La nuova colonia – Atto secondo

Premessa
Personaggi, Prologo
Atto Primo
Atto Secondo
Atto Terzo

Dedicato a Marta Abba

La nuova colonia – Atto II
Associazione Culturale SpazioTeatro, La nuova Colonia, 2008

La nuova colonia
Atto Secondo

        Una prominenza rocciosa dell’isola. V’è tracciata una via che, sul davanti, sale da destra a sinistra; e da qui poi, girando, ridiscende in più ripido pen­dio alla spiaggia sottostante. Mare e cielo, sconfinati, di là dalla roccia.

        Sul davanti, a sinistra, gli avanzi d’una casa addossata alla roccia dove la prominenza è più alta. Il tetto è squarciato e riparato alla meglio; la porta verde aperta, staccata da uno dei cardini, appare ancora scontorta dal disa­stro.

        Al levarsi della tela si ode da destra un frastuono di voci confuse, concitate. Subito dopo salgono gesticolanti per la via e corrono a guardare dall’alto verso il mare: Currao, Tobba, Fillicò, Quanterba, Trentuno e Papìa, seguiti da La Spera col bambino avvolto sotto lo scialle.

        CURRAO: Paranze della nostra cala, sì, guardale: quattro: di qua si vedono bene!

        QUANTERBA: Ma forse sbandate… Col vento di stanotte!

        PAPÍA: No, no: quest’è lui, Crocco: la sua vendetta!

        FILLICÒ: Vendetta? Lascialo sbarcare!

        TRENTUNO: Non sbarcheranno, com’è vero Dio!

        CURRAO (a Trentuno): Va’, va’, chiama tutti a raccolta! Di qua, con le pietre; e giù dalla spiaggia con pertiche, travi; corri, corri! (Trentuno, via di corsa per la destra. )

        TOBBA: Quattro ciurme, ragazzi! Non sarà facile.

        CURRAO: Loro sono sul mare, e noi qua da terra!

        TOBBA: E se sono armati?

        CURRAO: Le pietre! (A Quanterba e Fillicò:) Le pietre!

        PAPÍA (correndo giù a prenderne con gli altri due, davanti alla casa): Sì, sì, le pietre! le pietre!

        CURRAO: Prendete le più grosse!

        PAPÍA (sollevandone una con ambo le mani): Ecco, di queste!

        CURRAO: Bravo, sì! prendete!

        FILLICÒ: Li fracasseremo!

        CURRAO: Portatene su quante più potete! Ma ce n’è anche qua! (Ai tre che ri­salgono:) Le scaglierete da quassù con tutta la forza!

        TOBBA (guardando nel mare verso destra): Sono qua, sono qua! Quanta gente a bordo!

        CURRAO: Ci difenderemo sino all’ultimo sangue!

        PAPÍA: Non la deve aver vinta, perdio!

        FILLICÒ: Ma i nostri, i nostri? Se tardano ancora, non arriveranno a tempo!

        QUANTERBA (guardando verso destra): Eccoli, eccoli, vengono! (Gridando e facendo cenni con le mani:) Qua, qua! Correte, correte! Ciascuno si provveda alla meglio di qualche cosa.

        CURRAO (scorgendo La Spera): Che vuoi? Che sei venuta a fare, tu qua, col bambino? Via! Via!

        LA SPERA: Lasciami stare con te.

        CURRAO: Non voglio! Possono essere armati, non hai sentito?

        QUANTERBA (a Papìa, guardando verso il mare): Si vede – guarda – del rosso! Come se volessero issare bandiere!

        TOBBA (a La Spera): Col bambino non è prudente: va’, va’ !

        PAPÍA (a Quanterba): Ma no, che bandiere! Io vedo anche del giallo, là sulla seconda paranza.

        LA SPERA: Che volete fare, se sono in tanti?

        CURRAO: Ora lo vedrai!

        LA SPERA: Come impedirete?

        CURRAO: Lo vedrai! Lo vedrai!

        LA SPERA: Se non potranno qua, andranno a sbarcare altrove.

        CURRAO: Per adesso sono qua!

        QUANTERBA: Lo sa bene Crocco ch’è questo il miglior posto di sbarco!

        LA SPERA: Con qual diritto poi?

        CURRAO (adirandosi): Chi, loro o noi?

        LA SPERA: Non siamo mica noi i padroni dell’isola!

        CURRAO: Noi, sì, siamo noi ora!

        TOBBA: Da sé, non ci sarebbero mai venuti!

        CURRAO: Il coraggio di venire l’hanno preso dal rischio che abbiamo affrontato noi, e che l’ha fatta nostra, l’isola, ora!

        FILLICÒ: Non ce la lasceremo strappare!

        Sopravviene da destra giubilante Dorò.

        DORÒ: Giù, giù quelle pietre!

        LA SPERA: Ah! Sono le paranze di tuo padre?

        DORÒ: Sì, sì, l’ho riconosciute! Forse viene a prendermi!

        FILLICÒ: Con quattro paranze viene a prenderti!

        QUANTERBA: Come un figlio di re!

        DORÒ: Forse recherà doni…

        Sopravviene da destra Trentuno armato d’una robusta pertica.

        TRENTUNO: Che doni vai dicendo! Crocco è nella prima; l’ho visto io con questi occhi!

        Sopravviene, armato anche lui di pertica, Filaccione.

        FILACCIONE: Sì, sì, che istiga tutti e insegna dov’è più facile l’approdo!

        Sopravvengono, anch’essi armati, il Riccio, Bacchi-Bacchi, Osso-di-Seppia e

        Burrania.

