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L’esclusa – Parte prima, Capitolo 10


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Rocco Pentagora chiede ad Antonio di acquistare la conceria degli Ajala nel capitolo 10 della Parte prima de L’esclusa
Elaborazione grafica di PirandelloWeb dal decimo capitolo della Parte prima de L’esclusa: Rocco Pentagora, tormentato dal rimorso per le sofferenze inflitte a Marta, chiede al padre Antonio di acquistare la conceria degli Ajala e salvarne la famiglia dalla miseria. Niccolino assiste al confronto, mentre l’edificio ormai in rovina è visibile oltre la finestra.
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Antonio Pentagora difende cinicamente la scenata organizzata durante la processione, mentre Niccolino e Rocco ne condannano la crudeltà. Tormentato dal rimorso e dalla rovina degli Ajala, Rocco tenta inutilmente di convincere il padre ad acquistare la conceria.

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Capitolo 10 – Riassunto e analisi

Riassunto

Niccolino affronta il padre Antonio Pentagora e lo accusa apertamente per lo scandalo provocato durante la processione. Considera l’aggressione contro Marta e le donne degli Ajala una vigliaccheria, ma Antonio risponde con il consueto sarcasmo e deride i sentimenti generosi del figlio.

Anche Rocco ha avuto una lite violenta con il padre e si è allontanato furibondo. Rimasto solo, Antonio riflette sulla propria condizione e sul disprezzo che suscita persino nei figli, convincendosi però che tutto dipenda da una parte assegnata dal destino alla quale nessuno può sottrarsi.

Secondo Antonio, i Pentagora sono condannati da sempre al tradimento delle mogli e al ridicolo. Per difendersi dal giudizio degli altri, egli ha trasformato la propria disgrazia in una battuta continua e ha assunto volontariamente il ruolo dell’uomo cinico, insensibile e incapace di generosità.

Antonio ripensa al comportamento di Rocco dopo la separazione da Marta. Inizialmente aveva approvato la relazione del figlio con un’altra donna, ma Rocco non era riuscito a ritrovare la serenità. Dopo la morte di Francesco Ajala, aveva allontanato l’amante ed era rientrato in casa profondamente abbattuto.

Per distrarlo, Antonio gli aveva comprato cavalli, proposto viaggi e pagato una grave perdita al gioco. Poiché nessun rimedio aveva funzionato, aveva organizzato la provocazione durante la processione, convinto che una nuova umiliazione inflitta a Marta avrebbe costretto Rocco ad accettare definitivamente il proprio destino.

Rocco, invece, è tormentato dal rimorso. Confida a Niccolino che Marta ha già sofferto abbastanza: ha perduto il padre e il bambino, ha rischiato di morire ed è stata nuovamente insultata davanti a tutto il paese.

Le notizie sulla famiglia Ajala peggiorano. La conceria è chiusa, Paolo Sistri è scomparso e la miseria minaccia Agata, Marta e Maria, rimaste sole e disprezzate dalla comunità.

Quando apprende che la conceria sarà venduta all’asta, Rocco supera l’orgoglio e propone al padre di acquistarla. Antonio rifiuta categoricamente, sostenendo di aver già speso troppo per il figlio e ribadendo che la carità non appartiene alla parte assegnatagli dalla sorte.

Analisi

Il capitolo approfondisce la figura di Antonio Pentagora e mostra che il suo cinismo non è soltanto crudeltà. È anche una difesa costruita negli anni per anticipare il giudizio degli altri e sottrarsi alla vergogna del tradimento coniugale.

Antonio crede che ogni uomo nasca con una parte già assegnata. Questa concezione fatalistica gli consente di evitare qualsiasi responsabilità morale: se tutto è stabilito dal destino, nessuno può cambiare e ogni gesto diventa inevitabile.

Il personaggio finisce così per adeguarsi volontariamente alla propria maschera. Poiché gli altri lo considerano un uomo insensibile e beffardo, egli interpreta quella parte fino in fondo, arrivando a rifiutare persino gli impulsi di pietà che talvolta avverte.

La processione è stata quindi manipolata da Antonio come una terapia violenta per il figlio. Egli crede che una nuova e definitiva umiliazione di Marta possa liberare Rocco dal rimorso e costringerlo ad accettare il ruolo del marito tradito.

