La crisi del poeta-vate in Pirandello

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Di Tommaso Marciano

     Con l’avvento del Decadentismo entra in crisi la figura tradizionale di poeta-vate, cioè dell’intellettuale che, in quanto depositario di una superiore verità, assume nei confronti del pubblico il ruolo dell’educatore e del formatore di coscienze. Questo atteggiamento ideologico condiziona naturalmente anche la forma, che deve adeguarsi al livello retorico dell’esortazione e della persuasione. Con Pirandello scompare invece questa figura di intellettuale e se ne afferma un’altra che alla sintesi ed alla mistificazione sostituisce l’analisi e la demistificazione, con una notevole presenza del momento critico razionale nella creazione artistica. Approfondire le cause di questo mutamento istituzionale del ruolo dell’intellettuale significa anche restituire a Pirandello la sua giusta collocazione culturale di scrittore d’opposizione.
La critica marxista, con Salinari, ha approfondito le motivazioni storiche e culturali dell’isolamento di Pirandello. Nel suo volume sul nostro decadentismo, il critico attribuisce a Pirandello la caratteristica di rappresentare la coscienza della crisi che Pascoli, D’Annunzio e Fogazzaro espressero rispettivamente attraverso i miti del “fanciullino”, del “superuomo” e del “santo”. In questo atteggiamento di opposizione alla cultura ufficiale (dannunziana e crociana), e per una particolare coscienza della crisi, Pirandello appare piuttosto un isolato in ambito italiano ed europeo. Il contrasto fra illusione e realtà, fra le forme e la vita, non è solo un’intuizione psicologica o filosofica; essa si innesta invece in una esperienza storica collettiva, comune ai gruppi intellettuali della piccola borghesia cui Pirandello apparteneva. Nel contesto di questa esperienza collettiva l’illusione è data dai grandi ideali di libertà, di giustizia e di patria, che sono il patrimonio ideale del Risorgimento, il quale sembrava come tradito e rinnegato dalla classe dirigente postunitaria. Nell’aver coscienza di questa esperienza storica Pirandello non si differenzia soltanto dall’Italia ufficiale, ma anche dagli atteggiamenti di quella parte dello spirito pubblico che si poneva all’opposizione, nazionalistica, socialista o radicale: e se ne differenzia per un pessimismo più profondo e per un senso amaro di sconfitta.

     L’arco dello sviluppo di Pirandello è lo sviluppo dal verismo al decadentismo, dal regionalismo al cosmopolitismo, che caratterizza in quel periodo tutta la nostra cultura. Ma non può essere assimilato a nessuna delle correnti ideali che allora si manifestavano. Certamente gli orientamenti ideali e di gusto di Pirandello erano profondamente in contrasto con quelli dannunziani. Viene rifiutato soprattutto l’atteggiamento retorico e l’esasperazione della forma, in nome di un’arte “umoristica” che, secondo la definizione pirandelliana, ama una “intimità di stile”, una maggiore capacità di concentrazione per consentire al momento critico di intervenire nella creazione artistica. L’ostilità a D’Annunzio non può spiegarsi solo con l’antiletterarietà di Pirandello: bisognerà pensare anche allo scarsissimo peso che hanno nella sua arte le suggestioni sessuali e, soprattutto, alla caratteristica essenziale della sua arte che tende a scomporre continuamente il sentimento e non è conciliabile con quella “tutta sensi e impressioni” propria di D’Annunzio. Le due concezioni del mondo sono antitetiche: in D’Annunzio la volontà di vivere si afferma come superamento degli ostacoli, sia pure nella solitudine del Superuomo; in Pirandello tale volontà ripiega sconfitta ed impotente. Tuttavia, l’isolamento di Pirandello non può essere spiegato soltanto con la sua opposizione all’arte dannunziana. Il fatto è che egli si trova all’opposizione dello stesso movimento intellettuale che attraverso la liquidazione del positivismo approdava a un idealismo ottimistico e uno spiritualismo decadente, a uno scetticismo e pessimismo di maniera, ovattato e crepuscolare. Pirandello partecipa certamente alla dissoluzione del positivismo e all’affermarsi di esigenze spiritualistiche e idealistiche. Ma gli è profondamente estraneo anche il modo in cui l’idealismo e lo spiritualismo venivano affermandosi in Italia. Egli è infatti lontano dalla corrente di pensiero che ebbe maggior peso nella rinascita dell’idealismo e nella sconfitta del positivismo, vale a dire dallo storicismo crociano.

