La madre e l’ombra nel Pirandello oltre le nude maschere

 

La madre e l’ombra nel Pirandello oltre le nude maschere

di Pierfranco Bruni

Il tempo della mancanza è il tempo dell’assenza. Il tempo del vuoto diventa il tempo della differenza tra la presenza e l’incapacità di afferrare il senso delle cose. Tutto ciò che un giorno è stato si trasforma in una ferita che si esprime con un viaggio nella malinconia. La malinconia è l’estremo senso del silenzio. Non usa parola altisonanti. Se serve piuttosto dello sguardo, del volto, delle mani nei movimenti e dei gesti.
La mancanza e l’assenza sono ferite dell’anima, ma restano tagli incisi nel profondo degli occhi che fissa l’esterno e custodisce il profondo. Si diventa maschere nude. La perdita della madre è un nascondimento della realtà che non è più tale ma trasgredisce a vuoto.

La perdita della madre è una assenza che diventa accompagnamento oltre le ombre che camminano nella coscienza. Luigi Pirandello nei “Colloqui coi personaggi – II” (dalle Novelle), pubblicato sul “Giornale di Sicilia”. 11 – 12 settembre 1915, scava tra le ombre e tra le ombre la madre ha una grecità che ha una onirica visione metafisica e un vissuto archetipico grazie al quale si annulla ogni interpretazione del tempo. Non è più assenza. È consapevolezza della presenza spirituale che allontana la ruga della presenza reale – materiale.

La madre in Pirandello non è mai una maschera nuda. Piuttosto è un volto assente perché continua a vivere, con la sua assenza, nel suo volto presente a se stesso e presente ad un gioco di specchi che si incastra in un riflesso ontologico, in cui la parola, il dialogare o il colloquiare, ha un portato sacro.
La madre è sacralità.
Si ascolta: “- D’esser forte, Mamma, mi dici, in questo momento di prova suprema per tutti? Forse sì… ma tu, Mamma? Proprio in questo momento lasciarmi, partirti da quel tuo cantuccio laggiù, ove io venivo col pensiero a trovarti ogni giorno, quando più cupa e fredda mi doleva la vita, per rischiararmi e riscaldarmi al lume e al calore dell’amor tuo, che mi rifaceva ogni volta bambino…”.C’è un asterisco metaforico in questo Pirandello. Quello del legame tra l’adulto e il ritornar bambino. È sempre il tempo che si frappone tra il sublime della nostalgia e l’interiorità della realtà che riporta costantemente alla Assenza. Siamo nella stanza delle “emozioni ferite” e si interrompe quell’archeologia del silenzio (Eugenio Borgna) che ha dominato il contemplare della distanza – lontananza.
Pirandello e oltre. La cifra del suo viaggio letterario è un infinito che gioca costantemente con le emozioni e le emozioni diventano personaggi.
In questo incontro si è cercato di creare un confronto tra il senso del destino nella letteratura e la letteratura come avventura in una ricerca che è fatta di silenzi, di linguaggi, di parole e di colloqui.
Si vive sempre oltre, ma si vive, comunque, se se si stesse in un teatro che è la rappresentazione del dramma umano tra l’ironia e l’assurdo.
 
