Quando si è qualcuno – Atto secondo

Quando si è qualcuno – Atto secondo

Premessa, Analisi, Note di regia
Personaggi, Atto primo
Atto secondo
Atto terzo

    Atto Secondo

Quando si è qualcuno - Giorgio Albertazzi, 2005        La biblioteca di *** nella sua casa antica. Aria corrotta dalle vecchie stampe e da quel rigido che hanno le chiese. Senso stagnante di solenne oppressione. Tutte le pareti sono coperte da scaffalature di libri; e i due usci nelle due la­terali e il camino in quella di destra, (dell’attore) prima dell’uscio, vi sono in­seriti; in quella di fondo è, nel mezzo, come una nicchia, in cui è inserito il seggiolone di *** che ha davanti un’ampia tavola massiccia rettangolare, so­vraccarica anch’essa di libri e sparsa di carte, con una grande lampada da una parte, e dall’altra, sul davanti, una mezza figura in marmo di *** un po’ minore del vero, che rappresenta la testa e il braccio destro che la sostiene, a pugno chiuso sulla tempia. Davanti la scaffalatura della parete sinistra c’è un gran divano di cuojo, un po’ sciupato, e due poltrone anch’esse di cuoio, con un tavolino in mezzo; due poltrone sono anche davanti il camino nella parete destra. Corre a tre quarti d’altezza delle scaffalature un palco praticabile, tutt’in giro alla biblioteca colla sua ringhiera di legno. In questo palco, tra i libri, quattro ritratti di poeti simmetricamente disposti, due nella parete di fondo e uno in ciascuna delle laterali, ritratti dipinti sugli sportelli, che si possono aprire, di quattro riposti della biblioteca, ove s’immaginano conser­vati libri rari e preziosi. Anche questi quattro riposti (che s’intravederanno appena, perché gli sportelli sul palco si potranno aprire fino a un certo punto, impediti come sono dalla ringhiera) saranno praticabili, per la ragione che poi si vedrà. I quattro ritratti saranno quelli di Dante e dell’Ariosto, l’uno a destra e l’altro a sinistra, sugli sportelli della parete di fondo; quello del Foscolo sullo sportello della parete destra e quello del Leopardi su quello della parete sinistra.

        Al levarsi della tela si vedrà, in una luce molto gialla e pur soffusa di viola, calda e densa – luce malata e soffocata – innaturale – di sogno – *** dormire sul suo seggiolone, il braccio destro appoggiato al bracciuolo, a sostegno della testa, nello stessissimo atteggiamento del busto sul davanti della tavola, a sinistra. Parrà di cera: il fantoccio ideato da Veroccia, posato lì, davanti la scrivania. Sul palco in alto si vedranno, come uscite vive dai ritratti sui quat­tro sportelli, le immagini di Dante e del Foscolo, dell’Ariosto e del Leopardi. In un silenzio assoluto, gesticoleranno a un tempo tutte e quattro vivacissi­mamente. Foscolo, acceso, con un braccio levato e la mano aperta, fa cenno a Dante d’incitamento a parlare per i nuovi destini d’Italia, come lui vorrebbe: ma Dante, fosco e sdegnato, scrolla urtato le spalle e con un dito teso fa segno di no, di no, energicamente. Dal canto suo il Leopardi scuote sconso­lato la testa di qua e di là e apre con disperazione le braccia, come per dire che tutto è inutile e vano, mentre l’Ariosto, con un sorriso di sapiente indul­genza, fa col capo e le braccia all’infelice gesti d’esortazione: eh, via! sii mago a te stesso e consolati! – Questa scena durerà un momento, cioè finché non s’udrà bussare una prima volta all’uscio della parete destra. *** si scoterà appena, ma quanto basta per scomporre quel suo sogno di biblioteca; e difatti le quattro immagini dei poeti subito apriranno fin dove è possibile gli sportelli e si cacceranno dentro i riposti, richiudendoli. Si udrà di nuovo bus­sare all’uscio, più forte; e allora *** si riscoterà, ma resterà un po’ incerto se abbia udito davvero bussare. In questo momento d’incertezza, quella mor­bosa luce si diraderà, si farà luce di giorno, fredda e normale:

        *** Avanti.

        Entra il vecchio cameriere Cesare, d’aspetto molto dignitoso, ma così preoc­cupato che parla con voce velata.

        CESARE: Per Vostra Eccellenza, il commesso della nuova Casa di dischi.

        *** (lo guarda, sta un po’ a riflettere, poi dice seccato): Ma sì, fallo entrare. Entra il commesso della nuova Casa di dischi con un grammofono portatile a valigetta, in una mano, e nell’altra sei dischi nella loro busta aperta.

        IL COMMESSO: Ossequio, Maestro. Le porto il disco «I miei quattro poeti».

        *** Ah, già impresso?

        IL COMMESSO: Eh, un suo disco! Sentirà: (posa il grammofono sul tavolino da­vanti al divano; e lo apre; e, mentre lo carica,) riuscito a perfezione, nitido; una bellezza. La Casa – (s’era rimasti tre, mi pare?) glie n’ha mandati sei – e se ne volesse altri… (Ha finito di caricare e ora applica il disco.)

        *** Basta uno! Basta uno! È anche troppo.

        IL COMMESSO: Ecco pronto. (Fa girare lo strumento.)

        DISCO (con la voce di ***): Dante. (Pausa.) Ariosto. (Pausa.) Foscolo. (Pausa.) Leopardi. (Pausa.) Quattro nature, nelle necessità del loro tempo, a cui debbono, anche a loro insaputa, obbedire. E se Foscolo può incitare Dante a parlare per i nuovi destini d’Italia, come lui vorrebbe; e se Dante, chiuso nelle sue passioni inesorabili, nega sdegnato…

        *** Ah, basta! Stacchi! Stacchi! La prego!

        IL COMMESSO (staccando subito): Non l’accontenta?

