Pensaci, Giacomino! – Personaggi, Atto primo

Pensaci, Giacomino! – Personaggi, Atto primo

Premessa
Personaggi, Atto Primo
Atto Secondo
Atto Terzo

Personaggi

Agostino Toti,  professore di Storia Naturale
Lillina, sua moglie
Giacomino Delisi
Cinquemani, vecchio bidello del Ginnasio
Marianna, sua moglie
Rosaria Delisi, sorella di Giacomino
Il Cavalier Diana, direttore del Ginnasio
Padre Landolina
Rosa, serva in casa Toti
Filomena, vecchia serva in casa Delisi
Ninì, bambino, non parla
Scolari del Ginnasio, che non parlano

In una cittaduzza di provincia. Oggi.


Atto Primo

 Pensaci Giacomino! - Angelo Musco - 1936       Il corridoio d’un ginnasio di provincia. Nella parete di fondo s’aprono a ugual distanza l’uno dall’altro tre usci, ciascuno con una tabella sopra: – Classe I. – Classe II. – Classe III. – Davanti a questa parete corrono tre archi sostenuti da due colonne. A destra e a sinistra, due pareti laterali. Nel mezzo a quella di destra, un uscio con la tabella: – Gabinetto di Storia Naturale. – In quella di sinistra, a riscontro, un altro uscio con la tabella: – Direzione. – Allo spigolo di questa parete, la campana della scuola, con la catenella pendente. Nella parete di destra, presso l’uscio del Gabinetto di Storia Naturale, un tavolino e una sedia per il bidello. Destra e sinistra dell’attore.

        La scuola sta per finire. Al levarsi della tela, Cinquemani, vecchio bidello, passeggia per il corridoio, col berretto gallonato e uno scialle grigio peloso sulle spalle. Ogni tanto si ferma, alza le mani coi mezzi guanti di lana e le scuote in aria, come per dire: «Dio che baccano!». Difatti, attraverso l’uscio del Gabinetto di Storia Naturale si sente un grande schiamazzo di alunni. All’improvviso si spalanca l’uscio a destra e il Direttore Diana irrompe sulle furie, gridando:  

        DIRETTORE. Ah, lo farò finire io questo scandalo! (Corre ad aprire l’uscio dirimpetto e subito ogni rumore cessa.)

        DIRETTORE (gridando dalla soglia). Professor Toti, le par questo il modo di tenere la disciplina? (Poi, fingendo di rivolgersi a un alunno e quindi a un altro.) Che fa lei vicino alla finestra? – E lei, costà fuori del banco? – Dico a voi! Dico a voi! – Via tutt’e due! Raccogliete i vostri libri, e via! – Professor Toti, prenda i nomi di codesti due alunni ! (I due alunni, rossi, mortificati, coi libri sotto il braccio, vengono fuori dall’uscio.) V’insegnerò io a stare in classe! Intanto, esclusi per tre giorni! E ne avvertirò a casa i vostri genitori! Via! (I due alunni, col mento sul petto, se ne vanno per il corridoio, svoltando a destra.) Professore, la prego, venga fuori un momento! – Come? Che cos’è? (Con uno scatto di maraviglia e d’ira insieme): Uh! Lo tenga, lo tenga, perdio! Se lo fa scappare dalla finestra? (Voltandosi verso il bidello): Cinquemani, correte alla Palestra ginnastica: è scappato un alunno! (Cinquemani, via.)

        TOTI (venendo fuori dal Gabinetto. È un vecchietto di settantanni, che si regge a stento sulle gambe. Porta ai piedi un pajo di scarpe di panno; in capo una papalina di velluto nero, e rigirata attorno al collo una lunga sciarpa verde che gli pende coi pèneri davanti e dietro).Posso assicurarle, signor Direttore, che quel giovine non era della classe.

        DIRETTORE. E chi era allora? Come si trovava alla sua lezione? (Dalla soglia, agli alunni che tornano a schiamazzare): Silenzio! Nessuno s’attenti a fiatare! (Fremendo, al professor Toti): Si spieghi! Risponda!

        TOTI (placido e sorridente). E che vuole che le risponda, signor Direttore? Non saprei. Con la faccia al muro – cioè, alla lavagna, propriamente – ecco, lei può vederlo di qua: scrivevo famiglie, specie e sottospecie di scimmie. (Gli alunni, dall’interno, scoppiano a ridere; e allora lui, in un comico scatto di furore, dalla soglia): E fate silenzio, maleducati, almeno mentre parlo col signor Direttore!

        DIRETTORE (con un gesto di disperazione). Ma mi faccia il piacere! (Poi con altro tono):Mi dica come, donde era entrato nella sua classe quel giovine?

        TOTI. Ma forse dalla finestra, signor Direttore. Entrato e uscito.

        DIRETTORE (a un nuovo scoppio di risa degli alunni). Silenzio, o vi caccio via tutti quanti per quindici giorni! (Al professor Toti): Ah lei dunque lascia entrare chi vuole dalla finestra, mentre fa lezione?

        TOTI. No, ecco: mettiamo le cose a posto, signor Direttore: è anche colpa del portinaio che dorme davanti al portone della scuola, senza badare a chi s’introduce nella Palestra ginnastica. C’è – lei la vede – (indica nell’interno della classe) quella finestra lì: si scala con nulla: basta alzare un piede e si è in classe.

