O di uno o di nessuno – Personaggi, Atto primo



O di uno o di nessuno – Personaggi, Atto primo

PremessaPersonaggi, Atto PrimoAtto secondoAtto terzo


    Personaggi

Carlino Sanni
Tito Morena
Melina
L’avvocato Merletti
La Pedoni
Il Medico
Il signor Franzoni, della villa accanto
La vicina
Una vecchia Signora
E poi, personaggi che non parlano: un prete,un sagrestano, una bàlia, una frotta di giovinastri che passano sonando chitarre e mandolini

A Roma. Oggi.


    Atto Primo

O di uno o di nessuno - Lina Sastri, 1979        Al levarsi della tela il letto di destra, su cui ha dormito Tito Morena, è di­sfatto, e la lampadina ancora accesa. Il letto di sinistra è intatto. Gli scuri della finestra, ancora accostati. Il lampadario che pende dal soffitto, anch’esso acceso. – Sono in scena Tito Morena e Carlino Sanni: quello, in pi­giama da notte; questi, vestito come uno che venga da fuori. Sono stati a di­scutere tutta la notte. – Entra la Pedoni dall’uscio di fondo, ancora con la cuffia in capo e i capelli attorti nei diavolini, recando un vassojo con due tazze di caffè.

        La scena rappresenta una bella, grande camera d’affitto con due letti. I due letti sono disposti, con le testate sulla parete di fondo, uno a destra e l’altro a sinistra dell’uscio comune, e hanno accanto, ciascuno, un comodino, con sopra un braccio d’ottone, infisso alla parete, che regge la lampadina elet­trica col paralume di seta gialla; sul piano di bardiglio, una boccia d’acqua col bicchiere capovolto, un portacenere, un portorologio. – Nella parete de­stra, un usciolo immette in uno stanzino da bagno e guardaroba. Nella parete sinistra, una finestra guarnita di tende.

        LA PEDONI: Ecco il caffè. (Posa le due tazze sul tavolino, che è sul davanti della scena e fa per andarsene; quando è presso l’uscio si volta per dire:) Potrebbero aprire gli scuri oramai: è già chiaro. La luce io la pago. Scom­metto che hanno tenuto le lampade accese tutta la notte.

        CARLINO (irritato, ma timido): Non tutta, prego, non tutta.

        TITO (irritato, aggressivo): Dici anche tutta! (Alla Pedoni:) Pensa alla luce che s’è consumata, lei? E al sonno che noi abbiamo perduto, non ci pensa? Po­trebbe considerare…

        LA PEDONI: Considerare… (Si tura la bocca per impedire che venga fuori chi sa che diavoleria.) Ah Dio! Non mi facciano parlare!

        CARLINO: Sì, sì, meglio che non parli, meglio che non parli, signora Elvira! Lamentarsi per la luce, dopo una notte come quella che abbiamo passata io e Tito, creda, è proprio un di più.

        LA PEDONI: L’avranno perduto per i loro pasticci il sonno; e non dovrebbero, almeno per pudore, farne scontare le conseguenze agli altri.

        TITO: Ma che dice, pudore… conseguenze? Che conseguenze ne sta scontando lei?

        CARLINO: Lo spreco di un po’ di luce?

        TITO: Non si vergogna?

        LA PEDONI: Io? ha il coraggio di dirmi che dovrei vergognarmi io? con una fi­glia per casa che m’ajuta – lo sanno – a rifare le camere degl’inquilini.

        CARLINO (stonato): La signorina Bice, sì.

        TITO (stordito): Come c’entra adesso la signorina Bice?

        CARLINO: Sappiamo che l’ajuta…

        LA PEDONI: Pare invece di no, che non lo sappiano: ecco lì! (Indica con un gesto d’accusa il letto intatto di Carlino.)

        TITO (più che mai stordito): Che cosa?

        LA PEDONI: La prova!

        CARLINO: Il mio letto?

        TITO: Che prova?

        LA PEDONI (con tanto d’occhi sbarrati): In-tat-to!

        CARLINO (seguitando a non comprendere): Già. Non ci ho dormito. Tanto me­glio per la signorina Bice che si risparmierà la fatica di rifarlo.

        LA PEDONI: Ah sì? Grazie di tanta attenzione! Ma quando in una casa perbene, dove c’è una ragazza che si rispetta, un inquilino commette l’indecenza di passar fuori la notte –

        CARLINO (cercando d’interrompere): – no, no, prego –

        LA PEDONI: – mi lasci dire! – potrebbe avere almeno l’accortezza di guastare il letto su cui non ha dormito, per non turbare la ragazza con tutte le supposi­zioni che si possono fare.

        TITO: Uh quante storie! Stavo ancora a sentire…

        CARLINO: Eppoi non è vero! Io non ho passato fuori la notte! Sono rincasato alle due!

        LA PEDONI: Lo sappiamo bene, lo sappiamo bene a che ora è rincasato lei! a che ora rincasano, una notte per uno, da quattro mesi a questa parte – ed è lo scandalo di tutto il casamento dai tetti alla cantina, lo sappiano!

        TITO: L’avrà strombazzato lei a tutti gl’inquilini!

        CARLINO: Eppoi, se mai, che scandalo? Due giovanotti scapoli…

        LA PEDONI: Ma che scapoli più, mi facciano il piacere!

