O di uno o di nessuno – Atto secondo

O di uno o di nessuno – Atto secondo

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    Atto Secondo

O di uno o di nessuno - Lina Sastri, 1979        La stessa scena dell’atto precedente. Sono passati nove giorni. Carlino è steso sul letto in pigiama da camera; ha il petto scoperto, e il Me­dico, curvo su lui, vi applica l’orecchio per fare V auscultazione dei bronchi e dei polmoni. La Pedoni assiste alla visita. – È quasi mezzogiorno.

        IL MEDICO: Respiri.

        CARLINO (trae dal fondo dei polmoni un respiro).

        IL MEDICO (applicando in un altro punto l’orecchio): Respiri.

        CARLINO (c.s.).

        IL MEDICO (c.s.): Respiri.

        CARLINO (c.s.): Mi gira un po’ la testa.

        IL MEDICO: Non è niente. Effetto della respirazione. Non c’è nulla, né nei bron­chi né nei polmoni.

        CARLINO: Ma sì! Non mi sento più nulla. È stata una semplice costipazione, con un po’ di febbre.

        IL MEDICO: Aspetti. Mi faccia tastare un po’ la milza.

        CARLINO: Perché la milza?

        IL MEDICO: Per vedere se è a posto.

        CARLINO (seccato): Oh Dio mio…

        LA PEDONI: E lasci fare, santo cielo!

        IL MEDICO: Può darsi, se c’è stata la febbre, ci sia qualche lieve infezione: e al­lora la milza dovrebbe essere un po’ ingrossata. (Tasta, affonda la mano nello stomaco, a sinistra.) No. Niente. A posto perfettamente.

        LA PEDONI: Dio sia lodato!

        CARLINO: Domattina, senz’altro, riprendo servizio. (Si alza dal letto. Soprav­viene dall’ufficio Tito.)

        TITO: Ah, buon giorno, dottore.

        IL MEDICO: Buon giorno.

        TITO: Come va?

        IL MEDICO: Guarito, guarito.

        TITO (alla Pedoni): Lo dicevo io, niente, una costipazione?

        CARLINO: Ma lo dissi anch’io!

        TITO: No, tu, per un po’ di febbre, ti sei subito veduto a un caso di morte.

        CARLINO: Bum! A un caso di morte poi…

        TITO: E sa, dottore, perché prese la costipazione? perché vide uscire me senza soprabito, e volle uscire senza soprabito anche lui.

        CARLINO: Ma non è vero! Perché faceva caldo; e poi la temperatura cangiò d’improvviso! Non puoi negare che alle costipazioni vai più soggetto tu che io; e qua c’è la signora Elvira che può dirlo.

        TITO: Io?

        CARLINO: Tu, tu, sì!

        TITO: A qualche raffreddore di naso, se mai! Non costipazione!

        IL MEDICO (a Carlino, sorridendo): Bisogna tenersi riguardati… Lei è un po’ gracile…

        CARLINO: Ma che gracile! Non lo dica! Che gracile! Io ho una salute di ferro, più di lui! Tocca sempre a me a curarlo!

        TITO: Se ti fa piacere crederlo…

        IL MEDICO: Basta. Io vado.

        CARLINO: Dottore, è una bellissima giornata. Sono in casa da nove giorni: non ne posso più!

        IL MEDICO: Vorrebbe andar subito fuori?

        TITO: Ma no, sarebbe un’altra imprudenza!

        CARLINO: A far colazione, per prendere una boccata d’aria; ritorno subito a casa!

        IL MEDICO: No, no; meglio che ancora tutt’oggi resti in casa; domattina ritor­nerà al suo ufficio.

        LA PEDONI: Dia ascolto al dottore.

        IL MEDICO: Si stia bene.

        LA PEDONI: L’accompagno, signor dottore. (Saluti, e il Medico va via, seguito dalla Pedoni, che ritorna subito.)

        CARLINO: Poteva, santo Dio, concedermi d’uscire per un’oretta!

        LA PEDONI (rientrando): Oh, allora apparecchio per la colazione qua in camera per tutti e due?

        TITO: No, per me no: non c’è più bisogno, ormai; io ritorno alla trattoria.

        LA PEDONI (a Carlino): Allora per lei solo. Vedrà che bel pollo lesso le ho pre­parato! Ne mangerà metà ora e metà stasera. E sentirà che brodo! (Via per l’uscio infondo.)

        TITO: Ripasserò a vederti, prima di ritornare all’ufficio.

        CARLINO: Ma no, puoi farne a meno.

        TITO: Chi sa, potresti aver bisogno…

        CARLINO: No, di che vuoi che abbia bisogno? grazie.

        TITO: Ripasserò. Tanto, è ancora presto, e fino alle tre, non saprei che fare…

        Seggono tutti e due ai due lati della tavola sul davanti della scena, con la faccia al pubblico, costernati, e stanno così un pezzo in silenzio.

        CARLINO (con una domanda che sa inutile, perché già suppone quale sarà la risposta): Nulla?

        TITO: Nulla.

        CARLINO: Ma non ti sei più provato a muovergliene il discorso?

