04. Intermezzo lieto

Intermezzo lieto

Raccolta “Mal giocondo” (1889)

04. Intermezzo lieto

I

Naviga lenta pe i silenzi arcani
de la tranquilla notte, e l’ampio ascende
arco sidereo la crescente Luna.

Ne la piena letizia del suo lume
beate il corso per l’immenso cielo
seguono ondate nuvolette lievi.

Ma a tanta de le sfere alta quiete
l’infinita de l’acque sottoposta
distesa con fragor vasto risponde;

come al sognato de le genti umane
divino Eliso, ove ogni affetto Ăš muto,
il perpetuo tumulto de la vita.

In vano il ciel su l’Inquïeto eterno
il suo velo purissimo distende,
e tutto, in largo cerchio, lo ricinge:

Non ei s’acqueta; ma la terra muta,
indocil mostro, senza posa batte
e con perenne lamentanza affligge.

Anima umana, e tal sei tu. Perduta
ne l’infinita immensità dei cieli,
su breve terra, inestimabil parte,

t’agiti e fremi, e dei tuoi vani amori
pieno e degli odĂź tuoi vorresti il mondo,
né mai, che in tanto ciel, pensi, vanisce

del globo, ove ti stai, l’essere inane,
quasi profumi di maligno fiore
che dolorose al cielo apra le foglie.

 

II

Passammo ne la notte profumata,
per l’alta via tra taciti giardini,
tu su l’omero mio leve poggiata
la bella testa da i capelli fini,
io su le labbra tue volto a succhiare,
come dal fresco calice d’un fiore,
coi lunghi baci il pieno oblio dei mali.
Ma non udisti tu de i vegetali
in torno a noi, per l’aria tutta aulente,
il fremito d’amore,
le stelle non vedesti palpitare
allor piĂș intensamente,
e l’indistinte voci, onde ai mortali
nei momenti propizĂź al dolce inganno,
la Terra parla, pietosa madre,
e a sempre amar consiglia,
tu non sentisti, o innamorata figlia.

Ben io l’intesi, e ne diceano: Vanno
con passo lento i secoli nel nulla,
e si portan con loro
le umane genti (noverarle Ăš in vano):
Amate, amate, amate,
nĂ© mai, tranne l’amore, altro tesoro
su me grama cercate.
In un attimo vano,
se in un bacio d’amore lo chiudete,
intera accoglierete
e vivrete la vita
de i secoli, de i secoli infinita.

 

III

Tale mi vien da te sana fortezza
tranquillamente, o amore, e tal gentile
serenitĂ  di pace, e tal vaghezza
di quanto Ăš bello al mondo e giovanile,
ch’io del tempo oblïando ora la strana
dei mali ebbrezza, per cui l’ebbi a vile,
e il tormento dei dubbü, onde l’insana
mente nostra folleggia, in cuor rivivo
la serena dei padri etĂ  pagana.
Fluisce come chiaro e fresco rivo
soavemente per ogni mia vena
la pace, ch’ù un amor d’impeti schivo.
Sia pur la terra di miserie piena,
amo la terra, e a lei forte mi lego,
e questo amore non mi dĂ  mai pena.
Ogni fede per lui vana rinnego,
che l’uomo annienti e da lui dio escluda:
ViltĂ , la fede. Al solo amor mi piego:

Venere bella, a me discendi, ignuda.

 

IV

Tra il cupo verde l’ultime
del vespro fiamme d’oro
l’alpestre bosco incendono.
«Cessi, o genti, il lavoro».

Scende su i pian, benefica
iddia, la Pace a sera,
e par tanto silenzio
un’arcana preghiera

Tinniscono le pendule
campane degli armenti,
che riedono da i pascoli
al noto stabbio, lenti.

Gli uccelli tra i vecchi alberi
tripudiano vivaci,
e il bosco par che s’animi
d’un scoppiettio di baci.

Oh se tu fossi, o tenera
fanciulla, meco. In questa
tranquilla solitudine
d’amor che gioje e festa!

pe i vĂŻali che allungansi
sotto i tigli accoppiati,
in su ‘l languir del vespero
ce n’andremmo abbracciati;

al passar nostro, taciti
su l’alto stelo i fiori
a noi s’inchinerebbero
come servi a signori.

Io ti direi: «le nuvole
guarda, o fanciulla, come
misterĂŻose navigan
pe ‘l chiaro cielo: il nome,

la vanitĂ  de gli uomini,
l’ansie le pene il pianto
esse in quest’ora assorbono
sacra a l’amor soltanto;

e tutti ugual ci rendono
su la terra, o fanciulla,
mentre, lievi, si portano
le vanità nel nulla.»

 

V – Nozze di Lina

Grato, o Lina, non piĂș suona l’invito
al nume, e muore su le labbra in tanto,
poi che il decoro de l’antico rito
non ride al canto.

