Trovarsi – Personaggi, Atto primo

Trovarsi – Personaggi, Atto primo

Premessa
Personaggi, Atto primo
Atto secondo
Atto terzo

Dedicata a Marta Abba


    Personaggi

Donata Genzi, attrice
Elj Nielsen
Il conte Gianfranco Mola
Elisa Arcuri
Carlo Giviero,
La marchesa Boveno
Nina, sua nipote
Salò
Volpes
Un dottore
Enrico, cameriere di Elisa
Una cameriera
Un’altra cameriera d’albergo

Tempo presente. Il primo e il secondo atto, in Riviera; il terzo nella camera d’un ricco albergo in una grande città.


    Atto Primo

Trovarsi - Valeria Moriconi, 1992        Atrio della villa Arcuri in Riviera. A sinistra, la scala scoperta, di legno, con guida, che conduce ai piani superiori. Si vede, del primo, il ballatojo su cui danno gli usci delle stanze sovrapposte. Sotto questo ballatojo, nel fondo, in mezzo, l’uscio che immette nella sala da pranzo: uscio a vetri smerigliati. A destra, appartato, un angolo, le cui pareti son formate da scaffalature di libri, intorno alle quali corre una panconata di cuojo. Un tavolino è nel mezzo, con portafiori, portasigarette, portacenere, ecc. Ricchi mobili moderni, da atrio. Sono in iscena, al levarsi della tela, il cameriere Enrico e la cameriera, presso l’entrata per ricevere gl’invitati. Il primo ad arrivare è Carlo Giviero, giovane maturo, vicino alla quarantina, molto elegante, in smoking, viso pal­lido, di quelli che oggi in società si sogliono definire «interessanti», bella ca­pigliatura nera, abbondante, bene acconciata, con la civetteria di qualche filo d’argento, statura alta, smilzo, aria annojata, leggermente ironica. Il Giviero è dottore di medicina; ma, ricco, non esercita la professione, studia e scrive per diletto saggi di psicologia molto letterarii. Appena entrato, si sbarazza del soprabito leggero e del cappello, e domanda, ma come se già lo sapesse, tant’è vero che s’avvia alla scala:

        GIVIERO: Su?

        ENRICO: Su, sissignore.

        GIVIERO (alla cameriera): Meglio?

        LA CAMERIERA: S’è levata; scenderà per la cena.

        GIVIERO: Bene bene. (Dalla scala, salendo:) E l’ospite – la Genzi – è arrivata?

        LA CAMERIERA: Sì, oggi, alle quattro.

        GIVIERO: Col vento… (Picchia a uno degli usci sul ballatojo, apre, entra.)

        ENRICO (alla cameriera, rimasti soli): Chi sia poi, l’ho ancora da capire.

        LA CAMERIERA: La Genzi? Come! Non l’hai mai sentita?

        ENRICO: Io no, mai. Che fa, canta?

        LA CAMERIERA: Ma no, che canta! Recita.

        ENRICO: Ah. Credevo artista di canto.

        Entra la marchesa Boveno con la nipote Nina. Quella, enorme, pesante, ma vera signora: questa, una tombolino, vivace e arguta, con due occhi che fo­rano e il nasino ritto che fiuta e frugola da per tutto. Nina è afflitta e stizzita per la sua statura da bamboccetta, più proclive ad allargarsi in formosità da donna che ad allungarsi in flessuosità da fanciulla. La trattano da bambina, un po’ buffa, e questo la tiene in continua irritazione. Nina vorrebbe essere una signorina «sportiva». La nonna, anch’essa un po’ buffa nella sua sa­piente antichità, sebbene spregiudicata, la comanda a bacchetta. Tutt’e due entrano con gli scialli, la nonna col cappello, Nina in capelli. La nonna ha l’affanno.

        LA MARCHESA BOVENO: Buona sera. (A Nina:) Dai dai, Nina, sbarazzati. (Alla cameriera): Ho voluto portarli. Tira un ventaccio!

        NINA: Potevi, il tuo soltanto.

        LA MARCHESA BOVENO: Anche tu, all’uscita, ti rimetterai il tuo; senza «no no»; sì sì; e finiscila, perché comando io! (Ai camerieri:) Non c’è più estate; più sta­gioni! Anche il tempo è diventato impertinente. (Botta a Nina.)

        NINA: Devo sentir freddo per forza…

        LA MARCHESA BOVENO: Devi, sicuro, se lo fa! Ragazzine moderne, tutte caldo. Lo sport! (Impudiche!) (Ai camerieri:) Ma come? Non c’è ancora nessuno?

        LA CAMERIERA: Sì, signora marchesa: su.

        LA MARCHESA BOVENO: Oh Dio mio, salire? Io, le scale…

        LA CAMERIERA: Ma no, se vuole, può trattenersi anche qua.

        ENRICO: Scenderanno tra poco per la cena.

        LA MARCHESA BOVENO: Ah, bene.

        NINA: È arrivata la Genzi?

        LA CAMERIERA: Sì, signorina.

        NINA: Oh guarda. Credevo di no.

        LA CAMERIERA: Con la corsa delle quattro.

        LA MARCHESA BOVENO (a Nina, deridendola): «Credevo di no»! Perché credevi di no?

        NINA: Non so… Così… Allora vado su!

        LA MARCHESA BOVENO: Aspetta! Dove su, se non la conosci?

        NINA: Ma no, su dalla signora Elisa dico.

        LA MARCHESA BOVENO: Ah, bene. Di’ all’Elisa… (Alla cameriera:) Non sarà mica ancora a letto?

        LA CAMERIERA: No, signora marchesa: s’è levata dopo mezzogiorno.

        ENRICO: È anche andata alla stazione…

        LA MARCHESA BOVENO: A ricevere l’amica, ho capito. (A Nina:) Bene, va’ su… (Alla cameriera:) Chi c’è?

        LA CAMERIERA: Il conte Mola. –

        ENRICO: – ed è salito adesso il signor Giviero.

        LA MARCHESA BOVENO: Se c’è Mola, sono tranquilla. Be’, di’ all’Elisa che aspetto qua per non fare le scale. (Nina comincia a salire, e la Marchesa va a sedere, dicendo:) Una volta o l’altra, di questo passo, divento tartaruga. Si apre sul ballatojo l’uscio per cui poc’anzi è entrato Giviero, e il conte Mola comincia a discendere, fermando Nina che sale. Il conte Mola è sulla cinquantina, bruno, robusto, capelli d’argento, piccoli ma folti baffi ancora neri, forse un po’ con l’ajuto di qualche mistura, elegantissimo; dotato di una fine assennata bonomia.

        IL CONTE MOLA: No, no, giù Nina, giù. S’aspetta tutti giù. (Ai camerieri:) Con­trordine. Non sale più nessuno.

        Dirà questo ancora dalla scala, sporgendosi dalla ringhiera. I camerieri, da giù, s’inchineranno e si ritireranno per l’uscio in fondo, ov’è la sala da pranzo.

        NINA (ancora col Conte sulla scala, ma cominciando a ridiscendere): Ma è sa­lito Giviero…

        LA MARCHESA BOVENO (da giù, udendola): (Stupida!)