        *** No, la mia voce – là chiusa – che parla così da sé… Va benissimo, non dico, ma mi è insopportabile. Lasci pure i dischi e ringrazii per me la Casa. Chi sa che davvero non mi serviranno…

        IL COMMESSO (stordito): Come dice?

        *** No, niente. Son veramente la voce di questa mia biblioteca.

        IL COMMESSO: Vedrà che andranno a ruba, Maestro! I miei ossequii.

        *** A rivederla.

        Il commesso s’inchina, e via col suo grammofono a valigetta. Si presenta Ce­sare, al solito, molto dignitoso, ad annunciare.

        CESARE: Per Vostra Eccellenza –

        *** (scattando: urtato): Oh, basta, con questa mia eccellenza!

        CESARE: Me l’ha ordinato la signora.

        *** Da quando t’ha dato quest’ordine, la signora?

        CESARE: Da poco, Eccellenza. Anzi m’ha detto, in attesa d’altro titolo. Cosa di cui io, umilmente, da servo affezionato…

        *** Va bene, va bene – chi c’è?

        CESARE (col tono di prima, forse un po’ più velato, ma come se nulla fosse stato): Per Vostra Eccellenza – un gruppo di giovani.

        *** Giovani – per me? – Chi sono?

        CESARE: Giornalisti, hanno detto.

        SCELZI (sporgendo, come nel primo atto,, il capo dall’uscio): Io, Maestro, con alcuni amici, se permette.

        Nell’interno, davanti all’uscio, scoppia un frastuono di voci. Si riconosce­ranno quelle di Sàrcoli e di Diana; ma più violente saranno quelle del primo e del secondo giovine delaghiani.

        PRIMO GIOVINE: No, immorale! immorale!

        DIANA: Da ridere, via!

        SÀRCOLI: Bolla tutta una generazione!

        SECONDO GIOVINE: E chi ha inteso poi canzonare?

        *** (a Scelzi): Ma che vogliono?

        SCELZI (parandosi davanti all’uscio e ammonendo verso l’interno): Oh, a patto che finisca il bailamme!

        CESARE (nel frattempo a ***); Vuole che li cacci?

        *** No, aspetta.

        SCELZI (agli altri che entrano, accesi): Parlerò io.

        *** Un’invasione…

        SÀRCOLI (buttandosi a dire con foga): Sì, perché lei veda –

        SCELZI (dandogli sulla voce): Basta, Sàrcoli!

        SÀRCOLI: No, con tutto il rispetto che gli si deve…

        *** (a Sàrcoli): Veda che cosa?

        SÀRCOLI: Che non è lecito scherzare con l’entusiasmo dei giovani!

        *** Io, scherzare? Non capisco. Che è accaduto?

        PRIMO GIOVINE: Vuol seguitare!

        SECONDO GIOVINE: Ah no!

        SÀRCOLI: Basta! Basta!

        DIANA: Io ci ho gusto!

        *** Va’ va’, Cesare. (E mentre Cesare come trasecolato nella sua dignità, va via, rivolgendosi ai giovani:) Insomma che cos’è?

        PRIMO GIOVINE: Siamo qua tutti sconvolti –

        SÀRCOLI: – no, peggio: indignati!

        *** Si osa parlare così davanti a me?

        SECONDO GIOVINE: Indignati, sì, come per un’immoralità-

        PRIMO GIOVINE: – ma dici truffa all’americana, del signor Pietro –

        *** Pietro? Che ha fatto?

        PRIMO GIOVINE: – una truffa! una truffa!

        *** (stordito): – truffa…?

        SCELZI (insorgendo): Oh, finiamola, perdio, con le parole grosse! Possibile che non ci si debba intendere nemmeno tra noi?

        DIANA (scoppiando a ridere all’improvviso, come nel primo atto): Dèlago… Dèlago…

        SÀRCOLI: Basta, Diana, o ti caccio via!

        DIANA È così buffo… così buffo…

        *** (andandole contro, fiero): Che cosa è buffo?

        DIANA: Ma anche noi, Maestro… io stessa che ci ho creduto… Io anzi l’ammiro per questa colossale canzonatura…

        *** Canzonatura? Che vuol dire? Io non so nulla!

        SCELZI: Come, scusi! Non sa che suo nipote ha messo fuori stamane un nuovo libro di Dèlago?

        *** Io, no! Pietro? Che libro?

        PRIMO GIOVINE (in tono derisorio): «LA VOCE NUOVA»…

        SÀRCOLI (subito, porgendogli il libro): Eccolo: «Nuove liriche di Dèlago»…

        *** (sorpreso, con esclamazione spontanea): Ma questo libro è mio!

        TUTTI (meno Scelzi, a coro): – Eh, lo sappiamo! – Ormai! – Bella novità! – Lo sappiamo bene!

        SCELZI (mostrando un fascio di bozze che ha con sé): Ne ho qua le bozze, guardi, mandatemi una settimana prima, per il lancio!

        *** (come tra sé, sbalordito): …pubblicato sotto il nome di Dèlago?

        PRIMO GIOVINE (indicandolo agli altri): Finge di non saperlo, oh!

        *** (c.s.): …ha osato far questo…?

        SÀRCOLI: Ma perché Dèlago è lei!

        SECONDO GIOVINE: Vuol nascondersi ancora?

        DIANA: È inutile, sa, perché ormai ce l’ha detto…

        *** Chi ve l’ha detto?

        SÀRCOLI EGLI ALTRI (meno Scelzi): Lui! – Lui! – Pietro! – Lui stesso!

        *** (quasi tra sé): Sciocco… sciocco…

        SCELZI (come a parar le voci dei compagni): Ma no! Aspettate! – Perché io prima avevo mostrato, discutendo, queste bozze a uno che aveva letto il ma­noscritto, e me lo vidi saltar su, tutt’acceso e trionfante, a gridarmi che il libro non era di Dèlago ma di lei, e che lei lo aveva rifiutato!