        TITO: No. (Pausa.) Faccio finta di niente; che non ci penso neppure: come se non dessi importanza alla cosa. (Pausa.) Forse è meglio aspettare che ne offra lei il pretesto.

        CARLINO: Eh, a lei, veramente, non conviene offrirlo…

        TITO (cominciando a irritarsi): Io, da parte mia, mi son già provato una volta!

        CARLINO (dopo un’altra pausa): E che io non sono più andato…

        TITO: Potrai provarti domani. Ma vedrai che devierà subito il discorso, anche con te.

        CARLINO (c.s.): Eppure è necessario cominciare almeno a prepararla…

        Rientra la Pedoni con un vassojo su cui sarà quanto basta ad apparecchiare per un malato che debba mangiare in camera.

        LA PEDONI (a Tito): Ah, è ancora qua?

        TITO (alzandosi): Vado.

        CARLINO: Ma non stare a tornare per me!

        TITO: Se m’avanza tempo, ritornerò. A rivederci.

        CARLINO: A rivederci.

        TITO (prima d’uscire): Buon giorno, signora.

        LA PEDONI: A rivederla. (E appena Tito è uscito:) Manco male che almeno un saluto davanti la porta s’è degnato di farmelo.

        CARLINO: Ma creda che non pensa più, signora Elvira, e nemmeno io, a lasciar la camera.

        LA PEDONI: Ah, giusto: sarà bene stabilirlo; non vorrei che poi, per una parola detta così in un momento…

        CARLINO: No, stia sicura: si resta qua. È ormai più d’un anno che ci cono­sciamo e ormai abbiamo preso l’abitudine.

        LA PEDONI: Meglio, creda, non potrebbero trovare altrove: ho l’orgoglio di dirlo. Qua sono come in famiglia. Così loro tornassero a essere quei due bravi figliuoli d’una volta! Lo dico per il loro bene. – Basta. Vado a pren­derle il brodo.

        Va via, col vassojo, per l’uscio in fondo, dopo aver apparecchiato. Carlino, rimasto solo, andrà in giro per la camera, soprapensiero. A un certo mo­mento si fermerà per esclamare:

        CARLINO: Perdio, in nove giorni… (E riprenderà ad andare. Poi, rifermandosi:) Pretenderà che gliela faccia intendere io…

        S’avvicina alla tavola: ne prende, distratto, un panino: prima lo guarda, poi ne stacca un cantuccio e se lo mette in bocca. Rientra con la zuppiera sul vassojo la Pedoni.

        LA PEDONI: Ecco qua tutto. Segga.

        CARLINO (sedendo): Ah, brava, signora Elvira. Sì, ho molto appetito.

        LA PEDONI: Ho lasciato dentro il mezzo pollo, perché non le si raffreddi. Ecco, la servo io. Un brodo… guardi, sente che odore? La ristorerà. Assaggi, as­saggi.

        CARLINO: Benissimo! Eccellente! Ci vorrei minuzzare un po’ di pane…

        LA PEDONI: Faccia, faccia! Le porterò poi per il pollo un altro panino.

        CARLINO: Un po’ di solido… da far lavorare i denti…

        LA PEDONI: Guardi, le ho portato anche un’arancia.

        CARLINO: Grazie, sì, ho visto.

        LA PEDONI: È una sorpresa – dopo il pollo.

        CARLINO: Una sorpresa?

        LA PEDONI: Un bicchierino di Marsala vecchio! Di quello che fa proprio striz­zare l’occhio!

        CARLINO: Ah! – buono! – sì sì – grazie! – Cara signora Elvira! – Sì sì – un buon bicchierino di Marsala è proprio quello che mi ci vuole! Lei è molto buona.

        LA PEDONI: Ho dimenticato il sale! Aspetti… Chi sa le bisognasse per il pollo… (Va in fretta. Ma poco dopo eh’è uscita, si sente gridar forte di là dall’u­scio:) Ah no no, mi scusi! qua, no! qua lei non entra! in casa mia non voglio di queste storie! Via, via, carina! Non posso tollerare…

        CARLINO (accorrendo all’uscio): Che cos’è?

        LA PEDONI: Una visita che non tollero affatto, signor Sanni!

        CARLINO (infuriandosi alla vista di Melina fuori dell’uscio): Ma mi faccia il piacere! (Corre a prendere Melina per un braccio.) Come osa impedire…? (Fa entrare Melina nella camera:) Venga, entri, signorina! (Melina entra, tutta sbigottita, con un grosso involto sotto il braccio.)

        LA PEDONI (quasi cercando d’impedirle l’entrata): Io le dico che non posso permetterle…

        CARLINO: Si guardi bene, perdio, dal toccarla!

        LA PEDONI: E allora fuori! fuori!

        CARLINO: Lei non può proibire che mi si venga a far visita, mentre sono in casa ammalato!

        LA PEDONI: Queste non son visite per ammalati! Ho tutto il diritto di proibirle, perché in casa mia…

        CARLINO: Basta! Questo è un discorso che si farà dopo. Ora non mi secchi! (E richiude di furia l’uscio.)