        PAPÍA: Bisogna scannarlo! Miserabile!

        CURRAO: Giù, giù, vojaltri con le pertiche! Ma non tutti! (A Burrania:) Da’ questa a me (gli leva la pertica) e tu resta qua a scagliar pietre con gli altri! –

        (A Papìa:) Se arrivano a sbarcare –

        PAPÍA: – mano ai coltelli, non dubitare!

        CURRAO: A terra, o loro o noi! – Andiamo, andiamo giù!

        Scende con Trentuno, Filaccione, Osso-di-Seppia, Bacchi-Bacchi e il Riccio giù per il declivio della spiaggia.

        TOBBA: Ecco la prima!

        PAPÍA (levando la sua): Pronte le pietre!

        Si vede comparire dal basso la punta triangolare della vela dipinta d’un bel rosso arancione della prima paranza. E subito si odono confuse le grida dei nuovi arrivati sulle paranze e quelle dei coloni che vogliono ostacolarne l’approdo.

        VOCE DI CURRAO: Via! Via! Qua non sbarca nessuno!

        VOCE DI TRENTUNO: Forza! A loro! Di qua! Forza! Forza!

        VOCE DI FILACCIONE: Indietro! indietro! Ti sfondo la pancia!

        VOCE DI OSSO-DI-SEPPIA: Tutti a mare, canaglia, e ce la vedremo tra noi!

        VOCE DI BACCHI-BACCHI: Non sbarcate! Non sbarcate! Via! Via!

        VOCE DEL RICCIO: Giù le pietre! Giù le pietre!

        E simultaneamente dalle paranze: voci

        DELLA CIURMA: Siamo amici – Siamo amici! – Non veniamo per male! – Lasciateci sbarcare!

        Si vede comparire la punta di un’altra vela.

        VOCE DI PADRON Nocio: Pace! Pace! Vengo per mio figlio!

        VOCE DI MITA: Dorò! Dorò! Siamo noi!

        VOCE DI CROCCO: Qua c’è Mita! Ci sono le donne! Le donne! voci

        DEI COLONI (da sotto, cessando d’ostacolare l’approdo): Ih, le donne! le donne!

        PAPÍA, QUANTERBA, BURRANIA (buttando via le pietre e avviandosi alla spiaggia, di corsa, esultanti.) Le donne! Le donne! Le donne!

        FILLICÒ (a Tobba): Vai a tenerli più! Hanno portato le donne!

        TOBBA: È finita la pace! voci

        DALLA SPIAGGIA: In trionfo, in trionfo le donne!

        TRENTUNO: Viva Marella!

        QUANTERBA: Viva La Dia!

        ALTRI A CORO: In trionfo! In trionfo!

        IL RICCIO: Qua, Nela, ti porto io!

        OSSO-DI-SEPPIA: In trionfo, Sidora!

        CORO: Sì, viva, viva! in trionfo! in trionfo!

        CROCCO: Anche Mita in trionfo!

        E vengono su dalla spiaggia gridando con le donne in braccio dalle vesti sgargianti tra risa e fremiti di finto sgomento e di gioja, come in un festoso ratto rituale.

        TRENTUNO (con Marella in braccio, contesa da Bacchi-Bacchi): Questa è mia! Questa è mia! Levati! Non la prendi più!

        BACCHI-BACCHI: No, no, mia! mia! Lasciala! Lasciala!

        MARELLA: Lasciatemi tutti e due, matti! Mettetemi a terra! voci

        DELLA CIURMA: Viva Marella!

        BACCHI-BACCHI: L’avevo presa prima io in braccio! Lasciala!

        TRENTUNO: No! Tu non l’hai saputa reggere! Levati, ti dico! voci

        DELLA CIURMA: Viva! Viva!

        E il primo gruppo dei due uomini e della donna, attorniato da marinai della ciurma, così rissando, ridendo e applaudendo, dopo aver salito ridiscende e scompare da destra. E dalla spiaggia viene su un altro gruppo.

        IL RICCIO (con in braccio Nela): No! Eccola qua la vera regina! Nela regina! Regina incoronata!

        NELA: No, no, basta, pazzo! Mi fai cadere! Mi fai cadere!

        IL RICCIO: Non cadi, no! Non aver paura che in braccio a me non cadi!

        VOCI DELLA CIURMA: Viva! Viva! In trionfo! Più alta! Più alta!

        E via, da destra, mentre dalla spiaggia viene su Quanterba con in braccio La

        Dia.

        QUANTERBA: Dia di nome, Dia di fatto! Viva La Dia! Viva La Dia! Dia di tutti, ma tutta mia!

        LA DIA: Lasciami! Lasciami! Mi gira il capo! Mettimi giù!

        E via, da destra. Viene su dalla spiaggia Mita, inseguita da Crocco.

        MITA (chiamando dall’ interno): Dorò! Dorò! Dove sei?

        CROCCO (cercando d’afferrarla): Eh su, lasciatevi portare in trionfo anche voi!

        MITA (sfuggendogli): No, no! Io, no! io, no!

        DORÒ (che se ne sta giù con La Spera davanti la casa diroccata, balza come un dàino su la roccia in difesa della sorella): Lascia mia sorella! Non arri­schiarti a toccarla, schifoso!

        MITA (abbracciando il fratello): Dorò! Dorò! Siamo venuti, vedi?

        CROCCO: A liberarti, sciocco! Siamo venuti a farti reuccio! Ma tua sorella me la prendo io! (Cerca di ghermirla.)