        IL CONTE MOLA: Vedi intanto che io discendo…

        NINA: Perché Giviero è salito?

        LA MARCHESA BOVENO: (Stùùùpida!)

        IL CONTE MOLA (già disceso con Nina): Queste ragazze sono terribili, cara mar­chesa!

        LA MARCHESA BOVENO (a Nina): Domando come fai a pensare che il conte sia disceso perché è salito Giviero?

        NINA (con aria ingenua): Ma no, io non l’ho pensato, nonna. Giviero è salito; il conte è disceso, dicendo che non deve più salire nessuno…

        LA MARCHESA BOVENO: E allora?

        NINA: Niente, nonna. Giviero è salito; il conte è disceso.

        LA MARCHESA BOVENO: E lo ripete!

        NINA: Non è così?

        IL CONTE MOLA: Sarà così; ma non c’è proprio bisogno che tu lo dica, ragazza mia!Pausa. Il Conte va a prendere da un tavolino una sigaretta e l’accende.

        NINA (rimasta assorta, coi tondi occhi invagati e nasino all’erta): Deve avere una gran paura la signora Elisa dell’incontro di questa sera di Giviero con la Genzi.

        IL CONTE MOLA: Oh là là!

        LA MARCHESA BOVENO: Quest’altra! Sei matta?

        NINA: Alla spiaggia hanno detto che Giviero aveva prima la sua gargonnière tutta parata dei ritratti della Genzi…

        IL CONTE MOLA: Ma non s’è mai sentito dire che ne sia stato…

        NINA: – l’amante: lo dica!

        LA MARCHESA BOVENO: Ma Nina!

        NINA: Oh Dio, nonna, si sa!

        IL CONTE MOLA: Io avrei detto l’amico… Ma non si sa nient’affatto: né di lui, né d’altri, del resto.

        LA MARCHESA BOVENO: Uh, poi! non esageriamo: un’attrice… amanti…

        IL CONTE MOLA: Ne avrà avuti; ma il fatto è che non s’è mai potuto attribuir­gliene uno con precisione.

        LA MARCHESA BOVENO: Saprà fare, Mola, saprà fare; non chiudiamo gli occhi! La virtù, oggi, come va vestita…

        IL CONTE MOLA (cavalleresco): Non è propriamente un abito, marchesa!

        LA MARCHESA BOVENO: Ma non dovete neppure lasciarla nuda, caro, se volete che si difenda! (Occhiata alla Nina, che rimane impassibile come un fantoc­cio.) Basta. Cambiamo discorso.

        NINA (dopo una pausa, sempre come un fantoccio): La mia paura è invece un’altra: dell’incontro di Elj con la Genzi.

        LA MARCHESA BOVENO: Elj? o dov’è Elj?

        IL CONTE MOLA: Toh, guarda! Pensavo proprio a lui…

        NINA (strana, come assente): Lo so.

        IL CONTE MOLA: Come fai a saperlo?

        NINA (c.s.): Perché non è qua; e lei vuole che venga.

        IL CONTE MOLA: Appunto! Ma si figuri, marchesa, che s’è messo in testa d’an­dar di sera, e con questo mare, sulla sua lancia a vela!

        LA MARCHESA BOVENO: Pazzia! Tira un vento…

        IL CONTE MOLA: E ha visto che mare?

        NINA: Ma lo lasci andare! Meglio cento volte per lui che vada sul mare, anzi­ché venire qua!

        LA MARCHESA BOVENO: Questa è matta! Farnetica! Che ti scappa di bocca, sta­sera? Guardate, Signore Iddio, come parla!

        NINA (c.s. assorta): Perché vedo!

        LA MARCHESA BOVENO: Che vedi? La finisci? Ma guardate che occhi! Oh, ti scuoto io, sai! (E la scuote.)

        NINA: Inutile: vedo, vedo…

        IL CONTE MOLA: Che Elj corre pericolo?

        NINA: Sì.

        IL CONTE MOLA: Se va sul mare!

        NINA: No, se viene qua.

        IL CONTE MOLA (scrollandosi): Ma fa’ il piacere! (Facendosi alla porta in fondo e chiamando:) Ehi, Enrico!

        NINA: Oh Dio, lo fa venire, nonna, lo fa venire!

        IL CONTE MOLA: Sicuro che lo faccio venire!

        LA MARCHESA BOVENO: O che importa a te, se lo fa venire?

        IL CONTE MOLA: Ma l’aveva giurato, che sarebbe venuto. E ho il permesso d’E­lisa di mandarlo a chiamare. (A Enrico, che s’è presentato sulla soglia:) Fa­temi il favore, Enrico…

        NINA: No, no…

        LA MARCHESA BOVENO: Oh insomma, la smetti, Nina?

        IL CONTE MOLA (seguitando, ad Enrico): Sì, mio nipote. Credo sia ancora a casa. O sarà andato al Bar del Sole. Insomma, cercatelo e ditegli a mio nome che non tardi ancora a venire, anche così come si trova, non importa… e che avete l’ordine di non ritornare senza di lui.Enrico annuisce, s’inchina ed esce.

        NINA: Dio volesse che s’adirasse per un ordine così ridicolo!

        IL CONTE MOLA: S’adirerà senza dubbio; ma verrà, per non darmi un dispiacere. Credi che s’adirerà di più sapendo la ragione per cui tu vorresti che non ve­nisse.

        NINA: Lei non sarà così ingeneroso da dirglielo!

        IL CONTE MOLA: Glielo dirò! Glielo dirò!

        NINA: Se lei glielo dice, io –

        LA MARCHESA BOVENO (subito, minacciosa, come a parare che dica): Tu?

        NINA (è per piangere): Niente. Lo farò pentire. (E scappa, convulsa, nel giar­dino.)

        LA MARCHESA BOVENO : Ohi, dico…

        IL CONTE MOLA: Lasciate, marchesa! Bisogna rispettare le grandi infelicità dei bambini. Ne sono commosso.

        LA MARCHESA BOVENO: È incredibile! Non l’ho mai veduta così! Entrano Volpes e Salò. Il primo, sui cinquant’anni, piccolino e baffuto, coi capelli grigi-ferruginei, a spazzola, che pare abbiano avuto un colpo di vento di traverso; bruno, sporco, si stira spesso con due dita il labbro inferiore grosso e pendente; l’altro, d’uguale statura e fors’anche più piccolo, ha in­vece, sotto i capelli grigi, alti ed estrosi, un’aria arguta e chiara, giovanile; naso erto, aquilino, che dà l’impressione di non esser messo bene a posto, per cui tiene la testa piegata indietro e il mento infuori, quasi a sorreggerlo senza farlo cadere.

        VOLPES (salutando): Buona sera, marchesa. Caro Gianfranco.

        SALÒ (salutando la sola Marchesa): Marchesa…

        LA MARCHESA BOVENO: Ah, giusto voi due! Fa piacere vedervi insieme. Polo Sud – Polo Nord.