Il risultato è opposto. Rocco comprende finalmente l’eccesso della persecuzione e comincia a riconoscere le conseguenze delle proprie azioni. La sofferenza di Marta non gli appare più come la giusta punizione di una colpevole, ma come una catena di disgrazie alla quale egli stesso ha contribuito.

Anche Niccolino si distacca dal padre. Il suo sdegno dimostra che il fatalismo di Antonio non è una legge naturale della famiglia, ma una scelta personale che i figli possono rifiutare.

Le visioni notturne di Rocco rendono concreto il senso di colpa. Francesco Ajala, Agata, Marta e Maria ritornano nella sua immaginazione come figure accusatrici, trasformando la rovina economica degli Ajala in una responsabilità anche morale.

La proposta di acquistare la conceria costituisce il primo tentativo concreto di riparazione. Rocco non chiede ancora di riaccogliere Marta, ma cerca almeno di impedire che lei, la madre e la sorella precipitino nella miseria.

Il rifiuto di Antonio conferma infine la rigidità della sua maschera. Pur essendo ricco e potendo salvare facilmente la conceria, considera la solidarietà un compito appartenente ad altri e preferisce restare fedele alla parte dell’uomo che, secondo la propria formula grottesca, può soltanto «negoziare di corna».

Leggi e ascolta – Voce di Edoardo Camponeschi

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X.

– Troppo, eh? – fece Antonio Pentàgora, col suo solito ghigno frigido rassegato su le labbra e negli occhi uno sguardo di commiserazione per Niccolino.

– Vigliaccheria! – proruppe questi, furibondo. – Si vergogni! Tutto il paese è pieno dello scandalo di jeri. Bella prodezza!

– E bravo Niccolino! – esclamò tranquillamente il padre. – Me ne congratulo davvero! Sentimenti nobili, generosi… Bravo! Tienteli ben radicati, figliuolo mio, e vedrai col tempo come ramificheranno…

Niccolino scappò via fremendo, per non lasciarsi andare a qualche eccesso. Così pure era scappato via Rocco la sera avanti, dopo una lite violenta, durante la quale padre e figlio per poco non erano venuti alle mani.

Rimasto solo, Antonio Pentàgora scosse più volte il capo lentamente e sospirò:

– Poveri di spirito!

E rimase a lungo a pensare, col faccione sanguigno, chino sul petto, gli occhi chiusi, le ciglia aggrottate.

Sapeva, sapeva d’essere inviso a tutti, cominciando dagli stessi suoi figli. Mah!… E poi? Non era in suo potere portarci rimedio: doveva essere così, per forza. Per i Pentàgora, cui la sorte s’era divertita a bollare col marchio dei cervi, non c’era remissione. «Là! o esposti all’odio o al dileggio. Meglio all’odio. Era destino!»

Tutti gli uomini, per lui, venivano al mondo con la parte assegnata. Sciocchezza il credere di poterla cambiare. Anch’egli, in gioventù, come adesso i figliuoli, lo aveva creduto per un momento possibile: aveva sperato, s’era lusingato: gli era parso d’aver nel cuore, come il povero Niccolino, sentimenti nobili, generosi: s’era affidato ad essi, dov’era giunto? Gira gira, alle corna. La parte era quella, doveva esser quella.

S’era così fissato in questo suo modo di pensare, che se per caso qualcuno, spinto dal bisogno, veniva a chiedergli ajuto, egli, pur sentendosi talvolta inchinevole a cedere, già commosso, si frenava, sbuffava, poi apriva le labbra al solito ghigno e consigliava a quel povero diavolo di rivolgersi altrove: al tal dei tali, per esempio, buon filantropo del paese:

– Va’ da lui, caro mio: è nato apposta per soccorrere la gente. Io no, vedi. A me, quest’ufficio non m’appartiene. Farei un’offesa a quel degno galantuomo che lo esercita da tant’anni e non può farne a meno. Io, di corna negozio.

Era divenuto così cinico nel linguaggio, involontariamente. Diceva queste cose con la massima naturalezza. E derideva lui per primo la sua disgrazia coniugale, per prevenire gli altri e disarmarli. Si sentiva in società come sperduto in mezzo a un campo nemico. E quel suo ghigno era come il digrignare d’un cane inseguito, quando si volta. Per fortuna, era ricco: dunque, forte. Non aveva da temere. Tutta la gente, infatti, gli faceva largo: largo al vitello, anzi al bue d’oro!

– Sciocchezze!

