Quando si è qualcuno – Atto terzo

Quando si è qualcuno – Atto terzo

Premessa, Analisi, Note di regia
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Atto terzo

    Atto Terzo

Quando si è qualcuno - Giorgio Albertazzi, 2005        Vasto giardino della villa, ove *** ha passato l’estate, ormai per finire. Gli alberi, pini e cipressi, sono ai lati, con altre piante, oleandri, allori. Nel mezzo è lo spiazzo davanti la villa, che si vede in fondo. Lo spiazzo ha nel centro una platea di marmo con tre sedili, uno nel mezzo in forma di sedia curule, due staccati ai lati, leggermente curvi, di modo che tutti e tre formino quasi un semicerchio. Dietro ai due sedili laterali può esserci una bassa spal­liera di bossi. La villa in fondo è bianca. Ha in mezzo un’ampia entrata a vetri, e due finestre ad arco per lato, che si vedranno tutte e quattro illumi­nate, come se a pianterreno ci fosse un lungo atrio rettangolare. Tra queste finestre dell’atrio a pianterreno e quelle a primo piano ci sarà almeno un metro d’altezza, per dar posto a una epigrafe che poi vi figurerà come incisa lì per lì, ma che, naturalmente, già vi sarà, nascosta da soprammessi listelli di carta dello stesso colore della facciata, i quali, scorrendo a tratti, tirati da dietro, scopriranno le parole a mano a mano che *** le pronunzierà. La fac­ciata della villa sarà fatta di tela] rientranti, in modo da potersi restringere e, nello stesso tempo, abbassare da su, allorché, tirata lentamente da dietro e scorrendo su due guide leggermente convergenti verso il fondo del palcosce­nico, s’allontanerà; mentre nel mezzo dello spiazzo si solleverà fino a un metro e venti d’altezza la statua, poco dopo che *** si sarà seduto sulla sedia curule, la quale dovrà essere ben fissata su una piattaforma che farà da pie­destallo, rivestita tutt’intorno da una tela bianca che, via via che la statua si solleva, emergerà di sotto il palcoscenico. Al levarsi della tela nel giardino sarà ancora luce di crepuscolo, che a mano a mano s’affievolirà; sicché alla fine dell’atto sarà già sera e s’avrà allora, nel silenzio, una chiara arcana soffusione d’albore lunare. Davanti all’en­trata a vetri della villa illuminata, ora si vede un gruppo di invitati e i due giornalisti del secondo atto che, non avendo trovato posto nell’atrio (e forse i due giornalisti, per qualche loro fine professionale, non han voluto trovarlo), stanno intenti a guardare di là. Si sente, confusa, la voce di S. E. Giaffredi che fa il discorso per il cinquantenario della nascita del poeta e il conferi­mento del titolo di conte; e di tratto in tratto il suono degli applausi che l’in­terrompono. Sul davanti sono Tito, Cesare e due camerieri d’occasione.

        TITO (parlando in fretta): È già annunziato l’arrivo; ma non entrerà di qua; tutto predisposto; voi state bene attenti alla tromba che darà uno squillo, ap­pena l’automobile si fermerà al cancello di là, e accorrete –

        CESARE (attaccando subito): – due di qua e due di là col portinajo, e c’inchine­remo: è già inteso. Per il portinajo s’è trovata la mazza.

        TITO: Ah, bene bene. (Fa per rientrare nella villa; ma aggiunge:) Oh, v’av­verto, d’ora in poi, non più «Sua Eccellenza», ma «Sua Eccellenza il signor Conte».

        CESARE: Non dubiti, signor Conte. Anche di questo ci aveva già avvertiti la si­gnora Contessa.

        TITO: Ah, bene bene.

        Si staccano, dal gruppo sull’entrata, i due giornalisti e vengono incontro a Tito che va verso la villa, dove scoppiano ancora applausi.

        PRIMO GIORNALISTA: Per piacere, se ci volesse…

        TITO: Non hanno trovato posto? Vengano con me!