        TITO (andando incontro a Carlino e mettendogli le mani sulle spalle): Te l’a­vevo detto io: «Andiamocene via da questa camera»?

        LA PEDONI: Oh, se vogliono saperlo, se vanno via adesso, non mi faranno mica dispiacere!

        TITO: Sta bene, sta bene, signora. Ma se vuol saperlo anche lei, prima d’adesso io l’avevo detto al mio amico; e proprio quando né io né lui sapevamo più come schermirci da tutte le sue gentilezze e amabilità.

        LA PEDONI: Che intende dire?

        TITO: Non lo so! Veda lei, se riesce a intenderlo!

        CARLINO: Basta, basta, per carità! Lei è tanto buona, signora Elvira!

        LA PEDONI: E mi ringraziano così delle mie premure? Io le usavo loro, finché li vedevo come prima, con la testa a posto, tranquilli ogni sera dopo cena rinca­sare e mettersi là a far le loro belle partitine a dama, e poi a dormire… – Altro che «dama» adesso! (Con comicissimo scatto va al letto di Carlino e ne strappa con rabbia le coperte.) Ecco: preferisco che la mia figliuola lo rifac­cia senza bisogno!

        CARLINO: Va bene, sì. Così! S’è sfogata? Ora vada via, vada via per piacere, signora Elvira.

        LA PEDONI: Non me lo sarei mai aspettato, mai e poi mai, da due giovanotti come loro.

        CARLINO (notando l’impazienza di Tito): Basta, la prego; divento cattivo an­ch’io, sa, se poi mi… mi… Guardi, mi faccia la grazia – (possiamo alterarci tutti, e allora non sappiamo più quello che diciamo!) mi faccia la grazia, porti subito il caffè all’avvocato Merletti.

        LA PEDONI (stonata): All’avvocato? Perché? Non ha ancora sonato, l’avvocato.

        CARLINO: Sono andato io a svegliarlo in camera, poco fa.

        LA PEDONI: Lei? E perché?

        CARLINO: Dobbiamo parlargli, Tito e io.

        LA PEDONI: Anche gl’inquilini mi disturbano…

        TITO: Non s’arrabbi adesso anche per conto degli altri! L’abbiamo pregata d’andare!

        LA PEDONI: Ma come faccio a portargli il caffè, se ancora non lo chiama?

        CARLINO (conciliante): L’avvocato è nostro buon amico; potevo permettermi d’andare a svegliarlo in camera. Soltanto ho paura che si sia riaddormentato. Gli porti il caffè, dicendogli che ne ha avuta preghiera da me, e gli dica che se lo venga a prendere qua da noi, come si trova: in pigiama, in camicia da notte, in veste da camera… (La Pedoni via.) Auf! Non ci mancava che lei «con la figlia per casa» !

        TITO (dopo una pausa, durante la quale avrà tirato la tenda alla finestra e spento i lumi): Dobbiamo aspettare Merletti?

        CARLINO: Eh, mi pare; se vogliamo che ci ajuti a veder chiaro… Veramente è entrato un bel sole…

        TITO: No, dico per pigliarci il caffè. Sarà già freddo.

        CARLINO: Ah già. Il caffè. Pigliarcelo, tu dici. Pigliamocelo.

        TITO (prendendo una delle due tazze e accostandola alle labbra): Ecco: freddo: lo dicevo.

        CARLINO: No; tepido: ancora bevibile.

        TITO: A me piace bollente, lo sai! da azzuffarmici… – Puh! Amaro, anche.

        CARLINO: Il mio, no.

        TITO (irritato): Il mio, sì. (Pausa.)

        CARLINO (tra un sorso e l’altro): Vedrai che Merletti dirà come ho detto io.

        TITO: Mi fai il piacere, un po’ di tregua adesso? Mi fuma la testa!

        CARLINO (raccogliendo col cucchiaino lo zucchero rimasto in fondo alla tazza): Vedrai, vedrai…

        TITO (stando a guardarlo): Scommetto che ha messo lo zucchero due volte nella tua tazza.

        CARLINO: È possibile: molto dolce, sì: ce n’è rimasto ancora qui tanto.

        TITO: Vigliacca! Lo dicevo ch’era amaro! M’ha avvelenato! – Come se fosse poco il veleno che m’hai fatto ingozzare tu, tutta la notte, con la bella notizia che sei venuto a darmi!

        CARLINO: Hai ragione, caro. (Frugando col cucchiaino l’ultimo rimasuglio di zucchero e portandoselo alle labbra:) Ma anch’io, avvelenato.

        TITO (non potendone più): Basta, perdio, posa quella tazza! Mi fai stizzire!

        CARLINO: Sì, sì, ecco ecco; hai ragione, caro. – Ma ecco Merletti. Entra l’avvocato Merletti in veste da camera. È un omaccione poderoso, con una beata faccia da padre abate.

        MERLETTI: Cari amici miei, eccomi qua. Come va l’amore?

        TITO: Buon giorno, avvocato.

        CARLINO: Siedi, siedi, Merletti. Altro che amore, in questo momento!

        MERLETTI: L’amore sempre, ragazzi! l’amore sempre! l’amore sempre!

        CARLINO: Hai preso il caffè?

        MERLETTI: Sì, di là. Me l’aveva portato la signorina Bice. (Siede.) Che è dun­que codesta cosa seria che avete da dirmi? Sentiamo!

