Lazzaro – Personaggi, Atto primo

Premessa
Personaggi, Atto Primo
Atto Secondo
Atto Terzo

Lazzaro - Atto I

Personaggi
Diego Spina
Sara, già sua moglie
Lucio e Lia, suoi figli
Arcadipane, fattore di campagna
Deodata, governante di Lia
Gionni, professore di medicina
Monsignor Lelli
Cico, esattore di Dio
Il Marra, notajo
Due figli naturali di Sara e Arcadipane (non parlano)
Un medico
Una guardia
Signori della strada
Due contadini

Tempo presente.

Lazzaro
Atto Primo

        Giardino pènsile in casa di Diego Spina.

        La casa antica, modesta è a sinistra (dell’attore). Se ne vede di taglio la fac­ciata, con un rustico portichetto spiovente, sorretto da colonnette, sotto il quale si vedono gli usci che immettono nelle stanze a terreno. Alto poco più d’un metro è infondo un muro di cinta, rozzo, imbiancato di calce, con una cresta di pezzetti di vetro. A metà di questo muro, stagliata sullo sfondo d’un cielo di strano azzurro (quasi di smalto) è una grande croce nera con uno squallido Cristo dipinto, sanguinante. E, presso la croce, il fusto d’un altis­simo cipresso, che sorge dalla sottostante strada. Questo muro di cinta segue anche sul lato destro della scena, interrotto nel mezzo dal largo della scala che scende nella via. C’è per terra qualche ajuola con piante qua e là fiorite, tra vialetti inghiaiati, con sedili verniciati di verde.

        Al levarsi della tela sono in iscena Deodata e Lia. Lia ha quindici anni, ma è come una bambina. Tiene ì capelli sciolti, con un bel fiocco celeste nel mezzo. È persa nelle gambe e sta sempre su una sediolo a ruote che fa andare da sé con la sveltezza di un’andatura ormai naturale. Le gambe sono coperte da uno scialle. Deodata è sulla quarantina. Alta e robusta, veste di nero, con una cuffia nera in capo. Seduta su uno sgabello dì ferro, lavora a tombolo. È un pomeriggio d’aprile.

        LIA (assorta): Non scrive da più d’un mese.

        DEODATA (dopo una pausa): Lucio?

        LIA: E l’ultima lettera papà non ci ha capito nulla: non ha voluto farmela leg­gere.

        DEODATA: Sarà in apprensione per gli esami. Tuo padre, al solito, si mette per la testa tante cose.

        LIA: Sarà. Ma anch’io, sai? Tante cose.

        DEODATA: Brava. Anche tu. Attaccatelo anche a me, codesto male.

        LIA: Uh, male poi…

        DEODATA: Male, male: perché tante volte tu – guarda: supponi in qualcuno un pensiero? fattene accorgere; e il pensiero che prima in quello non c’era, gli nasce per davvero. Chi gliel’ha fatto nascere? Tu, con la tua supposizione.

        LIA: Scusa: non stai supponendo anche tu adesso che Lucio non scriva perché in apprensione per gli esami?

        DEODATA: Mi spiego il suo silenzio con una ragione che può essere, come tante altre, probabile: ma che intanto non nuoce a lui e non affligge me – almeno prima del tempo. (Pausa.)

        LIA: Se non si fosse ostinato ad andare all’Università!

        DEODATA: Ah questo, vedi, questo non ho saputo approvarlo neanch’io. Uscito dal Seminario, poteva mettersi quieto e soddisfatto a esercitare il suo santo ministero di sacerdote, senz’andare a imparare tutte le diavolerie che inse­gnano là.

        LIA: Ma allora avrebbe dovuto far subito il soldato…

        DEODATA: Eh, lo so: questa è stata la scusa. Come se a ventisei anni non do­vesse poi farlo lo stesso! Mi pare che – farlo a ventuno – poteva pesargli meno. Mah! Anche per tuo padre l’idea di vederlo da un giorno all’altro senza più la tonaca, in tenuta di soldato, fu come se dovesse vedere il dia­volo!

        LIA: È stato perché Lucio era così patito. Il pensiero di fargli affrontare in quello stato gli strapazzi della vita militare…

        DEODATA: È inutile: bisogna che in questa casa io me ne stia con la bocca cu­cita. Ragiono. Ho il vizio di ragionare, tra vojaltri…

        LIA: – che non ragioniamo –

        DEODATA: – oh senti: non c’è via di mezzo: o si è santi o si è matti. Tuo padre sarà santo – è un santo, certamente – ma se qualche volta me ne dimentico e bado a quello che dice, a quello che fa, Dio mi perdoni, con quegli occhi mi pare un matto veramente.

        LIA (sorridendo, divertita): Perché non glielo dici?

        DEODATA: Glielo dirò, glielo dirò, non dubitare. Mi tengo da tanto tempo! Oggi stesso glielo dirò, davanti a tutti; anche per sgravio di coscienza. – Mi fai ri­dere, «patito». Perché, patito? Per la vita troppo chiusa in Seminario; per il troppo studio. Fargli prender aria, cambiar vita: mi pare che sarebbe stato il rimedio. Nossignori. Studiare ancora, e chi sa quanto, per finire di rovinargli la salute. Ma quando gli hai detto e dimostrato questo, per lui è nulla. La sa­lute, come tutto il resto. Apre le mani e alza gli occhi al cielo. O se credi che t’abbia dato ascolto, accogliendo qualche tuo suggerimento, vieni tutt’a un tratto a vedere che il tuo suggerimento gli è servito per commettere una nuova pazzia. Come questa che sta commettendo…

        LIA: – della cessione del podere? –

        DEODATA: – sì: un bel modo di farti prender aria di campagna, come gli ave­vamo suggerito io e il dottor Gionni qua accanto!

        LIA: Ma che vuol fare?