        MITA (scostandolo): No! No! Finiscila, ti dico!

        DORÒ: Fatti in là, o perdio…

        E fa per avventarsi. Sopravviene dalla spiaggia Padron Nodo, seguito da Turrania, Filaccione, Osso-di-Seppia, Papìa e qualche uomo della ciurma.

        PADRON NOCIO: Che cos’è? Giù le mani! (A Crocco:) Tu t’attenti a toccare mia figlia?

        CROCCO: Si fa per chiasso, Padron Nocio!

        PADRON NOCIO: Non voglio di questi chiassi, io, con mia figlia! (A Dorò:) E con te, mal’erba, ora faremo i conti, sai!

        CROCCO (indicando giù, davanti la casa, La Spera, avvilita col suo bambino sotto lo scialle, tra Tobba e Fillicò): Guardate, guardate là! Se n’è stato sem­pre tra le gonnelle di quella sudiciona là! (Sghignazza oscenamente.) Oh, la santa, guardate! La santa!

        FILACCIONE (sghignazzando anche lui, con gli altri): Uh già, guarda! La regina! La regina!

        OSSO-DI-SEPPIA: E dire che abbiamo spasimato per quella toppa là scassinata!

        PAPIA: È finito il tuo regno!

        BURRANIA: Puoi spegnere il moccolo che tenevi acceso per tutti, tu sola!

        CROCCO: Schifosa! Sgualdrina! Sgualdrina!

        DORÒ: Oh vigliacchi!

        TOBBA: È stata qua una sorella per tutti! (A Padron Nocio:) E per vostro figlio, una madre!

        FILLICÒ: Vigliacchi!

        CROCCO (a Tobba): Spassati ora tu con lei, vecchio bavoso!

        OSSO-DI-SEPPIA: Ne abbiamo tante ora di donne!

        PAPIA: E tu ridiventi quella di prima!

        CROCCO: Sgualdrina! Sudiciona!

        OSSO-DI-SEPPIA (sputando): Puh! Lavati la faccia!

        FILACCIONE: Puh!

        FILLICÒ: Più l’hanno desiderata, e più ora la disprezzano!

        TOBBA: Dio vi punirà!

        LA SPERA: Lasciateli dire! M’offendevano quando mi desideravano; ora che mi disprezzano, non m’offendono più. (Ai denigratori:) E non ve lo dico per su­perbia, no; anzi perché me ne sento castigata, e che mi castiga Dio per vostro mezzo! Per me è meglio così; sì, sì; meglio così, sputata, disprezzata, avvi­lita. Viene intanto dalla spiaggia un tumulto di voci.voci

        DELLA CIURMA: – Addosso, addosso a lui! – Agguantalo! Non te lo fare scappare! – Sgozzalo! Sgozzalo! – Dagli, dagli col suo stesso coltello! – Legatelo! Legatelo! – Buttiamolo a mare! – Sì, sì, a mare! a mare, legato! – A mare! A mare! – Giù, giù, forza! Atterratelo, prima!

        E simultaneamente, più alta, disperata,

        LA VOCE DI CURRAO: No, non m’avrete vivo! – Non importa, disarmato! – Vi­gliacchi, in tanti contro uno! – No, non mi legherete! Non mi legherete! Mita, Padron Nocio e Dorò corrono a guardare dall’alto:

        MITA: Chi grida così?

        DORÒ: La voce di Currao!

        LA SPERA: Oh Dio, no! Che gli fanno? Che gli fanno?

        MITA: Lo vogliono legare! No! No! Si difende! Ah no, giù il coltello!

        LA SPERA: Salvalo, Dorò! Salvalo! Salvalo!

        CROCCO: Il tuo re! (Gridando giù:) Sgozzatelo! Sgozzatelo!

        OSSO-DI-SEPPIA: Te lo legano e te lo buttano a mare!

        LA SPERA: No, no! Va’, corri, Dorò! Salvalo tu, per carità!

        DORÒ: Lascialo! Lasciatelo, assassini! (Al padre:) Ma grida! Ordina tu di qua che lo lascino! Lo legano per buttarlo a mare! Non vedi? (E si precipita giù.)

        PADRON NOCIO (con gran voce): O oh! Lasciatelo! Vi ordino di lasciarlo! Non siamo venuti qua per far male a nessuno! Venite quassù con me, tutti, e ve­diamo di mettere ordine prima che si faccia sera! Venite, venite sii!

        TOBBA (a La Spera e a Fillicò): Andiamo, andiamo noi laggiù, ad unirci a lui. (A La Spera): Non aver paura!

        Tobba, La Spera e Fillicò salgono su la prominenza rocciosa per discendere alla spiaggia. Passando tra il crocchio dei denigratori, questi riprendono a dileggiarla tra sghignazzate e goffi inchini.

        FILACCIONE: Maestà decaduta!

        BURRANIA: Santa senza moccoli!

        PAPÍA: A quanto ti rivendi, bellezzina?

        FILLICÒ: Come non vi vergognate? Ha il bambino in braccio!

        CROCCO: Oh, tu! Tacchino spennacchiato! Hai finito, sai, di sparar la coda!

        TOBBA: Vieni, vieni, Fillicò, non dar retta!

        Intanto dalla spiaggia, mentre i tre vi discendono, vengono su al richiamo di Padron Nocio gli uomini della ciurma, sei o sette, e Dorò.

        PADRON NOCIO: Andiamo, e chi vorrà stare in pace con noi, verrà a trovarci. Dove sono gli altri? (A Dorò:) Tu facci strada.