        MELINA: Io ti chiedo scusa…

        CARLINO: Ma no, tu piuttosto, d’essere stata accolta così… Ma guarda che me­gera! Che si figura?

        MELINA: È la prima volta… non sono mai venuta…

        CARLINO: Per tutte quelle mocciose di Merletti che vengono sotto colore di clienti, non dice nulla; e per te, brutta pettegola…

        MELINA: Forse perché è venuta ad aprirmi la figlia…

        CARLINO: Non ci badare! È tutto lì! Per quella figlia… La rabbia se la divora!

        MELINA: Tu stavi a mangiare…

        CARLINO: Sì, prendevo un boccone… Ma com’è che sei venuta?

        MELINA: Passavo di qua… Ho visto per strada Tito che andava solo alla tratto­ria…

        CARLINO: Sì, è uscito poco fa.

        MELINA: Mi sono immaginata che tu stéssi ancora male…

        CARLINO: No, vedi? già guarito: mangiavo…

        MELINA: Seguita, seguita a mangiare!

        CARLINO: Me n’ha fatto passar la voglia!

        MELINA: No, via, siedi, siedi: così: riprendi a mangiare…

        CARLINO: Mangiavo così di gusto!

        MELINA: E son venuta a guastarti…

        CARLINO: Ma no!

        MELINA: È un bel pollo! Mangia, mangia…

        CARLINO: Non ho più pane.

        MELINA: Ah… non ne hai più? E ora, a chiamare…

        CARLINO (risolutamente, alzandosi): Non importa! Io chiamo! (Va all’uscio, lo apre e grida di là:) Pane! (Lascia l’uscio socchiuso, e viene un po’ avanti nella camera:) Stiamo a vedere se lo porta.

        MELINA: Corsi un po’, dietro a Tito, per domandargli di te; non m’intese; an­dava tutto aggrondato… Temetti che potesse essere in pensiero per te… e al­lora, trovandomi a passare… Non t’ho più veduto da nove giorni…

        CARLINO (col tono di chi non ha inteso bene, perché pensa ad altro): Ma sì, non scusarti ancora… (Va di nuovo all’uscio e grida:) E il sale! (Riviene avanti:) Se n’era accorta lei stessa che mancava. (Poi, con altro tono, a Me­lina:) Certo è meglio che qua tu non ti faccia vedere…

        MELINA: Se avessi potuto supporre…

        CARLINO: Ma finirà! Dopo questo, finirà! Lo dirò a Tito questa sera. Già ave­vamo intenzione… (Si sente picchiare all’uscio.) Ah, ecco: portano… – Avanti!

        Entra pianino pianino una goffa vecchia signora con un buffo cappellino in capo e i guanti alle mani, reggendo in due piattini, con spaventata cautela, nell’uno un bicchierino colmo di Marsala, nell’altro un panino e una saliera. – Carlino ne è contento. Ah, ecco – anche il Marsala.

        LA VECCHIA SIGNORA (proseguendo cautissima verso la tavola e accennandola un momento con gli occhi): Poso là?

        CARLINO (liberandola dall’incubo del bicchiere): No, dia, dia qua. Ma, scusi, chi è lei?

        LA VECCHIA SIGNORA: Una buona amica della signora Pedoni. (Dopo aver posato l’altro piattino:) Comanda altro?

        CARLINO: Nient’altro, grazie. Mi dispiace che si sia incomodata…

        LA VECCHIA SIGNORA: Per l’amicizia si fa questo ed altro. – Buon giorno. (S’in­china e va via.)

        CARLINO (col bicchiere ancora in mano): Buon giorno. (Offrendo a Melina:) Bevilo tu. Marsala. Dev’esser buono. Vecchio.

        MELINA: No, grazie. Me ne vado subito. Se temi che si possa figurare…

        CARLINO: Ma si figuri quello che vuole! Non così subito. Siedi un po’. (Siede anche lui.) Almeno il tempo di vederti…

        MELINA: Ora potrai di nuovo uscir di casa…

        CARLINO (mangiando di gusto): Sì, è venuto il medico, poco fa: non ha trovato più nulla; ma non è stato mai nulla di grave, veramente.

        MELINA (guardando la camera): Bella camera… allegra… Dormite così tutt’e due insieme… Tu dormi là?

        CARLINO: Sì, e Tito là.

        MELINA: Ti vuol bene Tito: ha detto ch’è stato per una tua imprudenza.

        CARLINO (stizzito): Ma non ci credere! Lo dice lui, perché vuol far vedere che certe cose lui se le può permettere e io no! Non lo posso più soffrire! – Lui è più forte; e lui, questo; e lui, quello – tutto meglio di me!

        MELINA (ridendo): Oh Dio, ma no… è così diverso…

        CARLINO: Io non mi paragono mica a lui! – Lui è lui; e io sono io. – Che c’en­tra?

        MELINA: Ma si sa!

        CARLINO: Senza soprabito… Poteva costiparsi anche lui, e io no. Cose che capi­tano. Non avrei mica detto per questo che certe cose io me le posso permet­tere e lui no! Mi sento fortissimo anch’io! E più energico, in tante cose, più energico io di lui! Con tutto quel piglio che si dà… Ecco! Se vuoi saperlo! Se non te ne sei ancora accorta!