        DEODATA: Del podere? Non l’hai ancora capito? Un ospizio di mendicità.

        LIA: E che vuol dire?

        DEODATA: Che tutti i mendicanti della città e anche quelli dei dintorni saranno ricoverati a sue spese nel podere; e vojaltri due, là, tu e lui, in loro compa­gnia. – Sì, sì, ti farà vispa, t’assicuro io, con quell’aria di campagna imbal­samata dagli stracci della miseria! S’udrà di sotto la scala a destra la voce di Cico.

        LA VOCE DI CICO: Permesso? Si può?

        DEODATA: Ah, tu Cico? Vieni, vieni su.

        Viene su dcdla scala Cico, che è un esile vecchietto bizzarro, dagli occhietti celesti quasi di vetro, aguzzi, ilari, parlanti. Porta sul cranio lucidissimo un berrettino rosso da ergastolano, e rigirata attorno al collo e pendente da­vanti e dietro una lunga sciarpa azzurra. Parla a scatti, e ogni tanto si ferma; guarda con quegli occhietti ilari parlanti e accompagna lo sguardo malizioso con un muto sorriso argutissimo.

        DEO: Rovinato, Deodata, rovinato. (Scorgendo Lia e cavandosi subito il berret­tino:) Ah, c’è anche lei, signorinella? servo! (Di nuovo a Deodata:) Rovi­nato.

        DEODATA: Chi t’ha rovinato, sciocconaccio?

        LIA: Papà, scommetto.

        CICO: E il diavolo! Papà e il diavolo. Tutt’e due. Capita, signorinella. Più uno è santo e più il diavolo gli sta attorno. (Starnuta.) Permette? (Si rimette il berretto.) Se Dio liberi mi metto a starnutare, son capace d’infilarne cento; e addio, non parlo più!

        LIA: Che t’hanno fatto, papà e il diavolo?

        CICO: Rovinato, le dico. M’era venuta un’idea, un’idea! Facevo danari a palate. Avevo trovato la professione. M’ero patentato.

        DEODATA: Non chiedevi più l’elemosina?

        CICO: Che elemosina! Esattore. Patentato.

        DEODATA: Tu, esattore?

        LIA: Di chi?

        CICO: Di Dio, signorinella. Esattore di Dio. Avevo combinato una filastrocca che appena mi mettevo a recitarla, lei non può figurarsi la gente che facevo.

        Uomini e donne, d’ogni ceto, età,

        professione, marinaj, campagnuoli, cittadini, tutti siamo inquilini del Signore.

        Inquilini del Signore, proprietario di due case.

        Due case, sì, due case.

        L’una – noi la vediamo – eccola qua.

        E sarebbe il Signore buon padrone per tutti quanti a un modo, se tanta e tanta gente, avara e prepotente, non se ne fosse fatta casa propria, quand’essa dovrebbe invece esser casa comune.

        C’è chi ha granajo, dispensa, rimessa, e chi non ha né fune né tanto muro da piantarvi un chiodo per potersi impiccare; e i più son questi, e sono come me.

        Ma gli altri intanto debbono pensare che è pur padrone Dio dell’altra casa, la casa di là, di cui comanda che ciascuno paghi anticipata la pigione qua.

        I poveri, com’io, la paghiamo ogni giorno con le pene nostre, puntualmente, a tutte l’ore; ai ricchi invece per pagarla basta che facciano ogni tanto un po’ di bene.

        Ne viene, signori miei, ch’io sono veramente per conto del Signore di questo po’ di bene

        (stende la mano) – l’esattore.

        Piovevano i denari, signorinella. Come grandinare. Ora con questa diavoleria dell’ospizio che suo papà vuole fondare, lei lo capisce, che pigione anticipata più, per la casa di là! tutti mi diranno: «Ora qua la casa ce l’hai anche tu: vatti a riporre!».

        DEODATA: Bravo, Cico. Credi dunque anche tu che quest’idea dell’ospizio sia un suggerimento del diavolo?

        CICO: Altro che! Ne ho in me la prova. Sapete che ce l’ho dentro!

        LIA: Sì, sì: il diavolo che dice di no.

        CICO: – Le giuro: sempre: senza ch’io lo voglia: io dico di sì, e lui dice di no; con la mia stessa voce, sotto sotto, mentre sto parlando. – Guardi, jeri, da­vanti allo specchio d’uno sporto di bottega. Dico: «O Dio, ma perché? Ci hai dati i denti, e a uno a uno ce li levi; la vista, e ce la levi; la forza, e ce la levi. Ora guardami, Signore, come m’hai ridotto! Di tante cose belle che ci hai date, nessuna dunque dobbiamo riportarne a Te? Bel gusto, di qui a cent’anni, vedersi comparire davanti figure come la mia!».

        DEODATA: Questo era il diavolo; mica tu!

        CICO: Positivo! Il diavolo. E fui tanto contento che Monsignor Lelli, passando, gli diede la risposta che si meritava: «Sciocconaccio, Dio ti riduce così per­ché non ti costi tanta pena il morire!».

        DEODATA: Benissimo!

        CICO: Già. Ma sapete che cosa questo schifoso diavolaccio ha osato ribattere sotto sotto? «Ma potrebbe coi denti levarci anche il desiderio di masticare, e non ce lo leva!» – Si misero a ridere – tutti – anche Monsignore; e io ci son rimasto brutto. Fanno male, fanno male a ridere e a lasciarmelo così senza ri­sposta. – Non son cose a cui ci si dovrebbe divertire! – Questa dell’ospizio di carità era una cosa che mi diceva lui, dentro.

        DEODATA: Il diavolo?

        CICO: Il diavolo, ogni volta che finivo la filastrocca: «Ma se intanto una casa i poveri l’avessero anche qua!». Capite? Ed ecco che il padrone ce la dà dav­vero. Si sente la voce del dottor donni sii per le scale.