        TITO (dopo una pausa, a Carlino): Parla tu.

        CARLINO: Vuoi che parli io? Preferirei che parlassi tu. Non vorrei che poi di­cessi che ti faccio arrabbiare.

        TITO: Mi fai arrabbiare con codeste premesse di docilità, che – lo sai – mi sono sembrate sempre in te una fintàggine! – Il caso è grave. La confidenza è stata fatta a te. Dunque parla tu.

        CARLINO: Ecco, parlo io, parlo io!

        MERLETTI: Calmi, vi prego, e chiari; se no, non capisco più nulla. M’avete ru­bato un’ora di sonno.

        CARLINO: Calmo, calmo, sì, e chiaro. Dunque, devi sapere, caro Merletti –

        MERLETTI: Vi prevengo che sono in parte informato.

        TITO: Di che?

        MERLETTI: Della sciocchezza che avete commessa.

        CARLINO: Grazie! – Informato dalla signora Elvira?

        MERLETTI: Anche, sì. Ma ne parlano tutti.

        TITO: Come d’una sciocchezza?

        MERLETTI: Enorme, sì. Più grossa di me.

        TITO: E io allora ti so dire che sciocchi sono tutti coloro che la credono tale!

        MERLETTI (con tono di placido richiamo a un patto convenuto): Calma! Calma!

        CARLINO: Nessuna sciocchezza, credi, Merletti.

        TITO: Neppure a giudicarla da ciò che ora ne sta seguendo; perché nessuno, dico nessuno avrebbe potuto prevederlo.

        MERLETTI: Ciò che ne sta seguendo io non lo so. Giudico il fatto per se stesso.

        CARLINO: Da fuori!

        MERLETTI: Da fuori… – da quello che ne so!

        TITO: E che puoi saperne? Hai parlato con noi?

        CARLINO: Conosci la ragazza? L’hai mai veduta?

        MERLETTI: No, mai.

        TITO: E giudichi!

        CARLINO: Abbiamo tanto riflettuto, credi, Merletti!

        TITO: Dovresti pur sapere che è uno dei tre fondamentali problemi da risolvere dell’esistenza di ognuno –

        MERLETTI: – Dio santo, con questi problemi!

        CARLINO: – no, no – è la verità – l’abbiamo letto anche in un libro – e devi convenirne anche tu –

        TITO: – il tetto – il pane – la donna.

        MERLETTI: Ma perché problemi?

        TITO (insorgendo): Perdio, la donna – una donna – per dei giovanotti!

        MERLETTI (perdendo la pazienza anche lui): Ma quattro! ma otto! ma dieci! Come no? – Dieci, e non una come avete fatto voi! – Tanto valeva allora che prendeste moglie!

        CARLINO: Già – in due!

        MERLETTI: Caro mio, legalmente no, ma una moglie quasi sempre si prende in due.

        TITO: Lo vedi? lo vedi che ci caschi? lo vedi che ci caschi?

        MERLETTI: Dove casco?

        TITO: Per forza, quando si vuol far dello spirito sulle cose serie!

        CARLINO: Una moglie non la volevamo, e non si poteva prendere in due.

        MERLETTI (pronto): E allora niente! – Oggi questa e domani quella; come fanno tutti gli scapoli di questo mondo!

        CARLINO: Senz’amore?

        MERLETTI: Ah, voi volevate l’amore – con una donna – in due?

        TITO: Non seguitare a fare dello spirito sciocco! – Carlino ha detto male «l’a­more». Non era il caso di voler l’amore di una donna in due, benché tu stesso dica che sia il più frequente, prendendo moglie. Era il caso invece di tener conto di tante cose, che tu non vuoi considerare e che noi abbiamo conside­rate.

        CARLINO: Segretarii di Ministero, con lo stipendio che sai; e tutte le difficoltà della vita –

        TITO: – prender moglie? in queste condizioni? –

        CARLINO: – per quanto ci si possa sentir disposti… –

        TITO: – ecco: anche di questo, tener conto: ha ciascuno le sue disposizioni na­turali…

        CARLINO: – e Dio sa quanto ci sembra ingiusto pagar la tassa di scapoli…

        MERLETTI (staccando le tre parole, come se desse una sentenza): Siete – due – bambini.

        TITO (scattando): Ma che bambini, fammi il piacere! Siamo serii: siamo due persone serie: ecco quello che siamo.

        MERLETTI: Volete sapere quello che siete? Toccate gli uccellini sotto le ali: vi serbano sempre il tepore del nido che li accolse prima che imparassero a vo­lare.

        TITO: Il nido? Che nido?

        MERLETTI: Il nido, il nido! – Voi non vi siete saputi ancora staccare dal vostro paese lontano; non vi sapete separare l’uno dall’altro per questo. Legati an­cora con tutti i ricordi all’intimità delle vostre case lassù, ne provate quasi vergogna, come per una debolezza che, a confessarla, vi potrebbe render ridi­coli – e fate i serii. (A Tito:) Tu mi guardi con certi occhi duri – ecco, freddi, di gelo – : basterebbe, per farteli velare di un’improvvisa commozione, un ri­cordo del tuo paese, ch’io ti potessi d’un tratto evocare: diventerebbero come i vetri di quella finestra, guarda: appannati per il caldo di dentro e il freddo di fuori. – E guarda là Carlino che si raschia con le unghie le guance, per ri­chiamarsi all’ispida realtà del suo vigore maschile che gl’impone di essere uomo, ormai, vale a dire un po’ crudele – eh? – un po’ crudele… (E scoppia a ridere.)