        Via per la destra con Mita, Dorò e gli uomini della ciurma. Restano in iscena Crocco, Burrania, Osso-di-Seppia, Filaccione e Papìa.

        CROCCO: Eh? Che ve ne pare?

        BURRANIA: Scorpione!

        CROCCO: L’ho pensata bella, sì o no?

        FILACCIONE: Ma troppa gente! Troppa!

        OSSO-DI-SEPPIA: No, meglio, anzi!

        FILACCIONE: Non ci sono più abituato, e…

        OSSO-DI-SEPPIA: Ti confondi?

        PAPÍA: Nessuno, oh, mi leverà il mio!

        OSSO-DI-SEPPIA: E poi, dico, non resteranno qua tutti…

        BURRANIA: E se qualcuno di noi se ne vorrà andare, ci sono ora quattro pa­ranze…

        OSSO-DI-SEPPIA: Ma c’è terra per tutti, lasciali stare!

        BURRANIA: Piacerà restare, ora che la compagnia è cresciuta.

        CROCCO: Mi sono figurato che qua, a un altro poco, morivate tutti d’inedia…

        BURRANIA: Ma come hai fatto a persuaderlo?

        PAPÍA: Col figlio qua, bella forza!

        CROCCO: Il figlio! Non è stato mica il figlio soltanto. Certo, sì, è stato il gancio più forte.

        PAPÍA: Se voleva riaverlo, doveva pur venire o mandare altri a riprenderlo.

        CROCCO: Ma poteva anche ricorrere alla polizia; anzi, senza il rischio di ve­dersi combattuto da voi, com’è stato.

        OSSO-DI-SEPPIA: L’hai indovinata, furbacchione, a portarci le donne!

        BURRANIA: Appena le abbiamo viste sulle paranze!

        CROCCO: Eh, lo sapevo! – Ma persuaderli – padri e fratelli e mariti – a portarle (rivolgendosi a Papìa) non è stato mica facile, sai? È che ho dipinto a tutti quest’isola come il paradiso terrestre.

        OSSO-DI-SEPPIA: – sì, dopo il peccato originale! –

        CROCCO: – mare pescoso; terra che, appena la gratti, ti dà quello che vuoi; que­sta luce giovanile, che so! e la vita come ti piace di fartela, con la tua bella libertà –

        PAPÍA: – ma se non ne hai i mezzi? – la libertà! – come fai a valertene?

        CROCCO: Appunto! Lui i mezzi ce l’ha. E noi ce ne varremo. Ora è in mano nostra, e sta a noi farne quello che vorremo: se siamo tutti d’accordo! State a sentire. Bestia, non sa neppur lui com’abbia fatto i denari con le barche che gli lasciò il padre. Ma è ambizioso; e ora questa per lui vuol essere la sua im­presa: figuratevi com’io gliel’abbia glorificata! – Sarà il capo, di nome. Se vorrà comandare, avrà bisogno che gli diamo spalla noi contro quelli che, ve­nuti qua prima, hanno preso il governo dell’isola. E allora ho pensato una cosa, state a sentire. Guardie del corpo. Noi cinque. E sei col Riccio, se vorrà starci.

        PAPÍA: Che vuol dire guardie del corpo?

        FILACCIONE: Guardie di lui?

        CROCCO: Per la sua difesa, a difesa del nuovo governo.

        OSSO-DI-SEPPIA: Sbirri, ho capito! Oh questa poi! Sì sì, sbirri, sbirri; io ci sto! Eh, non mi parrà vero di poterlo fare!

        FILACCIONE: Anche a me! Anche a me!

        CROCCO: Ma non dite sbirri, per carità: guardie del corpo, suona bene. Gli farò capire che n’avrà bisogno; e così ce la godremo senza far nulla, fingendo di presidiarlo, il pascià! Bisogna però tirar subito dalla nostra il vecchio Tobba.

        PAPIA: Sì, e come? Sai bene com’è!

        CROCCO: Lasciandogli intendere che è per la pace: basterà! Tobba dev’essere con noi a ogni costo: ha lui l’intesa con la polizia, là a terra.

        FILACCIONE: Lo faremo generale! Nostro generale!

        OSSO-DI-SEPPIA: Magnifico, sì! Brache rosse e sciabola di legno; e il kepi col pennacchio! Ci penso io al pennacchio!

        CROCCO: Non scherzate, non scherzate, perché un complotto, presto, bisognerà metterlo sii per davvero –

        FILACCIONE: – un complotto? –

        OSSO-DI-SEPPIA: – perché? –

        FILACCIONE: – del re spodestato? –

        CROCCO: – no, no, nostro, un complotto nostro, vero; ma facendo in modo che appaja di loro –

        PAPÍA: – ah già, sì! per dare a Padron Nocio una prova che è necessaria la no­stra sorveglianza –

        CROCCO: – no, non per questo! Non intendo una finzione, io!

        PAPÍA: E che intendi allora?

        CROCCO: Venire a un fatto positivo – e grave – che renda impossibile ogni in­tesa con quelli.

        FILACCIONE: Un fatto? Che fatto?

        CROCCO: Uno – ora vi dirò – a cui bisognerà dare il colore d’una vendetta loro, degli spodestati contro l’usurpatore, mi spiego? Ma lo compiremo noi per vantaggio nostro: per levar subito di mezzo chi rappresenta per noi in questo momento il pericolo più grave, cioè che si mettano d’accordo, a danno di noi tutti, i due capi. Padron Nocio e Currao. Non capite chi? Eh, perdio, Dorò.