E se l’amor per te dolce fortezza
serenamente in ogni vena spira,
non trova, che ne esprima ansia ed ebrezza,
eolia lira.

Non piĂș vergini elette il dio, dal Santo
Elicona, Imeneo, che a l’amorosa
materna cura, cinto d’amaranto,
tolga la sposa,

chiamano a coro; e non fanciulli in mano
sacre faci recando in gaja festa!
Di tanta leggiadria nulla al profano
secolo resta.

Un desiderio vano. E sempre, in fuga
ansïosa, a l’età cara rivola
pagana, e in tanto l’anima ne fruga
senza parola,

e trema e freme. – Oh Venere immortale,
unica dea, sorridi al desiderio…
Sorgi, e ricanta l’inno rituale,
Cajo Valerio:

l’epitalamio a Manlio. – Ahi non piĂș lieta,
ne l’agonia del secolo che muore,
suona la voce del latin poeta
ebra d’amore.

E sol la ripercote eco solenne
tra le rovine de l’età sepolta,
e langue: Austera e ferma in su le penne,
l’aquila ascolta.

Triste del secol nostro incombe e lento,
Lina, il tramonto: e il sol, quasi di greca
tragedia eroe morente, al cuor sgomento,
occiduo, reca.

Ai nuovi amori, a le penose lotte
de la vita mortale, o Sol, dimani
risplenderai; ma in cuor tu sempre, o notte,
fredda rimani.

E generose in tanto opere e frali
oltraggia il tempo, e nel dissolvimento
le piĂș superbe vanitĂ  mortali
affida al vento.

Oh solo Amor su l’anima d’oblio
dolce ha potere. E tu, Lina, a l’amore
vivi, e devota a lui, che solo Ăš dio,
consacra il cuore.

Rotta l’imagin diva, ed in frantumi
il tempio e l’ara; non piĂș finto in marmi
per mano d’un artefice di numi,
non piĂș nei carmi

sacri invocato e in prosodia solenne,
egli pur vive eterno, e i dolci arcani,
che, pretestato, in tra i misteri tenne
chiusi agli umani,

or chiari svela a chi, conscio d’affetti,
presente il nume ne la febre sente,
ed agli oscuri prima e arcani detti
apre la mente.

Sotto il Sole per Lui verde risorge
la Terra: il Sol da l’alto con roventi
baci la morde e la feconda. Porge
ella frementi

di Cerere le bionde carni, e dove
l’orma d’un bacio ancor brucia profondo,
fiori ella esprime ed erbe e vite nove
dal sen fecondo.

Tu, nova sposa, vieni. Al tempio immenso
de la Natura, iniziata vieni
ai piĂș dolci misteri. E il sangue e il senso,
che freme e freni,

sentiran dentro l’amorosa voce,
che scoppia con i fiori a primavera,
con le chiare acqua da fremente foce,
costante, vera,

in ogni luogo, da ogni aperta vena,
la voce de l’immensa genitura
prorompente dal sen de la serena
madre Natura.

 