        MELINA (unpo’ confusa, non comprendendo la ragione di quella stizza): M’era parso che avesse parlato della tua imprudenza perché si prende cura…

        CARLINO (interrompendola): …lui, di me? Me la son presa io, sempre, di lui! – Ma che! Tiene, tiene a far risaltare che è più forte di me! E ne so anche la ra­gione! – Ma s’inganna! – Lo vorrei far dire a qualcuno che non avesse inte­resse di tacerlo: tra me e lui, chi è il più forte.

        MELINA: Non te n’avere così a male, via…

        CARLINO: No; non me n’ho a male; ma è un pezzo che mi secca, con queste arie! Io sono buono, remissivo; ma se poi vedo che qualcuno se n’approfitta… – Perdio, l’ho levato tante volte dagli impicci! – Basta. Parliamo di te. La­sciati vedere. Come stai?

        MELINA: Bene. (Breve silenzio d’impaccio.)

        CARLINO: E… sei un po’ andata a spasso?

        MELINA: No, per compere, propriamente…

        CARLINO: Ah, brava. Da queste parti?

        MELINA: Sì, perché sapevo che qua vicino c’è un negozio dove si compra bene. Ecco, ti voglio far vedere… (Eprende a slegar l’involto che ha sulle ginoc­chia. )

        CARLINO: No, perché? Che cos’è?

        MELINA: Tela. Ti voglio far vedere che finezza… (Seguita a sciogliere il nodo.)

        CARLINO: Ma io non me n’intendo…

        MELINA: Vedrai, vedrai che solidità… Senz’apparecchio… Ecco, guarda…

        CARLINO: Uh, tanta!

        MELINA: Assaggia…

        CARLINO (assaggiando col pollice e l’indice): Sì… mi par buona…

        MELINA: Stringila, stringila così nel pugno… Morbidissima…

        CARLINO: Sì sì… Morbida… E… quanto l’hai pagata?

        MELINA: Oh, poco. – Indovina?

        CARLINO: Quanto?

        MELINA: No… dico, perché l’ho comperata…

        CARLINO (si stringe nelle spalle, fingendo di non comprendere): Oh bella! per­ché ti bisognava… Ma l’hai comprata da te; non dovevi. Potevi dirci che ti bi­sognava…

        MELINA (alza la tela e si nasconde la faccia. Sta un pezzo così: poi, con gli occhi pieni di lagrime, scotendo amaramente il capo, domanda): Dunque no?

        CARLINO (c.s.): Che cosa?

        MELINA: …non debbo proprio preparar nulla?…

        CARLINO (tra confuso, seccato e commosso): Vuoi…? Che vuoi preparare…?

        MELINA (prendendogli una mano e parlando con foga): Senti, Carlino, senti, per carità! Io non voglio nulla da voi, non vi chiedo nulla –

        CARLINO (cercando d’interromperla): – ma no, che c’entra? –

        MELINA: – stammi a sentire! – Come ho comperato questa tela, così con altri piccoli risparmi, potrei –

        CARLINO: – che potresti? che dici? –

        MELINA: – pensare a tutto io! –

        CARLINO: – a tutto… che? tu mi parli…?

        MELINA: – ma sì, Dio mio, di che vuoi che ti parli? fingi di non comprendere? –

        CARLINO: – ma non è possibile, figliuola mia! –

        MELINA: – lasciami dire! – penserei a tutto io; non avreste alcuna spesa – ti giuro! – né per il corredino, né per la nascita, né per l’allevamento –

        CARLINO: – ma non è per questo! –

        MELINA: – stammi a sentire! – e poi mai, mai il minimo fastidio! –

        CARLINO: – ma che vuoi che sia la spesa, il fastidio? –

        MELINA: – e nessun peso, nessun peso, mai! – Non mi vuoi lasciar dire? Non scrollare così le spalle e non farmi codesti occhiacci ! –

        CARLINO: – ma perché non è niente di tutto questo, figliuola mia! né la spesa, né il fastidio, né il peso! –

        MELINA: – sta bene! poi mi dirai tu, allora, che cos’è – per voi! Ora lascia dire a me! Avrò pur diritto, io, di dire una parola! –

        CARLINO: – ma sì, parla, parla, – che vuoi dire? –

        MELINA: – parlo, sì… – come faccio più ora a parlare? Non ho mica da far va­lere ragioni, io, contro di voi due! – Ti volevo dire che m’avanza tanto tempo… –

        CARLINO: – sì, per far che? –

        MELINA: – per non far niente – ho imparato a lavorare per voi… seguiterò a la­vorare… –

        CARLINO: – lo sappiamo, sì, e ti ringraziamo… –

        MELINA: – ma non voglio essere ringraziata – debbo io al contrario ringraziar voi – e promettervi che non vi mancheranno mai, mai, le mie cure – ne po­tete esser certi! – Ma ecco, vedi, badando a voi come bado, alla vostra bian­cheria, ai vostri vestiti, m’avanza ancora tanto tempo – tanto che, lo sai, ho imparato a leggere e a scrivere, da me!