        PRIMO GIORNALISTA: No, siamo rimasti fuori apposta –

        SECONDO GIORNALISTA: – per raccogliere notizie da qualcuno della famiglia… Se lei volesse darcele…

        TITO: Ma io non posso; vedono: ho da dare gli ordini: è annunziato l’arrivo del Principe. Pareva non potesse venire, e invece…

        PRIMO GIORNALISTA: Ah, benissimo! Così la festa attingerà i supremi onori!

        SECONDO GIORNALISTA: Peccato che S. E. Giaffredi abbia già cominciato il di­scorso…

        TITO: Mirabile! Mirabile! Hanno ascoltato?

        PRIMO GIORNALISTA: È già tutto composto in tipografia fin da stamattina. Forse un po’ troppo polemico…

        TITO: Ma questo è il suo stile! (Applausi.) Sentono, sentono, che consensi! E che sala!

        SECONDO GIORNALISTA: Già, s’è visto! Un parterre de rois…

        TITO: Mi permettano, devo andare…

        PRIMO GIORNALISTA: Ci dispiace… Sopravviene dalla villa Valentina, con un gran mazzo dì fiori.

        VALENTINA: Tito, Tito, io non so più come porgere questo mazzo a Sua Altezza sull’entrata, se ora entra dalla porta riservata!

        TITO: E domandalo a mammà, santo cielo! che vuoi che sappia io? Glielo por­gerai quando sarà entrato!

        PRIMO GIORNALISTA (a Valentina): Se ci potesse far lei il piacere, signorina…

        TITO: Ma no, scusino, allora resterò io! Che vogliono sapere?

        VALENTINA: La nota degli invitati?

        PRIMO GIORNALISTA: Questa l’abbiamo!

        SECONDO GIORNALISTA: Per i festeggiamenti ci sono di là i nostri colleghi…

        TITO: E allora, scusino! in questo momento…

        PRIMO GIORNALISTA (a Valentina): Qualche notizia del loro Padre nell’intimità…

        SECONDO GIORNALISTA: Sarebbe preziosa! Se ne sa così poco…

        PRIMO GIORNALISTA: Sarà contento, figuriamoci, di questi onori?

        TITO: Contento? C’è voluta tutta la forza di persuasione di mammà e l’autorità di S. E, Giaffredi per farglieli accettare! Ci ha fatto sudar sette camice! E siamo ancora qua tutti in ambascia…

        VALENTINA: Ah, ma non bisogna credere che, in fondo, a conoscerlo bene, quando si sia arreso, non li gradisca. Io direi anzi che li gradisce molto.

        TITO: No, per dire com’è!

        PRIMO GIORNALISTA: Refrattario, sì sì; questo lo sappiamo!

        TITO: Credano che, in questo, il merito di mammà è inapprezzabile – dico se la sua fama s’è consolidata ormai come in un blocco di marmo. Noi figli lo sappiamo bene!

        VALENTINA: Ah sì, mammà ha fatto tanto… È come un bambino, lui, nella vita, incapace perfino di comprarsi da sé un fazzoletto. Tutto il suo gusto è d’os­servare.

        TITO: Sì, questo sì! Si può giurare che anche lì, in questo momento, lui osserva. Pare che sia uno svagato e non veda mai nulla. Io non so come faccia! Mammà s’arrabbia: ma come! non hai visto questo? non hai visto quest’altro? Che! Non ha visto nulla; ma ha notato, invece, lui solo, di tutti, certe cose che, quando ce le dice, ci fanno strabiliare. Ti ricordi dell’osservazione di come faceva sotto sotto con le dita quella signora? Ce lo rifece, e in quel gesto da nulla c’era tutta – viva – quella signora! E noi siamo rimasti tutti a bocca aperta!

        PRIMO GIORNALISTA (prendendo appunti): Ah, questo è molto molto interes­sante!

        SECONDO GIORNALISTA (c.s. ): Interessantissimo!

        TITO (a Cesare): Ma Cesare, figliuolo mio, non startene lì così: manda almeno di là per ora codesti due camerieri, che si trovino pronti!