        CARLINO: Ci deridi per questo?

        MERLETTI: No! Dio me ne guardi! Io vi voglio tanto bene…

        TITO (offeso, a Carlino): Senti, parlagli tu, se vuoi: io me ne vado di là a ve­stirmi! (E se ne va allo stanzino da bagno. Ma resterà sempre come in iscena, perché lo stanzino è contiguo, ed egli ne verrà fuori per partecipare al di­scorso, prima nell’atto di lavarsi, insaponato, poi nell’atto di vestirsi.)

        MERLETTI: Ma no! Non ho voluto offendervi, né ridermi di voi, tutt’altro! Vi voglio bene, appunto perché siete così!

        CARLINO: E dunque stammi a sentire! – Sarà come tu dici: l’avremo fatto per questo. I ricordi di Padova, della nostra vita studentesca… – sissignore.

        TITO (da dentro, senza mostrarsi): – ciascuno li ha dentro di sé, i proprii ri­cordi (perdio, sono la nostra vita!) e può sentirsene legato più o meno forte­mente!

        MERLETTI: Va bene, va bene…

        CARLINO: Non negherai il rischio a cui eravamo esposti –

        MERLETTI: – con la vostra naturale disposizione al matrimonio –

        CARLINO: – eh già – seguitando ciascuno per suo conto a cercare una qualche… come vorrei dire? – una sicura… sì, sicura stabilità di relazione…

        TITO (venendo fuori, insaponato): – non essendo come te, oggi con una donna e domani con un’altra –

        MERLETTI: Ma appunto questa è la sciocchezza!

        TITO: Tu sei anche con due o tre donne alla volta!

        MERLETTI: Sì, ma meno scandaloso di voi, credetelo!

        TITO: Scandalosi per la signora Elvira che ci voleva appioppare la figlia! (E torna a ritirarsi.)

        CARLINO (per rimetter la pace): Signori miei, signori miei, modi d’essere, modi d’essere; ciascuno ha il suo; tu sei così, e per te è bene così; hai ammesso tu stesso che noi siamo –

        MERLETTI: – bambini –

        CARLINO: – va bene, bambini, bambini –

        TITO (infilandosi la camicia): – persone serie! – (E via.)

        MERLETTI: – bambini! –

        CARLINO: – vuoi lasciarmi parlare? –

        MERLETTI: – sì, parla, parla.

        TITO (di dentro): Abbiamo fatto tutto meditatamente e giudiziosamente!

        CARLINO: Tu non conosci la ragazza! – Stammi a sentire! – Ce ne ricordammo una sera qua, che eravamo tanto tristi. Venne in mente a me, come un sospiro spontaneo, sai, quando si pensa a una cosa cara, lontana. Dissi: «Melina…». – Tu non puoi sapere tutti i ricordi che ci evocò questo nome. Era la nostra amicuccia, l’amicuccia di noi studenti di Padova, quando la notte s’andava cantando per la Via del Santo, là in fondo… – «Se facessimo venir Melina?»

        TITO (venendo fuori già vestito per uscire): La sapevamo così buona –

        CARLINO: – modesta –

        TITO: – umile, anzi, per la vita che faceva –

        CARLINO: – e così dolce d’indole –

        TITO: – come veramente ci s’è poi sempre dimostrata –

        CARLINO: – felice, felice ti dico, che noi due, a cui voleva bene sopra tutti, l’a­vessimo levata da quella sua brutta vita. Ci è venuta, capisci? con tutti i ri­cordi della nostra gioventù, con quello stesso sorriso di dolcezza: beata –

        TITO: – per servirci, ci disse arrivando –

        CARLINO: – già, figurati! – e difatti, ha voluto prendersi cura di noi, dei nostri abiti, della nostra biancheria –

        MERLETTI: – dite un po’, è brutta? –

        TITO: – no! che brutta! –

        CARLINO: – più che bella! così graziosa, di quella grazia, sai, che fa di tutto per non parere –

        TITO: – nessuna appariscenza –

        MERLETTI: – venuta di cielo in terra a miracol mostrare! –

        CARLINO: – miracolo, sì, puoi gridarlo: miracolo, miracolo! –

        TITO: – e non ce ne siamo lasciati né abbagliare né prendere, caro mio! –

        CARLINO: – abbiamo fatto tutto con calma e con giudizio –

        TITO: – prima di tutto non l’abbiamo voluta con noi –

        CARLINO: – a convivere con noi – tu che dici scandalosi –

        TITO: – lontana, lontana – noi qua, e lei per sé – a parte –

        CARLINO: – si contenta di nulla –

        TITO: – di poco, certo –

        CARLINO: – quasi di nulla – e vedessi come si occupa – come tiene quelle sue due stanzette – si fa da mangiare, tutto da sé –

        TITO: – fumava: s’è levato il vizio –

        CARLINO: – perché l’ha voluto lei – e s’è comprata a un tanto al mese una mac­china da cucire – ti dico: rinata!