        BURRANIA: Ah, già! Dorò!

        CROCCO: Dorò tiene per Currao e La Spera, contro di noi. Tenterà tutti i mezzi per farli entrare nelle grazie del padre; allora per noi sarebbe finita.

        PAPÍA: Ma, levarlo di mezzo, come?

        CROCCO: Come! Bisognerà concertare il modo; e subito, questa sera stessa: la­sciate fare a me!

        OSSO-DI-SEPPIA (voltandosi a guardare verso destra): Zitti! – Oh, mi sembra proprio lui!

        FILACCIONE (piano): Dorò?

        BURRANIA: Sì, è lui. Con la sorella.

        CROCCO: Mita? – Ah, vedete? vedete? Viene proprio per parlare con quelli giù alla spiaggia. E porta con sé la sorella?

        PAPÍA: Si ferma: ci ha visti.

        LA VOCE DI DORÒ: Crocco!

        PAPÍA: Ti chiama.

        CROCCO (rispondendo): Ohi, Dorò!

        LA VOCE DI DORÒ: Vieni, mio padre ti cerca!

        CROCCO: Vengo subito! (Ai suoi:) Andiamo. Mi cerca, buon segno! Via tutti per la destra. La scena resta vuota per un momento. Giunge dalla spiaggia un canto marinaresco dei pochi uomini rimasti a guardia delle pa­ranze. Durante questo breve canto vengono su dalla spiaggia Currao, Tobba, Fillicò e La Spera. Scendono dalla prominenza rocciosa in silenzio e restano presso la casa.

        TOBBA: Io dico questo: che se noi abbiamo cercato d’impedire il loro sbarco è stato perché abbiamo supposto ciò che in fondo era vero: che venivano, con­dotti da quell’infame, per buttar via noi e mettersi loro al nostro posto –

        FILLICÒ (incalzando): – e sopraffarci!

        CURRAO (brusco): Sta bene. Abbiamo saputo impedirlo? – No –

        FILLICÒ: – ma perché i nostri, appena hanno visto le donne… –

        CURRAO (c.s.): hanno smesso subito di combattere, e siamo stati sopraffatti. – Che vuoi più farci? Ringraziarlo perché è riuscito lui, invece, a impedire ch’io fossi sgozzato, o legato e buttato a mare?

        TOBBA: Non voglio dir questo. Se non mi lasci parlare!

        CURRAO: Che vuoi più parlare! Vinti, traditi: basta!

        TOBBA: Ah no, perché così vieni ora ad affermare ciò che prima hai negato: Che ha diritto la forza. – No!

        FILLICÒ: Il diritto è nostro! La licenza d’occupare l’isola è stata data a noi, l’ha lui, Tobba; non l’hanno mica loro!

        TOBBA: Lascia star la licenza! Noi abbiamo stabilito un ordine qua, messe le nostre leggi; divise le terre, diviso il lavoro –

        CURRAO: E ora vengono loro e buttano all’aria tutto. Glielo puoi impedire? No. E dunque basta!

        TOBBA: Ma si può venire a un’intesa –

        CURRAO: – con loro?

        TOBBA: – ottenere che ci sia rispettato –

        CURRAO: – da loro? –

        TOBBA: – ciò che spetta di diritto anche a noi che siamo i primi occupanti!

        CURRAO: E vai dunque a intenderti con loro, tu che lo credi possibile; vai pur là con gli altri! (A Fillicò): E vai anche tu! Io resto qua.

        TOBBA: No: tu devi venire il primo!

        CURRAO: Io resto qua.

        TOBBA: Ma io sto dicendo tutto questo per te! Che vuoi che importi più a me dei miei diritti sulla terra? io guardo il cielo, lo sai.

        FILLICÒ: Devi venire con noi a difendere e far valere ciò che abbiamo fatto –

        CURRAO: – sì, per quelli a cui è bastato portare in trionfo una donna per cedere tutto! – Andate, andate: io non mi muovo di qua.

        TOBBA: Vado io per te. (A Fillicò:) Andiamo. (E s’avvia con lui.)

        CURRAO: No: bada, te lo proibisco! Parlate per voi! Guaj se v’arrischiate a par­lare per me! Tobba e Fillicò via per la destra.

        LA SPERA (dopo una lunga pausa): Tu non hai più una donna da portare in trionfo.

        CURRAO: Brava, méttiti a rammaricarti anche tu, adesso.

        LA SPERA: No, Currao, non mi rammarico per me.

        CURRAO: E per chi, allora? Per me anche tu? tutti per me? Ma badate un po’ a vojaltri, se vi riesce, e lasciatemi stare!

        LA SPERA: Volevo dirti appunto questo. Se vuoi che ciascuno badi a sé, io a me ormai so come badare.

        CURRAO: Che intendi dire?

        LA SPERA: Ho il mio bambino: mi basta.

        CURRAO: L’avevi anche prima il bambino; non ti bastava?

        LA SPERA: Sì, ma prima avevo da badare anche agli altri. Ora che gli altri non sanno più che farsi di me e mi disprezzano –

        CURRAO: – ti rincresce? –

        LA SPERA: – ma no, che vuoi che mi rincresca? Vorrei che tu… – (Esita a dire.)

        CURRAO: – che io…? –

        LA SPERA: – non sentissi come un avvilimento per te questo disprezzo.

        CURRAO: Lo dici perché mi stai vedendo così? Come vorresti che fossi dopo quanto è accaduto?