        DIRETTORE. E lei? Che ci sta a far lei sulla cattedra?

        TOTI. Santa pazienza! Con la faccia al muro… cioè, alla lavagna… Non badi, signor Direttore: quel giovinotto, forse perché amante degli animali (e aggiunge piano, con bonomia e quasi tra parentesi, come per far vedere che una tale sciocchezza sa dirla anche in greco): – zoofilo, zoofilo – stava attentissimo. Tanto che neppure me n’ero accorto.

        DIRETTORE. Ho capito, ho capito. E ne riparleremo più tardi, professore. Intanto…

        CINQUEMANI. (sopravvenendo, sbuffante). Niente! Come il vento! Non s’è visto di dove è sparito!

        DIRETTORE. Sonate, sonate la campana, Cinquemani!

        TOTI. Parola d’onore, signor Direttore…

        DIRETTORE. Le dico che adesso ne riparleremo, professore. Lasci prima andar via gli alunni.

        (Cinquemani s’appende alla campana della scuola e la suona a lungo, com’è solito ogni giorno. S’aprono gli usci delle classi e ne escono rumorosamente gli scolari. Alcuni, vedendo il Direttore, subito fan silenzio e si levano il cappello. Anche dal Gabinetto di Storia Naturale escono gli alunni, ma zitti e composti. Il professor Toti non può tenersi di salutarne qualcuno con la mano o di fare un cenno a qualche altro, subito represso da uno sguardo severo del Direttore. In breve il corridoio è sgombro. Cinquemani, durante la scena seguente, si leverà il berretto e si legherà attorno alla fronte un gran fazzoletto rosso, di cotone, a fiorami; si leverà i mezzi guanti e lo scialle e indosserà un lungo càmice turchino tratto dal cassetto del tavolino. Intanto sopravverranno la moglie Marianna e la figlia Lillina con le scope e altri attrezzi per far la pulizia delle classi.)

        DIRETTORE. Oh dunque. Le pare, professore, che si possa seguitare così? Che io debba sacrificarmi, con tutto il da fare che ho, ad assistere ogni volta alle sue lezioni?

        TOTI. Veramente, ecco –

        DIRETTORE. Mi lasci dire. Per una volta che non posso, ecco che lei per poco non mi butta all’aria il ginnasio col baccano della sua classe.

        TOTI. Ma sarà forse per la vivacità, che vuole che le dica, con cui faccio lezione. Parlando delle scimmie…

        CINQUEMANI. (sfilandosi i mezzi guanti e tentennando il capo, sospira lamentoso). Che scimmie e scimmie!

        TOTI. Voi, caro Cinquemani, silenzio, prego! Do spiegazioni al Direttore in questo momento. Fanciulli, signor Direttore! Sentono parlare della coda prensile; sentono dire che hanno quattro mani; pensano che giusto abbiamo qua un bidello che ne ha cinque e – fanciulli – si mettono a ridere.

        DIRETTORE. Me non dica così, professore! Lei m’indispone!

        CINQUEMANI. Ecco! benissimo! Indispone!

        DIRETTORE. Non v’immischiate voi, Cinquemani!

        CINQUEMANI. Mi scusi, signor Direttore; ma creda che tutto questo baccano fa il capo anche a me come un cestone; e poi…

        DIRETTORE. Basta, v’ho detto! State al vostro posto!

        TOTI. Ma sì, ma basta, che diavolo! Per due ragazzi! Non mette proprio conto…

        DIRETTORE. Ah questo no! Come non mette conto? La disciplina! La dignità della scuola!

        TOTI (con risoluzione). Signor Direttore, vogliamo parlare sul serio?

        DIRETTORE. Come, sul serio? Ah le pare ch’io le stia parlando per ischerzo?

        TOTI. No, dico, sul serio, se vogliamo venire al vero punto della questione, ecco. L’orario, signor Direttore! Mi arrivano stanchi questi ragazzi all’ultima ora. Dalle otto e mezzo seduti – braccia conserte – all’ultima ora, posso pretendere che stieno fermi placidi là, come vuol lei?(Di scatto): Ha un temperino, scusi?

        DIRETTORE (stordito). Che cosa le salta di venirmi a domandare un temperino, adesso?

        TOTI. Se vuol farsi un taglietto a un dito, piccolo piccolo; o lo vuol fare a me? Per farle vedere che alla nostra età, cavaliere, il sangue è acqua: acqua di malva. Consideriamo, santo Dio, questi ragazzini che hanno fuoco invece nelle vene, e friggono! Io li guardo serio, non creda: (con atteggiamento napoleonico) – così! – Ma le giuro che quando me li vedo davanti con certe facce da santi anacoreti, mentre son sicuro che sotto sotto me ne stanno combinando qualcuna… (Ride.)

        DIRETTORE. Eh sfido, se lei ci sciala così!

        TOTI (subito). No no, li guardo serio! (Rifà il gesto di prima.)

        DIRETTORE. Io non so! Come se non mancassero di rispetto a lei!

        TOTI. A me? No. Mancano di rispetto al professore!

        DIRETTORE (per troncare, severo). Scusi, da quanti anni insegna lei?

        TOTI. Perché?

        DIRETTORE. Mi risponda, la prego.

        TOTI. Da trentaquattro.

        DIRETTORE. E non ha famiglia, è vero?

        TOTI. Solo. Che famiglia! Io e mia moglie, quando c’è il sole.