        VOLPES: Siamo stati sempre in ottimi rapporti…

        LA MARCHESA BOVENO: …personali, lo credo bene. Ma quando scrivete…

        VOLPES: Naturale, marchesa. Io, Sud, trapassato; lui, Nord, ultragiovine! (Al conte Mola, indicando Salò:) Ma tu non conosci?…

        IL CONTE MOLA: Non ho l’onore…

        VOLPES (presentando): Il conte Gianfranco Mola. Salò. (/ due si stringono la mano.)

        IL CONTE MOLA: L’arte, come eterna, non dovrebbe avere età.

        SALÒ: Ma il guajo è che poi, come donna, ama la moda. (Alla Marchesa:) E la Genzi?

        VOLPES: Ah, già, la Donata?

        LA MARCHESA BOVENO: Ancora non è discesa. (A Volpes:) Lei che la chiama «la Donata»…

        VOLPES: Oh, così per uso… tutti…

        LA MARCHESA BOVENO: Ma dica, come donna… che tipo è?

        IL CONTE MOLA: Una buona figliuola, dicono.

        LA MARCHESA BOVENO: Voi tacete!

        VOLPES: Sì… forse…

        LA MARCHESA BOVENO (a Mola): Ah, ecco vedete che dice «forse»?

        VOLPES: L’ho avvicinata poco, veramente… È venuta su, da poco… Da quando io sto giù… Ma non è per questo. Ha fama di…

        LA MARCHESA BOVENO: …leggera?

        VOLPES (subito): No no! Piuttosto…

        LA MARCHESA BOVENO: …capricciosa?

        VOLPES: Ma non nel senso di fatua, no! Scontenta. Inquieta. Ecco, insomma… una donna difficile, direi… non… non certo «amabile».

        LA MARCHESA BOVENO: Ho capito. Superba, scontrosa.

        VOLPES: No no: scontrosa, forse; ma non superba; non per carattere, almeno. È l’animo in lei… – come potrei dire –

        SALÒ: Permetti? La marchesa vuol sapere che tipo è «come donna». L’errore è qui, mi scusi, marchesa.

        LA MARCHESA BOVENO: O perché?

        SALÒ: Perché un’attrice non è più definibile «come donna».

        LA MARCHESA BOVENO: Volete dire che recita anche nella vita?

        IL CONTE MOLA: Senza volerlo, per deformazione professionale…

        SALÒ: Ma no, nient’affatto! Non ho voluto dir questo. Sarebbe allora definibi­lissima: «una donna che recita anche fuori della scena». Genere esecrabile. Io dico l’attrice, una vera attrice, com’è la Genzi, cioè che «viva» sulla scena, e non che «reciti» nella vita.

        LA MARCHESA BOVENO: Be’, sarà pure in qualche modo, nella vita; e si potrà dir come! Tranne che per voi una «vera» attrice non sia più una donna!

        SALÒ: Una no; ecco: tante donne! E per sé, forse, nessuna. Scende dalla scala col Giviero la signora Elisa Arcuri, sui trentanni, magra, capelli biondi innaturali, naso accentuato, occhi di turchese, aria di donna molto vissuta. Sente, scendendo, le ultime parole della Marchesa, e quelle di Salò, e dice, salutando:

        ELISA: Oh povera la mia marchesa, alle prese con questo cattivone di Salò! Caro Volpes! E Nina?

        IL CONTE MOLA: In giardino.

        ELISA: La mia Donata? Non dia ascolto a Salò, marchesa. E la più cara e sem­plice creatura di questo mondo.

        LA MARCHESA BOVENO: Ma mi vuoi dire – scusa – come tu l’hai conosciuta?

        ELISA: Come? Eh, da piccola; compagne di scuola!

        LA MARCHESA BOVENO: Ah, ma allora… Credevo da poco tempo…

        ELISA: Amica, sì, da poco tempo. Posso dire, ritrovata. N’avevo perduto quasi ogni memoria. Quando cominciò a essere per tutti «la Genzi», mi ricordai d’un tratto che avevo avuto da piccola per compagna di scuola una di questo nome, Genzi, e che si chiamava proprio Donata: una ragazzina timida, gracile, sempre appartata… Tanto che non mi parve in prima ammissibile che potesse esser lei. Le scrissi. Era lei! M’invitò ad andarla a trovare una sera nel suo camerino a teatro. Si ricordava di me anche lei, non solo, ma mi fece sovve­nire di tante cose ch’io avevo dimenticate e lei no – piccole cose d’infanzia… cose da nulla, ingenue… Per dirvi com’è!

        LA MARCHESA BOVENO: E ti s’è affezionata?

        ELISA: Subito! Ma sempre in giro, capirà… ci scriviamo! Ora l’ho invitata a passare qua da me qualche settimana, con la promessa che non l’avrebbe vista nessuno, perché ha veramente bisogno di riposo.

        GIVIERO: Nostalgia…

        ELISA (urtata): Che c’entra «nostalgia»? Di che?

        GIVIERO: Dico, questa sua amicizia per voi… Nostalgia della sua anima bam­bina… della freschezza dell’infanzia lontana…

        SALÒ: Possibile, sì… Il piacere di ritrovarsi, con voi, in un ricordo lontano di se stessa.

        ELISA: Ma quando? ma dove? Non pensiamo più, né io né lei, alle bambinate nostre d’allora…

        NINA (che sarà rientrata dal giardino, senza farsene accorgere): Io non la posso credere sincera. Sorpresa di tutti.

        SALÒ: Oh Nina! E di dove scappi fuori?

        LA MARCHESA BOVENO: Ha sentenziato! Sentenzia, lei. Tutta questa sera non ha fatto altro che sentenziare.

        SALÒ: Ma tu hai gli occhi rossi!

        NINA: Sfido! Ho pianto.

        ELISA: Oh povera Nina! E chi t’ha fatto piangere?

        NINA: Il conte.

        ELISA: Oh cattivo!

        LA MARCHESA BOVENO: Non è vero! Io, se mai, e giustamente.

        IL CONTE MOLA: No, scusate, marchesa: se mai, la Genzi; di cui dice d’avere una gran paura.

        LA MARCHESA BOVENO: Ah, già!

        ELISA: Tu, paura, Nina?

        NINA: Io, no. Non ho paura di nessuno, io.

        IL CONTE MOLA: Ha paura per Elj… – che intanto mi tiene veramente in pensiero

        SALÒ: Dov’è?

        IL CONTE MOLA: Non lo so! Dovrebbe essere qua. Mi promise che sarebbe ve­nuto…

        ELISA: Ha mandato a chiamarlo?

        IL CONTE MOLA: Ma sì, da un pezzo… Non vedo ancora nessuno…

        SALÒ: Be’, verrà…

        NINA: Speriamo di no!

        ELISA: Ma che paura hai, tu, Nina, per Elj della mia povera Donata?

        NINA (impronta, rivolgendosi a Giviero): Ecco, lo dica lei, Giviero, che paura ho.

        GIVIERO (restando, con tutti gli altri): Io? Oh bella! E come posso saperlo? per­ché lo domandi a me?

        NINA: Perché tutti, questa mattina alla spiaggia, hanno detto che nessuno la co­nosce meglio di lei.