        MERLETTI (alzandosi): Cari miei, se è così, che volete da me? – siete da invi­diare – la fortuna ha assistito il vostro giudizio – avete trovato l’araba fenice – una donna che vi ama e vi costa poco – vi cura, v’assiste – scommetto che con la macchina da cucire vi fa anche le camice… (Accostandosi a Carlino per tastargli in petto la camicia:) – lascia vedere…

        CARLINO (schermendosi). No: questo no: ha detto che vuole prima imparare.

        MERLETTI (insistendo, e tastando la camicia): No, permetti? È buona. Dove l’hai comperata?

        CARLINO (sbirciandosela sul petto): Questa? Non ricordo…

        MERLETTI: Te lo domando perché dovrei comperarne.

        TITO (seccato da questa diversione impreveduta, pur così solita ad avvenire nella vita, anche tra le preoccupazioni più gravi): Ma sono di Padova! Te le hanno mandate da casa! – Abbiamo da pensare a ben altro, noi, che alle ca­mice, adesso!

        MERLETTI: Ma già – appunto – ve l’ho domandato: in mezzo a tanta felicità, fabbricata dal vostro giudizio – che volete ora da me?

        TITO (lo guarda prima nel faccione ridente, e poi sbotta, irritatissimo): Io, niente! domandalo a lui che è venuto a chiamarti! Da uno che ci vede così costernati, e dopo una notte che non abbiamo chiuso occhio, ci domanda… –

        MERLETTI (cercando d’interromperlo): – ma no, scusa…

        TITO: – con codesta faccia… –

        MERLETTI (come cascando dalle nuvole): – che costernati! –

        TITO: – io non voglio nulla; non m’aspetto nulla! –

        MERLETTI: – ma dove? che dici? non m’avete parlato altro finora che del vostro giudizio e della vostra felicità! –

        TITO: – …e del resto non c’è da aspettarsi nulla da nessuno! –

        CARLINO: – noi t’abbiamo voluto prima informare…

        TITO: – poiché senza saper nulla, hai parlato subito della nostra sciocchezza… (Rivolgendosi di scatto a Carlino con più forte irritazione:) – inutile che gli parli più adesso! gli parrà più che mai una sciocchezza, e d’averne la prova in questo che ora è successo, come se lui avesse potuto prevederlo – (Con im­peto a Merletti:) No, caro mio! Né tu né altri! Non avrebbe potuto prevederlo nessuno! È facile adesso trattarci da sciocchi!

        CARLINO: Imprevedibile! imprevedibile!

        MERLETTI: Mi dite, in nome di Dio, che cosa è successo?

        CARLINO: Volevamo un tuo consiglio…

        TITO: Inutile! Inutile!

        CARLINO (a Tito, per rimproverarlo, ma dolcemente): Ti arrabbi sempre…

        TITO: A me non piace esser trattato da sciocco!

        MERLETTI: Ma no, via, calmati! ho scherzato…

        TITO: Sono uno che ha sempre saputo ragionare, io!

        MERLETTI: Va bene, ditemi: sapete bene che vi sono amico: posso pensarla d’un altro modo; ma sono qua, per voi, se posso darvi qualche ajuto…

        CARLINO: Non si tratta d’ajuto…

        MERLETTI: Di che si tratta? (/ due non danno risposta. Merletti aspetta un po’ e ridomanda, in tono più basso, affettuoso, per attirar la confidenza:) Di che si tratta?

        CARLINO (sospira, cupo): Mah…

        MERLETTI (tentando una supposizione): Un terzo di mezzo?

        CARLINO (subito, con forza): Ma no! Che dici?

        MERLETTI (c.s.): Se ne vuol tornare a Padova?

        TITO: Che Padova! Non ci pensa neppure!

        CARLINO: È felicissima di stare qua!

        MERLETTI: E allora? (Pausa di sospensione: i due non sanno come dire. Si prova prima a parlare Carlino, molto angustiato.)

        CARLINO: È un caso di coscienza, credi, il nostro: un caso di coscienza… –

        TITO: – tanto… tanto più grave, quanto più lei è così – buona, remissiva… –

        CARLINO: – dolente, rassegnata… –

        MERLETTI (c.s.): Ve ne siete stancati vojaltri?

        CARLINO: Ma no!

        TITO (a una voce): Tutt’altro!

        MERLETTI: E allora non capisco più nulla!

        TITO (dopo una pausa): Appunto per questo suo rinascere… –

        CARLINO: – dovuto a noi, capisci? al modo con cui l’abbiamo trattata… –

        TITO: – l’arsura del vizio –

        CARLINO: – non amato! non amato mai! –

        TITO: – che l’aveva prima isterilita…

        MERLETTI (esplodendo per il lume che gli si fa all’improvviso): Ho capito, un figlio! Oh guarda! – V’ha confessato?…

        TITO (indicando Carlino): A lui – jersera.

        CARLINO: Sì – che teme purtroppo…

        MERLETTI: E non sa da chi? – Eh già… E voi… (Li guarda, così avviliti e co­sternati e, senza volerlo, atteggia la faccia di riso.) Oh Dio…

        TITO (fremente, minaccioso): Non ridere sai, Merletti!

        MERLETTI: No, non rido… è se mai per la co… (ride) per la cosa in sé…

        TITO (indicando a Carlino): Hai visto? Ride!

        MERLETTI: No no… per la buffoneria, credimi, Tito, per la buffoneria della na­tura…

        TITO (investendo Carlino): Tu mi metti sempre in procinto di fare uno spropo­sito!