        DIRETTORE Sua moglie? Come sarebbe?

        TOTI. La mia ombra, signor Direttore; a spasso, per via. A casa, il sole non c’è, e non ho più con me neanche la mia ombra.

        DIRETTORE. E quanti anni, scusi?

        TOTI. Trentaquattro.

        DIRETTORE. No, dico d’età: sessantacinque, sessantasette?

        TOTI. Faccia lei.

        DIRETTORE. Facciamo settanta? Bene. Senza famiglia. Trentaquattro d’insegnamento. Non credo che possa provar gusto a insegnare ancora!

        TOTI. Gusto? Me li sento pesare sul petto come trentaquattro montagne!

        DIRETTORE. E allora perché non si ritira? Ha quasi il massimo della pensione!

        TOTI. Ritirarmi? Lei scherza! Ah, dopo più d’un terzo di secolo che porto la croce, il Governo mi paga per altri cinque o sei anni – e voglio mettere sette, e voglio mettere otto – quattro soldi di pensione e poi basta?

        DIRETTORE. O che vorrebbe di più? Ritirato, a riposo…

        TOTI. Già! A sbattermi la testa al muro; vecchio e solo.

        DIRETTORE. E che colpa ha il Governo, se lei non pensò a metter famiglia a tempo?

        TOTI. Ah, dovevo metter famiglia a tempo, con lo stipendio che m’ha dato, per morire di farne io, mia moglie e cinque, sei, otto, dieci figliuoli – (eh, capirà, quando uno ci si mette!) – Pazzie, cavaliere mio! E ringrazio Dio che volle guardarmi sempre dal farlo. – Ma ora, sa? ora la piglio.

        DIRETTORE. Che? Ora? Prende moglie?

        TOTI. Sissignore. Ora sì. Il Governo con me non se la passa liscia! Calcolo quando pare a me che mi debbano restare altri cinque o sei anni di vita, e prendo moglie, sissignore! per obbligarlo a pagar la pensione, non a me soltanto, ma anche a lei dopo la mia morte.

        DIRETTORE. Oh quest’è bella! E vuol prender moglie per ciò, alla sua età?

        TOTI. L’età… Che c’entra l’età! Mi accorgo che lei è come tutti gli altri, allora; vede la professione e non vede l’uomo; sente dire che voglio prender moglie – s’immagina una moglie – e me marito – e si mette a ridere; o s’inquieta come poco fa, credendo che i ragazzi diano la baja a me, mentre la danno al professore. Altro è la professione, altro è l’uomo. Fuori, i ragazzi mi rispettano, mi baciano la mano. Qua fanno anch’essi la professione loro, di scolari, e per forza debbono dar la baja a chi fa quella di maestro e la fa come me, da povero vecchio stanco e seccato. – Io mi prendo una giovine – povera, timorata, di buona famiglia – la quale, sì, dovrà pur figurare da moglie davanti allo stato civile, altrimenti il Governo non le pagherebbe la pensione. Ma che moglie poi! che marito! Roba da ridere, all’età mia! Sono e resterò un povero vecchio che avrà ancora per cinque o sei anni il conforto d’un po’ di gratitudine per un bene che avrò fatto alle spalle del Governo, e amen.

        DIRETTORE. Ma sa che lei è un bel tomo, professore? Mi congratulo! Uomo di spirito!

        TOTI. Già, perché lei adesso si sta figurando di vedermi… (Fa con le mani un gesto ampio di corna sulla testa.)

        DIRETTORE. No, che! Dio me ne guardi!

        TOTI. Sono nel conto, sa! Segnate al passivo in precedenza! Ma non per me: se n’andranno in testa alla mia professione di marito, che non mi riguarda se non per l’apparenza. Io anzi vedrò di far tanto che il marito – come marito – le abbia.

        DIRETTORE. Oh questa è più bella della prima!

        TOTI. Eh sì! Altrimenti, povero vecchio, come potrei aver bene? Corna, a ogni modo, senza radici, se marito non sono, non voglio né posso essere. Pura e semplice opera di carità. E se poi tutti gli imbecilli del paese ne vorranno ridere, e ne ridano pure: non me n’importerà proprio niente!

        DIRETTORE. Giustissimo! Dato il principio… E li mangeremo presto codesti confetti?

        TOTI. Non manca per me. Cerco. Appena trovo… Ma l’ho già sott’occhio.

        DIRETTORE. Le faccio fin d’adesso le mie congratulazioni. Spero che m’inviterà alle nozze?

        TOTI. Come no? Il primo, si figuri!

        DIRETTORE. Grazie, e si stia bene, professore. (Rivolgendosi a Cinquemani):Cinquemani, il cappello e il bastone.

        (Cinquemani entra nella Direzione e ritorna poco dopo in iscena col cappello e il bastone del Direttore in una mano e nell’altra una spazzola.)

        TOTI. Non è più in collera con me, signor Direttore?

        DIRETTORE. Eh, guardi: come uomo, no; ma se devo fare, come lei dice, la professione del Direttore…

        TOTI. Ah, è giusto, mi rimproveri come Direttore! Purché poi, come uomo, mi stringa la mano!

        DIRETTORE. Eccola qua!