        LA VOCE DEL GIONNI: Rediviva! Rediviva!

        E il dottor Gionni appare con una coniglietta bianca tra le mani e corre verso la sediolo a ruote di Lia. È un bell’uomo antipatico con barba bionda, ampia, e occhiali d’oro, sulla quarantina; indossa un lungo càmice bianco di tela, con cintura in mezzo.

        GIONNI: Eccotela qua, rediviva, la tua coniglietta.

        LIA (tutta fremente d’una gioja quasi sgomenta, prende la coniglietta): Viva? Oh Dio! Sì sì! Guarda!

        DEODATA: Possibile?

        GIONNI: Da jersera, sì; poco dopo che me la portai via…

        LIA: Ah, così subito?

        GIONNI: Non te n’ho detto nulla stamani, perché ho voluto prima accertarmi…

        LIA: – ma che le ha fatto? com’ha fatto?

        GIONNI: Niente. Una punturina.

        LIA: Ah, la mia Riri! Dove?

        GIONNI: Al cuore.

        LIA (stupita): Al cuore? Ed è resuscitata?

        GIONNI: Non è la prima.

        DEODATA: Ma vada là, a chi vuol darla a intendere? Sarà un’altra!

        GIONNI (a Lia): Ti pare un’altra?

        LIA: Ma che! È Riri! (A Deodata:) Vuoi che non la riconosca? Guarda: mi ri­conosce anche lei!

        CICO: No no! Questo non può stare. Era morta, e lei l’ha resuscitata?

        DEODATA: Sarà un’altra, ti dico! O se è la stessa, vuol dire che non era morta.

        LIA: Per esser morta era morta!

        GIONNI: L’adrenalina.

        LIA: E ora è viva!

        CICO: Impazzisco!

        Sopravvengono dalla scala Diego Spina e Monsignor Lelli. Diego Spina ha poco più di quarant’anni. Alto, magro, viso pallido scavato che arde tutto negli occhi duri e mobilissimi, quasi da pazzo adirato. Barba e baffi radi, non rifatti, capelli con la scriminatura in mezzo e volti in su da una banda e dall’altra per abitudine di rialzarseli così ogni volta, passandosi le mani sulla testa. Monsignor Lelli, d’apparenza dolce, non riesce sempre a nascon­dere con gli sguardi e coi sorrisi tutto l’amaro che ha dentro. È molto vec­chio.

        DIEGO (venendo avanti): Che cos’è?

        LIA (subito, esultante): Ah, tu papà? Guarda, guarda la mia Riri di nuovo viva!

        DIEGO: Ma che dici!

        LIA: Eccola qua! Guardala, viva!

        DIEGO: Non è possibile!

        CICO (a Monsignore): Morta, e lui l’ha fatta ritornare in vita!

        MONSIGNORE (col sorriso di chi non crede a ciò che dice): Un miracolo?

        CICO (tutt’un fremito, iroso): Gli dica subito di no! Non rida! Fa male, Monsi­gnore!

        MONSIGNORE: Non rido, Cico! Scusa, se è potuta tornare in vita…

        DIEGO (pronto e duro): – è segno che non doveva esser morta!

        MONSIGNORE: È semplice!

        DEODATA: Ecco: com’ho detto io!

        LIA: Ma nò, era morta, papà, proprio morta! Non è vero, dottore?

        DIEGO (perentorio, severo, staccando le parole, senza dar tempo al dottore di rispondere): Non può esser vero! (Poi, voltandosi di nuovo al dottore, con piglio nervoso:) Lei, mi scusi dottore, non deve, non deve… –

        GIONNI (come uno che non riesca a comprendere il caso che si sta facendo di una cosa per lui naturalissima): – che cosa? –

        DIEGO: – dire codeste enormità alla mia figliuola!

        GIONNI: Perché enormità?

        DIEGO: Ah le sembra normale che si possa?…

        GIONNI: Se lei fosse informato…

        DIEGO: Sono informato! Si leggono purtroppo nei giornali, queste e altre simili prodezze. E so lo scempio che lei fa di codeste bestiole nel suo laboratorio. Ne ho orrore.

        GIONNI: Ma questa l’ho rimessa in vita –

        MONSIGNORE (subito): – da morta che pareva.

        GIONNI (pronto e fermo): Era, non pareva.

        DIEGO: Mi sa dire come fa lei ad affermarlo?

        GIONNI: Eh, vuole che un medico non sappia?…

        DIEGO (troncando, severo): Io so che Dio solo può, per un miracolo, richia­mare da morte a vita.

        CICO: Ecco: bene!

        MONSIGNORE: Proprio così!

        GIONNI: Credo anch’io così, Monsignore. Dio solo. Non presumo mica d’a­verlo fatto io il miracolo: posso anche considerar la scienza come uno stru­mento di Dio. Tutto sta a intenderci.

        MONSIGNORE: Ma su che vuole intendersi lei, dice sul serio?

        GIONNI: Su la sua fede e su la mia.

        DIEGO (sdegnato, togliendo di mano a Lia la coniglietta e dandola a Gionni): Prenda: se la riporti al suo laboratorio!

        LIA (di scatto): No, la mia Riri!

        DIEGO: Basta, Lia!

        GIONNI: Io m’ero inteso, signor Spina, di procurare una gioja alla sua figliuola. Mi ringrazia così?

        MONSIGNORE: La fede è una sola!

        GIONNI: E comanda di riportare al laboratorio questa bestiola?

        LIA: No, papà!

        MONSIGNORE (a Lia): Se Dio te l’aveva tolta…

        GIONNI: Dio gliela rida!

        DIEGO (non potendone più): La prego, insomma, dottore!

        GIONNI: E va bene, me la riporto via, me la riporto via. (S’avvia per la scala. Prima di scendere si volta a Lia:) Stai tranquilla, cara, te la tengo in vita!