        MERLETTI: Ma no, per carità…

        CARLINO (a Tito, parando le mani): Abbi pazienza, potevo figurarmi che, da­vanti a un caso come questo…

        MERLETTI: Ma siete voi…

        TITO (a Merletti): No, il buffone sei tu! sei tu!

        MERLETTI: Io, sì, ma più la natura, credi!

        TITO: E sapendo che tu eri un buffone, me la piglio con lui, ch’è venuto a chiederti consiglio!

        MERLETTI: Ti giuro che m’è venuto spontaneo.

        TITO: – sì – perché sei un buffone! ecco quello che sei! –

        MERLETTI: – no – vedendovi…

        CARLINO (facendosi brutto e andandogli incontro): Come ci vedi? come ci vedi?

        MERLETTI: Ma così serii! e che credevate d’aver fatto tutto così bene e con tanto giudizio –

        CARLINO: – ebbene? –

        MERLETTI: – ebbene, non vedi? viene la natura e vi butta all’aria tutto! Crede­vate d’aver pensato ad ogni cosa giudiziosamente, e scatta all’improvviso, come da una scatola, con un pupino in braccio, e vi sghigna in faccia: «Ma a questo non ci avevate pensato!». – Sarò un buffone, caro Tito, sì – ma – buf­fone io, buffona lei – m’aspetto di tutto io dalla natura, e ci scoppio a ridere da me. Voi che siete così serii, ci restate male, e fate ridere di voi. (Pausa.) Amici miei, amici miei, credetelo, con così scarse intese con la natura, edifi­care sul serio, non è senza rischio: vivere così seriamente come fate vojaltri, può, può prestarsi anche al riso: non dovete offendervi. (Pausa.) Edificate, edificate: un terremoto: tutto all’aria! (Pausa.) Sono un buffone, ma anche un po’ saggio – come tutti i buffoni. (Pausa. Non c’è verso di smuoverli dal lu­gubre silenzio in cui sono piombati.) Dunque su, sii, ditemi che contate adesso di fare. Vi vedo avviliti… (Pausa.)

        TITO (che s’è seduto, tutto concentrato in sé, alla fine scatta in piedi): Inutile! Mi smonta! Mi smonta! Io che mi sento sicuro dentro di me, del mio giudizio e coi miei sentimenti, non posso comunicare con lui! Mi smonta!

        CARLINO: Lo dovresti capire perché siamo avviliti…

        TITO (urlando): Costernati – non avviliti – costernati!

        CARLINO (subito correggendo): Costernati, costernati…

        MERLETTI: Ma sì che lo capisco! lo capisco benissimo.

        TITO: Non puoi capire un corno, tu! Che vuoi capire, il valore che assume per la nostra coscienza – almeno per la mia – la maternità in quella ragazza? A impedirgliela – ?

        MERLETTI: – sarebbe un delitto! –

        CARLINO (subito, con orrore): – ma non ci pensiamo nemmeno!

        TITO: – dico a non rispettargliela – (che si possa tenere il figlio quando le na­scerà) – per la nostra coscienza – almeno per la mia – sarebbe come impe­dirle – ecco perché m’è scappato prima «impedirle» – non la maternità – im­pedirle di raccogliere il frutto di tutto il bene che le si è fatto. – Lo capisci questo? Son sicuro che non lo capisci. Non lo puoi capire.

        MERLETTI (sorridendo bonariamente): Lo capisco, lo capisco…

        CARLINO: D’altra parte però – vedi? – ne è lei stessa, lei stessa spaventata; per il fatto di non poter sapere –

        MERLETTI: – eh già – di chi sia – se dell’uno o dell’altro… –

        CARLINO: – di uno di noi due è di certo!

        TITO: Già! Ma di chi?

        CARLINO: Questo non possiamo saperlo né noi né lei stessa.

        MERLETTI: Non le avete domandato di chi crede?

        CARLINO: M’ha detto che non lo suppone, non solo, ma che si vuole anche guardar bene dal supporlo.

        MERLETTI: Eh già – è nelle mani di tutt’e due e vuole restarci.

        CARLINO: Ma non per tornaconto! Puoi esser sicuro che non lo suppone dav­vero!

        MERLETTI: Mah… – quasi sempre, una donna… –

        CARLINO: Non lo suppone!

        MERLETTI: Sia pure; non dico di no; ma certo – anche nell’incoscienza dell’ab­bandono… –

        TITO (impuntandosi): Che cosa?

        MERLETTI: Oh Dio mio, se non lei, il suo corpo, è innegabile che –

        CARLINO: – ma se dici nell’incoscienza! –

        TITO (a Carlino, urtato): – lascialo finire! – (A Merletti:) …è innegabile che? –

        MERLETTI: – che s’è dovuto prendere – il suo corpo, non lei – più dell’uno che dell’altro!

        CARLINO: Vorresti far nascere adesso tra noi la gelosia?

        MERLETTI: No! Che gelosia, sei pazzo? Se non c’è tradimento, se è stato nel­l’incoscienza dell’abbandono, che gelosia? Al massimo, un certo astio potre­ste sentire, contro il corpo di lei –

        TITO: – sordo – sì – io l’ho avvertito!

        CARLINO: Astio? Perché? Che colpa è da farne a lei?

        MERLETTI: Nessuna colpa! nessuna colpa!