Dal romanzo al novellare, dalla poesia al teatro è tutto un legare lo sguardo della maschera con gli occhi e il volto.
Dunque un viaggiare nello spazio di un tempo che sembra illimitato ma è soltanto indefinibile. Pirandello è la maschera nuda ma è anche il volto che si ritrova nello specchio. L’anima è fatta di stanze. Si vive in ogni stanza e si tocca, in ogni stanza, la parete della solitudine e le pareti della malinconia. Un vissuto che non può essere catturabile mediante la descrizione.
Ancora la madre nel Colloquio: “…la vita, figlio, tu lo sai, noi la diamo ai figli perché la vivano loro e ci contentiamo se qualcosa ancora di riflesso ne venga a noi; ma non ci sembra più nostra; la nostra, per noi, dentro, resta sempre quella che non demmo ma che ci fu data, a nostra volta; quella che, per quanto nel tempo s’allunghi, serba dentro pur sempre il primo sapore d’infanzia e il volto e le cure della mamma nostra e di nostro padre e la casa d’allora com’essi la avevano fatta per noi… Tu puoi saperlo, quale fu questa mia vita, perché tante volte io te ne parlai; ma altro è viverla, figlio, una vita…”.
Una vita! Una vita nella ferita che diventa inesorabile trauma di esistenze con le quali Pirandello ha raccontato la sua attraverso il destino dei personaggi in un teatro che non ha pareti, ma soltanto uno spazio indefinito e indefinibile. Da questo spazio l’assenza si fa destino e nelle assenze le ombre sono chiaroscuri che hanno voci che non smetteranno di portare echi che segnano scavi d’anima.
Così: “Perché tu non puoi più pensarmi com’io ti penso, tu non puoi più sentirmi com’io ti sento! È ben per questo, Mamma, ben per questo quelli che si credono vivi credono anche di piangere i loro morti e piangono invece una loro morte, una loro realtà che non è più nel sentimento di quelli che se ne sono andati. Tu l’avrai sempre, sempre, nel sentimento mio: io, Mamma, invece, non l’avrò più in te. Tu sei qui; tu m’hai parlato: sei proprio viva qui, ti vedo, vedo la tua fronte, i tuoi occhi, la tua bocca, le tue mani; vedo il corrugarsi della tua fronte, il battere dei tuoi occhi, il sorriso della tua bocca, il gesto delle tue povere piccole mani offese; e ti sento parlare, parlare veramente le parole tue: perché sei qui davanti a me una realtà vera, viva e spirante; ma che sono io, che sono più io, ora, per te? Nulla. Tu sei e sarai per sempre la Mamma mia; ma io? io, figlio, fui e non sono più, non sarò più…”.
Tra figlio e mamma c’è la parola e lo sguardo. Tra il parlare e il guardare ci sono i segni che sono linee di inquietudine. In Pirandello, comunque, si agita e si abita una triangolarizzazione tra la madre, Antonietta, la moglie, e Marta Abba. Ma la metafora dell’ombra è soltanto lo specchiarsi nel volto della madre. Ed è soltanto lei che non diventa maschera.
La madre è il volto. Antonietta e Marta Abba sono la maschera nel teatro dei personaggi che vivono in cerca d’autore. Dalla pazzia all’amore e dal sentiero d’amore alla malinconia. La madre resta la malinconia.
Così il tempo di Pirandello è nella malinconia dell’attesa del dialogare tra il personaggio Pirandello e la madre. E questo tempo è mancanza, assenza, vuoto, distanza, lontananza. Ma non diventa mai una maschera. Resta il volto. Non un volto. Il volto. La madre è il volto.
La chiusa del Colloquio  è una “esercizio” spirituale che resta e le parole della madre sono un concluso tempo, ma anche una speranza che annuncia un richiamo profetico: “Guarda le cose anche con gli occhi di quelli che non le vedono più! Ne avrai un rammarico, figlio, che te le renderà più sacre e più belle”.
Un vissuto che resta tale in quanto vissuto. Poi il resto è una tenda dietro la quale può esserci il nulla come può esserci l’orizzonte che raccoglie gli infiniti. Pirandello è un giocatore che ben conosce sia la recita che la tragedia.
Questo nel tutto e il nulla è una vacua linea solcata tra le ombre che insistono nel viaggiare pirandelliano.
E poi oltre… Ma bisogna arrivarci in questo oltre. Abitarlo e osservare cosa è rimasto dietro e cosa si legge tra i punti sospensivi che metaforizzano un annuncio o una attesa. Con Pirandello si va sempre oltre…
Il senso della sacralità è un misterioso cammino. Continueranno, il sacro e il mistero, a viaggiare non solo nelle parole ma soprattutto nella vita di Pirandello. Nel Colloquio con la madre si intrecciano non i ricordi, ma le memorie che si fanno tempo.

da pierfrancobruni.weebly.com

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