        *** Rifiutato? Non è vero! Io l’avevo lasciato là –

        SÀRCOLI: – da Pietro? perché lo pubblicasse?

        *** No! al contrario! Proibendoglielo!

        SÀRCOLI: Ah, sentite? – E allora è stato lui a farle il tradimento! Per seguitare la burla!

        SCELZI (gridando): Ma non è vero! Che dite! Sono stato io, a metterlo alle strette!

        *** E lui le ha confessato…?

        SÀRCOLI: Ma sì! La burla!

        SCELZI (mentre gli altri, indignati, ripetono): – La burla! La burla! (e *** tra sé, con rabbia e amarezza stringendo le pugna, esclama:) – Sciocco… sciocco… sciocco… (insorgendo contro tutti) No! Pietro non ha detto burla! Tutt’altro! Ha voluto anzi difendere il libro e lei! Sono stato io a dimostrargli-

        *** (investendolo): – che gli ha dimostrato lei?

        SCELZI (furioso, picchiando la mano rovesciata sul fascio di bozze): – che qua, queste nuove pagine, sonavano false –

        *** – ah? eh si sa! ora false!

        SCELZI: – no, io ancora non lo sapevo! Anche senza saperlo – il trucco – il trucco qua si scopre da sé!

        *** – ma sì! certo! certo! –

        SCELZI: – posso farle vedere qua le notazioni che avevo già fatte! E si ricorderà del resto, anche, di tutte le mie riserve per Dèlago!

        *** Ma sì! Ma sì! (e. s): – Ecco – com’io gli avevo detto… burla… non può più essere altro… – burla, eh già! – ora che sapete che Dèlago sono io.

        SÀRCOLI: E che altro può essere, scusi?

        PRIMO GIOVINE: Lo confessa lui stesso!

        *** (investendo di nuovo Scelzi): Le sue riserve? ah sì, le sue riserve per Dèlago? E il «modo» nuovo, nel senso che intendeva lei? il «modo» nuovo che lei ci sentiva? – « Uh!, non scherziamo. » – E la pietra sopra? La pietra sopra, a noi della vecchia generazione? Una burla, eh? – Ma si sa! – Ora che Dèlago sono io.

        SCELZI: Ah ma appunto sì, ora che Dèlago è lei! e qua si scopre, sa! (di nuovo picchiando sulle bozze) – cosa di carta – libro – manipolazione di stile! E mi permetta di dirle, se Lei assume codesto tono con me, che questo non entra più veramente nella moralità di noi giovani –

        *** – ah, no? –

        SCELZI: – no! perché per noi il poeta – lo sappia – non è più il letterato sa­piente –

        SÀRCOLI: – che può divertirsi a far la burla d’apparir giovine, quando non è!

        PRIMO GIOVINE: Ora che sappiamo che Dèlago è lei, basta per noi!

        SCELZI: Ah basta, sì! Perché per noi il poeta deve essere prima di tutto un uomo, – vivaddio! Non carta stampata – sangue-persona.

        *** (stringendo a due mani il libro e scotendolo mentre si fa contro a Scelzi con fierissimo sdegno): E qua non c’è un uomo? Qua non c’è sangue? «Vita che pulsa altrimenti»; «altra vita», come lei stesso diceva? – No – più – è vero? perché ho gli anni che ho? Gioventù è per voi numero d’anni, non pre­rogativa di spirito? Questa è la vostra moralità: la più insolente presunzione! Non posso essere – io – più giovine di tutti voi, e aver sentito in me ciò che in voi s’agita ancora inespresso – sentito! sentito! – tanto da esprimerlo prima di voi – e perché nuovo, altrimenti da come ho fatto finora? Ah questo è im­morale, per la vostra moralità che si sente burlata? – Ebbene, e allora, quand’è così – sì – io v’ho burlati! burlati!

        Sopravviene esultante dall’uscio a destra Modani, seguito da due giornalisti, e quasi nello stesso tempo, dall’uscio a sinistra, sopravvengono, eccitati anch’essi dalla sorpresa, Tito, Giaffredi, Giovanna e Valentina. È lasciato alla maestria del direttore il concerto di questa scena in qualche punto simulta­nea, perché avverrà che i giovani da un canto, i familiari dall’altro, e quelli di questo e di quel gruppo che di volta in volta si rivolgeranno a *** che sta nel mezzo, parleranno contemporaneamente. La confusione delle voci, del resto, sarà per poco e sarà più che mai naturale nell’animazione di tutti; ba­sterà che nel concerto spicchino le note essenziali.

        MODONI (correndo ad abbracciare ***); Magnificamente, amico mio! Burlati! Burlati!

        SCELZI: Burlati noi, oh senti!

        MODONI: Ah no, burlato io, allora!

        TITO (già entrato di furia): Me n’ero accorto, io, papà! Dicevo plagi perché non lo sapevo! (a Modoni:) Non lo sapevo!

        MODONI: E chi poteva immaginarselo!

        SCELZI: Io! Io, che avevo già scoperto…

        TITO: Lei, quando? che erano plagi? Io dicevo plagi perché non lo sapevo!

        GIAFFREDI (nel frattempo, già entrato, avrà detto a *** battendogli le mani sulle spalle): Una vera grande grande soddisfazione!

        MODONI: Di quelle che può pigliarsi lui solo!

        GIOVANNA: È sempre lui! È sempre lui!

        SÀRCOLI: Ma la vera soddisfazione è la nostra!

        VALENTINA: Io mi sento liberata da un incubo!

        TITO: Eh, te lo dicevo io? Dicevo plagi perché non lo sapevo!

        MODONI (ai giovani derisoriamente): Dèlago, il poeta nuovo!