        LA SPERA: Hai ragione, sì. M’era parso che fossi così per causa mia. Non vo­glio. – Ho visto che non sei voluto andare con Tobba…

        CURRAO: Hai creduto per causa tua?

        LA SPERA: Per quello che è stato fatto a me… Ma non importa!

        CURRAO: Che è stato fatto a te?

        LA SPERA: Niente; se non stai così per questo… A me basta per consolarmi di tutto, guardare gli occhi del mio bambino, quando li apre per guardare e non sanno nulla! Li guardo, e in questa loro innocenza mi scordo di tutto. E tutto quello che so io della vita mi pare allora lontano lontano, un sogno cattivo che la luce di questi occhi fa subito sparire.

        CURRAO (si alza, va vicino a La Spera): Dorme?

        LA SPERA: Sì, dorme. Come se non fosse stato nulla. L’ho visto ora sorridere nel sonno.

        CURRAO: Ma saprà… Domani saprà, saprà…

        LA SPERA: Starà a me insegnargli ciò che deve sapere.

        CURRAO: Se non ci fossero gli altri! (Prende con cautela in braccio il bam­bino.) Tutti ora qua… Io che volevo mi crescesse lontano, fuori…

        LA SPERA: Non temere, vedrai… Prima che gli altri lo mordano col loro veleno –

        CURRAO: – ma tutti ora, subito! –

        LA SPERA: – avrò io il tempo e il modo, non temere, di mettere in lui tanta bontà e tanto giudizio, che se anche tutti mi grideranno pèste e vituperii, spu­tandomi in faccia e sghignazzando, non li sentirà, non li sentirà, come non li ha sentiti poc’anzi, standomi in braccio, qua sotto lo scialle.

        CURRAO: Hanno fatto questo?

        LA SPERA: Sì, ma non te ne curare…

        CURRAO: Col mio bambino in braccio?

        LA SPERA: Lo riparavo io il bambino.

        CURRAO: Hanno avuto il coraggio di sputare su te, col mio bambino in braccio? Quando è stato? Chi è stato?

        LA SPERA: Mentr’eri laggiù a dibatterti…

        CURRAO: Vigliacchi! Vigliacchi! Col mio bambino in braccio! Sono stati i no­stri? Voglio sapere chi è stato! Chi è stato? Quelli che si portavano in trionfo le donne?

        LA SPERA: Ma è naturale: puoi immaginartelo: arrivate le altre, io sono ridiven­tata per loro, al confronto –

        CURRAO: – quella di prima?

        LA SPERA: Me l’hanno gridato…

        CURRAO: E hanno tutto dimenticato, schifosi? Ciò che sei stata per loro, ciò che hai fatto per tutti?

        LA SPERA: Cerchi la gratitudine? Hanno dimenticato quello che ho fatto per me, devi dire! Questo (e posa una mano sul bambino ancora in braccio al padre) questo che ho fatto per me, hanno dimenticato! E che vuoi che mi importi allora dei loro sputi e dei loro vituperii! – Dammelo!

        CURRAO: No! Come vuoi che lo lasci più a te, ora?

        LA SPERA: Temi che non lo sappia difendere?

        CURRAO: Ma non è per la difesa!

        LA SPERA: Per il disprezzo?

        CURRAO: Com’hai potuto sopportarlo? Dico, per lui! per lui! Perdio, com’han­no potuto non pensare che non è soltanto tuo figlio? ma anche mio, mio fi­glio, e che come mio figlio debbono, debbono perdio rispettarlo!

        LA SPERA: Tu stai parlando, come se anche per te…

        CURRAO: Dici che non te n’importa! Ma come? Non t’importa che in braccio a te mio figlio sia stato sputato? – Mi credevano morto? – Ah, ma ce la ve­dremo! ce la vedremo! – Tieni! (Le rida il bambino.)

        LA SPERA: Che vuoi fare?

        CURRAO: Levati!

        LA SPERA: Per carità, Currao! Io ho parlato…

        CURRAO: Vigliacchi! Vigliacchi!

        LA SPERA: – per darti la prova, anzi…

        CURRAO: Hanno cangiato faccia perché son venute le altre! Era vero, dunque? Era vero –

        LA SPERA: – che cosa? – (oh Dio, non posso vederti così!) –

        CURRAO: – che credevano ch’io comandassi soltanto perché avevo te, ch’eri al­lora la sola! Venute le altre, giù a terra anch’io? buttato in un canto e sputac­chiato con te? io e mio figlio? – Ah no, perdio, no! Lo vedranno! lo ve­dranno!

        LA SPERA: Ah, ecco: così voglio, così: che tu ti rialzi!

        CURRAO: Mi piglierò una tale vendetta!

        LA SPERA: Ma non per vendicarti!

        CURRAO: Per vendicarmi, sì! per vendicarmi!

        LA SPERA: Si sono subito voltati verso il bene che arrivava, tanto desiderato!

        CURRAO: Buttando me a terra, e il mio bambino, con te?

        LA SPERA: Perché hanno creduto che questo bene, tu, lo avessi in me: tu solo.

        CURRAO: Per uno straccio di femmina, puzzolenti! Per quattro mocciose là, che non potranno mai avere, se pure in prima si son lasciate abbracciare! Hanno dimenticato tutto, perduto la vista degli occhi! Schifo! schifo! schifo! E perché sono così loro, hanno potuto credere che io qua comandassi sol­tanto perché avevo te!

        LA SPERA: Ora potrai dimostrare che non era vero.