        GIVIERO (prendendola in ridere): Ah, in effigie, ho capito: la storia dei ritratti! Qualche stupido che ha veduto e ha voluto malignare. Fortuna che li ho an­cora tutti e potrei mostrarli ! Nessuno che abbia una dedica o una firma; ri­tratti in vendita…

        NINA: Ma tanti, Dio mio!

        GIVIERO: Tanti – appunto – tanti – non uno solo – e tutti diversi l’uno dall’altro. Mi son serviti per uno dei miei studii sulla mimica dei sentimenti…

        VOLPES: Oh guarda, non lo sapevo… Pubblicato?

        GIVIERO: No, lasciato lì…

        ELISA: E Donata lo sa?

        GIVIERO: Ma no, come volete che lo sappia? Mai avvicinata, mai parlato con lei.

        NINA: Ma che fa, non scende?

        ELISA: M’aveva promesso che sarebbe scesa; ma non so… È arrivata molto stanca, e anche… m’è parso… turbata. Non deve star bene.

        LA MARCHESA BOVENO: Soffre di qualche male?

        SALÒ: Ah sì, d’un gran male, per la sua età: insidiosissimo e irrimediabile.

        GIVIERO (ironico): L’amore?

        SALÒ: No. Perfettamente il contrario.

        LA MARCHESA BOVENO: Come sarebbe?

        SALÒ: È semplice, marchesa. Mancanza d’intimità.

        NINA: Ecco lui, adesso!

        SALÒ: Che, io?

        NINA: Eh, nonna dice che sentenzio io! Sentenzii tu, adesso, mi pare.

        SALÒ: Rispondo a tua nonna che ha domandato di che male.

        IL CONTE MOLA: Vive sola?

        VOLPES: Ch’io sappia…

        ELISA: Sì, sola, sola.

        LA MARCHESA BOVENO: Non ha parenti?

        VOLPES: Ah sì, la madre che vive, credo, con un fratello.

        SALÒ: Ne parla qualche volta, ma nessuno li ha mai veduti.

        VOLPES: Dicono che il fratello…

        ELISA: Ma sì, ma sì! Per carità, non ne parlate davanti a lei!

        VOLPES^ Oh, io non so neppure se sia vero! Me l’hanno raccontato.

        ELISA: È vero, è vero; e non potete immaginare quant’ella ne abbia sofferto.

        IL CONTE MOLA: Perché, il fratello… che cosa?

        VOLPES: Mah! pare che sia stato il primo ad ammettere…

        LA MARCHESA BOVENO (seguitando la frase): …che quando una si mette a far l’attrice… ma sì, via, si sa!

        ELISA (risentita; poi, per cortesia, attenuando): Che si sa? Non si sa nulla in­vece, creda, marchesa; proprio nulla!

        IL CONTE MOLA: Ve lo dicevo, io…

        ELISA (a Volpes, seguitando): E lei, poiché ha parlato del fratello, dovrebbe anche raccontare il seguito di codesta storia.

        VOLPES: Ma io non la so!

        ELISA: Lo so io! E non me la piglio neanche tanto col fratello, che infine, sciocco, sapendo com’è facile malignare, parlandosi d’attrici… – per metter le mani avanti a difesa del suo stupido amor proprio maschile, ammise… sì, che le attrici… «ma sì, perché no? anche mia sorella!» – tutto questo, così, leg­germente, in un crocchio d’amici, ridendo e scrollando le spalle! Come Do­nata venne a saperlo, ne fu… oh! ferita nel più profondo dell’anima. Non volle più vederlo. E non ha più riveduto d’allora in poi neanche la madre.

        LA MARCHESA BOVENO: Ammiro, ma… è un’assoluta anormalità, ne converrete!

        IL CONTE MOLA: Già, e poi… la madre… dico…

        ELISA: La madre, messa al bivio, preferì di seguitare a vivere col figlio.

        SALÒ: Ecco, «normalmente», marchesa! In una casa costituita «normalmente», forse dicendole: «Ti sarei d’impaccio, carina mia»… «Tu hai certo bisogno di tutta la tua libertà…» Cose vere, badiamo, verissime. Non c’è da darle torto. C’è soltanto da negare che la «normalità» delle galline possa intendere il volo disperato d’una gru.

        LA MARCHESA BOVENO: Grazie, Salò, per le galline.

        SALÒ: Ma no, marchesa, Dio me ne guardi, non dicevo per lei! La gallina è la morale comune, borghese, con tutti i suoi preconcetti e pregiudizii. Si giudica dalla professione: un’attrice!

        LA MARCHESA BOVENO: Ma no, caro, si giudica naturalmente anche da ciò che si vede e che tutti sanno…

        SALÒ: Bravo! Appunto! E quando non si sa nulla? Si seguita a credere lo stesso, perché, comunemente, un’attrice… Ecco il preconcetto, il pregiudizio!

        LA MARCHESA BOVENO: Sarà il caso d’una rara eccezione…

        SALÒ: Ma una vera attrice, creda marchesa, è sempre una rara eccezione. – Quando diventa donna come tutte le altre e si fa una vita per sé e se la vuol godere, nella misura che se ne lascia prendere finisce d’essere attrice.

        LA MARCHESA BOVENO: Come se ci fosse un’incompatibilità!

        SALÒ: C’è! E si chiama «abnegazione», nel senso più proprio della parola: «negare se stessa, la propria vita, la propria persona, per darsi tutta e darla tutta ai personaggi che rappresenta». Invece comunemente si crede che per l’attrice l’arte sia soltanto una scusa al malcostume.

        VOLPES: Permetti? Vorrei domandarti come fa una attrice a dar vita ai suoi per­sonaggi, se non ne ha nessuna per sé, né sa che cosa sia: amare, per esempio, se non ha mai amato?

        SALÒ: Ah già! Tu sei quello dell’esperienza, me ne scordavo! Che, per sapere, bisogna prima provare. Io so invece che ho provato sempre soltanto ciò che m’ero prima immaginato.

        LA MARCHESA BOVENO: Oh bella! Non ha mai dunque provato una disillusione, lei?

        VOLPES: Ecco appunto l’esperienza!

        SALÒ: La disillusione? Ah, grazie! Per te sono queste le esperienze?

        VOLPES: I fatti – certo – non l’immaginazione!

        SALÒ: Ma, caro mio, quando m’è arrivato qualcosa che non m’aspettavo – da una persona – da una sensazione – io non ho fatto nessuna esperienza; al con­trario!

        LA MARCHESA BOVENO: E che ha fatto?

        SALÒ: Non ho compreso più nulla.

        Tutti scoppiano a ridere, come per una battuta spiritosa; invece Salò ha ri­sposto sul serio; tant’è vero che rincalza:

        Sì, marchesa; appunto perché il fatto non ha risposto all’idea che me n’ero formata. Non ho compreso più nulla. (A Volpes:) Te ne farai, al più, un’altra idea, che non sarà più quella; finché non t’avvenga il caso favorevole che ti farà esclamare: «Ah, ecco, è così, questo è l’amore», perché l’amore l’avrai riconosciuto, questa volta, nell’idea che te n’eri già formata. Ed ecco allora la vera esperienza per te; mentre l’altro resterà il caso contrario, la prova fallita, il disinganno. Ma credi sul serio, scusa, che per amare ci sia bisogno di sa­pere come si ama?