Dopo il tradimento, per lui inevitabile, della nuora, si era rallegrato della sfacciata relazione di Rocco con quella donnetta galante:

– Bravo Roccuccio! Mi piace. Ora sei a posto. Vedrai che a poco a poco… Fammi tastar la fronte…

Ma no: quello scioccone non ci s’era sentito a suo agio, nel posto assegnatogli dalla sorte. Imbronciato sempre, sgarbato, di pessimo umore. Poi, all’improvviso, era accaduta la morte di Francesco Ajala, del Bau! Ebbene, e quell’animella squinternata s’era d’un subito sentita schiacciare dall’unanime compianto che quel pazzo furioso aveva raccolto in paese. Zitto zitto, per non dar più luogo a ciarle, s’era liberato dell’amante, e gli era ritornato in casa come un funerale.

– E perché? L’hai forse ucciso tu Francesco Ajala?

Non c’era stato verso, per lungo tempo, d’indurlo a uscir di casa, a divagarsi. Cavalli, cavalli da tiro e da sella: sei cavalli gli aveva comperati! Dopo quindici giorni non aveva più voluto saperne. – E allora, che altro? Un viaggetto di distrazione, in Italia o all’estero? – No: neppur questo! – Il giuoco, al circolo? – Novemila lire perdute in una sola sera. E gliele aveva pagate, senza neppur fiatare.

Ebbene, che gli restava da fare? S’era presentata l’occasione della festa dei santi Patroni: a mali estremi, estremi rimedii: e aveva provocato lo scandalo della processione sotto i balconi di casa Ajala.

Non se ne pentiva. Rocco era scappato via come una mala bestia, sparando calci, alla bollatura di fuoco. Sì: gliel’aveva data un po’ troppo forte, poverino. Ma ci voleva! Col tempo si sarebbe calmato e lo avrebbe ringraziato.

«Senti, senti la pazza!», fece tra sé Antonio Pentàgora, riscotendosi al fitto bofonchio precipitoso della sorella Sidora, che s’aggirava smaniosamente per casa.

Anche a lei, forse, era arrivata la notizia dello scandalo. Che ne pensava? Nessuno poteva saperlo, tranne il fuoco del camino, acceso d’estate e d’inverno, nel quale ella – diceva il Pentàgora – voleva incenerire tutte le corna della famiglia, e non ci riusciva.

Per parecchi giorni Rocco non volle vedere, neppur da lontano, il padre. Niccolino gli teneva compagnia, gli offriva uno sfogo, da buon fratello.

– Non bastava, non bastava averla scacciata? M’ero vendicato… Bastava! Ma no: le muore il padre, per giunta. Non dico che ci abbia avuto colpa io; ma certo in qualche modo vi ho pure contribuito; muore il bambino; anche lei è stata per morire; si rialza a stento dalla malattia; e lui, vigliacco, va a farle sotto gli occhi quella scenata infame! Perché insultarla ancora? Chi glien’aveva dato l’incarico? Vigliacco! Vigliacco!

E si torceva le mani dalla rabbia.

Intanto le notizie di giorno in giorno peggioravano. La concerìa, chiusa; Paolo Sistri, scappato (e la gente lo incolpava d’aver rubato dalla cassa quel che poi non c’era). La miseria, dunque, batteva alla porta delle tre povere donne abbandonate. Come avrebbero fatto? Sole, senza ajuto, mal viste da tutto il paese?

E la notte a Rocco pareva di vedersi comparire davanti la figura gigantesca di Francesco Ajala in atto di scuotere le mani, pallido, gonfio in volto: «Rovini due case: la tua e la mia!». Vedeva tal’altra la suocera (fin dal primo giorno del fidanzamento tanto buona con lui) scarmigliata, disperata, e Marta piangente, con la faccia nascosta, e Maria quasi istupidita, che mormorava: «Chi ci ajuta? Chi ci ajuta?».

Così Rocco, il giorno in cui seppe che la concerìa era messa all’incanto, facendosi violenza, si recò lui per primo dal padre a proporgli – cupo, senza guardarlo in faccia – di acquistarla per suo conto.

– Tu sei pazzo! – gli rispose il Pentàgora. – Neanche se me l’aggiudicassero per tre bajocchi. Poi, guarda: fin qui t’ho lasciato fare: denari, adesso, me ne hai buttati via abbastanza. Non son rena! Anche la carità? Non è affar mio, lo sai. Nojaltri, di corna negoziamo.

E lo lasciò in asso.

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