        VALENTINA: «Dèdalo», eh, Tito? Io me lo sognavo!

        TITO: Già, in America, coi libri di papà!

        GIAFFREDI (ai giovani): Eccovi serviti, signori miei!

        SCELZI: Ah noi, no, prego! Siamo venuti qua –

        PRIMO GIORNALISTA (interrompendolo): Preghiamo noi, signori, preghiamo noi! Per carità, Maestro: abbiamo il giornale in macchina –

        SECONDO GIORNALISTA: – in attesa della sua conferma –

        MODONI: Li ho portati io. Si farà un chiasso enorme! – Vogliono comunicare subito la notizia – ma la vogliono sapere da te –

        *** Da me? Che?

        SÀRCOLI: Che Dèlago è una burla!

        GLI ALTRI: Ma sì, una burla! una burla!

        PRIMO GIORNALISTA (a ***): Lei ce lo conferma?

        *** Io? E non li sentite? Lo gridano loro!

        MODONI: Burlati! Burlati! i

        GIOVANI: No! nient’affatto! Burlati noi? Burlato sarà lui!

        PRIMO GIORNALISTA (al secondo): Scappiamo! Scappiamo!

        SECONDO GIORNALISTA (ai giovani): Non vogliamo sapere altro!

        PRIMO GIORNALISTA: Modoni, pensate ai fotografi! (È va via, col secondo gior­nalista.)

        SCELZI (correndo loro dietro con tutti gli altri giovani): Ma no! Dovete dire che io, io prima di tutti, avevo già scoperto il trucco…

        SÀRCOLI: E che noi siamo venuti qua a protestare…

        GLI ALTRI: A protestare! A protestare! (L’uscita così scomposta dei giovani provoca nei familiari una grande risata.)

        GIOVANNA: Sono felice! felice!

        MODONI (a ***): Non ci voleva altro, amico mio!

        GIAFFREDI: Sei magnifico! magnifico!

        TITO: Come sono scappati!

        VALENTINA: Ah Dio, che figura…

        MODONI: Bisogna fare una statua a quel tuo nipote! Non poteva servirci me­glio!

        GIOVANNA: Ah ma s’è servito bene, intanto, anche lui! Questo libro, ora, andrà a ruba!

        MODONI: Ma che, no!

        GIAFFREDI: Si può arrestare la vendita! Fare un processo per abuso di fiducia e appropriazione indebita!

        MODONI: No, che! I «nostri» andranno a ruba, adesso, i «nostri», Eccellenza! Ho già dato l’ordine di rifornire tutti i libraj!

        TITO: Ma col chiasso che si farà…

        MODONI: Dèlago è finito, te lo dico io! finito! Non se ne venderanno quattro copie, e finirà anche la vendita de «L’imbalconata»! Conosco il pubblico, io. Appena saputo eh’è stata una burla…

        *** (come staccandosi dal pensiero in cui è stato assorto: a Modoni): È colpa tua.

        MODONI: Mia? Che dici?

        *** Tua, tua, di non aver pubblicato tu il libro.

        GIAFFREDI (stupito): Ma come! Non sei contento?

        GIOVANNA (stordita addirittura): Questa poi!

        *** (irruente, pur volendo contenersi): Contento? Di che, contento? Che Dè­lago sia finito? (Li guarda tutti): E chi era? chi era? – Contento che paja adesso una burla ciò che prima era – era – una voce nuova, «mia», che tutti avevano ascoltata – a cui tutti s’erano voltati – voce «viva» – «viva» – «an­cora viva» – mia!

        GIAFFREDI: Ma se non lo sapeva nessuno, scusa –

        GIOVANNA: – che fosse tua! – Io trasecolo!

        GIAFFREDI: Lo sapevi tu solo!

        MODONI: Te l’avevano messo contro!

        *** E questo io volevo!

        GIAFFREDI: Ah sì? Che t’oscurasse?

        *** Che m’oscurasse!

        GIAFFREDI: Che fosse lui il nuovo idolo, e tu buttato a terra?

        *** Lui, sì, perché «vivo»! lui! lui!

        GIAFFREDI: Io non ti capisco più!

        *** Eh lo so che voi non mi potete capire!

        MODONI: Dovevo pubblicare il libro come tuo?

        *** Se era mio!

        GIAFFREDI: Perché tutti dicessero che imitavi Dèlago?

        *** Ma sì! Ma sì! Questo volevo!

        GIAFFREDI: Per finire di subissarti?

        *** No! Per ripigliarmelo! Per rifar mio quello che è mio! Vita, non burla. Sangue ancora vivo – mio! Questo io volevo!

        MODONI: E come? Io non vedo…

        *** Come? Lo sapevo io, come! Non svelandolo prima del tempo, pubbli­cando il libro sotto il mio nome, per far dire appunto ch’era una cattiva imi­tazione di Dèlago, l’eco falsa, pietosa, d’un vecchio che voleva ripetere la voce d’un giovine, nuova, fresca, genuina, lo capite adesso che cosa io vo­levo? – che s’affermasse ancora di più Dèlago, la sua giovinezza, la sua ori­ginalità rimbalzante da quella mia cattiva copia – agile, ferma, decisa – inne­gabile! – E allora, ecco, quando nessuno più l’avrebbe potuto negare, allora sì, svelarlo –

        TITO: – che Dèlago eri tu?

        *** – e che per male che io facessi, non imitavo nessuno o imitavo me stesso, perché Dèlago, appunto, ero io!

        MODONI: Ah, guarda! E perché non ce lo dicesti?

        GIAFFREDI: Ah, così tu volevi far più grande la burla?