        CURRAO: Sì, come? se per te, miserabili, mi han voltato tutti le spalle!

        LA SPERA: Ti volevo dir questo, vedi? Che tu non devi, non devi rimanere sotto il disprezzo con cui ora è naturale che vogliano pestarmi.

        CURRAO: Ah, ti par naturale? Dunque vuoi proprio che mio figlio non rimanga con te?

        LA SPERA: No, come! che dici?

        CURRAO: Se tu ti vuoi far santa, accomodati! Ma mio figlio no, perdio! Per mio figlio non posso tollerarlo!

        LA SPERA: Non ti dico di tollerarlo. Fai conoscere a tutti, di nuovo, il cuore che hai avuto, venendo qua. Li richiamerai tutti a te, non dubitare! E non badare, non badare più a me… – Ah, guarda, viene qua Dorò con la sorella. Si trae da parte. Entrano da destra Dorò e Mita. Come se questa, per rite­gno o per vergogna, fosse un po’ riluttante, Dorò la tira per la mano.

        DORÒ: Eh via, non ti vergognare! Eccolo qua Currao; e quella è La Spera, col suo bambino. Ecco mia sorella Mita.

        LA SPERA: Sì, ricordo d’averla veduta…

        DORÒ: Ah già, sì, una sera, nella taverna di Nuccio d’Alagna, sì sì, è vero!

        MITA: Ma no… io non ricordo… –

        DORÒ: Eh, perché ora la vedi così; non puoi più riconoscerla, sfido!

        MITA (a Currao): Non vi han fatto male?

        CURRAO: No: i vostri, nessun male.

        DORÒ: Sono stati quei vigliacchi, aizzati da Crocco –

        CURRAO: – sì, i nostri! –

        DORÒ: – come tanti cani si son voltati addosso a lei!

        MITA: Ma ora mio padre vuole riconciliare tutti! e sta cercando di là, appunto insieme coi vostri, di rimettere la pace.

        CURRAO: La pace? Ci sarà tra quelli più d’uno che farà di tutto perché non sia rimessa, la pace.

        MITA: Ma no, tutti m’è parso che s’adoperassero… –

        CURRAO (troncando, brusco): – sì: perché io sono qua.

        LA SPERA: Inducetelo, persuadetelo voi, tutt’e due, ad andare anche lui di là! Fa’, fa’, Dorò, che lo persuada lei, tua sorella…

        MITA: Ma sì; venite, venite!

        DORÒ: Mio padre t’ha cercato!

        MITA: Sì, è vero! Ho sentito anch’io che ha domandato di voi! Ha di voi tanta stima!

        CURRAO: Stima di me? e s’è poi lasciato persuadere da Crocco a venire?

        DORÒ: Ah, ma glielo dirò io ora, che non dovrà più fidarsi di quello! E basterà per Crocco, e per quelli che hanno fatto subito lega con lui, vederti ricompa­rire tra me e mia sorella!

        MITA: Ne ho diffidato anch’io sempre; e se Dorò non fosse stato qua, avrei fatto di tutto, credete, per sconsigliare a mio padre di venire. Ora nessuno meglio di voi potrà guardare mio padre da Crocco.

        DORÒ (voltandosi a guardare verso destra): Ah, ma viene lui, guarda, a cercar te, con Tobba e Fillicò. Miglior prova di questa?

        MITA: Eccolo qua, vedete? viene lui.

        Vengono da destra Padron Nocio, Tobba e Fillicò. La Spera si discosta an­cora di più e poi andrà a sedere su un sasso davanti la casa. Incombe già l’ombra della sera.

        PADRON NOCIO: Vengo a cercarti io, Currao, e a porgerti io la mano per dimo­strarti che questa nostra impresa non è stata, né vuol essere, come a te è sembrata, contro te e i tuoi amici. E vengo anche a invitarti a festeggiare con noi il nostro arrivo e il felice ritrovamento di mio figlio che s’era avventu­rato con te; e debbo ringraziarti del modo con cui me l’hai trattato.

        TOBBA: Eh, ma non lui soltanto; anche La Spera! Dov’è? (E la cerca con gli occhi. )

        PADRON NOCIO (subito): Meglio restare a parlare tra noi uomini, adesso. – Fi­nito il primo scontro (subito per fortuna, e senza danno né per l’una parte né per l’altra) m’aspettavo in verità di vederti venire da me coi tuoi amici.

        CURRAO: Non sono venuto, padron Nocio, per la semplice ragione che questa pace che voi vi figurate di poter rimettere tra noi, io non posso volerla.

        PADRON NOCIO: Ah no?

        CURRAO: No; se dev’essere a patto che qua non sia più come prima.

        PADRON NOCIO: E perché non dovrebbe, se – com’era prima – era bene?

        CURRAO: Perché il bene, padron Nocio, è difficile a farsi; è troppo facile il male. Dico questo per i miei, che si sono subito arresi. – Il bene di cui noi avevamo bisogno qua, non può essere il vostro.

        PADRON NOCIO: Perché non può essere il mio?

        CURRAO: Ma perché di questo bene voi, per vostra fortuna, non avevate biso­gno. Ricco; dentro la vostra legge là, che vi tutelava. Che siete venuto a fare, qua tra noi?

        PADRON NOCIO: Estro che mi s’è acceso… La cosa nuova…

        CURRAO: Ecco, lusso!

        PADRON NOCIO: No, tentazione. E poi, c’era qua il mio ragazzo… Mi son but­tato, là e addio! Possiamo stabilire ora tra noi un accordo che migliori anche le vostre condizioni.