        DIEGO (chinandosi amoroso verso la figlia che piange): Non voglio, non vo­glio che tu pianga, Lia… Tu sai come si fa… Si offre a Dio…

        LIA: Sì, papà… sì, sì… Vado, vado…

        Si avvia verso casa su la sua sediolo a ruote e scompare per uno degli usci sotto il porticato. Tutti la seguono con gli occhi.

        MONSIGNORE: Forse potevate lasciargliela.

        DEODATA (rabbiosa, commossa): Mi pare! Una gioja così innocente…

        MONSIGNORE: No, ecco, a dir proprio, innocente no, se riavuta con quel mezzo!

        DIEGO (un po’ pentito): Avete pur sentito che per lei quella bestiola era morta!

        DEODATA: Riaverla viva…

        DIEGO (rivoltandosi iroso): Ma lo capite bene ciò che dite?

        CICO: Morta e rediviva!

        DIEGO: Credere possibile una tal cosa; e d’averne la prova lì sulle ginocchia? Mi ha fatto un tale impeto dentro…

        DEODATA: – ma chi? la bambina?

        DIEGO: – no, sentir parlare quell’uomo!

        DEODATA: – e che c’entrava la bambina? Strapparle con tanto sgarbo quella be­stiola dalle mani…

        DIEGO: – lo sto confessando, mi pare.

        DEODATA: – non aveva supposto proprio nulla del male che lei ci ha visto! – Oh senta, infine; io glielo dico qua, davanti a Monsignore. Le prove che Dio ci manda – accettarle con rassegnazione – sta bene; tutti i sacrifizii, tutti, se comandati da Lui – compirli con gioja – sta bene. Ma deve essere Lui, o il suo vicario in terra; guardi, anche Monsignore, se in nome di Lui me li co­manda. – Ma lei, no! Lei, se vuole, può sacrificare se stesso…

        DIEGO: –

        IO…

        DEODATA: – sì, s’è sacrificato tutta la vita! – ma pretenderlo dagli altri, il sacri­fizio, no!

        DIEGO: Io, lo pretendo? contro la volontà?…

        DEODATA: Eh, mi pare! Volontà… Che volontà vuole che abbia la sua figliuola di fronte a lei? Sì, sì, lei sacrifica tutti con sé! Forse non se n’accorge nem­meno. Ma guardi: ora stesso, con quello che vuol fare…

        DIEGO: – che voglio fare?

        DEODATA: – quel suo ospizio!

        DIEGO: – ah, l’ospizio… – ancora con quest’ospizio!

        DEODATA: Scusi: – ha pensato a me? voglio dire al bene che ho sempre voluto a quella sua creaturina disgraziata? a tutte le cure mie, amorose, che ora le verranno a mancare?

        DIEGO: Perché a mancare?

        DEODATA: Me lo domanda? Non pretenderà mica ch’io venga in quel suo ospizio tra i mendicanti giubilati! Ho sentito dire che ci accoglierà anche la Scoma?

        CICO: Sì sì, lo va dicendo lei, la Scoma!

        DEODATA: Ma si sa, per premiare la virtù!

        MONSIGNORE: Smettetela, Deodata!

        DEODATA (come non se ne possa dar pace, rivelando il dispetto d’una antica rivalità): Quella strega che va accattando col suo ritratto in cornice, appeso al collo come un abitino! E non la chiede mica in nome di Dio l’elemosina, che! in grazia di quella che fu, che lo sanno tutti, e lo dice del resto quel suo ritratto. Si provi a non fargliela: le sputa dietro bestemmie e certe paro­lacce…

        MONSIGNORE: V’ho detto, smettetela!

        DEODATA: Sì, Monsignore, ma capirà…

        MONSIGNORE (con un’intenzione sottintesa): Se v’ingegnaste di capire un po’ voi, piuttosto!

        DEODATA: Capisco! Capisco! E giacché lei dice così… – vogliono permettere? – no, non a me – permettere alla mia coscienza – di parlare? Calma, calma, non dubiti. – E coscienza: ci guardino dentro. Posso sbagliare. Ma debbo parlar chiaro. E dire tutto. (A Diego:) È un pretesto, non è altro, un pretesto per la sua debolezza, questa fondazione che vuol fare dell’ospizio nel podere! –

        DIEGO: Debolezza?

        DEODATA: – sì: di non aver saputo cacciare da quel podere… –

        MONSIGNORE (severissimo): – zitta, Deodata!

        DIEGO: No no: la lasci dire!

        DEODATA: – sua moglie, che ci vive da tant’anni in peccato mortale con un uomo, suo servo, con cui ha avuto due figli.

        DIEGO (con dolente semplicità): Perché dite debolezza?

        DEODATA: Oh bella! Perché non ha avuto il coraggio…

        DIEGO (pronto, troncando): – l’ho avuto; contro di me! Tanto più grande, quanto più m’ha umiliato nella stima degli altri: ecco, di voi che dite debo­lezza.

        DEODATA: Ma scusi, c’è o non c’è, qua, sua figlia? E i medici, hanno, sì o no, prescritto per lei la campagna? Dovrebbe ora sua figlia – lei sola – darle la forza di fare ciò che avrebbe dovuto da tanto tempo. E lei invece l’ha tenuta in casa, per lasciar godere la campagna alla madre indegna.

        DIEGO (forte, per troncare): Non dite così: non sapete quello che vi dite!

        DEODATA (dopo una breve pausa, a voce bassa come se non potesse farne a meno, di dirlo almeno a se stessa): Lei è capace finanche di difenderla!

        DIEGO (subito, pronto): No. La difendete voi, invece, senza saperlo.

        DEODATA: Io?

        DIEGO: Voi, sì. Perché ella voleva appunto per la figlia quello stesso che vo­lete ora voi.