VI – La Pioggia Benefica

Da la stanza terrena, ove il mio vecchio
fattor governa, giungonmi le inculte
e maschie voci dei lavoratori
del campo, accolti in torno al desco amico;
né turban esse la quïete grave
de la campestre casa, anzi le dĂ nno,
suonando ad ora ad or pacatamente,
una solennitĂ  religĂŻosa.
Fuor la pioggia vien giĂș continua e lenta.
La notte Ăš buja, e senza vento. Un cane
lĂ  giĂș, lontan, con pena lunga abbaja;
ma il suo lamento nel silenzio muore,
e ne dĂ  un senso al cuor mesto e profondo.
Sorgo, e da i vetri del balcon serrato,
su cui la pioggia picchia e agevol goccia,
mi perdo in seno a l’alta notte, assorto.
Un improvviso pĂ lpito di luce
di tratto in tratto apre il ciel tenebroso,
che dietro lui piĂș nero si richiude.
Ma nel verde baglior subitamente
i monti in fondo foschi si disegnano
in lungo ondeggiamento, e sĂș, ne l’alto,
le fluttuanti nuvole piĂș dense.
E in quest’attimo vivo luminoso
tutto l’insazïato occhio sorprende
la pianura vastissima, beata
sotto la pioggia lungamente attesa,
ne l’atto che in sĂ©, paga, la riceve.
E nulla penso. Ascolto. L’abbandono
voluttuoso, immenso, de la terra
anche me vince, ed Ăš un languir soave.
L’anima mia su i piani si diffonde
de le messi a goder tenere ancora
la fresca, intima ebrezza, avidamente,
mentre il vitale umor da le materne
umide zolle assorbono, assetate;
e de i tralci torcentisi per dolce
spasimo al romper novo dei germogli
pe i diritti filari del vigneto;
e degli alberi in fior, da i forti rami
rinverditi testĂ© con l’april mite.
In essi io vivo, e benedico il cielo
e le vaganti nuvole ed il vento,
che su noi le adunĂČ, provvido, ieri.
Ma ad orïente or l’aria, ecco, s’allarga
a un indizio di luce nel cinereo
vel che l’affigge. E piĂș non piove. Stracche
erran le nubi e torpide pe ‘l cielo,
quasi un soffio aspettanti, che le spinga
a far del bene altrove. È bujo ancora.
Nero, sotto la fresca ombra, e indeciso
perĂČ giĂ  il pian si rappresenta al guardo.
Cresce il chiaror de l’alba, e lentamente
cominciano ad imbeversi di lui
le cose: ecco, tra rosei vapori,
lĂ  i monti, quasi monstri in sonno accolti,
qua gli alberi piĂș grandi. Un gallo canta,
ed un altro da lunge gli risponde.
Oggi vedremo il sole. Oh come tutta
molle di pioggia e stanca si riposa
sotto i miei non gravati occhi dal sonno
la Terra madre! Apro le imposte, e voi,
fresche di primavera aure soavi,
in fronte mi baciate. È puro, Ú sacro
quest’odore che emanano le nere
zolle bagnate: Il tuo respiro, o Madre,
egli Ăš, se pur di grazie un rendimento
muto e solenne al cielo or non intendi,
grata, innalzar con esso. Or sĂș, ti desta,
ti desta, o Madre, ed al tuo eterno amante,
al Sol ti volgi, e fervido ei ti baci,
dopo questa d’amor notte feconda,
luccicante di stille il verde manto.

Ecco, un’allegra lodola si leva
trillando in alto per l’umido cielo,
e saluta il bel dĂ­ di primavera.

 

VII

Io ti sento, io ti sento tra queste acute spine,
onde giaccio nel mezzo del cammino

avvinto e strazĂŻato, mentre sanguigno incombe
su la terra d’un secolo il tramonto,

spirar d’anime denso, o de la vita nova
gagliardo vento, su la fronte fosca.

Fremono a l’urto i nervi, sí come tese corde
di cetra antica, ed ansio il petto anela,

perĂČ che al guardo assiduo indagator diradi
le stanti nebbie a l’orizzonte oscuro,

e di non mai veduti aspetti lo ricrei,
ben che lontani e da un vel bigio afflitti.

Stupor novo, qual d’epici sogni meravigliosi,
m’invade i sensi, e sol negli occhi ho vita.

Cadranno al poderoso fiato, cadranno, o vento,
del vecchio mondo l’ultime rovine,

e fin le tracce estreme disperderai per sempre,
e ogni vestigio di nostre miserie.

Sento la varia voce che da lungi mi rechi
confusa in te dei tempi che saranno,

e in lei l’anima assorta vive agognando l’opere
venture, e gli ozĂź del presente occĂșpa.

Parlanmi lieve in torno (veracemente, io credo)
quei che saran di noi gli eredi un giorno,

e son diffuse idee per l’etere vivente
pria ancor che salde sieno persone.

E da le loro voci, distinguibili a pena,
intendo ben come ogni lotta nostra

ed ogni nostro affanno non sian giĂ  stati in vano,
perĂČ che il frutto varrĂ  bene il fiore

di nostra etĂ  caduto assai miseramente
senza d’april sorriso, o d’aura bacio.

CosĂ­ il dissidio interno nel tempestato petto
si tace e tutto lietamente oblio

in un vasto tranquillo non mai provato sogno
da un fresco lume e limpido sorriso,

qual d’autunnale vespro, allor che, bianca iddia
su le terre e su i mar scende la Pace.

 

VIII

Teco sogno passar per la memoria
de le lontane genti, o amica tenera,
quante volte la Terra, da le nebbie
disciolta rinnovellisi;

sogno passar sĂ­ come due fantasimi
di pace apportatori in mezzo agli uomini
d’un mio canto perenne ricordevoli
a la stagione florida;

strette in un puro amplesso l’ombre e l’anime,
io con un braccio a la tua vita, trepido,
e tu co ’l capo dolcemente languido
del tuo fedel su l’ omero.

Incende il vespro ad onor nostro e gloria
pacatamente i piani e freschi effluvi,
quasi sospiri, i novi fior ci mandano
dai variopinti calici.

Il fronte molle di sudor da l’opera
grave gli adusti agricoltori levano
a noi guardare, e con letizia esclamano:
«Ombre di pace, amateci».

È sogno pien di luce e pieno d’aria:
Lieve e limpida forma gli dà l’anima,
nel lontano avvenire inconcepibil
beatamente naufraga.

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