        CARLINO: – sì, cara! –

        MELINA: – bene – guarda, Carlino – ora lascerò questo e cercherò altro lavoro –

        CARLINO: – tu? perché? –

        MELINA: – da fare a casa –

        CARLINO: – per conto d’altri? –

        MELINA: – di signore! di signore! – lavori di bianco – rivoltare vestiti… –

        CARLINO: – ma no! perché devi far questo? –

        MELINA: – per il mio piacere! per il mio piacere, Carlino! Sarò felice, credimi! credimi! –

        CARLINO: – ma noi non vogliamo… –

        MELINA: – perché non dovreste volere? –

        CARLINO: – perché no! non possiamo permettere… –

        MELINA: – ma io sarò sempre per voi, come prima. Carlino, sempre allo stesso modo!

        CARLINO: Non crediamo d’averti fatto mai mancare… –

        MELINA: – ma non è per me, Carlino; che pensi? perché a me manchi qualche cosa! – sarei una sfacciata e un’ingrata! –

        CARLINO: – e allora per…? – ma tu puoi credere sul serio che sia per una que­stione di denaro? –

        MELINA: – no! no! perché voglio esser io! io soltanto! senza farne il minimo carico a voi! – io! – avere io quest’orgoglio, capisci? –

        CARLINO: – tu – e noi? – come vuoi che te lo permettiamo, non già per questo, che sarebbe il meno, ma per la responsabilità, Melina, per la responsabilità, figliuola mia, d’una vita che nascerebbe in queste condizioni, non lo com­prendi? – d’una vita che non si può sapere a chi appartenga?

        MELINA: Ma a me, Carlino? A me appartiene di certo! Mio è certamente, anche se non posso dire se sia tuo o dell’altro! – Mio! – Appartiene a me che l’avrò fatto! E la responsabilità – perché dovete assumervela voi? Me l’assumo io – ecco – intera!

        CARLINO: E come?

        MELINA: Come? Ma così me l’assumo! – Nasce – è mio – me l’allevo – lo tengo con me – è la mia creatura. – Che responsabilità? È la cosa più sem­plice e naturale del mondo!

        CARLINO: Ma la nostra, Melina? la nostra?

        MELINA: Perché la vostra? Se io non ve ne do nessuna?

        CARLINO: Tu non ce la dai; ma noi non possiamo non sentirla, se ti tieni il bambino, né lasciarla soltanto a te!

        MELINA: Perché non potete?

        CARLINO: Ma perché sarà là – con te – il bambino – e diventa subito, per forza, se vive con te, una responsabilità anche nostra!

        MELINA: E allora, per non sentirla e liberarvene, che volete fare? buttarlo via? quando ci sono io qua, la madre, che se lo vuol tenere per sé? Vi assumereste codesta responsabilità – che è d’un delitto, Carlino! d’un vero delitto verso una creatura che nascerà alla vita – perché? per voler tener conto, invece, di quell’altra che non avete; e che è giusto non abbiate, non potendo sapere a chi veramente di voi due appartiene! – Ebbene, lasciatela a me questa respon­sabilità; a me che lo so di certo ch’è mio! – Ma io non vi voglio dare nessun dispiacere; ve lo chiedo come una grazia, per carità; perché so che per voi questo non doveva avvenire!

        CARLINO: – non doveva avvenire! non doveva avvenire! è stata la più grave delle sciagure! –

        MELINA: – sì – ma guarda, Carlino: tra pochi anni… –

        CARLINO: – che tra pochi anni! tra pochi anni sarà peggio, non lo comprendi? –

        MELINA: – no, stammi a sentire –

        CARLINO: – come no? col bambino che cresce –

        MELINA: – non pensare al bambino! –

        CARLINO: – se te lo vuoi tenere! –

        MELINA: – pensa a te, pensa a te, Carlino! e pensa a Tito – come ci ho pensato io, tutti questi giorni! –

        CARLINO: – tu, hai pensato a noi? –

        MELINA: – a voi! non ho pensato altro che a voi! Perché so che il vero caso grave è per voi – per quest’orribile incertezza in cui siete tutt’e due, che fa appunto così tremenda la disgrazia –

        CARLINO: – tu dunque lo capisci? lo capisci? –

        MELINA: – come vuoi che non lo capisca?

        CARLINO: – insopportabile! insopportabile! –

        MELINA: – ma io voglio appunto renderla sopportabile, dato che è avvenuta! –

        CARLINO: – e come? facendo come vuoi fare? –

        MELINA: – sì – levandovi d’ogni responsabilità! – Carlino, un delitto sarebbe sempre, come vorreste fare voi, anche se ciascuno s’approfitta dell’incertezza, per non farsene un rimorso, pensando che il figlio possa essere dell’altro! Per la sorte a cui condannereste un innocente, tutt’e due d’accordo – il delitto resta! E anche di fronte a me che non voglio per lui questa sorte – se voi mi costringeste! – Sono venuta perciò a dirvi che non vi chiedo nulla, che non voglio nulla! – Sono qua per voi, finché mi vorrete… – Ma quanto pensi tu, che possa durare ancora per voi questa vita, Carlino? Tra pochi anni che sarò più io? Non sarò più certo buona per voi; vi sarete stancati di me… –