        *** La burla! Ecco, la burla! Non vedete che la burla, voi! Tanto è incredibile anche per voi ch’io possa sentirmi ancora vivo; evadere da questa prigione di me stesso! Chiuso! Murato! E soffoco! soffoco! muojo! – Perché non ve l’ho detto? Ecco perché! Se l’aveste saputo prima che Dèlago ero io…

        GIOVANNA: E tuo nipote lo sapeva?

        *** Ma certo che lo sapeva!

        GIAFFREDI: Ah, e perciò ha pubblicato il libro sotto il nome di Dèlago?

        *** Sciocco! Non ha capito neanche lui. Non ebbi il tempo di prevenirlo. Ma chi si sarebbe immaginato che tu (a Modoni) dovessi riportarmi là il mano­scritto, rifiutandoti di pubblicarlo? Ed ecco che lui, a tradimento… Lo so, lo so perché l’ha fatto! Ha inteso di liberarmi, hanno inteso di liberarmi, senza voler capire ciò che ho pur fatto loro notare, che Dèlago, svelato prima del tempo, sarebbe sembrato a tutti una burla.

        GIOVANNA: Te ne stai rammaricando, come se, perduto Dèlago, tu abbia per­duto tutto! Non resti più quello’ che sei? con di più questa burla solenne a tutti gli sciocchi che prima ci avevano creduto e ora non ci credono più?

        *** Ah, ora lo so, non mi resta più altro, ora! Affermare anch’io che ho vo­luto fare una burla!

        GIAFFREDI: E contentatene, caro! Che dopo tutto è una gran prova di talento e di vitalità anche questa: creare un idolo e abbatterlo! Tu ne resti comunque accresciuto.

        TITO: Ah, ma sarebbe stato più bello come voleva far lui!

        *** Non vi provate nemmeno a supporre come tutto questo mi dolga…

        VALENTINA: Io sì! Ah, io le sapevo tutte a memoria, sai? – tutte – le liriche di Dèlago… Quella del «Bimbo Mattino»…

        TITO: E la «Passeggiata»! La «Passeggiata»…

        *** Tutte burle! Tutte burle!

        GIOVANNA: Ah, no; senti, io per me, preferisco davvero crederle burle. Non rie­sco a immaginare nemmeno che tu, alla tua età e per quello che sei, abbia po­tuto scriverle sul serio. Le ammetto appena come burle; e anche come tali non mi sembrano degne di te. Vedere che ne soffri… è inverosimile, guar­date… – ma sì, guardate che viso ha fatto… tutto scavato…

        TITO: Ti senti male, papà?

        *** (scattando): No! basta! basta!

        GIOVANNA: È una cosa che mi… che mi…

        GIAFFREDI (sottovoce): Basta, basta, Giovanna… Pausa penosa.

        VALENTINA: Peccato!

        TITO: Eh sì, peccato!

        VALENTINA:

        Un giro di pensieri chiari e buj

        Che non si rompe mai.

        Non si può mai finire

        D’avere il giro delle cose in noi.

        Morire non si può.

        E nascere neppure.

        In verità,

        Come da sempre nati,

        Come per sempre vivi, siamo qua1

   1 Questi versi sono tratti da una lirica di Stefano Landi.

        Pausa penosa.

        MODONI (timido): Ci sono di là ancora, amici miei (indica l’uscio a destra), i fotografi.

        *** (scattando): Ah no, perdio! Non ci mancherebbe altro! Mandali via!

        MODONI: Abbi pazienza, caro…

        GIAFFREDI: Li hanno portati i giornalisti… *** Non sento ragione! Via! Via!

        MODONI: Sono lì che aspettano… *** Li hai portati tu; coi giornalisti!

        TITO: E poi ormai sarà troppo tardi…

        MODONI: No! Per le edizioni della sera! per le edizioni della sera! Sono già preparati gli articoli! *** Per strombazzare la burla?

        MODONI: Ma è necessario, credi, per te – e anche per me, in questo momento! *** Io non ne posso più, basta! Lasciatemi in pace!

        MODONI: E l’affare d’un momento! Persuadetelo voi, Eccellenza! *** Non mi persuade nessuno! Vi dico di lasciarmi in pace!

        MODONI: Ma vi figurate il can-can che adesso faranno tutti i giovani che si son sentiti burlati? Si butteranno accaniti su tutta l’opera sua, sulla sua fama!

        GIOVANNA: Non gli potranno far nulla!

        MODONI: Lo so! Ma bisogna prevenirli! Sgominarli! Seppellirli sotto il ridicolo! Muovere noi, prima, all’attacco! Non perdere questa felice situazione!

        TITO: Certo, attaccare, attaccheranno…

        GIAFFREDI: E in questo momento, con ciò che si sta preparando…

        GIOVANNA: Credete che possa far male?

        GIAFFREDI: Sarebbe meglio che non ci fossero discussioni…

        MODONI: No, no, non dico questo! Non fraintendetemi! Non dico che ci sia da temere! Dico che non dobbiamo perdere l’occasione! Ma avvalercene! Per uscirne accresciuti, come voi avete detto, Eccellenza! (A Tito:) E tu mi segna­lerai i plagi che avevi scoperti !

        TITO: Sì, più di cinque! Plagi, perché non lo sapevo!

        MODONI: Glieli sbatteremo in faccia! Stupidi, che non se n’erano accorti! Men­tre lui giocava quasi a carte scoperte! Lasciate fare a me che li accomodo io! Ma tu arrenditi un momento e mettiti almeno ora nelle mie mani.

        *** Tutto questo mi stomaca! Non lo capite? Mi finisce!

        GIOVANNA: Ma ti dovrebbe, al contrario, far piacere.

        TITO: No, io lo capisco…

        VALENTINA: Anch’io…

        MODONI: Va bene, perché siete giovani. Ma ora lasciate fare a me. Dite qualche cosa voi, Eccellenza!