        CESARE: Subito, signor Conte! (Ai due camerieri:) Andate, andate. Qua baderò io. / due camerieri d’occasione vanno, girando da destra la villa.

        TITO (ai due giornalisti): E vado ora anch’io, mi scusino: non posso tratte­nermi oltre. Vieni, vieni via anche tu, Valentina; così si pensa come ti regole­rai per i fiori.

        PRIMO GIORNALISTA (avvicinandosi con l’altro, a Cesare): Ci dica lei, ora, qual­che altra cosa.

        CESARE: Io? Che posso dire io?

        SECONDO GIORNALISTA: Via, sia buono! Non c’è grand’uomo per il proprio ca­meriere. Lei lo serve da molti anni?

        CESARE: Da diciotto; ma non ho proprio nulla da dir loro.

        PRIMO GIORNALISTA: Ci dica almeno se lo veste lei…

        CESARE: Il signor Conte s’è sempre vestito da sé.

        SECONDO GIORNALISTA: Ah, questo è utile a sapersi. E lei non l’ha mai sorpreso, per caso… che so… in qualche momento, quando la mattina gli reca il caffè…

        CESARE: Il signor Conte è così riservato e composto, che quando io entro dopo averne ottenuto il permesso, lo trovo che ha finito anche di rassettarsi i ca­pelli sul capo.

        PRIMO GIORNALISTA: Ah, è anche questo interessante a sapersi!

        SECONDO GIORNALISTA: Non dorme dunque con nessun aggeggio sul capo per conservarsi la piega dei capelli?

        CESARE: Nessun aggeggio. Piega naturale. E prego lor signori di non rivol­germi altre domande. Non risponderei.

        I due giornalisti, preso l’appunto, fanno per ritornare all’entrata della villa, quando dalla sinistra di essa sopravvengono Veroccia e un Commissario di Polizia che cerca d’impedirle il passo.

        COMMISSARIO: No: glielo dico io che lei non entra senza biglietto d’invito.

        VEROCCIA: E io le ho detto che non voglio entrare!

        COMMISSARIO: Ma come non vuole entrare, se entra?

        Fa per prenderla per un braccio, Cesare e anche i due giornalisti s’avvici­nano.

        VEROCCIA (schermendosi): Lei si tenga a distanza!

        CESARE (al Commissario): La signorina è parente di Sua Eccellenza!

        VEROCCIA: Non sono parente.

        CESARE: Ma sì, Sua Eccellenza il signor Conte…

        PRIMO GIORNALISTA: Cognata del nipote.

        CESARE: Americana…

        VEROCCIA: Non sono americana.

        SECONDO GIORNALISTA: La signorina è russa.

        COMMISSARIO: Ah, russa? Figuriamoci! Le sue carte?

        VEROCCIA (indicando la borsetta): Le ho qua. Già vistate per la partenza.

        CESARE (a Veroccia, piano): E il Commissario, sa?

        PRIMO GIORNALISTA: Possiamo assicurarle, signor Commissario, che la signorina noi la conosciamo: è veramente cognata d’un nipote…

        CESARE: …ma sì, di Sua Eccellenza il signor Conte…

        COMMISSARIO: E perché allora non ha il biglietto d’invito?

        SECONDO GIORNALISTA: Ma appunto per questo!

        COMMISSARIO (a Veroccia): Mi tengo a distanza? No, sa! Ho io l’ordine, invece, di tenere a distanza gli altri.

        VEROCCIA: E io sono felicissima che un Commissario di polizia abbia l’ordine ormai di tenere a distanza da lui una come me.

        SECONDO GIORNALISTA: E anche per l’alta personalità che deve arrivare…

        COMMISSARIO: Che vuol dire, scusi, «una come lei»?

        VEROCCIA: Ma sì, una da tenere appunto a distanza da lui, per sempre, come ogni cosa viva! Lo so da me, non dubiti… E non voglio difatti accostarmi. (A

        Cesare:) Gli avevo detto che non volevo entrare.

        COMMISSARIO: E allora che vuole?