        LA MARCHESA BOVENO: Dio mio, saperlo non sarà come non saperlo!

        VOLPES: E tutte le donne lo vogliono sapere, e come!

        SALÒ: D’accordo! Chi ti dice di no? Ma quando una attrice l’avrà saputo? Siamo sempre lì: o una disillusione o proprio quello che s’era immaginato. Non c’è bisogno ch’ella «sappia» l’amore per sé; basta che intuisca come lo sente il personaggio da rappresentare. Per lei, se lo sente, non lo vedrà mai. Il sentimento è cieco. Chi ama, chiude gli occhi.

        NINA: Ah, eccola che scende.

        Sì fa silenzio. Donata Genzi appare sulla scala, in abito da sera, e comincia a discendere. È pallida, turbata in volto, con una piega dolorosa nella strana bocca tragica. Negli occhi grandi, dalle ciglia molto lunghe, ha un che di fosco e di smarrito. Tutti si voltano a guardarla, alzandosi. Elisa si muove per accoglierla e far le presentazioni.

        ELISA: Permetti, cara, che ti presenti la marchesa Boveno – Il conte Mola – (Salò, Volpes, li conosci).

        SALÒ: Cara Donata…

        VOLPES: Lietissimo, signorina, d’averla tra noi…

        ELISA: Carlo Giviero, tuo «studioso» ammiratore…

        LA MARCHESA BOVENO: Ah già, brava, «studioso»; perché pare abbia fatto uno studio sulle sue immagini, sa?

        DONATA: Ah sì? Non ne ho una sola che mi contenti…

        NINA: Le ha tutte!

        GIVIERO: Non tutte! Quasi tutte. Le più espressive. Pausa di sopravvenuto imbarazzo.

        ELISA (finendo, in quest’imbarazzo, le presentazioni): …È Nina, nipote della marchesa.

        SALÒ (tanto per rompere il silenzio): La terribile Nina!

        NINA (scattando, tutt’accesa in volto): Senti, Salò, non cominciare, o me ne vado!

        LA MARCHESA BOVENO (riprendendola, aspramente): Nina!

        NINA: Ma no, scusa, nonna, non voglio essere la pietra d’affilare, se non sapete più parlare davanti a lei, come avete fatto finora.

        ELISA (con tono di lieve rimprovero): Ma che cos’è?

        SALÒ: Non sappiamo più parlare? Chi te l’ha detto? Possiamo invece seguitare benissimo…

        ELISA (a Donata): Si parlava naturalmente di te…

        VOLPES: O piuttosto, dell’attrice in generale…

        IL CONTE MOLA: E non si diceva altro che bene…

        NINA: Di lei, sì! non dell’attrice in generale.

        SALÒ: Non è vero! Di quelle, se mai, che non sono da considerare vere attrici, sostenevo io. Ma del resto, tu che hai il tupé di sbattere in faccia a tutti la ve­rità, perché non confessi d’aver sentenziato che per te la Donata non può es­sere sincera?

        LA MARCHESA BOVENO: Bravo, Salò!

        DONATA (a Nina, divertendoceli): Non si confonda! È bello! Risponda, subito! su!

        NINA: Non mi confondo! Non mi confondo! È per la nonna… (La guarda, come trasecolata.) Tu approvi…? tal che dicevi?…

        LA MARCHESA BOVENO: Che dicevo? Sono pronta a ripetere tutto quello che ho detto… (A Donata:) La conosco come attrice, non come donna; e volevo sa­pere…

        DONATA (con semplicità sorridente): Se sono sincera?

        NINA (subito): No no! questo lo negavo io; e sa perché? perché le ho visto so­stenere le parti più opposte, e tutte con lo stesso calore di verità. E allora ho pensato che lei…

        DONATA: …non possa essere ugualmente vera nelle parti più opposte? Perché no? Io non c’entro… Sono ogni volta come mi vuole la parte, con la massima sincerità.

        GIVIERO: Salò sosteneva una cosa molto interessante: che un’attrice non ha bi­sogno di conoscere per propria esperienza la vita; basta che sappia intuire quella del personaggio che deve rappresentare.

        DONATA: Mi par giusto.

        NINA: Veramente Salò diceva «l’amore», non la vita!

        GIVIERO: È lo stesso!

        DONATA: «Chi ama, chiude gli occhi», ho inteso. Molto grave, per me, se è così; perché io, gli occhi…

        SALÒ: Non li chiuderete mai? È naturale! Siete attrice per questo.

        DONATA: Ma no, io dico nella vita…

        SALÒ: Sì, cara. Perché avete questo in più di tutti noi: che potete vivere davanti a uno specchio!

        DONATA: Come, davanti a uno specchio?

        SALÒ: Ma sì, guardate: se a uno di noi per caso avviene di sorprendersi di sfuggita in uno specchio nell’atto di piangere per il dolore più cocente, o di ridere per la gioja più spensierata; subito il pianto o il riso ci son troncati dal­l’immagine che n’abbiamo, riflessa in quello specchio.

        GIVIERO: Verissimo! Ne può far la prova ognuno. Basta vedersi: non si può più né piangere né ridere. L’immagine arresta.

        SALÒ (a Donata): Ebbene, voi avete al contrario questo dono: di poter vivere sulla scena, sapendovi guardata da tutti, cioè con tanti specchi davanti, quanti sono gli occhi degli spettatori.

        DONATA: Ma io non vedo gli spettatori, né penso mai che ci sono, recitando.

        SALÒ: Ecco: potete vivere davanti a loro, come se non ci fossero! E credete pure che gli occhi li chiudete anche voi, istintivamente, nelle scene d’amore, quando v’abbandonate.

        DONATA: Ah sì? Io non lo so…

        SALÒ: Senza saperlo, senza volerlo, li chiudete.

        GIVIERO: Ho io una sua immagine così…

        DONATA: Con gli occhi chiusi?

        GIVIERO: Sì, presa in gruppo, in un finale d’atto.

        SALÒ: E se poi un giorno, nella vita, come vi auguro, vi avverrà di chiuderli davvero, per conto vostro, mia cara amica, ebbene voi vi copierete. Ecco tutto! (A Volpes:) Tant’è vero che non c’entra l’esperienza!

        LA MARCHESA BOVENO: Però, scusate, è pure una bella condanna, io dico, amare in pubblico, alla vista di tutti, senza poi saperne nulla per sé!

        DONATA (sorridendo, mentre gli altri ridono): Ma è pur l’unica possibilità di vivere tante vite…

        LA MARCHESA BOVENO: Ah, sulla scena, grazie! In finzione!

        DONATA: Perché finzione? No. È tutta vita in noi. Vita che si rivela a noi stessi. Vita che ha trovato la sua espressione. Non si finge più, quando ci siamo appropriata questa espressione fino a farla diventare febbre dei nostri polsi… la­grima dei nostri occhi, o riso della nostra bocca… Paragoni queste tante vite che può avere un’attrice con quella che ciascuno vive giornalmente: un’insul­saggine, spesso, che ci opprime… Non ci si bada, ma tutti disperdiamo ogni giorno… o soffochiamo in noi il rigoglio di chi sa quanti germi di vita… pos­sibilità che sono in noi… obbligati come siamo a continue rinunzie, a menzo­gne, a ipocrisie… Evadere! Trasfigurarsi! diventare altri!