        GIAFFREDI Io comprendo che tu possa esserne addolorato; ma pensa che è, se mai, la perdita d’un momento solo di te stesso – quest’ultimo –

        *** – «vivo» –

        GIAFFREDI: Ma non mi far ridere! «Vivo» – Tu vivi in tutta l’opera tua!

        *** Non dico l’opera! Dico «io», «vivo»!

        GIAFFREDI: E l’opera non vive? La vorresti buttare all’aria per questo solo mo­mento?

        MODONI: Lasciarla assaltare dalla furia di questi cani che si proveranno ad ab­batterla, a sgretolarla, per vendicarsi?

        *** Se non resiste, se si sgretola, se può essere abbattuta…

        GIAFFREDI: Ma nient’affatto! Sarà un assalto ingiusto, per vendetta; bisognerà prevenirlo, difendersene: è tattica. Cogliere l’occasione di questa che – sì, va bene, non è stata per te una burla – ma sei tu stesso persuaso che converrà ormai assumerla come tale? – dunque, brandirla come un’arma – e addosso!

        MODONI: Ecco! ecco! – E a questo ho già predisposto tutta la stampa più seria, che è con te!

        GIAFFREDI: Sono trent’anni che lavori a comporti nell’opinione di tutti in un’immagine di te, che tu stesso con tanta fatica hai scalpellata! Non puoi ora volere che sia demolita!

        *** Demolita… Se devo esser solo un’immagine…

        MODONI: Ma vuoi negare te stesso?

        *** Che vuoi che me ne importi!

        GIAFFREDI: Come non te n’importa?

        GIOVANNA: Ma di che vita paria poi, si può sapere?

        TITO (a un tempo): Sei tutta la nostra vita, papà!

        VALENTINA (a un tempo): Viviamo tutti di te!

        *** (sopraffatto): E va bene, va bene, e allora i fotografi, i giornalisti…

        MODONI (esultante, correndo subito all’uscio a destra a chiamare i fotografi): Subito! Subito!

        *** (seguitando, esausto): …e la burla, e la tattica e l’immagine di me scalpel­lata (abbandona le braccia:) eccola qua! Chiamateli! Ma che facciano presto!

        GIOVANNA (come tra sé): Lo vorrei proprio sapere, che altra vita vorrebbe…

        *** Ma no, niente, cara, più nessuna: ecco, questa, che è vostra –

        GIOVANNA: – ma anche la tua! –

        *** Sì: scalpellata. (A Giaffredi:) Come hai detto bene! – Ecco: così? Sono bene impostato?

        Sono già entrati, al richiamo di Modoni, tre fotografi con le loro macchine, una a mano e le altre due sui treppiedi, e gli apparecchi per il lampo di ma­gnesio.

        MODONI: Prima, una, lui solo. Scostiamoci, scostiamoci!

        PRIMO FOTOGRAFO: Così in piedi? Non sarebbe meglio…?

        MODONI: No; la prima, così, in piedi. Poi l’altra a tavolino. Bisogna che abbi pazienza, caro. Sono tanti giornali! La terza, tra Sua Eccellenza e me.

        GIAFFREDI: No no, lasciate! lo per me lo posso risparmiare!

        MODONI: Ma no, Eccellenza! Per carità, lasciatemi fare, che so bene che cosa faccio! (A***:) E a me che sono il tuo fedele editore, non la vuoi dare questa soddisfazione? questo onore? La quarta sarà poi con la famiglia.

        GIOVANNA: Eh, sarà pieno di fumo qua dentro, prima che s’arrivi a noi!

        *** (già sotto la mira dei fotografi, che, impostate le macchine e aggiustate le lenti e prese le misure, stanno per far scattare il lampo di magnesio): E al­lora saremo tutti, cara (sì distrae, e fa un ampio gesto col braccio), come tra i lampi (lampo) e le nubi dell’Olimpo.

        I FOTOGRAFI: Oh Dio, s’è mosso! Peccato! Ha alzato il braccio proprio nel mo­mento dello scatto!

        *** Eh già, scusate, è vero!

        MODONI: Mi dispiace, caro, rimettiti a posto. Ti muovi proprio quando non devi…

        *** Sì, hai ragione. Io non mi devo più muovere.

        GIOVANNA: Ah, ma non è possibile, badate, con tutto questo fumo!

        PRIMO FOTOGRAFO: Non c’è una presa qua vicino, scusi?

        TITO: Sì sì, qua, accanto all’uscio!

        PRIMO FOTOGRAFO: Ah, benissimo, allora! Ho di là una lampada. Basterà. E non si farà più fumo. Va’, va’ a prenderla!

        Il secondo fotografo va a prendere la lampada e, mentre la scena prosegue, insieme con gli altri due preparerà l’attacco.

        *** Ma fatene una sola e basta, per favore! Basterà una! Ce ne sono già tante da riprodurre !

        GIAFFREDI: Sì, sì, basterà una! basterà una, Modoni.

        GIOVANNA: È troppo stanco. Risparmiatelo! Una sola. (Piano a Giaffredi:) E forse non converrebbe neppure – guardatelo – Parrà un cadavere…

        GIAFFREDI (piano, a Giovanna). Sì, sono veramente costernato. (Entra Cesare.)

        CESARE: Permesso? Per Vostra Eccellenza – c’è di nuovo il commesso della nuova Casa di dischi.

        *** Ah bene! Anche lui…

        MODONI (seccato): Ma che vuole?

        *** Ma sì, fallo entrare! Anche lui!

        IL COMMESSO (entrando, ancora col suo grammofono a valigetta in mano): Scusi, Maestro, sono forse importuno…

        *** No: libero ingresso, libero ingresso; si faccia avanti! Può entrare chi vuole!

        IL COMMESSO: Mi manda la Casa… Si vorrebbe profittare di questa grande occa­sione, se permette, per il lancio del nuovo disco…

        *** Ma sì, profitti, profitti! Profittino tutti!

        IL COMMESSO: Ho con me il fotografo: ma vedo che qua ce ne sono già tre. Vorrei prenderla mentre con la famiglia e gli amici sta ascoltando…

        *** No! Guardi! (Va a sedere, risoluto, sul suo seggiolone.) Qua. Io mi metto qua – come posato davanti la scrivania. Ha il suo grammofono?