        TOTI. Dato il principio… (S’avvia per rientrare nel Gabinetto di Storia Naturale; ma scorge presso l’uscio Lillina e ritorna pian piano verso il Direttore): E sa? Ragazzina la piglio – di sedici anni – per obbligare il Governo a pagarle la pensione per almeno altri cinquant’anni dopo la mia morte. Non se la passa liscia con me, il Governo, glielo giuro! (Rientra nel Gabinetto di Storia Naturale.)

        CINQUEMANI. (avvicinandosi al Direttore con la spazzola). Permette, signor Direttore? (Si mette a spazzolarlo.) Ah che tipo! Capace di farlo, sa? Di ciò che la gente possa dir di lui, non s’è mai curato. Può star certo che prende moglie davvero!

        DIRETTORE. E vedremo anche questo! Addio.

        CINQUEMANI. Servitor suo, signor Direttore. (E appena andato via il Direttore rivolgendosi alla moglie e alla figlia, lì in attesa): Sii, su oh! sbrighiamoci!

        MARIANNA. Eh già, manca per noi difatti! Da un’ora qua ad aspettare, con tutto il da fare che ho su; a sentir certe sudicerie!

        CINQUEMANI. Ssss, sta’ zitta! (Indica l’uscio del Gabinetto di Storia Naturale, dove è entrato il professor Toti.)

        MARIANNA. Mi senta, mi senta, che gli sta bene! Ho i capelli bianchi, e me li ha fatti diventar rossi dalla vergogna! (Entra nella terza classe, con la scopa ecc.)

        CINQUEMANI. Maledetta linguaccia delle donne! Va’ in terza subito, non perdiamo altro tempo! (Alla figlia): E tu, in quarta!

        LILLINA. Io, in quarta? Perché? Ci vada lei! Io pulirò qua, al solito. (Indica il Gabinetto di Storia Naturale.)

        CINQUEMANI. Ordine e obbedienza, perdio! Su in casa comanda tua madre; qua in iscuola comando io!

        MARIANNA. (affacciandosi dall’uscio della terza con la scopa in mano). Il vicedirettore, eccolo là! – «In terza! In quarta! In quinta!» – Con quel camice, in pompis, sputa tondo e non fa nulla!

        CINQUEMANI. (a Lillina che ride, alzando la scopa). Ah tu ridi, malcreata? Vuoi vedere che vi prendo a scopate tutt’e due? (Gridando alla moglie che è rientrata in classe): Chiudi codesta porta, mentre spazzi, arruffona, e apri la finestra, se no tutta la polvere si butta qua nel corridoio e tocca mangiarmela a me! (Alla figlia): Subito in quarta, t’ho detto!

        LILLINA. In quarta non ci vado, papà: mi ci sento soffocare! Ci vada lei, mi faccia il piacere!

        CINQUEMANI. Ma non vedi che qua c’è ancora il professore?

        LILLINA. Oh bella! E gli dica che esca! Non possiamo mica star qua fin a sera ad aspettar che se ne vada!

        CINQUEMANI. Quest’è giusto! (Facendosi alla porta del Gabinetto di Storia Naturale e parlando al professor Toti): Professore, ancora costì? Se ne vada, santo Dio, che dobbiamo far pulizia! Non basta il tempo che ci ha fatto perdere? – Come dice? – Vuol parlare con me? – Che? (Entra nel Gabinetto.)

        (Lillina, impaziente, sbuffa e fa gesti di rabbia; guarda l’orologino al polso e diventa più che mai smaniosa, come se avesse una gran fretta d’entrare nel Gabinetto di Storia Naturale; pesta un piede; sbuffa di nuovo; poi china il capo e si nasconde gli occhi con una mano.)

        MARIANNA. (aprendo l’uscio della terza classe e venendo fuori tutta impolverata con la scopa e gli altri oggetti di pulizia). Auff! e qua è fatto! (Scorgendo la figlia): Oh, e tu che stai a far lì?

        LILLINA. Aspetto che esca il professore.

        MARIANNA. È ancora là dentro? E tuo padre dov’è?

        LILLINA. Parla con lui.

        MARIANNA. Con lui? E che discorsi può aver tuo padre col professore?

        LILLINA. Che vuole che ne sappia io? Papà lo pregò d’uscire, e lui se l’è chiamato dentro per parlargli.

        MARIANNA. Ah sì? E tu stai a sentire ciò che gli dice?

        LILLINA. Io? Che vuole che me n’importi? Aspetto i loro comodi.

        MARIANNA. Eh già! Tu aspetti; lui parla; e lavoro io sola.

        LILLINA. Che gusto di lamentarsi senza ragione! Ogni giorno lei fa la pulizia in due classi. Bene: le pulisca e se ne torni su. Al resto penserò io.

        MARIANNA. Mi piace codesto discorso! Le pulisco e me ne torno su! E tu rimani qua, sola, ogni giorno, tre ore, a dondolartela.

        LILLINA. Già, tra le panche! Un bel festino!

        MARIANNA. Il fatto è che ti chiamo di su, e tu non rispondi! Con una scusa o con un’altra, ogni giorno, o te ne vieni giù apposta dopo di me, o perdi qua tempo, ora per l’inchiostro da rifornire alle panche, ora perché non trovi il gesso per le lavagne: tre ore, tre ore al giorno! Come se qua ci fosse il vischio!

        LILLINA. Ma se con la scusa che è stato qua tutta la mattinata, papà, appena lei se ne risale, scappa via a prender aria; e tocca a me ripulir tre classi, la Direzione, il Gabinetto di Storia Naturale e tutto il corridojo! E questo poi è il grazie per tutto il tempo che perdo e la pena che mi do!