        DEODATA: La campagna?

        DIEGO: La campagna. (Pausa. Poi:) Perché credete che si sia allontanata da me? Non potemmo mai metterci d’accordo sul modo d’allevare prima, e poi d’educare i figliuoli.

        DEODATA: Ah, per questo?

        DIEGO: Per questo, per questo. (Altra breve pausa.) Monsignore, li amava, d’un amore… non so, troppo carnale, a mio giudizio. Come tante madri, del resto.

        CICO: Eh, una mamma… (£ subito si tappa la bocca.)

        DIEGO: E fu proprio per lei, per la bambina, quand’ammalò – credette per mia colpa – perché avevo voluta metterla troppo piccina in collegio dalle suore – m’odiò – non potè più sopportare la mia vista – maledisse la casa e se n’andò a vivere nel podere…

        DEODATA: – con quello? –

        DIEGO (sdegnato): – ma che con quello! (fu due anni dopo) – nel podere, aspettando che le recassi là la bambina, persa ormai nelle gambe.

        DEODATA: Ah – e lei?

        DIEGO: Non volli.

        DEODATA: Fece male!

        DIEGO (a Monsignore): Impose per la riconciliazione il patto che riprendessi in casa anche l’altro figlio.

        DEODATA: Lucio?

        DIEGO: – Lucio – levandolo dal Seminario dove era stato messo. – Monsignore, forse l’avrei fatto. Ma ammettere come una mia colpa –

        MONSIGNORE: – la sventura della bambina? –

        DIEGO: – (in coscienza, non potevo riconoscermela) – e ritrarre, come per ammenda a questa colpa, Lucio dalla carriera ecclesiastica, m’avrebbe con­dotto a fare dei miei figli, d’allora in poi, ciò che avrebbe voluto lei –

        MONSIGNORE: – inevitabilmente –

        DIEGO: – a derogare a me stesso, al mio sentimento, ai miei princìpii…

        MONSIGNORE: E dite che l’avreste fatto?

        DIEGO: Fui sul punto di farlo, sì; più volte.

        MONSIGNORE: Male!

        DIEGO: Potei capire, grazie a Dio, ogni volta, che l’avrei fatto perché amavo e desideravo ancora quella donna –

        MONSIGNORE: – ecco! –

        DIEGO: – e che solo per questa viltà della mia carne…

        MONSIGNORE: – ecco, ecco –

        DIEGO: Mi vinsi. E nessuno seppe mai tra quante lagrime ricusassi d’arren­dermi, e con quale speranza segreta che s’arrendesse lei, invece, per pietà della figlia inferma.

        DEODATA: Avrebbe dovuto sentirla!

        DIEGO: Sentì più forte l’odio per me; e non s’arrese.

        DEODATA (di scatto, diabolica): Lei l’ama ancora! l’ama ancora!

        DIEGO: Ma no, che dite?

        DEODATA: Si vede! si vede! Lei l’ama ancora!

        CICO (tutt’un fremito): Ecco, ecco il diavolo! Lo stava per dire il mio, e l’ha detto il suo!

        DIEGO (con un sorriso triste). Sì, Cico, il diavolo davvero. Che male vuoi che ci sia più in quest’amore che devo avere, sì, anche per lei; non è vero, Mon­signore? (A Deodata, dopo una pausa:) Vedete bene che sarebbe ingiusto – un doppio torto da parte mia – se mi valessi ora del bisogno che Lia ha della campagna per la sua salute, cioè proprio di quello che ella voleva allora per la figlia; e per cui, non essendomi io arreso, lei si trova ora in peccato.

        DEODATA: Non vorrà credere, adesso, per causa sua!

        DIEGO: Se io le avessi portato là i figli…

        MONSIGNORE: No, no. Il vostro torto è stato un altro, è stato un altro: non averla cacciata a tempo, voglio dire appena veniste a sapere che s’era messa con quell’uomo –

        DIEGO: – Sì, ma… –

        MONSIGNORE: Non dovevate tollerare che seguitasse a vivere da adultera in casa vostra: se il podere era vostro – (io credevo, di lei) –

        DIEGO: – no, mio, mio –

        MONSIGNORE: – è stato enorme! Ma non avendolo fatto a tempo, quando ne avevate tutta la ragione, non potete più, certo, farlo adesso – (a Deodata:) non può, col pretesto della salute della figlia, che darebbe ragione a lei e torto a lui.

        DIEGO: Perché lei non sa, Monsignore, quello che si produsse in me quando venni a sapere; ciò che nel primo impeto mi vidi in procinto di fare! Tenermi; – non far nulla – così – vivere del mio strazio; lasciarlo durare, durare, sen­z’offrirgli il più piccolo sfogo, anzi, come un bottone di fuoco, lo scherno della gente, fu la mia vittoria: il martirio. Lungo. Lungo, perché la ferita mi si riapriva sempre, e il sangue – sangue cattivo – tornava a sgorgare. Mi dis­sero che s’era privata di tutto; che aveva buttato via i suoi abiti da signora… –

        DEODATA: – ma perché sa che, vestita come veste –

        DIEGO: – da contadina? –

        DEODATA: – eh sì, sta un amore: lo dicono tutti: una simpatia!

        CICO: Bella, sì, bella: sembra ch’abbia ancor vent’anni! Quando passa, si vol­tano tutti a guardarla. Pare il sole! Un miracolo.

        DEODATA (alludendo all’amante servo): La vuole lui, così bella?

        DIEGO (con urlo improvviso, violentissimo, che sconcerta e fredda tutti): Basta! Non posso sentirlo dire da voi!

        DEODATA (sordamente, dopo una pausa): Ne ha parlato lei…

        DIEGO: Non si diede per vizio a quell’uomo. Né lui è come voi ve lo figurate. Lei sa, Monsignore, che ha mandato sempre a mio nome all’ospedale tutti i proventi del podere, dopo che io la prima volta li rifiutai. E i proventi sono sempre cresciuti, di anno in anno. E il podere è divenuto il più ricco, il me­glio beneficato di tutti i nostri dintorni.