        CARLINO: – no, chi te lo dice? –

        MELINA: – eh via… Che potete sapere delle cose che vi potranno accadere tra pochi anni? Non potrete mica sempre seguitare a vivere così, tutt’e due uniti… E allora, guarda: di qui a pochi anni, sarà ancora un bambino –

        CARLINO: – e dici che hai pensato a noi? Ma come faremmo noi…? –

        MELINA: – perché? – Non stiamo mica insieme! Se volete, potrete anche non vederlo; neanche accorgervi che ci sia! –

        CARLINO: – ma non sarà possibile, sapendo che c’è! – Tu non ti figuri che tor­mento sarebbe per ciascuno di noi due? È già solo un tormento a pensarci! Vederlo là… –

        MELINA: – darò ad allevarlo fuori! non lo vedrete! non lo vedrete mai! –

        CARLINO: – ah Dio, questo è un tormento! – questo è un tormento! – un vero tormento!

        MELINA: Ma non lo capisci che ora che ho imparato a vivere così, non posso, non posso più buttarlo via, tornare alla vita di prima! Non posso! vi dico che lavorerò, vi dico che non vi darà né spesa né fastidio, vi dico che nemmeno lo vedrete, che tutto il peso sarà mio; la responsabilità sarà mia; che debbo dirvi di più? Per me è un delitto che non posso commettere; non lo voglio commettere! mi volete costringere a commetterlo per forza? Lo terrò con me; non ve lo farò vedere; sarà il mio conforto e la mia compagnia, quando voi non ci sarete: e poi, quando voi non mi vorrete più, avrò lui almeno, avrò lui!

        CARLINO (che non ne può più, anche per la commozione che lo soffoca): Perché sei venuta a dirle a me queste cose? Nove giorni, nove giorni è venuto lui, da te – non potevi dirle a lui, che sei venuta a dirle a me qua malato…?

        MELINA (mentre piange): Hai ragione… hai ragione… Carlino, perdonami… Io non so perché m’è venuto di dirlo prima a te… È anche lui, Tito, tanto buono…

        CARLINO: Ecco, tanto più, se ti pare, com’è, così buono…

        MELINA: M’è venuto di dirlo a te… Che vuoi? Il cuore…

        CARLINO (con intenzione): – il cuore t’ha suggerito così? –

        MELINA: – sì: di dirlo prima a te…

        CARLINO (molto serio e deciso): Senti, Melina: io torno a ripeterti che se tu credi che possa esser io –

        MELINA (subito): – no! no! non lo posso dire! – questo, in coscienza, non lo posso dire, Carlino!

        CARLINO: Ma è la seconda volta che a te, senza volerlo, viene di confidare una cosa prima a me che a lui!

        MELINA: Forse perché tu m’ispiri più confidenza… io non so… sarà per questo!

        CARLINO: Sarà per questo… ma capirai che… così… da solo… io, allora… – tu mi cresci il tormento! tu mi cresci il tormento!

        MELINA: Perdonami! Perdonami! Io lo so che tu da solo – così – ora – non puoi, né devi dirmi nulla – devi parlarne con Tito – e gliene parlerai come credi, quando credi… Io sono qua; non dirò più nulla; farò come voi vorrete… – soltanto gli dirai che v’ho chiesto come una grazia di tener conto del senti­mento mio… anche del sentimento mio… (Piange.)

        CARLINO (commosso, carezzandola): Ma certo… certo non… non sarà possi­bile… non tener conto del sentimento tuo…

        MELINA (alzandosi, convulsa): Vado… vado… Farò come voi vorrete… farò come voi vorrete… Addio, addio!

        E scappa via, col suo involto di tela. Carlino resta dapprima, come intronato, poi si muove per la camera agitando le mani: come uno che se le sia scottate.

        CARLINO: Ah che cosa… ah che cosa… Ah Dio, che cosa… Che cosa…

        Sopravviene, scombuiato, Tito Morena.

        TITO: Ch’è stato? Ho incontrato Melina per la scala: piangeva, dice che tu mi dirai…

        CARLINO: Sì – è venuta a farmi qua una scena…

        TITO: A te? Perché?

        CARLINO: Non a me! – Per lo stato in cui si trova…

        TITO: Ah! – È venuta a parlarne con te? – A me, in tanti giorni… –

        CARLINO: – gliel’ho detto! Le ho detto proprio così! –

        TITO: – ha sfuggito di parlarne! E ora ciò ch’è venuta a dirti – e che non ha voluto dire a me – io lo debbo sapere da te?

        CARLINO: O che te n’hai a male, per giunta? Credi che sia venuta a farmi un piacere, così debole, sfinito, come mi trovo?

        TITO: Io vorrei sapere perché ha fatto questo!

        CARLINO: Va’ a domandarglielo, perché l’ha fatto! M’ha dato il martirio! Dice che si trovava a passare di qua, per compere…

        TITO: Non è vero! Mentisce! È venuta apposta! È venuta apposta!