        MARIANNA. (cantarellando). Non c’è verso in questa casa, non c’è verso… Andiamo, andiamo… Poi viene il Direttore e si lamenta che trova tutto sporco… Oh, bada di non farti aspettare, ragazzina! (S’avvia per il corridojo e scompare a sinistra.)

        (Lillina, sempre più impaziente, riguarda l’orologio, allunga dalla soglia lo sguardo nel Gabinetto.)

        LILLINA. Ma che diavolo fanno?

        (Cinquemani rientra in iscena col viso composto a un’aria di stupore e di gioja, come stordito e beato per uno straordinario discorso che gli abbia tenuto di là il professor Toti; e neanche s’accorge della figliuola.)

        LILLINA. Papà! E che? Non esce il professore?

        CINQUEMANI. Ah, no… Aspetta te. Vai, vai… (Sorride e la carezza sotto il mento.)

        LILLINA. Dove? Là dentro?

        CINQUEMANI. Sì, vai; non aver soggezione!

        LILLINA. Che significa?

        CINQUEMANI. Significa che vuol parlare con te.

        LILLINA. Con me?

        CINQUEMANI. Con te, con te, birichina! (E di nuovo la carezza sotto il mento.)

        LILLINA. (perplessa e ansiosa, non sapendo ancora se debba rallegrarsi). Le ha detto forse… le ha detto qualcosa per me?

        CINQUEMANI. Qualche cosa per te, appunto!

        LILLINA. (c. s.). Ah, e… e lei?

        CINQUEMANI. (di scatto, aombrato). Tua madre dov’è?

        LILLINA. In quinta. Ma mi dica: Lei… lei ne è contento?

        CINQUEMANI. Figliuola mia, contento, se tu ne sei contenta. Ma c’è anche tua madre. E bisogna far le cose – lo sai – con ordine e obbedienza. – Va’ va’ a parlare col professore, adesso; senti ciò che ti dirà. È anzianotto, ma – professore – uomo di giudizio. Pare un po’ strambo, ma per esser buono, è buono.

        LILLINA. Eh lo so, tanto buono! E supponevo già… mi aspettavo che… che le avrebbe parlato per me.

        CINQUEMANI. Ah, te n’aveva già prevenuto?

        LILLINA. No, l’ho Supposto!

        CINQUEMANI. E allora, figlia… (Vedendo apparire il professor Toti sulla soglia del Gabinetto di Storia Naturale, col cappello in capo): Ma eccolo qua! (Prende l’annaffiatojo, la scopa, ecc., e va via per il corridoio, fingendo d’attendere alla pulizia.)

        LILLINA. Ah, professore, quanto le sono grata! Che peso, che macigno mi leva dal petto! Mi metterei a saltare dalla contentezza, come una ragazzina.

        TOTI (con le lagrime in pelle). Figliuola mia, che dici? Bene? E che bene posso farti io? Bene di padre.

        LILLINA. No, più! Un padre fa bene ai suoi figliuoli; ma li ha fatti lui: è suo dovere. Lei è più che padre per me!

        TOTI. Sì, ma tu come padre considerami, e basta. Avessi – dico poco – vent’anni di meno! Settanta! E dunque – padre, e nient’altro.

        LILLINA. Padre, padre, sì! Lei sarà il nostro vero padre, ecco! Ha bisogno di cura, d’assistenza: bene, ci sarò io; la curerò io! E lei sarà anche il padrone della mia casa e non si pentirà mai del bene che m’avrà fatto!

        TOTI. Ma non dire così, figliuola mia! Che vuoi che sia il po’ di bene che ti fo io, di fronte a quello grande che mi farai tu, solo a sentirti ridere contenta accanto a me?

        LILLINA. Io sola? Eh, saremo in due, professore, a rider contenti e felici!

        TOTI. Tu e io, sì: in due!

        LILLINA. E Giacomino, professore? E Giacomino che sarà più contento di me e di lei?

        TOTI (restando). Giacomino? Come, Giacomino?

        LILLINA. Eh, scusi, vuole che non sia contento anche Giacomino?

        TOTI (c. s.). Quale Giacomino?

        LILLINA. Come! Non è stato lui a pregarla di venire a dire una parolina per noi a mio padre?

        TOTI. No, figliuola. Tu sbagli.

        LILLINA. Come, sbaglio?

        TOTI (si prende la testa tra le mani). Aspetta… aspetta…

        LILLINA. Oh Dio, che ha, professore?

        TOTI. Niente. Una legnata in testa. Aspetta. – Padre, eh? Che volevo esser considerato da te soltanto come padre, t’ho detto, è vero?

        LILLINA. Sì, certo. Ma mi dica che sbaglio può esserci stato?

        TOTI. Aspetta. Dunque, padre… (Forte, a se stesso, con rabbia, come per richiamarsi al sentimento d’una realtà impreveduta): Padre, padre, padre. Non perdiamo la testa, Agostino! (Scrollandosi, come a significare che s’è liberato d’una illusione): Basta, è passato! Eccomi qua, figliuola mia. Sappiamoci intendere. Chi è codesto Giacomino che tu credi sia venuto a pregarmi? Da me non è venuto nessun Giacomino!

        LILLINA. Ah, no? E allora? Che ha detto lei, allora, a mio padre per me?