        VEROCCIA: Niente. Vedere soltanto…

        CESARE (interpretando): Ah, se sua sorella e il cognato sono in sala?

        VEROCCIA: No. Non credo che siano ancora arrivati. Né sanno, del resto, ch’io sia qua. Volevo, prima di partire, vederlo soltanto da lontano, senza farmi vedere. Ma ora non voglio più nemmeno questo. Vedo che ci sono là tanti…

        Indica quelli che sono a gruppo a guardare dall’ entrata.

        PRIMO GIORNALISTA (a Cesare): Ah, ma se vuole, potreste farli scostare…

        CESARE: Certo! Ne avrei anzi l’ordine della signora Contessa, sua zia.

        VEROCCIA: Non è mia zia.

        CESARE (al Commissario): Vada, vada pure, signor Commissario, se lei deve stare di là.

        COMMISSARIO: Garantiscono loro per la signorina?

        CESARE: Garantisco io.

        SECONDO GIORNALISTA: E anche noi, signor Commissario.

        COMMISSARIO: Sta bene.

        E va, per dove è venuto. Nuovi applausi nella sala.

        VEROCCIA: Gli fanno il discorso funebre?

        PRIMO GIORNALISTA (ridendo). Ah, giustissimo: funebre.

        CESARE (molto dignitoso): Funebre? No. Perché? Parla Sua Eccellenza Giaffredi.

        SECONDO GIORNALISTA: Per il conferimento del titolo di Conte.

        CESARE: Festa solenne.

        PRIMO GIORNALISTA: S’aspetta il Principe: Sua Altezza.

        SECONDO GIORNALISTA: Vedesse che sala!

        PRIMO GIORNALISTA (a Cesare): Fate, fate scostare quella gente…

        Cesare va.

        VEROCCIA (facendo un gesto come per impedirlo, dice appena): No… E resta perplessa, combattuta tra il desiderio di rivederlo e quello di andar­sene. Gl’invitati del gruppo sull’entrata a cui Cesare intanto si rivolge, non si fan punto pregare e vengono avanti. Alcuni andranno a sedere sui curvi sedili laterali, mentre Veroccia si fa, guardinga, a osservare dall’entrata sgombra.

        PRIMO INVITATO: Ma sì! Ma sì! Volentieri.

        SECONDO INVITATO: Non finisce più!

        PRIMO GIORNALISTA (contemp’oraneamente a Veroccia): Ecco, vada, vada, signo­rina…

        TERZO INVITATO: Fortuna che siamo rimasti fuori! Con questo caldo, làdentro… Parla bene, ma è lungo oh!

        QUARTO INVITATO: Qua almeno si respira! Fumiamo. (Offre al terzo una siga­retta. )

        PRIMO GIORNALISTA (al secondo): Ah! non s’è pensato a chiedere ai figli che ri­percussione ha avuto in famiglia la scoperta di quest’ultima avventura! Vedi? Vedi come se lo guarda?

        SECONDO GIORNALISTA: Ma dunque è proprio vero?

        PRIMO GIORNALISTA: Eh, non ti basta vederla? Esclusa dalla festa… come messa alla porta… E non hai veduto lui, là dentro, com’è?

        SECONDO GIORNALISTA: Già. Pare un morto… C’è già tutta una leggenda su que­st’amore, che aveva per nido la villa del nipote… Con la sorella consen­ziente… Lei sarà appena maggiorenne…

        PRIMO GIORNALISTA: Ma sì, e poi russe…

        SECONDO GIORNALISTA: …della moglie, andata a sorprenderli…

        PRIMO GIORNALISTA: No, a questo non ci credo… La moglie, caro mio… la­sciamo andare… Quella che interessa veramente è lei! (Indica Veroccia.)Che capitolo per un biografo! E che documento sarebbe, guarda, a fissarla così, davanti quell’entrata… tenuta lontana…

        SECONDO GIORNALISTA: Peccato che non ci sia più luce…

        PRIMO GIORNALISTA: Guardala! Guardala! Stringe le pugna, con le braccia incro­ciate sul petto…