        CARLINO: Sarà venuta apposta, che vuoi che ti dica? – Ma no, mi disse che ti vide mentre andavi alla trattoria…

        TITO (stonato): Mi vide?

        CARLINO: Sì – e ti corse anche dietro…

        TITO (c.s.): …a me? –

        CARLINO: – sì – mi disse così – e che tu non la sentisti… –

        TITO: – …mi chiamò, allora? –

        CARLINO: – eh, suppongo… – dice che andavi tutto aggrondato; temette che po­tessi essere in pensiero per me; e allora volle salire…

        TITO: Non vedo chiaro! Non vedo chiaro! – Ma che! ma che! – Non poteva mica mettersi a parlare con me di queste cose per istrada!

        CARLINO: La compera però l’aveva fatta per davvero… È venuta a mostrarmi una pezza di tela…

        TITO (c.s.): Una pezza di tela?

        CARLINO: Sì – cominciò appunto così il martirio – mostrandomi quella pezza di tela…

        TITO: L’aveva sotto il braccio e non sapeva come fare per la scala ad asciu­garsi le lagrime, con quell’ingombro… – È venuta a mostrartela… e poi?

        CARLINO: Non so perché séguiti a guardarmi con codesti occhi e assuma con me codesto tono da giudice istruttore!

        TITO: Perché? Lo vuoi proprio sapere il perché? Perché comincio a essere stufo io! seccato, seccato seriamente di tutta codesta confidenza… –

        CARLINO: – ma io le ho detto di no, di no, di no – hai pur visto che piangeva…

        TITO: – di no… che cosa? – per la tela? –

        CARLINO: – per la tela!… – per ciò che ne vuol fare!

        TITO: – che ne vuol fare? –

        CARLINO: – ma preparare… io non so… suppongo il corredino… –

        TITO: …del bimbo? – È pazza! – Ah dunque è venuta proprio a dirti che vuol tenersi il figlio? e t’ha mostrato quella tela per commuoverti…?

        CARLINO (col tono di chi vuol portare pazienza): Ti ripeto che io le ho detto di no.

        TITO: Ma certo… me l’immagino… con quella tela… il corredino!… sapendoti così tenero di cuore… disposto sempre a cedere…

        CARLINO (c.s.): Le ho detto di no. L’ho fatta piangere.

        TITO: Piangere… e poi?

        CARLINO: E poi, naturalmente, ha pregato, scongiurato, insistito – ha fatto tante promesse –

        TITO: – e tu? –

        CARLINO: – e io non potevo sapere – giacché prima sei stato tu, se ti ricordi – qua, qua – alla presenza di Merletti che può esser testimonio – sei stato tu –

        TITO: – io, che cosa? –

        CARLINO: – tu, a preoccuparti di lei – a parlar di cuore – tu, non io – di scrupoli di coscienza – tu, non io –

        TITO: – ebbene? ebbene? non potevi sapere… finisci! –

        CARLINO: – di fronte a quelle sue lagrime e quelle sue promesse, come saresti rimasto tu, e se anche per tuo conto avresti voluto risponderle di no!

        TITO: Ma non s’era stabilito di no? Dunque, no!

        CARLINO: Va bene! E ora andrai a dirglielo tu!

        TITO: Bello! Mi piace! Così la parte del tiranno, del cuor duro, la faccio io, mentre tu rimani per lei quello che s’era piegato, commosso e intenerito?

        CARLINO (saltando a guardarlo da presso negli occhi): Ebbene, se fosse così?

        TITO (resistendo allo sguardo): Ah, è così? T’ha forse dato anche a credere…?

        CARLINO (facendosi ancora più a petto): No! Non m’ha dato a credere niente!

        TITO: Ma sei tornato a domandarglielo?

        CARLINO: Sì! Son tornato a domandarglielo!

        TITO: Perché questa confidenza di lei ha fatto dunque nascere anche in te il so­spetto…?

        CARLINO: Sì – e se me l’avesse dato a credere, ogni discorso tra noi due sa­rebbe già bell’e finito! – Ma mi ha detto ancora una volta di no, che in co­scienza non lo può dire, perché non lo sa! – È chiaro tutto questo?

        TITO: Chiarissimo, chiarissimo, caro mio! Intendo tutto perfettamente!

        CARLINO: Ma: tu non intendi nulla! – Ora io ti domando: Sei sicuro che tu, al mio posto, sentendola parlare com’ha parlato, sentendole dire le cose che ha dette – (puoi andare a fartele ripetere) – non ti saresti «piegato, commosso e intenerito» come me?

        TITO: Io?

        CARLINO: Aspetta! – E avresti avuto il coraggio, allora, così commosso e inte­nerito, di risponderle di no, anche per conto d’un altro, che forse al tuo posto si sarebbe come te commosso e intenerito? – Rispondi a questo! Rispondi!

        TITO (così sfidato, con gli occhi negli occhi, non vuol darsi per vinto, e menti­sce, imperterrito): Nient’affatto! Chi te lo dice? Non mi sarei commosso per nulla!

        CARLINO: E allora è vero che il cuor duro sei tu, e puoi bene andarglielo a dire!

