Il turno – Capitolo 20

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Il turno - Capitolo 20

XX.

            Così Ciro cominciò a frequentar la casa dell’Alcozèr, in cui venivano adesso, di nuovo, i Salvo e i Garofalo. Ma don Diego, dopo la malattia, non era più quello di prima. I tristi umori della vecchiaja, stemperati per tant’anni negli ambigui sorrisi, davano ora quasi un sapor velenoso a ogni sua parola e quasi avevano avvelenato l’anima di Stellina di giorno in giorno più triste.

            L’intervento del Coppa aveva sconcertato il piano di difesa del vecchio. Pepè Alletto e Mauro Salvo eran passati ora in seconda linea di fronte a quell’uomo che s’era introdotto in casa ad assalire apertamente ogni suo diritto su la moglie, e che lo teneva in tanta soggezione e in uno stato insopportabile d’avvilimento e quasi di vergogna di se stesso, non mai finora provata. Veniva poi a mancar del tutto, lo scopo che s’era prefisso in quei tardi anni, e per cui aveva ripreso moglie ancora una volta: godere dell’altrui allegria attorno a sé.

            «L’inferno anticipato?», pensava. «No no, che!»

            Non riusciva però a veder la fine di questa nuova condizione di cose, come liberarsi di questa siepe di spine ch’era venuta a pararsi sul finire del suo lungo cammino fiorito.

            Ciro intanto vigilava, senza mostrarlo, su Stellina; la guardava di tanto in tanto; ed ella in quello sguardo severo e pieno di volontà leggeva l’attesa paziente, non ostante l’uggia e il dispetto che gli dovevano cagionare la presenza e le chiacchiere futili di quei giovani. E insieme con l’attesa vi leggeva la protezione.

            Protetto si sentiva anche Pepè, quantunque in cuor suo perplesso ancora, se dovesse abbandonare del tutto l’appoggio segreto del Ravì, puntello non più valido abbastanza per raffermar l’edificio un po’ scosso delle sue speranze. Ma doveva poi rimettersi interamente alla discrezione del cognato?

            «Ciro, ecco… hm!… basta, stiamo a vedere…»

            Ciro, con quel suo carattere e quei suoi scatti inconsulti, non gl’ispirava veramente molta fiducia. «Se non che», pensava egli, «da che ci s’è messo, ha tenuto fermo. E pare un altro: prudenza, contegno… un po’ rigido, è vero, ma chi se lo sarebbe aspettato? sempre a modo, anche affabile talvolta, specialmente con Fifo Garofalo… E noto che anche ha più cura della persona: colletti alti, abito nuovo… bravo Ciro!»

            Non la pensavan come lui, però, i Salvo e i Garofalo, che pur si ostinavano a frequentare ancora la casa di don Diego. La presenza del Coppa infine disagiava tutti, imponendo una circospezione e una ritenutezza a lungo insostenibile.

            Stellina lo comprendeva, e di giorno in giorno diveniva più smaniosa, così sospesa in una posizione che anche lei sentiva precaria, pur non sapendo ancora come dovesse risolverla. E dalla perplessità sua stessa era tenuta in un continuo orgasmo. Fustigavano poi senza tregua questo orgasmo le prediche e i consigli del padre, gli umori sempre più acerbi del marito, il quale, non avendo il coraggio di liberarsi di tutti quei seccatori, pretendeva che glieli sbarazzasse lei d’attorno, e la opprimeva; la paura infine che un giorno o l’altro non scoppiasse un diverbio o peggio tra il Coppa e Mauro Salvo, che covava, cupo e taciturno, il suo rancore.

            In queste condizioni di spirito, dopo un’altra scena, più disgustosa della prima, col padre e col marito, annunziò una sera al Coppa, ch’ella era pronta a rifugiarsi nel Collegio di Sant’Anna, presso la sorella di lui, anche per sempre, pur di finirla con quella vita d’inferno; e che intanto egli pensasse a liberarla dal marito, se fosse possibile.

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