        LA MARCHESA BOVENO: E non essere mai niente per noi stessi, Dio mio, in una «nostra» segreta vita?

        GIVIERO: Certo, un’attrice non può più avere segreti per nessuno.

        DONATA (facendosi più fosca): Perché non può?

        GIVIERO: Eh, scusi, se lei stessa dice che sulla scena si rivela tutta in tutte le possibilità d’essere che sono in lei, che segreti vuole più avere? Noi la cono­sciamo, non solo com’è, ma anche come potrebbe essere!

        DONATA: No! Solo come potrei essere, se mai! Perché, sulla scena, non sono mai io. Come io sono veramente, scusi, vuol saperlo lei, se non lo so io stessa?

        GIVIERO: Ma sì, certo!

        NINA: Ha le fotografie!

        GIVIERO: No: ho gli occhi! (A Donata:) Lei non può vedersi; mentre noi spetta­tori la abbiamo veduta.

        DONATA: Non me! Come amerei io, per esempio, la prego di credere! Lei vede come ama questo o quel personaggio ch’io rappresento!

        GIVIERO: Se lei gli dà il suo corpo, scusi! le sue labbra per baciare… le sue braccia per abbracciare… la sua voce per dire le parole d’amore… noi sap­piamo come lei respinge o s’abbandona… le parole nel vario tono con cui le dice… le espressioni dei suoi occhi, della sua bocca… il suo riso… il modo – per esempio, ho notato – come carezza i capelli o li scompone sul capo del­l’uomo che le piace…

        DONATA: Io le dico che vivo in quei momenti la vita del mio personaggio! Non sono io!

        GIVIERO: Ma lei non può essere diversa, mi scusi se insisto, perché nel perso­naggio è lei stessa! Una attrice è di tutti. Tanto vero – lei deve sentirlo – che s’innamorano di lei, gli spettatori; non del personaggio!

        SALÒ: E il più grave è questo, amica mia: che quando creerete a voi stessa il vostro dramma, non vi vedrete più!

        DONATA: Io vedrò sempre! E forse è proprio questo il mio dramma.

        GIVIERO: Di non poter chiudere gli occhi?

        DONATA: Forse, davanti a un pericolo… chi sa!

        VOLPES: Ecco, buttarsi! buttarsi là, e addio!

        DONATA: Buttarsi… Ma è questo: l’orrore di… Finché si resta così… sospesi… da potersi volgere con la mente… qua, là… a ogni richiamo in noi d’una sen­sazione, d’una impressione… a tante immagini che un desiderio momentaneo può accendere… o un ricordo rievocare… con quest’alitare in noi… sì, di ri­cordi indistinti… non d’atti, forse nemmeno di aspetti… ma, appunto, di desiderii quasi prima svaniti che sorti… cose a cui si pensa senza volerlo, quasi di nascosto da noi stessi… sogni… pena di non essere… come dei fiori che non han potuto sbocciare… – ecco, finché si resta così, certo non si ha nulla; ma si ha almeno questa pienezza di libertà… di vagare con lo spirito… di potersi immaginare in tanti modi… Ora, compiere un atto, già non è mai tutto lo spi­rito che lo compie… tutta la vita che è in noi… ma ciò che siamo solo in quel momento… – eppure ecco che quell’atto d’un momento – compiuto – c’im­prigiona, ci ferma lì… con obblighi, responsabilità, in quel dato modo e non più altrimenti… E di tanti germi che potevano creare una selva, un germe solo cade lì, l’albero sorge lì, non potrà più muoversi di lì… tutto lì, per sempre… Quest’orrore, ecco, io lo sto vivendo con gli occhi bene aperti, ogni notte, e proprio davanti a uno specchio, appena – finita la rappresentazione – vado a chiudermi nel mio camerino per struccarmi.

        SALÒ: Dev’essere effettivamente per voi il momento più triste: tornare voi…

        DONATA: …E non trovarmi!

        LA MARCHESA BOVENO: Ma come non trovarsi, mi scusi? perché? Davanti a quello specchio si troverà, Dio mio, ancora così giovine… bella… Verranno a trovarla amici…

        DONATA: Sì, qualcuno, qua e là… M’accompagnano all’albergo… a qualche caffè, a far quattro chiacchiere… Ma ne ho così poca voglia… e sono spesso così stanca… Per fortuna, ho tante cure e così poco tempo da badare a me… Ma quel momento (si volge a Elisa) ah sai, cara… è veramente orribile… Il teatro s’è vuotato… e tu non puoi immaginare che squallore spaventoso… Tutti se ne sono andati, con qualche cosa di me viva nel ricordo – sì – e io, entrando nel mio camerino, sono ancora accesa del respiro caldo della folla che s’è levata ad applaudirmi un’ultima volta sulla scena. Ma ora lì, sola, a mani vuote, in quel silenzio, davanti a quel grande specchio sulla tavola che mi rappresenta intorno quegli abiti vani, che pendono immobili, e me seduta in mezzo, le spalle curve, le mani in grembo, e gli occhi aperti, aperti, a fis­sarmi in quel vuoto… Non li chiuderò mai – mai!

        Tutti restano per un momento in silenzio turbati. Donata, più turbata di tutti, lo nota; non può più trattenersi; si alza e, provandosi a sorridere, dice a Elisa:

        Senti, cara, non ti dispiacerà… Sarà perché sono così stanca – devi scusarmi – non mi sento proprio in condizione stasera di restare in mezzo a voi. Scusa­temi anche voi tutti. Mi ritiro.

        Si sono alzati a poco a poco tutti. Donata s’avvia per la scala; comincia a salire.

        ELISA: Se vuoi che ti faccia portare su qualcosa…

        DONATA: No, grazie. Non potrei. Buona notte a tutti.

        Sale tutta la scala, apre sul ballatoio l’uscio della sua camera. E via. Tutti restano per un momento in un mortificato imbarazzo.

        ELISA: Vi avevo tanto raccomandato di non parlare davanti a lei…

        SALÒ (scherzoso): Tutta colpa di Nina!

        NINA: Mia?

        LA MARCHESA BOVENO: Tua! tua! perché hai lasciato intendere che stavamo par­lando…

        GIVIERO: …di ciò che duole di più in lei, in questo momento, a vedersi guar­data…

        LA MARCHESA BOVENO: …la donna! ecco, ci siamo – (A Salò:) Caro mio, avete un bel dire «l’attrice»… «tante vite»… quando poi non se ne ha una propria per sé, bene o male!

        VOLPES: Ma se è lei a non volerla…

        IL CONTE MOLA: Ah, ma ne soffre! E così chiaro che ne soffre!

        VOLPES (scrollando le spalle): Ne soffre… ne soffre… Basterebbe che si risol­vesse a far come le altre…

        ELISA: E non capisce che la trattiene proprio questo? – di fronte a ciò che tutti s’attendono? il suo stesso fratello per il primo?