        CICO: Ah, un paradiso: il paradiso terrestre! Io ci vado, e lo so. E quei due ra­gazzi più belli della madre, che già lavorano oh! zappano, con due zappette così, accanto al padre, pieni di salute.

        DIEGO: Certo, sarà un danno cacciarli via: dico per l’ospedale.

        DEODATA: Ecco che pensa all’ospedale adesso!

        DIEGO: Penso che vivono da poveri, beneficando; e che ora, se li mando via, dovranno provvedere a sé –

        DEODATA: – sarà la loro punizione! –

        DIEGO: – sia! ma il bene che intanto facevano, non deve andar perduto; dovrò farlo io, ora, ad altri, lo stesso bene –

        DEODATA: – fondando l’ospizio in quel podere? rovinerà il podere, e il bene sarà poco; mentre n’ha già fatto tanto che potrebbe bastare oramai; s’è spo­gliato di tutto! Ecco, Monsignore, io volevo dir questo: se ne ha il diritto, con la figliuola così.

        DIEGO: Non ha bisogno di nulla, la mia figliuola: solo di raggiungere, quando a Dio piacerà, ciò che in terra non ha potuto avere. Dire non basta, bisogna provare la povertà. E allora, via tutto! – Mia figlia vivrà in campagna, ma vi vedrà – povero tra i poveri – suo padre; e ne sarà contenta, vedendomi con­tento – ah sì, alla fine! così soltanto! – Non potrei altrimenti figurarmi quei due cacciati dalla terra, raminghi in cerca di lavoro. (Voltandosi di scatto a Deodata:) Non mi guardate con codesti occhi! Prego Dio ogni sera che mi ri­chiami a sé, non per avere io un sollievo da queste prove che ha voluto man­darmi, ma per levar loro dal peccato in cui vivono. Perché io so che lei ha trovato un uomo, ha trovato un uomo.

        Il cielo, a questo punto, col tramonto, è diventato tutto di fiamma. Si ode dal fondo della scala il suono di un campanello.

        DEODATA: Suonano. Chi sarà? La porta dev’essere aperta, se non l’ha chiusa lei. (A Cico:) Va’, va’ a vedere chi è. Cico va alla scala; fa un atto di stupore, quasi di sgomento, e torna indietro.

        CICO: Uh! Lei! Lei! La signora!

        DIEGO: Lei qua?

        CICO: Sì, tutta vestita di rosso, e il manto nero!

        DEODATA: Avrà saputo, e forse viene…

        MONSIGNORE: Per il podere?

        DIEGO: E come osa?

        MONSIGNORE (vedendola apparire e fermarsi nel largo della scala): Eccola qua!

        DIEGO (piano): Ritiratevi. Lasciatemi solo con lei. (A Deodata:) Attenta a Lia. Monsignor Lelli, Deodata e Cico si ritirano ed escono per uno degli usci sotto il porticato. Sullo sfondo del cielo infiammato, Sara, tutta rossa e col manto nero, sembra un’irreale apparizione di ineffabile bellezza: nuova, sana, potente.

        SARA (assorta, guardando e comparando col ricordo le cose come ora le ri­vede, più anguste, meschine): Il giardino… la casa…

        DIEGO: Hai potuto osare, davanti a tutti, ripresentarti a me?

        SARA (c.s.): E anche tu… Dio mio, che faccia…

        DIEGO: Lascia stare la mia faccia! Dimmi perché sei venuta!

        SARA: Non temere. Appena la gente saprà perché, comprenderà che dovevo venire e non ne farà maraviglia. D’altro avrà da maravigliarsi; non di questa mia venuta.

        DIEGO: Vieni perché hai saputo?…

        SARA: – dell’ospizio? No. (Ride.) Ah, tu hai temuto che venissi a intercedere, a pregarti di lasciarci nel podere?

        DIEGO: Non vieni per questo?

        SARA: Ma no! Noi non viviamo del tuo podere –

        DIEGO (rapido, cercando d’interrompere): – lo so, lo so –

        SARA: – e dunque? – viviamo del lavoro che vi facciamo e che domani pos­siamo fare anche altrove. Questo per noi non ha importanza. Potrebbe averla al più al più per i poveri malati dell’ospedale.

        DIEGO: L’ho detto or ora anch’io –

        SARA: – ecco – e giacché ne parli tu – (io ho ben altro da dirti, e non pensavo venendo di doverti parlare di questo) – ma giacché ne parli tu –

        DIEGO: – no: prima dimmi la ragione per cui sei venuta –

        SARA: – aspetta: se cerchi una scusa per mandarci via –

        DIEGO: – non è una scusa! –

        SARA: – che vuoi che se ne facciano, del podere, questi vecchi mendicanti della città, avvezzi a girovagare tra la gente? Chiusi lì, si sentirebbero in pri­gione: puniti e non beneficati. In capo a un anno, il podere morrebbe in mano a loro –

        DIEGO: – ci sarò io, con loro –

        SARA: – tu? e che potresti far tu con codeste braccia? Mi fai ridere! Non l’hai più veduto e non sai com’è; quello che ne abbiamo fatto! Non c’è più un palmo di terra che non sia coltivato –

        DIEGO: – lo so –

        SARA: – l’orto, la vigna, il frutteto: uh, frutta per tutte le voglie! Abbiamo tro­vato l’acqua, sai? quella vena che dicevi tu, che certe volte, ricordi?, si sen­tiva scorrere sotto il ciglio del sentiero che conduce alla vallata: quella! Una ricchezza. Ha rinfrescato e rinnovato tutto. Tre vivaj grandi sempre pieni, e scorre per le zane, da per tutto, allegra, e ti fa tirare dal fondo dei polmoni il respiro quando ne senti il fragore, certe sere di caldo. – Ebbene, guarda, se quest’ospizio è una scusa, non pensarci più.