        TITO: Sai che ti dico io invece? Che n’ho abbastanza, di codesta storia e la faccio subito finita!

        CARLINO (appressandoglisi di nuovo, minaccioso): Cioè… cioè… cioè… – piano piano, caro mio – aspetta: farla finita, adesso, in che modo?

        TITO (con un sorriso stirato, guardandolo dall’alto in basso, pallido e fre­mente): Oh, non ti credere che voglia venir meno a quanto debbo! Seguiterò, seguiterò a dare la parte mia, finché lei sarà in questo stato. Poi faccia quello che vuole: se vuol tenersi il figlio, se lo tenga: se vuol buttarlo via, lo butti via. Per me, non vorrò più saperne.

        CARLINO: E io?

        TITO: Ma farai anche tu ciò che ti pare…

        CARLINO: Non è vero!

        TITO: Perché no?

        CARLINO: Perché da solo, sai bene che non posso accollarmi tutto il peso del mantenimento!

        TITO: Ma come? Dicevi…

        CARLINO: Sì: se potessi averne la certezza – allora sì! a qualunque costo! a costo di qualsiasi sacrificio! – ma così no; così non posso e non debbo – né tu puoi lasciarmi sulle spalle il peso d’un figlio che può esser tuo!

        TITO: Ma se ti dico che seguiterò a dar la parte mia!

        CARLINO: Grazie tante! Non posso accettare!… Già, in mezzo resterei sempre io, di più!

        TITO: Perché vuoi restarci…

        CARLINO: Ma scusa, ma scusa, ma scusa, perché non vuoi più restare ai patti, tu, ora?

        TITO: Ci resto! Séguito a pagare fino alla fine! Ma non voglio più saperne!

        CARLINO: Che cos’è avvenuto di nuovo? che cos’è cangiato?

        TITO: Che cos’è cangiato? L’animo! l’animo! Ecco ciò ch’è cangiato! È can­giato in me l’animo! Sarà un sospetto ingiusto, che vuoi che ti dica? ma m’è entrato; non posso più scacciarlo! Non posso più seguitare così insieme una relazione ch’era possibile solo a patto che non sorgesse mai tra noi nessuna questione.

        CARLINO: Ma vuoi farla nascere tu, la questione! Andiamo tutti e due insieme, insieme, a dirle di no!

        TITO: E poi?

        CARLINO: Io gliel’ho già detto per conto mio; ora andiamo a ripeterglielo in­sieme!

        TITO: E poi?

        CARLINO: Parlerò io più forte, se vuoi; tornerò a dimostrarle davanti a te che non è possibile accordarle quello che chiede!

        TITO: E poi? Ma non comprendi davvero che ella non potrà più essere quella che è stata finora? Se desidera tanto di tenersi il figlio… A contrariarla la fa­resti infelice – e perché? Per me, sento che è finita! Infelice, dunque, inutil­mente. Sarà durezza, sarà dispetto, anche sciocco – tutto quello che vuoi – ma non mi passa: sono fatto così, sento che non mi passa. Io non ci torno più.

        CARLINO: E dovremmo abbandonarla così?

        TITO: Ma no, chi dice abbandonarla?

        CARLINO: Dici che non ci torni più! Non potrò più andarci neanche io…

        TITO: Perché no, tu?

        CARLINO: Ma perché no! te l’ho già detto il perché! Se non ci vai più tu, come vuoi che séguiti ad andarci io?

        TITO: Non ne vedo la ragione…

        CARLINO: Ma credi che possa continuare io solo la relazione, mentre tu séguiti a pagare? E quando avrai finito, io resto là con un figlio che non so se è mio?… Ah, no, caro mio! – Questa cosa, se manca tra noi due l’accordo da cui era nata, non regge più! Se tu non vuoi più starci, non posso starci più nemmeno io!

        TITO: Ma voglio starci! voglio starci! voglio anche rispettare il sentimento di lei, di tenersi il figlio! Seguiterò a dar la parte mia! Non potrai mica forzarmi a tor­nare da lei, se non mi va più! Oh guarda ch’è bella! Anche questa violenza?

        CARLINO: E va bene! Falla allora tu a me la violenza.

        TITO: Io ti dico «vacci» – che violenza ti faccio io?

        CARLINO: E io ti dimostro che sono costretto a fare per forza quello stesso che fai tu! Chi dice di non volerne più sapere sei tu – vieni meno tu, non io, e mi costringi a seguirti, a far come te, ad astenermi d’andarci – vedi dunque bene che la fai tu a me, e non io a te, la violenza!

        TITO: Oh senti! Io sono stufo di discutere! Non ne ho voglia e neanche tempo! – Io torno all’ufficio! (Se ne va infuriato.)

        CARLINO (andandogli^ dietro fino alla porta e gridando di là): Ma no! ma senti! vieni qua… È comodo scapparsene sempre… (Poi, mentre con una mano richiude la porta, con l’altra a chiocciolino, scandendo le parole, dice con un’espressione di ferocissima stizza:) Parola d’onore – se non l’am­mazzo – sarà un miracolo!

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