        SECONDO GIORNALISTA: Sì si, pare che voglia gridare qualcosa…

        PRIMO GIORNALISTA: Se si potesse ancora parlarle…

        SECONDO GIORNALISTA: Avviciniamoci…

        PRIMO GIORNALISTA: No, se t’accosti ora, se ne scapperà…

        SECONDO GIORNALISTA: Partiranno domani…

        PRIMO GIORNALISTA: Pensa: erano per lei tutte quelle liriche di Dèlago… che, hanno un bel dire, erano belle…

        SECONDO GIORNALISTA: Finite così…

        S’avvicinano il terzo e il quarto invitato che saranno stati anch’essi a guar­dare Veroccia, parlando tra loro.

        TERZO INVITATO (indicandola): Chi è, scusino? Loro lo sanno?

        PRIMO GIORNALISTA Mah…

        QUARTO INVITATO: Un’ammiratrice?

        SECONDO GIORNALISTA: Forse qualcosa di più.

        TERZO INVITATO: Pare una straniera.

        QUARTO INVITATO: Come, qualcosa di più?

        SECONDO GIORNALISTA: Eh, la guardi!

        TERZO INVITATO: Dio, grida, che fa? si copre gli occhi! Veroccia viene avanti, tremante, convulsa.

        VEROCCIA: È morto! È morto!

        PRIMO GIORNALISTA (costernatissimo): Ma no, che dice, signorina?

        SECONDO GIORNALISTA: Morto? Possibile?

        E con gli altri fa per accorrere alla scala; ma sopravviene di là, ad arrestarli, un fragoroso scoppio d’applausi che segna la fine del discorso del Giaffredi.

        TERZO INVITATO: Eh no, applaudono…

        QUARTO INVITATO: Sarà finito il discorso…

        VEROCCIA: Io vi dico che è morto. Nessuno se n’accorge. L’ho visto io, come ha chiuso gli occhi.

        PRIMO GIORNALISTA: Sì, è certo sfinito…

        TERZO INVITATO: E così tutto vestito di bianco…

        PRIMO GIORNALISTA: Questa è la sua civetteria: sempre, d’estate… Qua è come un cigno.

        QUARTO INVITATO: Sarà. Ma con quella faccia, anche così tutta sbiancata – la signorina ha ragione – fa un’impressione…

        SECONDO GIORNALISTA: Di cigno, appunto…

        PRIMO GIORNALISTA: …che abbia già finito, però, il suo ultimo canto. Dev’esser sul serio malato.

        TERZO INVITATO: E tutte queste emozioni…

        PRIMO GIORNALISTA (con mestizia maliziosa, rivolto a Veroccia): Eh, forse non delle feste soltanto…

        SECONDO GIORNALISTA: Quando si è qualcuno…

        VEROCCIA: Si muore. Squillo di tromba, di là dalla villa.

        TUTTI (meno Veroccia, accorrendo a guardare dall’entrata): Ah, ecco il Prin­cipe! Ecco il Principe!

        Scoppiano di nuovo nella sala applausi fragorosi per salutare l’entrata del Principe. Sopravvengono, dal lato sinistro della villa, Pietro e Natascia.

        PIETRO (appressandosi, fosco, a Veroccia). Ah, sei qua! T’abbiamo cercata dappertutto…

        NATASCIA: Te l’avevo detto: sapeva che dovevamo venire…

        PIETRO: Mi sarei fatto tagliar le mani, che non potevi esser qua!

        NATASCIA: Vedi che la conosco meglio di te…

        PIETRO: Bene! L’hai veduto?

        VEROCCIA (più col cenno che con la voce): Sì.

        PIETRO: E lui?

        NATASCIA: Che, lui? Non si sarà certo lasciata vedere da lui. Applausi ancora nella villa.

        VEROCCIA: È lontano. Non è più in grado di udir nulla; né di vedere nessuno.

        PIETRO: Io e Natascia vogliamo soltanto salutarlo e andarcene.

        VEROCCIA: Non vi udrà, non vi vedrà. A ogni modo, non ditegli più nulla di me: ve lo proibisco! ch’io sia stata qua…

        PIETRO: E se domandasse?