        VOLPES: Ma non solamente, santo Dio, perché è «come le altre», ma perché è naturale! Allora, scusate, è puntiglio?

        SALÒ: Sì: se tu la vuoi diminuire. Potrebbe anche essere un diverso sentire di sé, rispetto alle altre –

        ELISA: – ecco! ecco! –

        SALÒ: – per cui «far come le altre» non le sarebbe possibile. Si può anche avere sdegno d’una necessità, quanto più si riconosca comune e naturale.

        IL CONTE MOLA: Ah, ma non è allora più l’amore!

        SALÒ: Scusate: mi pare che finora non abbiate inteso parlare d’altro: «prova», «esperienza», «bocca per baciare»…

        GIVIERO: Perché appunto credo che non sia questione d’altro. Dignità, intelli­genza, non escludono l’ardore del sangue. Anche la sua carne sarà carne, perdio! È bella, è giovane…

        NINA (con voce nuova, che stona): Perché non si sposa?

        SALÒ: Ecco che Nina ha risolto il problema!

        ELISA: Eppure è la stessa domanda che le feci io in una lettera, or è qualche mese.

        VOLPES: Ma non ci sarebbe neanche bisogno che sposasse! Prima di tutto, non le sarebbe facile, volendo seguitare a far l’attrice. Io per me, marito, non lo consentirei. Né lei del resto sarebbe disposta, credo, a rinunziare, per ridursi moglie soltanto.

        SALÒ: Non potrebbe !

        VOLPES : D’accordo!

        IL CONTE MOLA: Ma sposare un attore, per esempio?

        VOLPES: Con l’esperienza che si ha sul palcoscenico, dei matrimonii tra artisti? Si sa come vanno a finire tutti quanti. E poi una come la Genzi non lo fa­rebbe mai. Secondo me, abbiate pazienza: va bene, non «come le altre»… ma c’è modo e modo…

        GIVIERO: Questione degli occhi, non avete inteso? Non li vuole, o non li può chiudere!

        NINA: Ah! Ecco Elj finalmente! Dio sia lodato… Entra Elj, seguito da Enrico che, attraversata la scena, esce per l’uscio in fondo. Elj ha ventisei anni; biondissimo, ma bruciato dal sole, occhi chiari, aspetto esotico, veste da spiaggia, molto sportivo. E senza cerimonie. Brusco, e tuttavia, sognante.

        IL CONTE MOLA (subito): Oh! C’è stato proprio bisogno che ti si mandasse a cer­care!

        ELJ (a Elisa): Buona sera, signora. Buona sera a tutti. (A Gianfranco:) T’avevo pur detto, mi pare! che sarei andato prima da quello che doveva riparare la vela.

        LA MARCHESA BOVENO: Speriamo bene che non gliel’abbiano riparata!

        ELJ: Mi dispiace, marchesa: è perfettamente in ordine e già armata.

        IL CONTE MOLA: Ah ma resterà lì, per questa sera, mi farai questo santo piacere!

        ELJ: Ma sì, ma sì, eccomi qua, difatti! Sono venuto e me ne starò qua! Che vuoi di più?

        ELISA: Non è grazioso per me, caro Elj, come lo dice… e per tutti questi miei amici…

        ELJ: Domando scusa; ma non è per lei, signora, né per gli amici. Avevo detto che sarei venuto più tardi, per passare la sera in loro compagnia; non c’era dunque bisogno che mi si mandasse a cercare, ecco! Cenare, ho cenato. Entra dal fondo Enrico ad annunziare:

        ENRICO: La signora è servita.

        ELISA: Ah, bene, andiamo. (A Elj:) Vuol restare qua? vuol venire ad assistere alla nostra cena?

        ELJ: Se mi permette, guarderò qua qualche libro.

        IL CONTE MOLA: Ma no! Ma no! Vieni di là con noi!

        ELJ: Temi che scappi?

        ELISA: Sarebbe bella! Ma sì, faccia come vuole… Noi siamo di là; quando vuol venire… Prego, marchesa…

        Via tutti per l’uscio in fondo. Enrico spegne la luce nell’atrio, che resta in penombra; rimane illuminato l’angolo dei libri, dove è Elj. Questi sbuffa, tentennando il capo, come per dire: «Ma guardate un po’, non son padrone di fare come mi pare e piace!». Si volta a scorrere con gli occhi i libri nelle scaffalature, alla fine ne prende uno, che è un album di riproduzioni di qua­dri, e si butta a sedere per guardarle. Poco dopo rientra Nina, cauta, a spiarlo.

        NINA (piano): Elj…

        ELJ: Ah, tu? Che vuoi? Vieni a vedere se sono ancora qua? Sono qua! Sono qua! Digli che mangi in pace! Auff!

        NINA: No; ti volevo domandare se volevi che il cameriere ti portasse qualche liquore.

        ELJ: Ah… Liquore? (Ci pensa un po’.) Sì.

        NINA: Se è vero che hai cenato…

        ELJ: Ho cenato! ho cenato! Un po’ di Cognac! Ma fammi portare da Enrico la bottiglia! Così almeno, per dispetto, mi ubriacherò!

        NINA: Bravo, sì, subito! Ubriacati, ubriacati, ma davvero, sai! Se t’ubriachi, è proprio quello che ci vuole! (E scappa via, in silenzio.)

        ELJ: Perché quello che ci vuole? (Si volta; non la vede più.) Ah, se n’è andata… (Si rimette a sfogliare il libro.) È pazza… (c.s.): Una volta o l’altra, finisce che l’acchiappo e la sbatto al muro come una gatta… (c.s.) Toh, guarda… pare lei, ballerinetta…

        Posa sulla tavola il libro aperto; vede sulla panconata un grammofono, di quelli a valigetta, portatile, col disco già pronto, e lo fa sonare. Si rimette a sedere e a sfogliare il libro mentre il grammofono suona un jazz. A un certo punto Elj si alza sbuffando per interrompere il grammofono. Entra Enrico con una bottiglia di Cognac e un bicchierino sul vassojo.

        ELJ (indicando il tavolino): Ah, bravo. Posa lì.

        ENRICO: Mi scusi se ho tardato. Sto servendo in tavola.

        ELJ: Oh, non t’arrischiare a dire che m’hai ajutato ad armar la vela e a portar la lancia qua allo scalo.

        ENRICO: Ma che le pare! Stia tranquillo. Badi però, signor Elj, che non voglio responsabilità, io. – Il mare, ha visto, si fa sempre più cattivo.

        ELJ: Non mi seccare anche tu col mare! Che responsabilità vuoi avere, se nes­suno saprà che m’hai ajutato?

        ENRICO: Ma io dico per la mia coscienza…

        ELJ: Va’ là, non mi far ridere!

        ENRICO: Non voglio rimorsi. Io ho obbedito a un suo ordine. Ma le dico di non mettere a repentaglio la pelle, appena suo zio se ne sarà andato a dormire. (Ride sotto il naso.) Lo so che vuol fare così… E già tenere il segreto è per me una grossa responsabilità.

        ELJ: Tu non sai nulla di nulla; e il resto è affar mio. Basta così.