        DIEGO: Non è una scusa, t’ho detto.

        SARA: Ce n’andremo via; via da noi; anche domani stesso, se vuoi, senza darti nemmeno il disturbo di cacciarci tu. Mettici un altro fattore, però – onesto – e che sappia lavorare. Fai così. E fallo, dai ascolto a me, fallo per il sangue tuo! Come vuoi lasciarli, questi figli, ci pensi?

        DIEGO: I figli… Séguiti a volertene dar pensiero, ancora?

        SARA: Dici a me, ancora? – tu? – E chi mi negò di darmene pensiero sempre, sempre; e soltanto di loro?

        DIEGO (infoscandosi): Lasciamo questo discorso.

        SARA: Non volesti più tu, ch’io fossi madre per i miei figli, a costo di fare anche a meno della moglie!

        DIEGO: Sì. Perché volevo che la moglie fosse madre per i miei figli, educandoli a mio modo.

        SARA: Ah no, questo no! questo mai!

        DIEGO: Dunque vedi?

        SARA: Il fatto mi dimostra, ora più che mai, che avevo ragione io, sai? io e non tu!

        DIEGO: Lasciamo, lasciamo questo discorso.

        SARA (indica il Crocefisso): Tu non vedi che Quello, e a tuo modo soltanto!

        DIEGO: Non bestemmiare!

        SARA: Io? Sono la prima a inginocchiarmi! Ma Quello, sai, è lì per dare la vita, non per dare la morte!

        DIEGO: Ma sta’ zitta! Che vuoi parlare tu di vita e di morte? Ti sei dimenticata che la vita vera è di là! Quand’è finita la carne…

        SARA: Io so che ce l’ha pur data Dio, anche questa di carne, perché la vives­simo qua, in salute e letizia! E nessuno può saper questo meglio d’una madre! Volevo la gioja, io, la gioja e la salute per i miei figli! E anche la ricchezza, sì: per loro, non per me (io ho fatto e faccio la contadina!): E se tu lasci il podere per i tuoi figli – guarda – sarò felice d’aver lavorato con que­ste braccia – lavorato davvero, sai! – a renderlo ricco come ora è, per loro!

        DIEGO: Ne hanno fatto a meno finora, con l’ajuto di Dio, e possono seguitare a farne a meno.

        SARA: Che ne sai tu?

        DIEGO: Lo so.

        SARA: Tante cose possono avvenire che tu non supponi nemmeno!

        DIEGO: Intanto, per una, ho già provveduto. E quanto a Lucio…

        SARA (come se l’aspettasse a questo): Quanto a Lucio?

        DIEGO: Ha già i suoi ordini.

        SARA: E se non gli bastassero più?

        DIEGO: Come, se non gli bastassero? Gli debbono bastare!

        SARA: Lucio è da jeri con me.

        DIEGO (restando): Lucio? Che dici? Con te, dove? È tornato?

        SARA: Tornato, sì. Ed è venuto da me. Ecco perché ti dicevo che il fatto, ora più che mai, mi dà ragione.

        DIEGO (ancora quasi incredulo): Lucio è venuto da te?

        SARA: Mi vedi qua per questo. Tuo figlio è venuto da me.

        DIEGO: Ma come, venuto? Gli hai scritto? L’avrai chiamato tu?

        SARA: Come avrei potuto chiamarlo io? No. E perché? (Con fastidio:) Ah, tu pensi ancora per il podere? Ti dico che sono pronta a lasciartelo anche do­mani !

        DIEGO: Allora… spontaneamente? E per qual ragione? (Smarrendosi:) È venuto senza farsi vedere qua… Non ha più scritto… Che gli è avvenuto?

        SARA: Io non so. Ero nell’orto. Me lo vedo comparire davanti. Non l’ho rico­nosciuto in prima; e come avrei potuto riconoscerlo?

        DIEGO: Ma venuto da te, per che fare? Che t’ha detto?

        SARA: Ah, cose m’ha detto… – non posso ripetertele così… Bisogna che tu lo senta parlare!

        DIEGO: Cose… cose per te?

        SARA: Non per me – per tutti!

        DIEGO: Dev’essersi impazzito!

        SARA: No! Che impazzito! È un altro!

        DIEGO: Un altro? Che vuoi dire? T’avrà pur dato una ragione della sua venuta!

        SARA: Sì. Per riconoscermi.

        DIEGO (stordito): Riconoscerti?

        SARA: Sì. E rinascere. Lui, da me. Rinascere da me, sua madre. L’ha detto! Lo guardavo, smarrita. Che viso s’è fatto: di cera! E che occhi! Mi vedo tendere le braccia, e con due lagrime che gli sgorgano da quegli occhi… «Mamma!» Mi son sentita… mi sono sentita ribenedetta! M’ha abbracciata; ha pianto su me, a lungo, a lungo, tremando tutto tra le mie braccia. Non ho mai sentito nessuno tremare così!

        DIEGO (quasi tra sé): Ah Dio, ah Dio, ajutami, sostienimi, Dio! Dio, Dio, che vuoi tu da me? (A Sara:) Ma come? Senza pensare che là, dov’è venuto a trovarti, tu vivi con uno che non è suo padre; e che egli… (Tutt’a un tratto, come fulminato da un dubbio:) Ma forse… Ah Dio… forse non ha più l’abito?

        SARA: No.

        DIEGó (com’atterrito): S’è spogliato dell’abito? Ha buttato via l’abito?

        SARA: Ma sentissi come parla ancora di Dio!

        DIEGO (farneticando): Dov’è? Dov’è? dimmi dov’è, nel podere?