        VEROCCIA: Non domanderà.

        S’avvia per uscire da dove è entrata. Ma allo svolto della villa è impedita dal sopravvenire affannoso della Madre Superiora e di due suore, seguite da una rappresentanza di ragazze e ragazzi dell’educandato: almeno otto, quattro maschi e quattro femmine, in uniforme, di quelle solite dei collegi di suore.

        MADRE SUPERIORA (affannatissima): Su su, l’avevo detto io che saremmo arri­vate in ritardo… (Ài ragazzi:) Voi restate qua in giardino per ora. Quieti, mi raccomando! (Alle suore:) e noi entriamo!

        Entra con le due suore nella villa, pregando gli invitati e i giornalisti di dar passo. Le ragazze e i ragazzi, appena lasciati senza sorveglianza, ancora ec­citati dalla corsa scomposta con cui sono arrivati, si sbandano vivacissima­mente nel giardino.

        PRIMO RAGAZZO (battendo le mani): Uh, bello qua!

        SECONDO: Sarà nostro, anche il portiere con la mazza!

        TERZO: Qua faremo la palestra poi!

        QUARTO: No, di là, la palestra! Qua la ricreazione! E annaffieremo con le trombe!

        PRIMA RAGAZZA: Perché ha la mazza il portiere?

        LA PIù GRANDE: Fermi tutti! Composti! Per dartela in testa!

        SECONDA RAGAZZA (correndo, a Sedere su uno dei due sedili laterali, seguita dai maschi): Qua ci si mette seduti bene! Oh! Ma non tutti! C’è l’altro, là!

        PRIMO (afferrando il secondo che s’è già seduto): Tu va’ di là; è lo stesso!

        SECONDO (schermendosi): No! Qua ho preso posto io! Va’ tu di là! (Ma l’altro lo strappa e si azzuffano).

        LA GRANDE: Via, via tutti! Sì, litigate adesso! Correte! Lo dirò alla Superiora!

        PRIMO GIORNALISTA (vedendo venire *** dall’atrio): Sst! Eccolo! Eccolo che viene!

        Tutti i ragazzi nel giardino, e il giornalista stesso che ha dato l’annunzio e l’altro giornalista ed i quattro invitati all’apparire di ***, vestito di bianco, restano come fissati nei loro atteggiamenti – anche se scomposti – irrigiditi ad ammirarlo balordamente. Anche Pietro e Natascia restano immobili, ma dolorosamente impressionati dall’aspetto di lui. Veroccia sarà già andata via.

        *** (sceso nel giardino, fermandosi tra l’immobilità di tutti, guardando prima quella dei ragazzi, poi quella degli altri e infine quella di Pietro, e parlando con una voce ormai gelida): Anche voi così… Tutti così… anche tu…

        PIETRO: Ma io… perché ti sto vedendo…

        NATASCIA (accostandoglisi, a bassa voce, ma vibratissima): Muoviti tu! Muo­viti! Fa’ una carezza a questi ragazzi! Rotolati con loro per terra!

        PIETRO (c.s.): Lascia qua tutto! Ti basterebbe fare adesso al cospetto di tutti una pazzia!

        NATASCIA: Ma fredda!

        PIETRO: E poi partire con noi! Verremo a prenderti domattina!

        *** (dopo una pausa, staccato): Non posso.

        NATASCIA: Hai paura?

        *** Di che, paura?

        NATASCIA: Di finire!

        *** Non è paura. Necessità.

        NATASCIA: Per gli altri? Pietà degli altri? E allora Veroccia?

        *** No. Necessità mia. Senza pietà. E anche tedio di tutto. Peso. Sopravviene dalla villa Tito con un’ansia angustiosa.

        TITO: Oh Dio, papà… (Vedendo Pietro e Natascia:) Ah, siete qua voi?

        PIETRO: Ce ne andiamo…

        TITO (seguitando, rivolto al padre): …Sua Altezza ha finito di parlare con Giaffredi, e a momenti se ne andrà…

        *** (indicando Pietro e Natascia): Li ho salutati.

        TITO (c.s.): …potevi dopo! rientra, rientra subito!