        TOTI. Gli ho detto quello che or ora ho finito di dire a te: che sono un povero vecchio, il quale potrebbe levarti da codesto stato, prendendoti con sé come una figliuola, e basta.

        LILLINA. Me sola?

        TOTI (con bonomia, senz’ombra d’irrisione). Eh, vorresti che mi pigliassi insieme codesto Giacomino che tu dici? Capirai che per gli occhi del mondo…

        LILLINA. Ma se è come figliuola, professore?

        TOTI. Come figliuola, va bene. Tra me e te. Ma se debbo darti uno stato, capirai, non basta che tu te ne venga senz’altro a casa mia. Ci sarà pur bisogno…

        LILLINA. E non c’è Giacomino?

        TOTI. Ci sarà Giacomino, non dico di no! Ma lo stato, in faccia alla legge, non potrà dartelo lui; te lo dovrò dare io.

        LILLINA. Professore, io non capisco più niente, allora! Ma come? Scusi… Mio padre m’ha detto ch’era contento, se ero contenta io; per quel che lei gli aveva detto per me.

        TOTI. Sì, cara. Ma codesto Giacomino scappa fuori adesso! Io non ne sapevo nulla; non l’ho mai visto, mai sentito nominare.

        LILLINA. Mai? Giacomino Delisi, professore!

        TOTI. Ah, Giacomino Delisi? Oh guarda! Bravo giovanotto, sì. Fu mio scolaro, tant’anni fa. Lo conosco.

        LILLINA. E da allora, appunto…

        TOTI. Ah, fate all’amore da allora? È un bel pezzo!

        LILLINA. M’ha detto che lei gli vuol bene…

        TOTI. Eh, sì, gliene voglio…

        LILLINA. E perciò m’ero immaginata che lei avesse parlato a papà per me: per me e per lui! Oh povera me! Che allegrezza in sogno! E ora come faremo? Siamo al punto di prima? E io che non posso più aspettare… che non posso più aspettare, professore! (Si nasconde la faccia.)

        TOTI (stupito, turbato). Perché? (La guarda e comprende.) Ah sì?

        LILLINA. Sono perduta, sono perduta! non posso più aspettare! M’ajuti, professore, m’ajuti!

        TOTI. E che ajuto potrei darti io, povera figliuola mia?

        LILLINA. Parli a mio padre; gli dica… gli dica che conosce Giacomino, che sa che è un buon giovine; che lei farà di tutto per trovargli un posticino…

        TOTI. Io?

        LILLINA. Sì, tanto da potermi mantenere! E alla fine gli faccia comprendere che non posso più aspettare! Per carità, professore, per carità!

        TOTI. Eh, io, per me, sì, figliuola, posso anche dirglielo. Ma ti pare che tuo padre vorrà dare ascolto a me?

        LILLINA. Forse le darà ascolto! Lei è qua professore…

        TOTI. Che professore, figliuola! Come professore – l’hai visto – non mi rispetta! E poi, ti sembra che possa credere sul serio che io abbia modo di procurare un posto a Giacomino?

        LILLINA. Non importa! Si provi a dirglielo! Forse di lei si fiderà!

        TOTI. Ma se il posto, per lui, è tutto! Tanto vero che era contento per me.

        LILLINA. Come, per lei?

        TOTI. Ma sì, figliuola! Siamo giusti, siete ragazzi e non considerate tante cose! Ti sei messa con un giovanotto – buono, non dico di no, educato, ma… senz’arte né parte, sventato… Come vuoi che ti mantenga? Le senti le campane?: «Con che? con che?». Non ne ha i mezzi, e credo neanche la voglia. L’amore? L’amore mangia, figliuola; non si mangia! Come farete a metter su casa? C’è ora anche un bambino per via… La faccenda era già complicata con codesto benedetto Giacomino! Ma, tanto, per me o prima o poi – meglio prima che poi! Ma ora si complica di più! Non bastava Giacomino; anche un Giacominino! Vuoi che diventi padre e nonno, tutt’in una volta?

        LILLINA. No, no, professore! Che dice! Lei ha ragione: non avrei dovuto farlo; ma non so più io stessa come sia stato! Ora egli n’è più pentito e disperato di me; non sappiamo nessuno dei due come uscirne! Il tempo stringe. Ah, m’ajuti, professore, per carità, ora che lei sa tutto, ora che, per un caso, mi son trovata a confidarmi con lei, m’ajuti!

        TOTI. Ma sì, io sono qua, figliuola mia, tutto per te. Non vedo che potrei fare. Ora che so tutto, non tirarmi indietro, ecco. Padre e nonno. Più di questo?

        LILLINA. No, professore! Questo non è possibile!

        TOTI. Dici per me? Se è per me – a pensarci (hai inteso ciò che ho detto al Direttore? dato il principio…) forse è meglio così, perché ora un po’ di bene te lo posso fare davvero. E se tu sei contenta, un bene farò io a te; un bene potrai fare tu a me; e potremo vivere in pace. Anche col bambino; anzi! Un bambinuccio a cui darò la mano, da nonno: non c’è meglio compagnia per avviarsi alla fossa.

        LILLINA. Ma Giacomino, professore? Giacomino?

        TOTI. Giacomino, figliuola… (fa un ampio gesto con la mano, come per dire: nascondilo!) Posso darti anche Giacomino?

        LILLINA. No! no! Non dico questo! Oh Dio, mi fa avvampare dalla vergogna, professore!

