Il turno – Capitolo 27

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Il turno - Capitolo 27

XXVII.

            – Se ti accorgi veramente e sei certa che ti voglio bene, perché debbo farti paura?

            – Ma chi t’ha detto che mi fai paura?

            – I tuoi occhi.

            Stellina abbassava subito gli occhi.

            – No! Guardami… Ecco! Codesti non son gli occhi d’una donna che sia sicura di sé!

            – Può darsi… – si scusava Stellina timidamente. – Ma perché ancora non ho compreso bene il tuo carattere e ho timore non debba farti dispiacere, senza volerlo…

            – O non piuttosto, – replicava Ciro, – o non piuttosto perché, dentro, la coscienza ti fa qualche rimprovero?

            Era un chiodo che gli stava confitto notte e giorno nel cervello.

            Aveva stabilito di non rimetter piede mai più in città, almeno fino a che l’Alcozèr era in vita. Sentiva che non avrebbe potuto sostener la vista di quella mummia, la quale aveva pur veduto nell’intimità notturna la donna che ora gli apparteneva; quella mummia, che poteva richiamare alla memoria le notti, in cui ella gli era stata accanto, e rinsudiciarle col pensiero.

            La pace della campagna non riusciva a ispirargli la calma. Non vedeva, non udiva nulla, tutto assorto nel suo interno rodio. Intanto non avrebbe voluto che su Stellina pesassero l’avvilimento che quella nuova specie di gelosia per un vecchio gli cagionava e il pentimento d’averla sposata; pentimento esasperato dall’amore vivissimo che sentiva per lei.

            Per distrarsi, si era dato ad esercizii violenti. In una fiera equina aveva comperati venti cavalli tunisini, e ora se li ammaestrava nell’aja, come un domatore di circo, frustandoli con la rabbia dei cento diavoli che gli ruggivano in corpo. Poi, tutti e venti, via! se li cacciava davanti a branco, via di galoppo, tartassando i seminati, come un’ira di Dio, via, via tra una nuvola di polvere, fino alla fonte.

            – Alt!

            E lì li abbeverava.

            Al ritorno, gli avveniva talvolta come a quel tale che cercava la bestia, e c’era sopra. E allora imprecazioni e bestemmie, tra i reiterati comandi alle bestie di fermarsi:

            – Alt! alt!

            E le ricontava; e infine scudisciate alla povera bestia che lo reggeva, come se fosse colpa di lei se il conto non era prima tornato.

            Stellina intanto, se aveva qualche argomento di credere che il marito, a suo modo, la amasse, non sapeva poi come dovesse, anche potendo, rispondere all’amore di lui; non trovava la via per entrargli nel cuore e ammansarglielo. Avrebbe voluto riconoscersi contenta, se non del presente stato, d’essere almeno sfuggita a quello odioso di prima; ma glielo impediva da un canto l’angosciosa perplessità, l’incertezza continua di far bene o di far male, in cui l’indole di Ciro la teneva; dall’altro, la paura che egli venisse a scoprire quel che c’era stato con l’Alletto, di cui ogni giorno si sforzava di espungere finanche la memoria. Temeva che se il pensiero di lui, anche momentaneo, le si affacciasse, Ciro potesse leggerglielo davvero negli occhi.

            In tale essere, dopo cinque mesi di cruccio senza parola, la povera Stellina abortì, con grave rischio della vita. E allora il Coppa si vide costretto a far ritorno in città.

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