        *** si muove per rientrare; davanti all’entrata si volta e alza un braccio a salutare ancora, ma appena, Pietro e Natascia e forse anche un’altra che non c’è più. Natascia lo intende e gli dice:

        NATASCIA: Sì, anche lei. Glielo dirò.

        TITO: Fate male, fate male, signori miei, a restare tutti così davanti a lui, a guardarlo come lo guardate, con gli occhi così fissi addosso… Io, figlio, lo so! Ve lo dico perché lo so.

        NATASCIA: Tu, figlio, certo: e gli si moverà sciolto attorno anche il cameriere che lo serve.

        SECONDO GIORNALISTA: Eh già. Gli altri… Il rispetto… l’ammirazione…

        NATASCIA: Tutte cose che uccidono. E anche davanti a un oggetto di qualcuno ucciso così, anche davanti a te, se ti riconoscono come suo figlio, tanti si fermano a guardarti. Quando una vita si ferma… o è stata dagli altri fermata…

        PRIMO GIORNALISTA: Conseguenze della fama. Perciò si resta!

        NATASCIA: E non si vive più.

        TITO (irritatissimo): Ma chi te l’ha detto? Chi te l’ha detto?

        TERZO INVITATO: Vive ancora, mi pare! E come!

        PRIMO INVITATO: Per grazia di Dio!

        SECONDO INVITATO: Onorato, nell’ammirazione di tutti!

        QUARTO INVITATO: Venerato dalla famiglia, dal Paese!

        PRIMO INVITATO: Tant’alto che nessuno lo può più toccare!

        TERZO INVITATO: Che si può volere di più?

        QUARTO INVITATO: Ma scusi, questa villa è di lui?

        TITO: No no; apparteneva alla sua grande amica…

        SECONDO GIORNALISTA: …la Principessa, già, morta ora è poco…

        TITO: Chi sa che gioja avrebbe avuto, per quanto l’amava, se avesse potuto as­sistere a tutti questi onori… La villa però l’ha lasciata nel testamento all’edu­candato.

        PRIMO GIORNALISTA: Ah, perciò ci son qua questi ragazzi?

        TITO: Sì. Però con l’obbligo, però con l’obbligo che l’educandato prenda il nome di papà.

        SECONDO GIORNALISTA: Anche il paese nativo, dicono, ha fatto istanza…

        TITO: Sì sì, e ha già avuto concesso di prendere il nome di papà.

        TERZO INVITATO: Eccolo che riviene con tutti.

        PRIMO GIORNALISTA: Già. Il Principe se ne sarà andato.

        *** tra Giaffredi e la Madre Superiora, Giovanna, Valentina, e una folla di invitati tra quelli che sono rimasti dopo la partenza del Principe che ha se­gnato veramente la fine delle onoranze, vengono nel giardino dove la luce del giorno già declinata comincia a farsi lunare. Di tratto in tratto durante la scena seguente scatterà qualche lampo dei fotografi, che bisognerà ottenere con altro mezzo da quello del magnesio, per impedire che la scena si riempia di fumo.

        GIAFFREDI: Ah, è stato veramente di un’amabilità che non avrebbe potuto es­sere maggiore!

        GIOVANNA: Peccato che non gli s’è potuto dire quanti abitanti!

        TITO: Il paese nativo di papà? L’ha chiesto? Io lo sapevo!

        PRIMO GIORNALISTA: Venticinquemila.

        TITO: No, quasi: ventiquattro mila settecento cinquanta tre.

        GIOVANNA (irritata a Valentina): Eh, hai visto? Lui che lo sa bene, se ne stava qua! Noi gli abbiamo detto che prima erano press’a poco diciottomila.