        TOTI. No, che vergogna, figliuola! Puoi far conto che in questo momento ti stai confidando con tuo padre. Mi dici Giacomino; io ti rispondo che Giacomino, sì, ci sarà; ma io… io non devo saperlo… cioè lo so, ma… ma dev’essere come se non lo sapessi, ecco! Amico di casa; antico scolaro. E posso voler bene anche a lui, come a un figliuolo: perché no?

        LILLINA. Ma lui, professore, lui? Le sembra possibile che dica di sì? Questo può essere per me, per salvare me, sì; e io gliene sono grata; ma non può essere per lui: non consentirà mai! No, guardi: l’ajuto che m’aspetto da lei è quello che le ho già detto. Parli a mio padre, lo persuada a farmi sposar Giacomino, che non c’è più tempo da perdere. Un posticino lo troverà di certo. Lo sta cercando; lo troverà. E intanto ci facciano sposare! Ecco, questo. Mi faccia questa carità, professore! Io ora entro qua (indica il Gabinetto di Storia Naturale) con la scusa della pulizia. Perché deve venir lui…

        TOTI. Giacomino? Là?

        LILLINA. Sì, viene quasi ogni giorno, a quest’ora. Credevo che oggi non sarebbe venuto perché aveva parlato con lei; e invece… Ah, com’ero contenta! Credevo d’essermi levato questo peso, questo peso che mi schiaccia! – Vada vada a parlare a papà, professore! Io sono di là. Ma per carità non gli faccia capir niente! E grazie, grazie, professore: mi compatisca!(Lillina entra nel Gabinetto di Storia Naturale e richiude l’uscio.)

        (Il professor Toti resta come stordito a considerar l’incarico che Lillina gli ha dato e fa una lunga scena muta, significando per cenni prima la sua sfiducia di riuscire e insieme la sua disillusione, poi come sarebbe stato bello per lui avere un bamboccetto, piccolo così, da portarsi per mano: se lo vede lì davanti; gli fa tanti attucci; ma poi pensa che c’è di mezzo questo benedetto Giacomino! Troppi, troppi a cui dovrebbe pensare il Governo: lui, uno; la moglie, due; Giacomino, tre; il bambino, quattro… Eh, troppi! troppi! E si gratta la testa. Guarda verso l’uscio del Gabinetto; pensa che Lillina e Giacomino forse sono di là insieme; e di nuovo considera la difficoltà dell’incarico; tentenna il capo e scuote le mani con le dita raccolte per le punte, come a dire: «Che posso farci io?». In quest’atto lo sorprende Cinquemani, che ritorna cauto e curioso dal corridoio a sinistra.)

        CINQUEMANI. Ohe, professore, che fa? Giuoca da solo alla morra? Dov’è Lillina?

        TOTI. Se n’è andata.

        CINQUEMANI. E lei?

        TOTI. Me ne vado anch’io.

        CINQUEMANI. Ma, insomma, le ha parlato, sì o no?

        TOTI. Le ho parlato, sì.

        CINQUEMANI. E che le ha risposto? Di no? Che non vuol saperne? E come! Pareva così contenta!

        TOTI (con risoluzione). Cinquemani, sappiatemi intendere; per fare un discorso breve e venir subito al rimedio. L’affare non è liscio.

        CINQUEMANI. Non è liscio? Come non è liscio? Che vuol dire?

        TOTI. Oh santo Dio! Vi ho pregato di sapermi intendere. Quando una cosa non è liscia… Scusate, che intendete per liscio voi? Liscio è così! (S’impala e passa diritta rasente la mano al suo corpo.) Se io ora, poniamo, mi metto qua questo cappello – (si leva il cappello e se lo applica sul ventre) capirete bene che – (rifà il gesto della mano che ora trova impedimento lì, nel cappello) – fa gobba, non è più liscio.

        CINQUEMANI. Oh, professore! Io so intendere; ma lei sappia parlare, quando parla di mia figlia! Che vuol dire codesta gobba?

        TOTI Come diavolo debbo dirvelo, Cinquemani? Parlando d’una donna, che cosa sia questa gobba, mi pare che lo potreste intendere! Cinquemani (stravolto, facendoglisi addosso).O oh! Che dice? Mia figlia? Badi come parla! (Afferrandolo per il petto minaccioso): Mia figlia?

        TOTI. Calma, calma, Cinquemani!

        CINQUEMANI. Chi gliel’ha detto? GliePha detto lei? Risponda!

        TOTI. E chi altro poteva dirmelo, benedett’uomo?

        CINQUEMANI. Ah figlia infame! S’è disonorata? Con chi? Mi dica con chi, che l’ammazzo! l’ammazzo!

        TOTI. Eh via! Che ammazzate! Glielo darete per marito, e non se ne parlerà più!

        CINQUEMANI. Chi? Come? Glielo do per marito? Senza sapere chi è?

        TOTI. Un bravo giovine, ve lo posso assicurare: state tranquillo!

        CINQUEMANI. Voglio sapere chi è! Come si chiama? Bravo giovine? Dev’essere più svergognato di lei, se ha potuto far questo! Il disonore, la vergogna sulla mia faccia! Dov’è? dov’è? dove se n’è andata?

        TOTI. Via! via, Cinquemani, non fate così! Non v’amareggiate il sangue!