        IL COMMESSO: Sì, l’ho portato…

        MODONI: Ma che vuoi fare?

        *** Lasciami fare! (Ai fotografi:) Ecco, così. Bravi, con questa bella lampada che acceca! Siete pronti? (A Modoni:) Per uno scrittore, caro, – quella al ta­volino – è di prammatica, e sempre la migliore. Ecco: nel mio solito atteg­giamento: così. Aspettate! (A Tito, senza scomporsi dall’atteggiamento:) Tito, prendi il grammofono.

        TITO (facendosi dare il grammofono dal commesso): Ecco, papà. (E gli s’avvi­cina.) Dove?

        *** Dietro.

        TITO: Come dietro?

        *** (senza scomporsi): Spaccami dietro.

        TITO: Papà, che dici?

        *** Spaccami dietro, e allogami nello stomaco il grammofono. Così parlo. E voi tutti mi state a sentire.

        MODONI: Oh bella! Oh bella!

        GIOVANNA: Ah, scherza… Tutti si provano a ridere, ma ridono male.

        TITO: Ancora stavo a sentire che voleva… i

        FOTOGRAFI: Fermi! Fermi! Pronti! Ecco fatto!

        *** (levandosi): Ah, finalmente! Ora basta!

        GIOVANNA: Sì sì, basta! Non bisogna più affaticarlo! Basta, basta. Andiamo via!

        TITO (al commesso): Scusi, sa; ma lo vede, non è proprio possibile…

        COMMESSO: Peccato, con quest’occasione… la Casa… Ma pazienza… Sarà per un’altra volta!

        MODONI (ai fotografi): Su su, andiamo, noi! Via subito: bisogna tirar le copie e distribuirle a tutti i giornali.

        PRIMO FOTOGRAFO: Aspetti, stacco la presa…

        MODONI (ai familiari): Io torno più tardi. (Via coi fotografi e il commesso.)

        GIAFFREDI: Vado via anch’io.

        GIOVANNA: Ma no, aspettate, amico mio, vorrei dirvi…

        CESARE (entrando): Permesso? Per Vostra Eccellenza – suo nipote, con la si­gnora e la signorina.

        GIOVANNA (scattando): Ah no! Questo poi no! Basta di costoro in casa nostra ormai! Tu non li riceverai!

        *** (fermo, contenendosi): Io li riceverò. Voi uscirete…

        GIOVANNA: Ah, ci mandi via per loro?

        *** Dico, se voi non volete riceverli. (A Cesare:) E tu li farai entrare.

        GIOVANNA: Ma non dovresti tu!

        TITO: È suo nipote, mammà…

        VALENTINA: Non li posso soffrire nemmeno io!

        GIAFFREDI: Calma, calma…

        GIOVANNA: Dovrebbe comprendere che io lo dicevo per lui… Anche per lo stato in cui si trova… Venite, venite di qua, amico mio… (Via tutt’e quattro per l’uscio a sinistra.)

        *** (a Cesare): Falli entrare.

        **** davanti alla grande tavola, come a sostenersi, con le due braccia dietro appoggiate, pare che aspetti l’ultimo colpo che lo finisca. A significare che la vita non è più dentro di lui ormai, ma può solo averla davanti, e che com­prende e sa già tutto ciò che Veroccia specialmente e anche Natascia e Pie­tro vengono a dirgli e che l’accoglie e lo accetta come giusto da parte loro: insomma, che può soltanto lasciarli parlare e non più rispondere ormai; la scena, tra lui là muto angosciosamente e inerte e gli altri accesi e agitati da­vanti a lui, si svolgerà come se realmente questi altri parlassero come egli pensa che debbano parlargli e si muovessero com’egli pensa che si debbano muovere: se Pietro si giustifica, se Veroccia lo investe e gli grida il suo sde­gno e piange e si convelle, se Natascia esprime placida lo strazio di lui e di tutti; tutto gli è chiaro, comprensibile, ma ormai come staccato e remoto da lui.

        VEROCCIA (andandogli incontro, con un giornale aperto in mano): L’hai di­chiarato tu davvero – tu, a tutti – che è stata una burla? (Lo guarda. Egli è là immobile: ma come se avesse parlato o fatto cenno di no col capo, ella do­manda:) Ah no? Dici di no? È stampato qua! (gli mostra il giornale. Poi c.s.:) No? – Gli altri, eh? Tutti qua – hanno gridato gli altri – gridato – decre­tato, e ora stampato. Tu no! Lo avevi detto solo a me, tu, come una minaccia! o un timore che si sono avverati per colpa nostra, è vero? E ora basta! Ora non hai più altro da dire. (Esasperata, agli altri:) Mi guarda! Mi guarda! Non parla! (A lui:) Non puoi più fare altro che guardarmi? Eh lo so! (Agli altri:) Non può più far altro: s’è arreso! ha accettato il decreto!

        PIETRO: Io sono venuto qua per dirti…

        NATASCIA: Ma lo sa, Pietro, zitto! Non vedi che lo sa? E può fors’anche ag­giungere che ci ha difesi.

        VEROCCIA: Di che, difesi?

        PIETRO: D’averlo voluto far vivere?

        VEROCCIA: Ma è questa appunto la nostra colpa per lui, non vedi?

        NATASCIA: No, non per lui!

        VEROCCIA: Per lui sì! Anche per lui, se si è arreso!