        VALENTINA: Però abbiamo aggiunto che certo da allora dovevano esser cre­sciuti…

        MADRE SUPERIORA: Ha chiesto anche a me quante educande… e io sono stata fe­lice di rispondergli che, come il paese nativo, anche il mio educandato sa­rebbe stato orgoglioso di prendere d’ora in poi un nome tanto glorioso. Suora, su, i ragazzi: presentiamo al signor Conte i ragazzi. Una piccola rap­presentanza, per non disturbare.

        Le due suore stentano un po’ a raccogliere le ragazze e i ragazzi dell’edu­candato tra la folla degli invitati.

        TITO: Papà li ha visti poco fa.

        MADRE SUPERIORA: Ho già detto loro in presenza di chi si troveranno.

        GIOVANNA: Lei, Madre, potrà prendere possesso della villa tra due o tre giorni al massimo…

        MADRE SUPERIORA: Ma no: con tutto il loro comodo.

        VALENTINA: Q siamo trattenuti fin’ora per queste onoranze…

        GIOVANNA: E già tutto pronto per lo sgombero.

        MADRE SUPERIORA: Ma la Principessa, sant’anima, ha lasciato detto che finché Sua Eccellenza avesse voluto restare… E poi dovremo riadattare tutto qua… Ah, ecco i ragazzi! (Le due suore li dispongono in due file davanti a ***.) Bene, che v’ho detto? L’inchino.

        Mentre i ragazzi s’inchinano, scatta un lampo di magnesio, e i ragazzi sus­sultano.

        VALENTINA: Poverini, si sono spaventati…

        GIOVANNA: Ah, sono d’ambo i sessi?

        MADRE SUPERIORA: Sì, signora Contessa. Due reparti. Reparto maschile, reparto femminile.

        GIAFFREDI (a ***): Tu dovresti dir loro qualche cosa…

        GIOVANNA: Sarebbe molto grazioso da parte tua…

        MADRE SUPERIORA: Oh, la gratitudine nostra allora… no non osavo pregarla…

        VALENTINA: Se non sei molto affaticato…

        GIAFFREDI: Due parole…

        MADRE SUPERIORA: Resterebbero indelebili, come scolpite nell’animo nostro…

        GIOVANNA: Provati, caro… Due parole…

        TITO: Silenzio! Silenzio! (Si fa un gran silenzio.)

        NATASCIA (in quel silenzio, con un tono di profondo rammarico, come se non sapesse credere a quanto ha veduto e udito): Per questo… per questo… re­stare per questo…

        GIOVANNA: Ma che dice?

        TITO: Silenzio!

        *** è davanti la sedia curule sulla platea di marmo. Tutti si fanno intenti a lui; i giornalisti si tengono pronti a segnare quanto egli dirà. Qualche altro lampo dei fotografi. Poi immobilità assoluta. Allora egli si metterà a parlare con voce gelida e chiara, pausando, come per trovare in sé a mano a mano la forza estrema di scalpellare le parole che diventano di pietra, incidendosi informa d’epigrafe sulla facciata della villa alle sue spalle, via via che le pronuncia.

        ***

        PUERIZIA

        ARCANA FAVOLA DI RICORDI

        OMBRA CHI A TE S’AVVICINA

        OMBRA

        CHI DA TE S’ALLONTANA

                 Nessuno s’accorge del prodigio delle parole incise. Il silenzio non deve es­sere più rotto. Tutti faranno con l’espressione del volto e con le mani e con i cenni del capo segni d’ammirazione e di compiacimento. Poi Giovanna e Va­lentina si chineranno verso le ragazze e i ragazzi dell’educandato per por­tarseli dentro la villa e inviteranno tutti a rientrare, mentre Tito fa segno di lasciare il padre là solo un momento nel giardino. Pietro e Natascia se ne andranno svoltando a sinistra della villa. Quando tutti se ne saranno andati, egli sederà sulla sedia curule, e allora, dentro quel chiaro albore lunare, comincerà lentissimamente il doppio movimento della facciata della villa che s’allontana restringendosi a mano a mano, e, contemporaneamente, della sedia curule che comincia a elevarsi con lui nel suo solito atteggiamento, irrigidito, divenuto la statua di se stesso. Tutto questo, in un silenzio che parrà di secoli.

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