        TITO: Non si dice colpa…

        MERLETTI: Se non l’ha voluto, quand’anche l’avesse avvertito…

        TITO (fosco): Potrebbe dirlo, però, se l’avesse avvertito!

        CARLINO: Ma non ha avvertito nulla! Non può dire nulla! Me l’ha giurato! L’ho stretta a confessare! (A Tito:) Tu lo sai (rivolgendosi anche a Merletti:) tutt’e due, questa notte, siamo arrivati alla conclusione che, se uno di noi po­tesse avere la certezza che il figlio è suo, non esiterebbe un momento ad as­sumersene il peso e la responsabilità, persuadendo l’altro a ritirarsi.

        MERLETTI: E hai detto questo anche a lei?

        CARLINO: Sì. Anche a lei, prima di convenirne con Tito. È il sentimento mio; come ora è anche di Tito.

        MERLETTI: E lei ha detto di no?

        CARLINO: Di no, di no, – che non lo può dire, perché non lo sa! Ne è rimasta lei stessa come atterrita. Non può supporre nulla, nulla, perché anche lei non si sarebbe mai aspettato che – data la sua vita di prima – una cosa simile le potesse avvenire. Ne è come… io non so… – tremava tutta… – tu lo capisci, in lei, com’è divenuta adesso, una tal cosa… E quasi spavento per sé; coster­nazione per noi… – e poi, insieme… –

        MERLETTI: – eh già, l’istinto materno che si risveglia… (Breve pausa.)

        TITO: In questa situazione! – Lei – e noi due! (Breve pausa.)

        CARLINO: Che si deve fare?

        MERLETTI (subito): Oh, io per me…

        TITO: Tu per te? Sentiamo…

        MERLETTI: Presto fatto, cari miei, senza pensarci due volte!

        TITO: Che cosa?

        MERLETTI (facendo il gesto con cui si allontana il pensiero di qualche cosa): Via! Via!

        CARLINO: Ecco com’ho detto io!

        TITO: Via il figlio, eh? come si fa con le bestie? come se fosse una cagna? come se fosse una gatta?

        CARLINO: Non ci sarà mica bisogno di trattarla così!

        MERLETTI: Ci son ben per questo gli ospizii di maternità, dove si lasciano i fi­gliuoli…

        CARLINO: Precisamente come gli ho detto io…

        MERLETTI (a Tito): Perdio, non penserai che possiate tenervi un figlio in due, senza sapere di chi sia dei due? Può capitar questa disgrazia in una relazione con una donna maritata; ma lì il problema è presto risolto: il figlio è sempre del marito, senza competizione possibile; e se il marito ha il sospetto che non sia suo, potrà cacciarlo con la moglie, e allora sarà dell’amante! Di uno sarà sempre, anche quando la moglie non sappia veramente di chi sia. – Ma qui il caso è diverso. La donna può essere – ed è – con pari diritto, di tutti e due; ma non così il figlio, che di uno di voi due è di certo, ma di chi, né l’uno né l’altro né la donna stessa può saperlo. – Senza saperlo, è chiaro che insieme non potete neanche tenerlo! – O tu – o lui. – Ma tu non vorrai tenerti un fi­glio che può esser di lui; e nemmeno lui un figlio che può esser tuo.

        CARLINO: È questo! È questo!

        TITO: Bellissime ragioni; giustissime; le abbiamo tutte quante dibattute tra noi l’intera notte, fino a svuotarci la testa! Ma io penso all’atto a cui conducono; e la mia coscienza ne rifugge! Me ne sento rivoltare! Penso a lei, come si farà a dirglielo…

        MERLETTI: Ma non ci sarà mica bisogno che glielo diciate così subito…

        CARLINO (a Tito, gongolante): Ecco’! ecco! vedi? come ti dicevo io!

        TITO (come morso da una vipera): E tu l’hai chiamato difatti perché ti desse codesta soddisfazione, lo vedo bene; di ripetere tutto quello che hai detto tu! Ma io sono di natura irritabile, e tutta codesta soddisfazione non fa che cre­scermi l’orgasmo, e me ne vado, e ti lascio a crogiolarti con lui in codesta bella soddisfazione che t’ha data! – Non ne posso più! (Strappa il cappello dalla gruccia e se ne va via furioso.)

        CARLINO: Non si può ragionare con lui…

        MERLETTI: È un bel tipo!

        CARLINO: Anche le sue stesse ragioni – se le sente dire da un altro – lo mettono così in orgasmo. Puoi star sicuro, sicurissimo, che la pensa come me e come te. Contraddire, infatti, non contraddice. Ma s’irrita; piglia fuoco, e se ne scappa: se ne scappa, lo vedi. – Gli ho detto: ci sarà modo di farglielo inten­dere a poco a poco, a quella poverina…

        MERLETTI: Ma già! Perché brutalmente? La gatta… la cagna… C’è modo e modo…

        CARLINO: Caro! Tu ripeti proprio le mie stesse parole! Quanto te ne sono grato! «C’è modo e modo», così gli ho detto io!

        MERLETTI: …di farle intendere – ma l’intenderà lei stessa da sé – che è una ne­cessità –

        CARLINO: – «una necessità» – ecco – preciso – così – lascia che ti baci! (Lo bacia. )

        MERLETTI (ridendo): Meno male che non c’è più!

