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Nell’ultimo capitolo de Il turno, i personaggi si ritrovano ancora una volta riuniti attorno a un momento decisivo. Pirandello chiude il romanzo richiamando situazioni e contrasti già incontrati, senza rinunciare alla sua ironia amara.
▶ I romanzi di Luigi Pirandello
Riassunto
Il capitolo conclusivo riunisce nuovamente Stellina, Pepè e Marcantonio in una situazione che richiama da vicino alcuni momenti precedenti del romanzo.
Pepè ripensa alla sorella Filomena e al percorso che ha condotto tutti fino a quel momento, mentre guarda Stellina cercando in lei un segno capace di dare un senso nuovo alla propria attesa.
Marcantonio, fedele alla propria natura, continua invece a interpretare gli eventi secondo la logica dei suoi progetti e dei suoi calcoli.
La conclusione riprende così, con estrema concentrazione, i motivi dell’attesa, del caso e dell’impossibilità di governare davvero il corso della vita.
Analisi
Pirandello costruisce l’ultimo capitolo attraverso richiami e simmetrie, facendo risuonare situazioni già vissute dai personaggi senza offrire una soluzione ordinata e consolatoria.
Pepè resta legato al tema fondamentale del “turno”: per gran parte del romanzo ha aspettato che la vita gli consegnasse il momento previsto dagli altri.
Marcantonio continua invece a rappresentare l’illusione di poter ridurre l’esistenza a un calcolo razionale, anche quando gli eventi hanno ripetutamente smentito ogni previsione.
La conclusione acquista così il valore di un ultimo rovesciamento ironico: non sono i progetti degli uomini a stabilire l’ordine delle cose, ma un gioco imprevedibile di circostanze.
Il romanzo si chiude dunque nel segno dell’umorismo pirandelliano, dove dolore e comicità restano inseparabili e ogni certezza può essere capovolta dalla vita.
Leggi e ascolta – Voce di Giuseppe Tizza
▶ Audiolettura completa de Il turno
Verso la mezzanotte, attorno al letto su cui Ciro aveva or ora cessato di rantolare, si ritrovarono Stellina, Pepè e Marcantonio Ravì, come in un’altra veglia, attorno a un altro letto.
Stellina, però, questa volta, piangeva con la faccia nascosta nel fazzoletto; e il suo pianto irritava don Marcantonio, scuro e taciturno, e avviliva Pepè.
Seduto su la greppina, con le braccia attorno al collo dei due figliuoli del Coppa, che gli sedevano accanto silenziosi, con gli occhi velati di lagrime, fissi sul volto esanime del padre, Pepè pensava alla sorella Filomena, morta in quella stessa camera, ora come allora rischiarata da quattro torce funebri a gli angoli del letto; e gli pareva di vederla lì stesa, accanto al marito. Ed ecco i due piccoli orfani, i due piccoli esseri rimasti in quella casa. Pepè se li teneva stretti sul petto e sentiva, nell’esaltazione del dolore, che la povera Filomena, dal mondo di là, glieli affidava. Con lo sguardo dolorosamente fisso su Stellina, aspettava, aspettava, che ella levasse gli occhi dal fazzoletto e lo vedesse così e comprendesse.
A un certo punto don Marcantonio sbuffò:
– Questo, che pareva un leone, eccolo qua: morto! E quel vecchiaccio, sano e pieno di vita! Doman l’altro, sposa Tina Mèndola, la tua cara amica… Don Pepè, dopo tutto…
Non finì la frase.
– Un paio di forbici, figlia mia. Senti come scoppiettano queste torce? Bisogna aver occhio a tutto, nella vita, ed anche a questo…
Roma, 1895
▶ I romanzi di Luigi Pirandello
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