Diversi erano i punti di divergenza: la polemica sulla concezione dell’arte, in quanto Croce disconosceva il momento critico della creazione artistica; la polemica sul gusto, che in Croce era un gusto classico, di composizione esteriore e interiore, di accordo logicamente ordinato, mentre in Pirandello è un gusto umoristico che inevitabilmente scompone. Infine la concezione globale del mondo era ottimistica in Croce, fondata sulla fiducia nel pensiero, sulla creatività dello spirito e su una considerazione positiva della società liberale e borghese; tale concezione è invece in Pirandello sostanzialmente pessimistica ed irrazionalistica nella sua apparente razionalità. Alcuni critici hanno ritenuto di indirizzare la loro ricerca verso quelle correnti di pensiero che, in nome di una rivolta idealistica contro il positivismo, aprivano le porte del nostro paese alle esperienze europee più vivaci e moderne. Una certa cautela è però d’obbligo. Ad esempio si dà troppa importanza alla giovanile residenza di Pirandello in Germania, da cui lo scrittore siciliano avrebbe derivato la sua problematica intellettuale. In realtà quella residenza durò solo due anni e fu dedicata essenzialmente agli studi di filologia ed alla poesia. Allo stesso modo può essere avventato l’accostamento all’attività culturale del gruppo fiorentino di Papini e Prezzolini, del Leonardo e della Voce. Si è giunti perfino a mettere in collegamento il relativismo pirandelliano con la teoria della relatività di Einstein! Tuttavia non si può negare che, sia per influenza diretta sia per germinazione spontanea, è possibile ritrovare in alcune intuizioni di Pirandello posizioni simili a quelle di Bergson; soprattutto nella distinzione fra intelligenza e istinto e nel senso di una vita dell’essere che scorre fluida sotto le nostre schematizzazioni. Ma quello che è certo è che Pirandello non giunge mai all’esaltazione dell’artista, del santo, dell’eroe e del taumaturgo, perché netto è il suo rifiuto dei miti tanto del razionalismo quanto dell’irrazionalismo.

     Un altro studioso marxista, De Castris, ha ricostruito il processo che fece maturare la crisi della società borghese sul piano filosofico, sociale e politico, determinando la cultura e l’arte del decadentismo. In questo ambito Pirandello ha un posto di rilievo eccezionale, perché dotato di una rara coscienza storica. Lo scrittore rappresentò con implacabile lucidità l’angoscia metafisica dell’uomo contemporaneo, registrando nello stesso tempo la responsabilità dell’ambiente storico che ne determina la nullificante alienazione. Pirandello vive la crisi positivistica nella sua premessa scettica, ma vi sovrappone un’ansia di conoscenza assoluta, evidentemente destinata a non ottenere risposta. In lui i conflitti e la crisi dei grandi sistemi dell’Ottocento non si presentano nella dimensione polemica e costruttiva del pensiero filosofico contemporaneo, ma si presentano come fallimento e crollo di insostituibili valori, come tragica presa di coscienza di una frattura storica e ideale che spontaneamente assume dimensioni esistenziali. Tutta la tragedia dell’io pirandelliano, l’incomunicabilità dell’essere, il suo frantumarsi definitivo, il suo vedersi vivere, nascono da una coscienza storica di dissolvimento, da una frattura della coscienza che si basa su un notevole risalto di condizioni sociali. Nessuno più di Pirandello ha scavato, fino alle conseguenze estreme, nella patologia della coscienza moderna, ma nessuno più di lui ne ha intuito e rappresentato le responsabilità della storia.

Tommaso Marciano

Da Studenti.it

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