        SARA: No; è venuto con me, per parlarti.

        DIEGO: Vuole parlarmi?

        SARA: Spiegarti…

        DIEGO: Dov’è?

        SARA: S’è fermato alla porta della città, in casa di mia sorella.

        DIEGO: Ah, vado, vado, vado…

        E si precipita, com’impazzito, giù per la scala. Sara resta perplessa e un po’ sgomenta di quella fuga; si guarda attorno; scorge Cico che guarda col suo berrettino rosso da una delle colonnette del portico e lo chiama con la mano. Il cielo, d’improvviso, da rosso che era, s’è fatto violaceo, e la scena appare come freddata d’un tratto da quella livida luce sinistra.

        SARA: Vieni, vieni. Bisogna corrergli dietro; io non posso. È tornato Lucio, senza più l’abito.

        CICO: Ah sì?

        SARA: Sì, sì. È corso com’un pazzo. Avverti, avverti in casa. Io scappo. Biso­gna badare a lui!

        Via di fretta, per la scala. Viene fuori da uno degli usci del portichetto Deo­data a spiare; e subito Cico la chiama. Deodata accorre.

        DEODATA: Che t’ha detto? E lui perché è scappato?

        CICO: Lucio, Lucio… il diavolo… Ha buttato via la tonaca!

        DEODATA: Lucio? Te l’ha detto lei?

        CICO: Lei, lei! il diavolo!

        DEODATA: Ah Dio, ajutaci! E che avverrà adesso di quell’uomo?

        CICO: È corso via, s’è precipitato! Gli corro dietro! (Via di furia per la sceda.)

        DEODATA: Sì, vai vai! Ma dove sarà andato? Oh Signore Iddio! E tutta vestita di rosso era, come una vampa dell’inferno! Per dare quest’annunzio! (S’ap­pressa al porticato.) Monsignore, Monsignore! Entra costernato, Monsignore.

        MONSIGNORE: Che cos’è? che cos’è?

        DEODATA: Lucio s’è spogliato da prete!

        MONSIGNORE: No! Che mi dite!

        DEODATA: È venuta lei a dargliene l’annunzio! E lui è scappato via!

        MONSIGNORE: Dove?

        DEODATA: Non lo so! È scappato! Si sentono prossime grida confuse, affannose, che si avvicinano sempre più.

        MONSIGNORE: Sentite? Che avviene? Gridano!

        GRIDA: – Piano piano… Di là! Per quella scala!

        – Ma com’è stato?

        – Ah, il signor Spina!

        – Piano! Piano per la figlia!

        – Ma è morto? Com’è stato? Ah poveretto!

        – Attenzione! Attenzione a salire!

        – Rivoltatevi! La testa in sii! La scala è erta!

        DEODATA (accorrendo alla scala): Ah Dio, il padrone! Che è stato?

        CICO (risalendo la scala): Investito! investito!

        MONSIGNORE: Correte, Deodata, impedite alla figlia di venire.

        DEODATA: Ma non sarà morto!

        MONSIGNORE: No, no, speriamo di no! Andate, andate!

        Viene su dalla scala affannosamente un gruppo di gente della strada che sor­regge per la testa e per i piedi il corpo abbandonato di Diego Spina, e va con stento a deporlo su uno dei sedili del giardino, bene in vista. Qualcuno avrà in mano un lanternino acceso. Deodata corre verso la casa. Quando il gruppo dei portatori avrà superato la sceda, davanti a questa, parato da Cico, si vedrà un altro gruppo di curiosi costernati. voci

        DEI PORTATORI: – Su, su, piano!

        – Di qua, di qua!

        – Deponiamolo su quel sedile!

        – Sì, sì, piano, di qua!

        MONSIGNORE: Ma non è ferito!

        UNO DEI PORTATORI: No, nessuna ferita!

        MONSIGNORE: Ma com’è stato?

        UN ALTRO DEI PORTATORI: S’è gettato contro un’automobile!

        MONSIGNORE: Come, da sé? Impossibile!

        IL PRIMO: Eh, pare!

        UN TERZO: No, correva all’impazzata!

        UN QUARTO: È parso a tutti !

        MONSIGNORE: Impossibile! Impossibile!

        IL PRIMO: L’automobile ha sterzato –

        IL SECONDO: – non l’ha messo neanche sotto! –

        IL TERZO: – ma l’ha sbatacchiato con tale impeto contro il muro, che subito è cascato là, come un cencio.

        MONSIGNORE: Non dà più segno di vita!

        IL QUARTO: No? Fino a poco fa respirava.

        MONSIGNORE: È gelato!

        CICO (dalla scala, facendo largo tra i curiosi): Ecco il dottore! ecco il dottore! Largo! Largo! Accorre dalla scala un medico chiamato lì per lì in qualche farmacìa.

        IL MEDICO (accorrendo, a Cico che vorrebbe ragguagliarlo): Ho saputo, ho sa­puto, investito! Fate largo! lasciatemi vedere!

        Si china su lo Spina, lo osserva un momento, gli sbottona il colletto, la cami­cia, il panciotto, gli ascolta il cuore. Nel frattempo, gli astanti commentano sottovoce.

        GLI ASTANTI: – Pare morto!

        – Eh sì…

        – Che disgrazia!

        – Silenzio!

        IL MEDICO (sollevando il capo): È morto.

        GLI ASTANTI (con diverse voci): Morto?

        IL MEDICO (dopo essersi di nuovo chinato a riascoltare il cuore del giacente, tra lo stupore angoscioso, la pietà e lo sgomento di tutti, conferma rialzan­dosi): Morto.

Tela

1929 – Lazzaro – Mito in tre atti
Premessa
Personaggi, Atto Primo
Atto Secondo
Atto Terzo

Elenco delle opere in versione integrale

Introduzione al Teatro di Luigi Pirandello

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