        CARLINO: Prova dispetto anche di queste mie effusioni di gratitudine, sincere: hai sentito? le chiama fintàggini! Quando può avere una soddisfazione lui, io ne sono contentissimo; l’ho io – ci piglia certe bili! (Si sente picchiare all’u­scio.) Chi è? Avanti! Entra la Pedoni col cappello in capo e si ferma davanti all’uscio.

        LA PEDONI: Permesso? A quest’ora, di solito, loro sono all’ufficio, e si rifa la camera. Vorrei sapere se oggi lei non va, perché io debbo uscire.

        CARLINO: No, signora Elvira: io non vado: ho perduta tutta la notte e vorrei ri­posare un pochino.

        LA PEDONI: Va bene. Io allora vado. Vuol dire che la camera si farà dopo, al mio ritorno.

        CARLINO: Sì, grazie, al suo ritorno. A rivederla, signora Elvira.

        LA PEDONI: A rivederli tutti e due. (Via, richiudendo l’uscio.)

        CARLINO: Tito sarà andato al Ministero ad avvertire. Era in ritardo anche lui. Ma già avevamo deciso di domandare una licenza per oggi –

        MERLETTI: – per gravi motivi di famiglia – ora potete dirlo veramente –

        CARLINO: – non riderne, per carità, almeno davanti a Tito!

        MERLETTI: No, non rido! Ma vorrei che non la pigliaste così sul tragico, santo Dio! Si tratta alla fin fine… –

        CARLINO: -no no-t’inganni, vedi? in questo t’inganni! – Non conosci Melina! A parte il nostro sentimento… Credi, è una cosa molto, molto grave. Ma bi­sogna farsi forza e affrontarla coraggiosamente. Intanto, guarda: Tito forse ri­torna fra poco, lo vorrei buttarmi, almeno per un’oretta, a dormire. Fallo en­trare da te, perché se entra qua lui, addio, non dormo più.

        MERLETTI: Sì sì, va bene. Io debbo andare ancora a vestirmi.

        CARLINO: E cerca di persuaderlo, con le buone, senz’irritarlo: – convincerlo che è bene si faccia come abbiamo detto io e tu. Purtroppo, non c’è altra via d’u­scita!

        MERLETTI: A rivederci.

        CARLINO: Mi raccomando. Con le buone. (Merletti fa per andare: e allora, trattenendolo:) Spassionatamente – dimmi una cosa in confidenza. Tu – se fossi una donna…

        MERLETTI (scoppia a ridere): Io? Ti pare che possa essere una donna?

        CARLINO: No – dico… – tu ne conosci tante e le conosci bene… – puoi sapere il loro gusto, o, piuttosto, ciò che in generale nell’uomo credi che possa attrarre soprattutto una donna – la… la forza, no?

        MERLETTI: Eh, certo, la forza… – Ma perché mi fai codesta domanda?

        CARLINO: A proposito di quell’astio di cui tu hai parlato, e che Tito dice d’a­vere avvertito, per l’attrazione che – non lei, Melina – ma nell’incoscienza, il suo corpo…

        MERLETTI: – ah, ho capito! –

        CARLINO: Ti pare – in confidenza – che Tito possa dare a una donna l’impres­sione d’essere più forte di me?

        MERLETTI: Perché tu dubiti…?

        CARLINO: No, non di Melina! Si parla adesso d’attrazione incosciente… – Ce n’hai fatto nascere tu l’idea…

        MERLETTI: Ma – sai – fisicamente… a giudicare dall’aspetto… (si mostra in­certo:) – ma è che Tito…

        CARLINO: – …ha il piglio, sì, ha il piglio più energico…

        MERLETTI: – …più energico, già! è tutto più… come vorrei dire? più segnato… risoluto… E ciò che una donna soprattutto non può soffrire in un uomo è quella certa mollezza di timidità…

        CARLINO: Ah ma io no; io non sono timido, sai! non sono timido affatto con le donne! nessuna, nessuna mollezza di timidità…

        MERLETTI: Lo credo, lo credo bene!

        CARLINO: Tant’è vero che, quell’astio, io non l’ho avvertito – e lui sì – ed è strano – è strano perché ho il sospetto che… tutto quel suo scrupolo di co­scienza – (che però sento anch’io, bada!) – non so… sia troppo – e che sen­tendosi, come si sente, più forte di me e forse più attraente… –

        MERLETTI: – abbia l’idea, tu pensi, che il figlio possa esser suo?

        CARLINO: Ho questo sospetto. Ma quell’astio allora, che dice d’aver provato, mentre io invece non l’ho provato affatto, come te lo spieghi?

        MERLETTI: Me lo spiego, caro mio, che forse in fondo anche lui sospetta tu abbia l’idea che il figlio possa esser tuo.

        CARLINO: No no, io dico che non lo so! dico che non lo so! Quantunque, certo, è possibile, possibilissimo – non ti pare?

        MERLETTI: Ma, nell’incertezza… (Sottintende: «non osi affermare».)

        CARLINO: Ecco: nell’incertezza…

        MERLETTI: Basta, lasciamene andare. Addio. (Va via.)

        Carlino, rimasto solo, va davanti alla specchiera e si guarda. Bisogna com­patirlo, perché non ha alcun sospetto che possa esser veduto. Davanti allo specchio assume istintivamente un piglio energico, risoluto, aggrottando le ciglia, sporgendo il mento; alza una mano; si gratta con le unghie le guance raschiose; poi, sempre con quel piglio, sporge anche il petto…

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