        ENRICO: Almeno, signor Elj, non beva troppo…

        ELJ: Ti puoi pur portare la bottiglia.

        ENRICO: Oh sa? me la riporto davvero! (Via, col vassojo e la bottiglia.)

        ELJ: Guarda un po’…

        Donata ridiscende dalla scala. Pare un’altra, tanta è la sua facoltà di tra­sformarsi tutta. Ha un grazioso impermeabile verde e una cuffia di cerato dello stesso colore, una sciarpa al collo di seta azzurra, e stivalini. L’atrio è ancora in penombra. Scorge l’angolo dei libri illuminato e vi si dirige. Elj non si scompone; non alza nemmeno il capo a guardarla. Donata resta un pezzo a mirarlo, prima stupita, poi stizzita da quella indifferenza. Alla fine domanda:

        DONATA: Sono ancora di là?

        ELJ (c.s.): Sì. A tavola. (Pausa.)

        DONATA: E… lei forse aspetta?

        ELJ: Che finiscano! – Spero non si tratterranno a lungo a conversare dopo cena, visto che quella che aspettavano non è arrivata…

        DONATA: Ah, lei sa che non è arrivata.

        ELJ: Suppongo. Li ho visti tutti mogi mogi andare di là… Non so nulla, io. Non m’interesso.

        DONATA: Non sa neppure come si chiami?

        ELJ: Chi?

        DONATA: Quella che doveva arrivare…

        ELJ: Ah, non so… un’attrice, mi pare… Non ho potuto mai soffrire il teatro, io, s’immagini… Mi tengono qua, in cattura, sa? Perché mio zio, sissignori, ha preso sul serio la sua parte di tutore… Stasera il mare è grosso… Rida, sì, rida… è da ridere… Teme che vada sulla mia lancia a vela…

        DONATA: E non vuole? Rido, scusi, perché, a immaginarla sotto tutela…

        ELJ: Ma che tutela, no, più: sono maggiorenne. E che gli voglio bene. Mi ha mandato a prendere e vuole che stia qua. Di tanto in tanto mi manda una certa ragazzina con certi occhi da basilisco… Ah, ma forse questa volta ha mandato lei…?

        DONATA: No, stia tranquillo, io non vengo di là.

        ELJ: Scusi, credevo… È veramente d’un ridicolo così esasperante…

        DONATA: Forse però, se c’è qualche pericolo…

        ELJ: C’è! Sicuro che c’è! Ma questo anzi è il bello! E allora che? le regate d’acqua dolce, col grecalino in poppa? Grazie tante! Non mi compravo la lancia! Io ho il sangue di mio padre, marinajo svedese, morto in mare a ven­tisei anni!

        DONATA: Deve averlo appena conosciuto…

        ELJ: Non l’ho conosciuto affatto! Sono nato due mesi dopo il suo naufragio. E mia madre aspettò giusto fino al punto di mettermi al mondo, e non un mi­nuto di più, per andare a raggiungerlo. Mi pare che questo dica tutto; se mio zio fosse capace di comprenderlo…

        DONATA: Fratello della sua mamma?

        ELJ: M’ha cresciuto lui, qua in Italia. Non conosco che lui. Ma io sono svedese: Elj Nielsen. Ora basta! Sono arrabbiato con me, creda, non con lui; per la mia buaggine che mi fa sottostare a questo ridicolo, pur di non dargli un di­spiacere.

        DONATA: Non amerà lo sport suo zio?

        ELJ: Ma nemmeno io, lo sport! Lo detesto, così come è fatto: trucco, mania o speculazione. Mi voglio conservare gli occhi nuovi, io, ha capito? E sto con la natura. Mi guardo da ogni intimità, come dalla peste. Non voglio disillu­sioni. Voglio che anche gli altri mi restino nuovi. Tutto nuovo. Il bello per me è l’improvviso… ciò che non par vero… le sorprese continue che ven­gono… Se considero una cosa da vicino e sto a pensarci, addio! Vivere in so­cietà? domandare perché uno ha detto o fatto una tal cosa? È da crepare. Io voglio restare estraneo: estraneo. E nossignori, il gusto di tenermi qua a suf­fumigio, a bagnomaria, a ballare soffocato su una pentola che bolle…

        DONATA: …quando sarebbe invece così bello affrontare il pericolo sul mare tempestoso… – Andiamo! Mi porti sulla sua lancia a vela!

        ELJ (restando): Che?

        DONATA: Non vuole più?

        ELJ: Ma chi è lei, scusi?

        DONATA: Ha bisogno di sapere chi sono? Allora domanda anche lei come gli altri? Se vuole restare estraneo! Anch’io, estranea… Andiamo!

        ELJ: Ah, lei forse è l’attrice che doveva arrivare?

        DONATA: Non sa neppure il mio nome! Tanto meglio! La sfido a imbarcarsi con me sulla sua lancia a vela!

        ELJ: Ma no, aspetti, signora.

        DONATA: Non sono signora.

        ELJ: Signorina…

        DONATA: Non abbia paura che su me la parola possa arrossire: lo può dir forte, senza esitare: signorina!

        ELJ: Signorina…

        DONATA: Così!

        ELJ: Ma lei è qua ospite…

        DONATA: Sì, della mia amica.

        ELJ: Mi parrebbe di mancare…

        DONATA: Io sono padrona di me!

        ELJ: Ma almeno prevenire…

        DONATA: Ha paura?

        ELJ: Io posso aver coraggio per me; ma paura per lei…

        DONATA: La dispenso d’aver paura per me: sono io a volerlo. Metto alla prova le sue parole: che per lei il bello è l’improvviso, ciò che non par vero: ebbene: eccomi, andiamo!Rientra a questo punto Nina, che ha ascoltato le ultime parole.

        NINA: Elj! Ma come, tu vai?

        ELJ: Non mi seccare!

        NINA (a Donata): Con lei? Lei è di nuovo discesa?

        DONATA: Sì. Ero andata sii a riposare. Non mi è stato possibile. Ho bisogno d’andar fuori, vado al mare…

        NINA: No, Elj! Va cercando il pericolo… l’ha detto!

        DONATA: Appunto, il pericolo!

        NINA: …per chiudere gli occhi?

        DONATA (a Elj): La faccia tacere!

        ELJ: Sì, vada! vada! La faccio tacere! M’aspetti un po’ fuori, vengo subito! Donata esce. Subito Elj prende Nina per il capo; glielo rovescia; le suggella la bocca con un violento lunghissimo bacio; e fugge. Nina resta tramortita, come folgorata dal bacio; le si piegano le gambe; casca a sedere sulla panca, convulsa, avvampata, felice, senza potere articolar suono; poi geme, come una che rivenga a galla:

        NINA: Oh Dio… oh Dio… (E accenna di riprendersi, con grande affanno; vor­rebbe levarsi, non può; alla fine dà un gran grido; sì leva, e correndo verso l’uscio infondo:) Ajuto! ajuto! Venite! correte! Sono scappati! Tutt’e due… E cade tra le braccia dei primi che accorrono, sorpresi, storditi, interro­gando a soggetto, in gran confusione.

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Premessa
Personaggi, Atto primo
Atto secondo
Atto terzo

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