anche in una minima cosa?
Questo, sù per giù, Marta aveva notato in tutte le sue compagne di scuola, questo notava in sua sorella, nella buona Maria. Suo marito era poi proprio dell’armento, e lieto e pago di appartenervi. Oh se ella avesse seguitato gli studii! A quest’ora!
Si ricordò di tutte le lodi che i professori le avevano fatto, e anche… sì, anche delle lodi che un altro le aveva fatte: l’Alvignani, per le risposte alle sue lettere. Che gli aveva risposto? Aveva discusso con lui delle condizioni della donna nella società… «Ella sa accomodare i sensi acutissimi», le aveva scritto in una delle sue lettere l’Alvignani, «i sensi acutissimi all’osservazione della realtà.» L’aveva fatta ridere tanto questa lode. E quell’accomodare i sensi! Forse era detto bene… perché, eultissimo, l’Alvignani… ma scriveva, secondo lei, troppo dipinto; mentre, quando parlava… Oh, a Roma, lei, se non l’avessero così incatenata… A Roma, moglie di Gregorio Alvignani, in altro ambiente, largo, pieno di luce intellettuale… lontano, lontano da tutto quel fango…
Chinava il capo su i libri, animata improvvisamente dall’antico fervore, quasi per un bisogno irresistibile di rinutrire comunque un’aspirazione che pur non resisteva al minimo urto della realtà; al cigolare dell’uscio, quand’ella doveva recarsi nelle altre stanze, ove erano la madre e la sorella vestite di nero.
Di ciò che avvenisse in famiglia, non sapeva nulla. Aveva notato soltanto che la madre e Maria la guardavano, come se volessero nasconderle qualcosa: una impressione, un sentimento. Non erano forse contente che ella se ne stésse quasi tutto il giorno appartata? La scusavano? la compativano? La madre aveva spesso gli occhi rossi di pianto; Maria s’assottigliava sempre più, spighiva, aveva preso un’aria sbalordita, una gramezza che affliggeva. Per farle piacere, le domandava:
– Andiamo in chiesa, Maria?
Questa domanda per la sorella significava:
«Andiamo a pregare per il babbo?». E rispondeva sempre di sì; e andavano.
Un pomeriggio, uscendo dalla chiesa, furono prese d’assalto da un ragazzetto quasi tutto ignudo, con la carnicina soltanto, sudicia, che gli cadeva a sbrendoli su le gambette magre, terrose; il visetto, giallo e sporco. Con una manina egli afferrò lo scialle di Marta e non volle più lasciarlo, pregando che gli facessero la carità: era figlio di un muratore caduto dalla fabbrica.
– È vero, – confermò Maria. – Jeri, da un’impalcatura. S’è rotto un braccio e una gamba.
– Vieni, vieni con me, povero piccino! – disse allora Marta, avviandosi.
– No, Marta… – fece Maria, guardando pietosamente la sorella; ma subito abbassò gli occhi, come pentita, contrariata.
– Perché? – le domandò Marta.
– Nulla, nulla… andiamo… – rispose frettolosamente Maria.
Giunte a casa, Marta domandò alla madre qualche soldo per quel ragazzo.
– Oh figlia mia! Non ne abbiamo più neanche per noi…
– Come!
– Sì, sì… – seguitò tra le lagrime la madre. – Paolo è scomparso da due giorni; non si sa dove sia… La concerìa chiusa; vi hanno apposto i suggelli… È la nostra rovina! State qua, figliuole mie. Diglielo tu, Maria. Io debbo recarmi subito dall’avvocato.
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