        NATASCIA: Non bisogna essere ingiusti, Veroccia. Era colpa per gli altri, non per lui. (Si rivolge a lui:) E tu ci hai difesi, non è vero? Quantunque nessuno qua, forse, ci ha veramente accusati, se è vero ciò che è stampato in quel giornale, che noi – (a Pietro:) cioè, tu – hai reso loro un gran servizio.

        PIETRO: Io, a loro? Ah no! A loro, no! Io ho voluto renderlo a lui il servizio, facendo che se lo pigliasse Dèlago almeno, il libro che loro non avevano permesso che fosse pubblicato come suo. E forse avevano ragione, perché il libro è di Dèlago, di Dèlago!

        VEROCCIA: Sì, comeuna burla!

        PIETRO: Ah, ma perché lui non ha saputo farlo valere contro quel branco di stupidi che io mi son battuti davanti a sassate come tanti cani che abbajavano!

        NATASCIA: Ma forse avrà fatto così anche lui, anche se ora non te lo dice.

        VEROCCIA: E perché non lo dice? Perché non lo dice?

        NATASCIA: Perché gli duole; dovrebbe rimproverarci e non vuole… Questo era un libro per te, Veroccia; ma lui ne aveva tanti, tanti altri… anche suoi, cara, da difendere. E qua tutti – vecchi, giovani – gridavano burla…

        VEROCCIA: E tu, allora, burla, è vero? Io, allora, una burla! T’ero dunque ser­vita per questo io? E allora tu avevi soltanto burlato, con me? burlato, è vero? I giovani che ti mancavano… I vecchi che ti mancavano… Ma che doveva importartene, se ti restavo io? se avevi me? Io che non ti mancavo? Io che m’ero data a te tutta – tutta – e tu lo sai – tu che non hai voluto, vile… – tu lo sai che m’ero data a te tutta, e non hai avuto il coraggio di prendermi, di prenderti la vita ch’io t’ho voluto dare – per te, per te che soffrivi di non averne nessuna, di non poter più nemmeno sperare di averne. L’hai avuta da me e hai accettato che dicessero burla? Ah, vile… vile… vile… (E Veroccia scoppia in un pianto convulso, di sdegno e di pena.)

        NATASCIA (la lascia piangere un po’; poi, l’esorta): Basta, basta, cara, non piangere più… Io credo che non avrei neppur bisogno di danzar come Sàlome. Ti voglio tanto bene, cara, che potrei andare di là, placidissima, e portarti su un piatto la testa di quella sua vecchia moglie. Ma è inutile, non vedi? Egli è là immobile, ormai.

        VEROCCIA (balzando in piedi): Sì, sì, è la sua condanna! Senza più vita là. La­sciamolo! Andiamo via! Andiamo via!

        E se li trascina via con sé, senza più nemmeno voltarsi a guardarlo. Ora che è rimasto solo sì – *** può parlare. E si mette a parlare con tenerezza infi­nita a Veroccia, come se fosse ancora là presente.

        *** Eh, lo so… ma perché tu mi vedevi… tu mi volevi ancora vivo, come te… Ed eri pronta a tutto… E ora mi rinfacci il male che non t’ho fatto… Ma io non dovevo fartelo, perché non ero più vivo come te, io, viva giovinezza mia fuori di me, del mio spirito e nel tuo corpo; non nel mio, non nel mio ch’era già vecchio… Tu non l’hai compreso questo ritegno in me del pudore d’esser vecchio, per te giovine. E questa cosa atroce che ai vecchi avviene, tu non la sai: uno specchio – scoprircisi d’improvviso – e la desolazione di vedersi che uccide ogni volta lo stupore di non ricordarsene più – e la vergogna dentro, la vergogna allora, come d’una oscenità, di sentirsi, con quell’aspetto di vecchio, il cuore ancora giovine e caldo. Eh, tu sei viva e giovine, creatura mia; ecco, ancora così viva, che già sei mutata – puoi mutare tu, momento per momento, e io no, io non più. Non hai pensato che non era più possibile per me, che anch’io fossi ancora vivo così… Ti sei preso, cara, di me l’ultimo momento vivo; ma pensaci! pensaci! come te ne saresti consolata? solo col dirti che quest’ultimo momento non era quello d’un vecchio qualunque, ma d’uno che era QUALCUNO – qualcuno a cui tutti i momenti, tutti, uno dopo l’altro, tanti – tanti – quelli di tutta una vita, eran serviti per divenire appunto QUALCUNO – qualcuno che non può più vivere, cara, non può, se non per soffrirne. (Pausa; e poi, più cupo e solenne): QUALCUNO , vivo, NESSUNO LO VEDE: (Pausa.) Tu mi hai potuto vedere perché per te non ero qualcuno; ma uno che volevi vivo, come staccato da me, nel tuo momento: ed io TUTTO QUAL ERO, io QUALCUNO, che ero diventato? eh, un fantoccio per te; a cui potesti perfino tagliare i ca­pelli; tant’è vero che tu vivo come QUALCUNO non mi vedesti mai; e non mi potevi vedere: mi domandavi perfino stizzita: «Perché ne soffri?». Ora lo sai perché ne soffro: e non t’importa più di saperlo. Mi hai visto finalmente QUALCUNO ; e per te NON SONO PIÙ vivo.

        S’è già fatto bujo gradatamente: d’un tratto, l’ultimo barlume si spegne, e prima che egli accenda la lampada sulla tavola, che farà nella biblioteca un lume spettrale, quasi simile a quello del principio dell’atto, le quattro imma­gini dei poeti saranno di nuovo sul palco, ma questa volta in una austera ri­gidità di statue. Egli intanto si sarà mosso lentamente per rimpastarsi, rigido anche lui, e in piedi, davanti la scrivania, cominciando a dire nel bujo:Veramente, quando si è QUALCUNO, bisogna che al momento giusto (luce) si decreti la propria morte, e si resti chiusi – così – a guardia di se stessi.

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