La patente: la narrazione del paradosso

Una brevissima riflessione sulla novella di Luigi Pirandello.
Di Biagio Lauritano. 

Per gentile concessione dell’Autore. 

La patente. Riflessione
Totò in La patente, 1954, dal film a episodi Questa è la vita.

Fin dal suo inizio la narrazione di questa novella procede per evidenti paradossi: perde cioè valore la realtà descritta che da “contenitore” delle idee e  emozioni ovvero da espressione dello stato d’animo del giudice D’Andrea, come il lettore si aspetterebbe riferendosi a  questi che «passava  quasi tutte le notti alla finestra a spazzolarsi una mano a quei duri gremiti suo capelli da negro», si trasforma in una entità estranea che rifiuta il nesso causa-effetto smentendo così la naturalezza delle buone intenzioni del giudice («Il pensare così di notte non conferisce molto alla salute») in un’ottica quindi antinaturalista e portando questi «alla certezza di non poter nulla sapere e nulla credere non sapendo».

Con l’entrata in scena di Chiarchiaro, lo iettatore, la realtà acquista una connotazione umoristica a un punto tale che essa sfugge sia alle aspettative del lettore sia alla volontà del giudice D’Andrea di volerla ridurre a “ragione”. La realtà non coincide affatto con la “ragione” che il giudice vorrebbe far valere convincendo Chiarchiaro a ritirare la querela («Vi ho mandato a chiamare per il vostro bene»). La realtà non coincide più con la “ragione” perché Chiarchiaro è costretto ad indossare una maschera, quella dello iettatore, ed è quindi una deformazione caricaturale del giudice D’Andrea.

Chiarchiaro rappresenta la nemesi del giudice ovvero il paradosso della legalità, è il suo completamento ossimorico, il suo doppio. Anche la narrazione rivela ciò sia se ci riferiamo alla sua entrata in medias res sia se facciamo caso al fatto che egli ha perso la sua individualità e si lascia vivere («Signor giudice, mi hanno assassinato. Lavoravo. Mi hanno fatto cacciar via dal banco dov’ero scritturale… non mi resta altro che di mettermi a fare la professione di jettatore!»). In tal senso la narrazione della novella procede in modo quasi lineare al suo inizio con la quasi coincidenza di fabula ed intreccio per poi abbandonarsi a improvvisi scarti narrativi che denotano una realtà troppo densa di significati per poter essere specchio delle intenzioni del giudice D’Andrea.

Anche lo stesso Chiarchiaro è vittima di questo aberrante meccanismo narrativo che non garantisce affatto la  “ragione” dello iettatore ovvero questa è il contrario della realtà («mi hanno buttato in mezzo ad una strada»). Alla fine Chiarchiaro non può neanche convivere con le sue stesse emozioni poiché esse sono un magma incandescente che si annida nel profondo dell’io negando la stessa dignità della persona. Allora l’unica cosa che può riscattare Chiarchiaro è la patente.

Biagio Lauritano
Ricevuto via mail il 19 giugno 2022

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