        CINQUEMANI. Mi dica dove s’è nascosta, o me la piglio con lei! Voglio averla qua, per mangiarle a morsi la faccia, svergognata! svergognata!

        (A questo punto, come un’eco, dall’interno del Gabinetto di Storia Naturale, giunge uno strillo di Marianna: «Svergognata!», cui subito seguono due altri strilli, di Lillina e di Giacomino Delisi, sorpresi dalla madre attraverso la finestra della classe che dà su la Palestra ginnastica. E subito dopo gli strilli, la porta del Gabinetto si spalanca e vengono fuori, di furia, spaventati, in gran subbuglio, Lillina e Giacomino, inseguiti da Marianna ancora con le vesti arruffate per avere scavalcato la finestra. Cinquemani si lancia ad afferrare Giacomino, che vorrebbe cacciarsi in una delle classi del corridoio; Marianna afferra Lillina che cade in ginocchio. Il professor Toti va dall’uno all’altro, sballottato, e raccomanda la calma. La scena si svolgerà rapida, in gran confusione, violentissima. Le due invettive simultanee, di Cinquemani e della moglie, sono qui trascritte una dopo l’altra, ma sulla scena le battute s’accavalleranno, gridate dagli uni e dagli altri contemporaneamente, senza badare se le parole vadano perdute, purché s’ottenga l’effetto della massima concitazione.)

        CINQUEMANI. Voi! (Afferrando per il petto Giacomino): Ah, siete voi? Mascalzone!

        GIACOMINO. Perdono! Le domando perdono!

        CINQUEMANI. Che perdono! Hai avuto la tracotanza di metterti con mia figlia? Di disonorarmi la casa?

        GIACOMINO. Sono pronto, se lei me la dà, pronto a riparare!

        CINQUEMANI. Che ti do? Vuoi che la dia a te, morto di fame? (Il professor Toti glielo leva dalle mani.) Esci fuori! fuori dai piedi, o ti faccio vedere quello che ti do! Fuori! Fuori!

        GIACOMINO. (al professor Toti che lo trattiene). Professore, glielo dica lei! Sono pronto! Me la sposo! Non manca per me!

        MARIANNA. (contemporaneamente, a Lillina). Era questa la pulizia che facevi qua ogni giorno? Faccia senza rossore! Tieni! tieni! tieni! (La percuote, l’acciuffa.)

        LILLINA. (in ginocchio, schermendosi). Mi lasci! Mi perdoni!

        TOTI. Non le fate male, povera creatura!

        MARIANNA. (a Toti). Si levi dai piedi! (A Lillina): Ti ci ho colta, svergognata! Farla così, sotto gli occhi a tua madre! Con chi ti sei messa?

        LILLINA. Per carità, mamma, per carità!

        MARIANNA. Ti sei perduta così, schifosa?

        LILLINA. No! Mi vuole sposare! mi vuole sposare! Non sente? Mi vuole sposare!

        (A questo punto avviene lo scambio diparti. – Marianna s’avventa contro Giacomino; Cinquemani contro Lillina. Il professor Toti seguita a passare dall’uno all’altro gruppo.)

        MARIANNA. (a Giacomino). Sposare? E io do mia figlia a voi? Avete il coraggio di dire che non manca per voi? Pazzo siete, e un’altra cosa siete, che non sta a me di dirvi. M’avete rovinata la figlia! Infame! Infame! Venire qua a tradimento, come un ladro, a rubarmi l’onore della figlia!

        CINQUEMANI. (a Lillina). Chi è pronto? Lui è pronto a sposarti? E io ti do a lui? Brutta cagnaccia! A un morto di fame vuoi che ti dia? Con uno così ti sei sporcata? e hai sporcato il mio nome, l’onore della mia famiglia! Qua, alla scuola! Ma ora v’aggiusto io! v’aggiusto io!(Cinquemani lascia la figlia, brandisce una seggiola e sì scaglia contro Giacomino. Il professor Toti lo trattiene.) Esci fuori, tu! Subito! fuori! E non ti far più vedere da me! Fuori! fuori! O perdio, faccio uno sproposito! (Si divincola dal professor Toti, riesce a liberarsi con uno strappo violento; ma Giacomino fugge via per il corridoio, ed egli lo insegue.)

        MARIANNA. (a Lillina). Disonorata! disonorata! E che vuoi che me ne faccia più, ora, di te? Piangi la tua vergogna!

        CINQUEMANI. (sopravvenendo, furibondo). Non ti voglio più in casa! Fuori, fuori anche tu! Via, fuori! Non mi sei più figlia! Vattene alla perdizione! Via! via!

        TOTI (con gran voce, dominando tutti). Dove volete che vada, vecchio imbecille! Ve la prendete con lei, quando ne avete voi la colpa, voi che l’avete mandata qua, fin da bambina, in mezzo a tutte le sudicerie che gli alunni stampano sui muri e sulle panche! Pettegoli tutti e due, che non siete altro!

        CINQUEMANI. (a Lillina). Via, fuori! fuori, ti dico! Non ti voglio più!

        TOTI. Non la volete più? Me la prendo io! Qua, figliuola mia, non piangere, che ci sono io per te! Vieni con me… il mio nome, non posso farne a meno, bisogna che te lo dia. Ma tu sarai la mia figliuola, la mia figliuola bella; vieni… vieni… (Si toglie sul petto il capo di lei e, carezzandole delicatamente i capelli, s’avvia verso destra.)

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