        CURRAO: E come? Ve lo sto dicendo. Se siete qua senza bisogno, per un di più che un intrigante, con lo scopo di vendicarsi di me, v’ha lusingato, che avre­ste potuto acquistare? Dite che potremmo avvantaggiarcene anche noi? Non è vero. Questo vostro di più, a noi, non bisognava. E guasterà tutto, per forza.

        PADRON NOCIO: Guasterà tutto? Ma no!

        FILLICÒ: Facciamo in modo che non guasti!

        PADRON NOCIO: Starà a noi!

        CURRAO: Guasterà tutto! Farà diventare facile il bene. Ecco. Sentite? Ora di là tripudiano, suonano, cantano, ballano… Avete portato l’ozio, lo spasso; e na­scerà l’invidia, per forza, e la gelosia; nascerà l’ambizione e l’intrigo, per forza. Tutti i vizii della città avete portato, e le donne, il danaro. La città, la città da cui eravamo fuggiti, come dalla pèste.

        PADRON NOCIO: Fanno un po’ d’allegria! Eh via, che c’è di male? Si dev’essere pure un po’ allegri a questo mondo! A proposito. Me ne scordavo. (A Dorò:) Va, va’ a chiamare qualcuno della ciurma. (Dorò via per la destra.) Ho por­tato un po’ di vino…

        CURRAO: Anche il vino!

        PADRON NOCIO: Oh, ma non di quello di Nuccio d’Alagna! Un vino… sentirete! (E s’avvia per salire sulla prominenza rocciosa.) Vogliamo bere! È stata pure una bella impresa oh! venire fin qua. (Gridando dall’alto agli uomini rimasti a guardia delle paranze:) Ohi, dell’«Angiolina»! tirate su i barili e le provviste da scaricare! E voi della «Costanza», le torce, le torce a vento che sono a pruavìa! Facciamo un po’ di luminaria! Accendetele! (Ridiscende.)

        FILLICÒ: Volete far proprio un festino?

        PADRON NOCIO: Ma sì! Senza tutto questo male che ci vuole vedere Currao. Proprio per festeggiare l’arrivo, come v’ho detto.

        TOBBA: Jer sera, padron Nocio, qua, a quest’ora, finite le opere, mangiavamo al lume delle nostre lanterne da pescatori la minestra cucinata da La Spera – (o dov’è? – ah, te ne stai lì?) – scambiavamo tra noi qualche parola; Filaccione, più là, cantava sotto le stelle; e ciascuno alla fine se n’andava a dor­mire in santa pace.

        CURRAO: Pensateci bene. Siete cascato in mano d’un impostore che cercherà in tutti i modi d’approfittarsi di voi e della roba vostra, facendosi complici tutti. Mi dite a chi potrete ricorrere voi, domani? Venendo qua, vi siete messo fuori della legge vostra, e avete intanto distrutta la nostra. Vi rendete conto adesso di ciò che avete fatto?

        PADRON NOCIO: Ma se mi metto ora nelle vostre mani? Sono qua per questo! Ritorna Dorò con Trentuno, il Riccio, Filaccione, Osso-di-seppia e tre della ciurma

        TRENTUNO: Eccoci qua!

        IL RICCIO: Ai comandi, padron Nocio.

        FILACCIONE: Che c’è da fare?

        PADRON NOCIO: Andare giù a scaricare dalle paranze il vino e le provviste.

        TRENTUNO: Viva padron Nocio!

        IL RICCIO: Il vino! Il vino!

        FILACCIONE: Donne e vino! Donne e vino!

        OSSO-DI-SEPPIA: Facciamo festino! Facciamo festino! (E, così gridando e sal­tando di gioja, si precipitano alla spiaggia. )

        CURRAO (tra serio e ironico): Tobba, tu che sei profeta; ricordaglielo tu che l’isola non è sicura. Se tutti vi si mettono a ballare, c’è il rischio – diglielo – che sprofondi sotto il mare.

        PADRON NOCIO (con arguta malizia): Anche se ti metti tu a ballare con mia fi­glia Mita? (Lo prende sotto il braccio per avviarsi.) Andiamo, andiamo… Via con Mita, Currao,  Tobba, Dorò e Fillicò, senza neppur volgere uno sguardo a La Spera che resta sola nell’ombra col suo bambino. Risalgono dalla spiaggia tripudianti con le torce a vento accese Trentuno, il Riccio, Filaccione, Osso-di-Seppia e gli uomini della ciurma carichi delle provviste e dei barili di vino, gridando a:

        CORO: – Corri, corri! – Luce, luce! – Donne e vino! – Donne e vino! – Facciamo festino! – Facciamo festino!

        Via per la destra, sempre gridando e saltando, a suono di fisarmonica e di cembali. Poi i rumori si perdono in lontananza. Pausa. Nella sera sopravve­nuta si vedranno issare agli alberi delle paranze i due fanalini.

        LA SPERA (nell’ombra e nel silenzio, parlando al suo bambino): Solo? No, solo. No, solo, Nico; no: t’hanno lasciato con la mamma tua, con la mamma tua! E neanch’io, no: sola no, Nico, se m’hanno lasciata con te, con te, amore mio, con te, gioja mia, Nico mio; Nico mio…

Tela

1928 – La nuova colonia – Mito con Prologo e tre atti
Premessa
Personaggi, Prologo
Atto Primo
Atto Secondo
Atto Terzo

Elenco delle opere in versione integrale

Introduzione al Teatro di Luigi Pirandello

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